Everest

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« Perché vuole scalare l'Everest? Perché è lì »
(George Mallory[1])
Everest
Mt. Everest from Gokyo Ri November 5, 2012 Cropped.jpg
Il monte Everest, parete sud-ovest
Stati Nepal Nepal
Cina Cina
Altezza 8 848 m s.l.m.
Catena Himalaya
Coordinate 27°59′17″N 86°55′31″E / 27.988056°N 86.925278°E27.988056; 86.925278Coordinate: 27°59′17″N 86°55′31″E / 27.988056°N 86.925278°E27.988056; 86.925278
Altri nomi e significati Chomolangma (tibetano, "madre dell'universo")
珠穆朗瑪峰 Qomolangma (cinese)
सगरमाथा Sagaramāthā (nepalese, "Dio del cielo")
Data prima ascensione 29 maggio 1953
Autore/i prima ascensione Edmund Hillary e Tenzing Norgay
Mappa di localizzazione
Mappa di localizzazione: Nepal
Everest

Il monte Everest è la più alta vetta della Terra, la sua altezza è di 8 848 m s.l.m.. È situato nella catena dell'Himalaya, al confine tra la Cina e il Nepal.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Toponimo[modifica | modifica sorgente]

Il monte è chiamato Chomolangma (madre dell'universo) in tibetano e Qomolangma (珠穆朗瑪峰 pinyin: Zhūmùlǎngmǎ Fēng) in cinese. Il nome nepalese è Sagaramāthā (सगरमाथा, in Sanscrito "dio del cielo"), ideato dallo storico nepalese Baburam Acharya e adottato ufficialmente dal governo del Nepal all'inizio degli anni sessanta. Nel 1852 venne chiamato "Cima XV".

Il nome comunemente usato oggi fu introdotto nel 1865 dall'inglese Andrew Waugh, governatore generale dell'India, in onore di Sir George Everest, che al servizio della corona britannica lavorò per molti anni come responsabile dei geografi britannici in India.

Conformazione[modifica | modifica sorgente]

L'Everest ha la forma di una piramide, con tre pareti (nord, est e sud-ovest) e tre creste (nord-est, sud-est e ovest). La linea di confine tra Cina e Nepal passa lungo le creste ovest e sud-est, quindi solo la parete sud-ovest è nepalese.[2][3]

Le tre pareti sono:

Le tre creste sono:

  • cresta nord-est: divide le pareti nord ed est e inizia dal passo di Rapiu La (6 548 m). A metà cresta si diparte la cresta nord che procede verso settentrione fino al Colle Nord (7 066 m) che la congiunge al Changtse (7 543 m). La cresta nord divide così il ghiacciaio Rongbuk in una parte orientale e in una occidentale.
  • cresta sud-est: divide le pareti sud-ovest ed est e inizia dal Colle Sud (7 906 m) che congiunge l'Everest con il Lhotse (8 516 m);
  • cresta ovest: divide le pareti nord e sud-est e inizia dal passo di Lho La (6 026 m) che congiunge l'Everest con il Khumbutse (6 636 m).

Panoramique mont Everest.jpg

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Panoramica da ovest: da sinistra, il Khumbutse, il Changtse, l'Everest, il Colle Sud e il Nuptse; al centro il ghiacciaio Khumbu

Altezza dell'Everest[modifica | modifica sorgente]

La storia della misurazione della quota del monte Everest (e di altre grandi montagne dell'Himalaya e del Karakorum), parte da un articolo di Alexander von Humboldt nel 1816 su “Annales de Chemie et de Physique”, che per primo si interessa dell’altezza delle montagne himalayane. Nel frattempo, si era già avviata la ciclopica campagna di misurazioni e livellazioni topografiche che durerà oltre 60 anni (dal 1802 al 1866), nota con il nome di GTS (Great Trigonometrical Survey), effettuata dagli inglesi del Survey of India, che rilevano (per finalità non solo conoscitive ma anche di controllo dei territori occupati) tutta la penisola indiana per arrivare fino alle lontane montagne. Nel 1852 un operatore indiano del Survey, Radhanath Sikdar, nel verificare i complessi calcoli sulle osservazioni strumentali, individua per la prima volta tra le lontane vette dell'Himalaya una cima, che era stata denominata Peak XV, come la montagna più elevata, e le attribuisce la quota di 29 002 ft (8 840 m). Questa misura, incredibilmente vicina alla misura di quota attuale, viene ufficializzata nel 1856, e nel 1865 al Peak XV viene attribuito il nome di monte Everest, in onore di George Everest, British Surveyor General del GTS dal 1830 al 1843.

Difficoltà di misura[modifica | modifica sorgente]

Everest 3D

Nel comprendere la difficoltà della misura, va considerato in primo luogo che le misure di quota vengono effettuate riferendosi al livello del mare, una superficie tuttavia "dinamica" che cambia giornalmente (maree) e da stagione a stagione, e che sta lentamente aumentando anno dopo anno. Potremmo dire, "una superficie di per sé piuttosto inadatta per farci un qualche riferimento", se non fosse che è tuttora il riferimento più semplice per una misura di quota. Nel caso di una montagna va inoltre considerato il problema quando essa è lontana o molto lontana dal mare (nel caso dell'Everest l'oceano Indiano è a 700 km a sud, ma il mareografo di riferimento di Karachi in Pakistan sull'oceano Indiano è a oltre 2 000 km a ovest e quello di Quingdao adottato generalmente dai cinesi sul Mar Giallo è a oltre 3 200 km a est).

Nelle misure storiche della quota dell'Everest, fino al 1992 vengono generalmente impiegati strumenti ottici (teodolite, livello) che, partendo dal livello del mare sulla costa (o meglio da capisaldi fissi realizzati in occasione delle varie campagne di misure), considerata la curvatura della Terra e (non sempre) i possibili fenomeni di rifrazione della luce nell'attraversare gli strati d'aria, permettono con la misura di distanze e angoli il calcolo delle quote. Queste misure differiscono pertanto tra loro, oltre che per la precisione degli strumenti via via impiegati, anche a seconda del mareografo di riferimento, e se tengono più o meno in considerazione i fenomeni di rifrazione dell'aria. Dopo i rilievi del Survey of India, seguono così le misurazioni del 1904 di S. G. Burrard, sempre del Survey of India (con 8 882 m), di De Graaf Hunter nel 1930 ((8 854 ± 5) m), di B.L. Gulatee nel 1952 ((29 ± 10) ft, 8 848 m). Un'importante spedizione cinese nel 1975 conferma ancora un'altezza di 8 848 m ((29 029 ± 1) ft, (8 848,13 ± 0,35) m) e per la prima volta viene effettuata una misura speditiva dello spessore della neve in cima, di 92 cm.

Everest e K2[modifica | modifica sorgente]

Nel 1987, lo studioso italiano Prof. Ardito Desio, sollecitato dalla curiosa notizia apparsa l'anno prima, che un americano, George Wallenstein, aveva rimisurato con la nuova tecnologia satellitare che stava sviluppandosi in quegli anni l'elevazione del K2, e che le elaborazioni dell'Università di Washington fornivano una quota presumibilmente compresa tra 29 064 e 29 228 ft, superiore addirittura a quella dell'Everest, organizza in breve tempo una spedizione in Asia per verificare la quota di entrambe le montagne (una nel Karakorum, l'altra in Himalaya). Utilizzando in questo caso la nuova tecnologia satellitare per le quote dei campi base, e la tecnologia ottico-elettronica tradizionale per i rilevamenti delle cime confermava che l'Everest conservava il suo primato. Restava però la necessità di verificare con tecniche moderne le quote effettive delle due montagne.

Le misurazioni recenti[modifica | modifica sorgente]

Il livello del mare resta la superficie di riferimento per le misure di quota altimetrica. Tuttavia, osservazioni aeree e terrestri dimostrano che la superficie del mare, e quindi anche la sua estensione teorica sotto le terre emerse, vengono influenzate dalla vicinanza di grandi masse rocciose e di differente densità delle rocce stesse. Viene adottato quindi il geoide, una superficie matematica di riferimento, “perpendicolare in ogni punto alla direzione della verticale, cioè alla direzione della forza di gravità” che, oltre a essere più costante nel tempo, tiene quindi anche conto dell’influenza delle masse delle montagne e della distribuzione delle rocce nella crosta terrestre. La superficie del geoide va tuttavia "costruita" in base a misure/anomalie di gravità, e presenta quindi tuttora un dettaglio talvolta insufficiente, soprattutto in certe aree montuose della Terra, per cui necessita di nuove misurazioni e comunque, anno per anno, anche di aggiornamenti, a causa dei movimenti continui delle masse rocciose della crosta terrestre e della redistribuzione di rocce, ghiacci e acque sulla superficie, fenomeni che fanno sì che anche il geoide cambi nel tempo.

Negli anni '70 erano stati inoltre messi in orbita dagli americani i primi satelliti per scopi militari, e negli anni '80 si hanno i primi esperimenti di posizionamento geografico per usi civili, che porteranno gradualmente all'attuale sistema GPS (Global Positioning System), che utilizza appunto una rete dedicata di satelliti per il posizionamento geografico di un punto della superficie terrestre. Il GPS utilizza un suo modello matematico dell'andamento del livello del mare sotto le terre emerse che approssima in modo semplificato il geoide e che si chiama ellissoide di riferimento. Questa superficie teorica, utilizzata per definire la latitudine, longitudine ed elevazione sull'ellissoide di un qualsiasi punto, non considera tuttavia le variazioni locali di densità della crosta terrestre per cui, in un dato punto, esisterà uno scostamento, definito valore N di "separazione", appunto tra geoide ed ellissoide.

Nel 1992 l'alpinista francese Benoit Chamoux, della spedizione scientifica italo-cinese Ev-K2-CNR/NNSM di Agostino Da Polenza ("allievo" di Ardito Desio), misura per la prima volta la quota dell'Everest anche con il GPS (e con un nuovo tentativo di verifica dello spessore della neve, con una sondina da valanga).[4] Utilizzando un valore N di separazione geoide-ellissoide pari a −25,14 metri, la quota della cima nevosa, elaborata dal Prof. Giorgio Poretti, risulta essere di 8 848,65 m (±35 cm). Lo spessore della neve risulta incerto per la possibile presenza di ghiaccio, ma vengono comunque attraversati oltre 2 metri di neve.

Una nuova misurazione con GPS viene eseguita nel maggio 1999 da un gruppo di 9 alpinisti della American Everest Expedition del National Geographic organizzata da Bradford Washburn, noto esploratore e cartografo, fondatore del Boston Museum of Science. Le elaborazioni forniscono un valore di 29 035 ft (8 850 m), mentre falliscono i tentativi (1998, 1999) di far arrivare in cima un nuovo strumento, un georadar, in grado di individuare la cima rocciosa sepolta dalla neve.

Nel 2004, in occasione delle spedizioni scientifico-alpinistiche italiane all'Everest e al K2 (capospedizione nuovamente Agostino Da Polenza) per celebrare il cinquantenario della prima salita del K2, viene effettuata tra l'altro una complessa rimisurazione della quota di vetta dell'Everest con GPS, accoppiato per la prima volta con un georadar sperimentale che permette di rilevare sia la quota della copertura nevosa, sia la presenza della roccia sottostante. La mattina del 24 maggio gli alpinisti Claudio Bastrentaz, Alex Busca e Karl Unterkircher (tutti senza impiego dell'ossigeno), con Mario Merelli, e con la collaborazione del sirdar nepalese Serap Jangbu Sherpa e di Lhapka Tshering Sherpa, raggiungono la cima dal versante nord.[5] Effettuano per oltre 2 ore il rilievo, che comprende inoltre un secondo GPS "master" fisso in cima, uno terzo posizionato al caposaldo cinese presso il campo base in Tibet, e un collegamento alla stazione GPS permanente presso il Laboratorio "Piramide Ev-K2-CNR" sul versante Nepal. Le elaborazioni successive, coordinate dal Prof. G. Poretti, considerano un valore N di separazione geoide-ellissoide aggiornato di −28,74 metri, e forniscono per la roccia sepolta una quota di 8 848,82 m (±23 cm) e uno spessore della neve di 3,70 m e una quota di 8 852,12 m (±12 cm) per le cresta nevosa sommitale.[6]

Nel 2005, i cinesi effettuano un'ulteriore campagna di rilevamento con GPS, fissando l'altezza della montagna a 8 844,43 m s.l.m., con un margine d'errore calcolato di ±21 cm. Questa misura, riferita alla massima elevazione della roccia sepolta dalla neve, viene effettuata con la stessa strumentazione GPS/georadar utilizzata dalla spedizione italiana dell'anno precedente, ma con un nuovo valore N di separazione geoide-ellissoide di -25,199 metri, misurando lo spessore della neve e ricavando la quota della massima elevazione in roccia per differenza. La copertura nevosa risulta essere di circa 3,5 m, portando quindi la quota della vetta nevosa nuovamente a circa 8 848 m.[7][8]

Ascensioni[modifica | modifica sorgente]

Primi tentativi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Spedizione britannica all'Everest del 1922 e Spedizione britannica all'Everest del 1924.

I primi tentativi di raggiungere la vetta dell'Everest risalgono al 1921, quando furono organizzate delle spedizioni britanniche. Nel corso della spedizione britannica all'Everest del 1924, George Mallory e Andrew Irvine scomparvero nel corso di un tentativo alla vetta dalla cresta nord e nord-est. Mallory, il cui cadavere venne ritrovato decine di anni dopo, morì durante la discesa. Non è appurato se i due siano caduti dopo aver raggiunto la cima o, più probabilmente, a seguito della rinuncia al tentativo. Possibili ulteriori indizi potrebbero derivare dalla macchina fotografica in possesso probabilmente di Irvine, il cui corpo però è ancora disperso. Ad alimentare ulteriori dubbi sulla questione furono le dichiarazione di Mallory che affermò che, nel caso in cui fosse riuscito a raggiungere la cima, vi avrebbe lasciato una foto della moglie, foto non ritrovata sul cadavere rinvenuto decine di anni dopo. Il 1º maggio 1999, il gruppo di ricerca dell’alpinista statunitense Eric Simonson ha comunicato di aver identificato, su uno spuntone a 8 290 m di quota sulla parete nord, il corpo di George Mallory, poco sotto il punto dove nel 1933 era stata rinvenuta una piccozza che si presume appartenesse ad Andrew Irvine.[9]

La prima ascensione filmata (arrivarono a 200 metri dalla vetta) fu fatta nel 1952, un anno prima di Edmund Hillary, dalla spedizione svizzera sull'Everest diretta dal ginevrino e medico Edouard Wyss-Dunant con a capo guida René Dittert che inaugurò finalmente la via all'Everest dal Nepal. I membri della spedizione furono quasi tutti del Club Alpin l'Androsace e del Cantone di Ginevra il quale assieme all'Università di Ginevra finanziarono in gran parte tale spedizione. Lo svizzero Raymond Lambert e Tenzing Norgay ingaggiati come capi dei portatori (circa 150 che portarono 30 kg a testa a piedi per circa 1 mese) raggiunsero la quota di 8.595 metri, a soli 200 metri dalla vetta, massima altezza mai raggiunta da un uomo. Ai 7.000 rimasero circa una settimana ed il loro fisico si deteriorò. In un solo giorno salirono a 8.000 ma la stanchezza con pochi viveri e la scarsa qualità dei respiratori impedirono ai due di raggiungere la vetta. Tenzing disse che, se anche fossero riusciti a salire in cima, non sarebbero tornati indietro vivi. Nel 2002, il figlio e nipote di Raymond Lambert e Tenzing Norgay, in occasione del cinquantenario di tale spedizione "ginevrina" che arrivò un anno prima (1952) di Edmund Hillary (e Tenzing Norgay) a soli 200 metri dalla vetta, raggiunsero gli 8.848 metri, la vetta più alta del mondo.

Prima ascensione[modifica | modifica sorgente]

La prima ascensione certa fu compiuta il 29 maggio 1953 dal neozelandese Edmund Hillary e dallo Sherpa Tenzing Norgay, che lo scalarono dal Colle Sud e la cresta sud-est. La scelta del versante sud fu obbligata poiché il versante nord era chiuso per questioni politiche da anni. Stando alle dichiarazioni successive di Tenzing, divenuto celebre in patria e nel mondo, il neozelandese giunse qualche secondo prima perché in quel momento stava battendo la traccia. Giunti sulla cima, in segno di ringraziamento, Hillary pose nella neve una croce mentre Tenzing mangiava biscotti e cioccolato. Rimasero sulla vetta un quarto d'ora. Edmund Hillary è morto a 88 anni l'11 gennaio del 2008, mentre Tenzing è mancato nel 1986, a 72 anni di età.

Prima ascensione femminile[modifica | modifica sorgente]

La prima ascensione femminile fu compiuta il 16 maggio 1975 dalla giapponese Junko Tabei. La seconda ascensione fu compiuta dalla tibetana Phantog, e la terza e prima europea dalla polacca Wanda Rutkiewicz nel 1978.[10]

La prima donna italiana a salire l'Everest è stata la campionessa italiana di sci di fondo Manuela Di Centa, che ha raggiunto la cima il 23 maggio 2003.[11]

Prima ascensione invernale[modifica | modifica sorgente]

La spedizione polacca del 1980 che realizzò la prima invernale

La prima ascensione invernale fu compiuta il 17 febbraio 1980 dai polacchi Krzysztof Wielicki e Leszek Cichy per il Colle Sud e la cresta sud-est. La spedizione era guidata da Andrzej Zawada e l'Everest divenne il primo ottomila ad essere salito d'inverno.

I polacchi avevano ottenuto l'autorizzazione per una doppia spedizione, una nella stagione invernale e una in quella primaverile. Per questo costruirono un grande e comodo campo base capace di ospitarle entrambe. La spedizione era composta di 25 alpinisti di cui solo cinque portatori sherpa d'alta quota, per motivi di budget ridotto. Questo significò che il materiale fu portato da un campo all'altro in gran parte dagli alpinisti stessi. Dalla Polonia furono portati in aereo cinque tonnellate di materiale e rifornimenti e il campo base fu allestito gli ultimi giorni del dicembre 1979.

All'inizio procedettero molto spediti, in soli undici giorni costruirono tre campi: il 5 gennaio il campo 1 a 6 050 m, il 9 gennaio il campo 2 a 6 500 m e il 15 gennaio il campo 3 a 7 150 m, sulla parete del Lhotse. A questo punto si trovarono di fronte a 850 m di parete particolarmente ghiacciata che li separava dal Colle Sud e il meteo peggiorò con la presenza forti venti. Ci volle quasi un mese di tentativi per superare questa zona e solo l'11 febbraio Fiut, Holnicki and Wielicki riuscirono a raggiungere il Colle Sud. Qui i soli Fiut and Wielicki bivaccarono per una notte, utilizzando bombole di ossigeno e con una temperatura esterna di −40 °C. Il giorno successivo rientrarono ai campi inferiori e gli diedero il cambio lo stesso capo spedizione Zawada e Szafirski, che montarono la tenda del Campo 4 al Colle Sud. Prepararono quindi materiale e bombole d'ossigeno per i successivi tentativi e rientrarono anch'essi ai campi più bassi.

Il 16 febbraio, a un solo giorno dallo scadere dei permessi per la spedizione invernale, Wielicki e Cichy partirono per un ultimo tentativo. La sera raggiunsero il campo 4 al Colle Sud e passarono la notte in tenda con una temperatura esterna di −42 °C. Il 17 febbraio partirono alle 6:30 di mattina con una bombola di ossigeno a testa e raggiunsero infine la vetta dell'Everest alle 14:25. La discesa si concluse con il loro rientro al campo base il 19 febbraio.[12][13]

Prima ascensione italiana[modifica | modifica sorgente]

La prima ascensione italiana fu compiuta nel 1973. La spedizione fu guidata e voluta dall'esploratore, alpinista e mecenate Guido Monzino, che commentò:[14]

« l'intento è quello di portare il tricolore sulla più alta montagna del mondo, per concorrere sul piano internazionale ad un'affermazione di prestigio per la patria. »

Si trattava di una spedizione imponente: era composta da 55 militari e 8 civili, utilizzava 110 tonnellate di materiale, trasferito con tre C-130, e durò tre mesi. Furono impiegati sei campi, di cui l'ultimo a 8 400 m. Il 5 maggio raggiunsero la vetta due italiani, Mirko Minuzzo, sergente degli Alpini, e Rinaldo Carrel, guida alpina, con due portatori sherpa, Lhakpa Tenzing e Sambu Tamang. Il 7 maggio la cima fu salita nuovamente da tre italiani, Fabrizio Innamorati, capitano del battaglione Carabinieri Paracadutisti, Claudio Benedetti, sergente maggiore degli Alpini, e Virginio Epis, maresciallo degli Alpini, con il portatore Sonam Gyaltzen.[15][16]

Nella spedizione furono anche utilizzati tre elicotteri per portare gli alpinisti al campo base, recuperarli in caso di difficoltà, e trasportare il materiale lungo la seraccata del ghiacciaio Khumbu, dal campo base al campo 2, a 6 500 m, fatto che suscitò diverse polemiche. Si trattava di elicotteri del modello Agusta-Bell AB-205A-1, nominati Italia 1, Italia 2 e Italia 3. L'atterraggio del 1º aprile 1973 a 6 500 m di Italia 1, pilotato dal capitano Paolo Landucci di Viterbo e Nicola Paludi, sergente maggiore del Centro addestramento alpino di Aosta, costituì un record mondiale. Lo stesso elicottero Italia 1 si schiantò il 18 aprile poco sotto il campo 2, per delle difficili condizioni meteorologiche, e l'equipaggio rimase fortunosamente solo lievemente ferito. I resti dell'elicottero sono rimasti in loco per 36 anni fino al 2009, quando sono stati rimossi dalla spedizione Eco Everest Expedition.[17][18][19]

Altre prime ascensioni[modifica | modifica sorgente]

Reinhold Messner ha compiuto la prima salita senza ossigeno con Peter Habeler e la prima solitaria

L'8 maggio 1978 Reinhold Messner e Peter Habeler compirono la prima salita senza l'ausilio di ossigeno supplementare. Facevano parte di una spedizione austriaca guidata da Wolfgang Nairz. Si trattava della quattordicesima salita dell'Everest. Sei alpinisti della spedizione raggiunsero la cima, tra questi Reinhard Karl fu il primo tedesco in vetta all'Everest.[20]

Tra il 18 e il 20 agosto 1980 lo stesso Messner compì la prima solitaria dell'Everest, per il versante nord, sempre senza ossigeno. Durante la salita aprì inoltre una variante che collega la cresta nord al couloir Norton.[21]

Il 27 maggio 1998 Tom Whittaker è stato il primo alpinista disabile a raggiungere la cima.[22]

Il 25 maggio 2001 il trentaduenne Erik Weihenmayer di Boulder (Colorado) è stato il primo alpinista non vedente a raggiungere la cima.[23]

Statistiche e record[modifica | modifica sorgente]

Al 2010 risultano 5 104 le persone che sono riuscite a raggiungere con successo la vetta dell'Everest,[24] e 219 quelle che vi hanno perso la vita.[25]

Il record di salite lo detiene l'alpinista e portatore sherpa nepalese Apa Sherpa con ventuno ascensioni (a maggio 2011).[26]

Il record di velocità di salita con utilizzo di ossigeno è stato stabilito il 21 maggio 2004 da Pemba Dorjie Sherpa in 8 ore e 10 minuti. I record precedenti, sempre con utilizzo di ossigeno, erano di Lhakpa Gelu Sherpa, il 25 maggio 2003 in 10 ore e 56 minuti e dello stesso Pemba Dorjie, il 22 maggio 2003 in 12 ore e 45 minuti.[27]

Apa Sherpa è salito ventuno volte sull'Everest

L'alpinista più giovane ad aver raggiunto la vetta dell'Everest è Jordan Romero, all'età di 13 anni. La salita è avvenuta il 22 maggio 2010 insieme al padre Paul, la compagna del padre Karen Lundgren e tre portatori sherpa, Ang Pasang Sherpa, Lama Dawa Sherpa e Lama Karma Sherpa. La via di salita è stata la cresta nord-est, sul versante cinese, ed è stata effettuata in stile himalayano e con utilizzo di bombole di ossigeno.[28][29] Prima di Romero il record era stato detenuto dallo sherpa Temba Tsheri, il 24 maggio 2001 a 15 anni e dal britannico Bear Grylls, nel 1998 a 23 anni.

La più giovane alpinista donna a raggiungere la vetta è la sherpa nepalese Ming Kipa, il 24 maggio 2003 a 15 anni.[30] La più giovane non nepalese è la statunitense Samantha Larson, che ha salito l'Everest il 16 maggio 2007 a 18 anni.[31]

L'alpinista più anziano ad aver raggiunto la vetta dell'Everest è il giapponese Yuichiro Miura, il 23 maggio 2013, all'età di 80 anni.[32][33] Prima di lui il record era stato detenuto dal nepalese Min Bahadur Sherchan, il 25 maggio 2008 a 76 anni.[34]

La prima persona ad avere scalato due volte la vetta dell'Everest è stato lo sherpa Nawang Gombu, effettuate il 1º maggio 1963, insieme a Jim Whittaker, primo statunitense in vetta, e il 10 maggio 1965, con una spedizione indiana.[35]

Il record di permanenza in vetta è di 21 ore, stabilito nel 1999 da Babu Chiri Sherpa.[36]

Nel 1990 l'australiano Tim Macartney-Snape, già autore di una nuova via sulla parete nord dell'Everest nel 1984, ha salito l'Everest partendo a piedi dal livello del mare, in tre mesi.[37]

Nel 1996 lo svedese Göran Kropp è divenuto la prima persona a raggiungere l'Everest in bicicletta partendo da casa, scalarlo senza ossigeno e tornare in bicicletta.[38]

Traversate e concatenamenti[modifica | modifica sorgente]

La prima traversata dell'Everest è stata compiuta nel 1963 dagli alpinisti statunitensi Tom Hornbein e Willi Unsoeld che salirono l'Everest dalla cresta ovest, ancora inviolata, e discesero per la cresta sud-est e il Colle Sud. Durante la salita percorsero parte della parete nord, lungo il couloir Hornbein, da allora dedicato all'alpinista.[39]

Nel 2006 Simone Moro ha compiuto la prima solitaria della traversata sud-nord dell'Everest, salendo la cima dal Nepal e scendendo poi in Tibet.[40]

Il concatenamento dell'Everest più ambito è quello con il Lhotse, dal quale è separato dal Colle Sud. È stato realizzato dallo statunitense Michael Horst in ventuno ore il 14 e 15 maggio 2011. Tuttavia l'alpinista ha utilizzato bombole di ossigeno durante la pausa del 14 pomeriggio al Colle Sud e ha usufruito di corde fisse sul Lhotse, preparate dagli sherpa mentre saliva l'Everest.[41]

Il concatenamento Everest-Lhotse è stato tentato più volte, tra gli altri, da Simone Moro. Nel 1997 Moro prova il concatenamento con Anatoli Boukreev. Nel 2000 e 2001 è insieme a Denis Urubko: nel 2000 deve abbandonare per la troppa neve presente lungo la salita verso il Lhotse[42] e nel 2001 in seguito alle troppe fatiche spese per salvare un alpinista nella notte, fatto che per il quale è stato decorato con la medaglia d'oro al valor civile.[43] Nel 2012 abbandona l'impresa per il troppo affolamento lungo la via che conduce al Colle Sud.[44]

Tra il 18 e il 20 maggio 2013 il britannico Kenton Cool è riuscito nel primo concatenamento di Nuptse, Everest e Lhotse, senza passare dal campo base. Partito la mattina del 18 maggio ha salito prima il Nuptse e quindi l'Everest e il Lhotse, dopo due soste al Colle Sud. Ha utilizzato ossigeno supplementare e corde fisse su tutte e tre le montagne. Sull'Everest e sul Lhotse era accompagnato da Dorje Gylgen Sherpa.[45][46]

Vie alpinistiche[modifica | modifica sorgente]

Vie di ascesa alla vetta dell'Everest da nord (giallo) e sud (arancione)

L'Everest ha due percorsi principali di ascesa: la via per il Colle Sud e la cresta sud-est, considerata la via normale e alla quale si accede dal Nepal[47] e la via per il Colle Nord e la cresta nord-est, alla quale si accede dal Tibet.

Il percorso da sud è quello tecnicamente più semplice e anche più utilizzato. Fu il percorso scelto da Hillary e Norgay (i primi scalatori dell'Everest), il 28 maggio 1953; ai tempi la scelta fu costretta in quanto la frontiera tibetana era chiusa dal 1949.

Le ascese vengono effettuate nel periodo primaverile prima dell'inizio del monsone estivo. In questo periodo si verifica anche una modifica della corrente a getto che provoca una riduzione della velocità media del vento in alta montagna. A volte vengono fatti dei tentativi di scalata nel periodo successivo al monsone estivo ma la presenza di neve rappresenta un ostacolo notevole.

A partire dagli anni ottanta la cima dell'Everest è diventata meta frequente di spedizioni commerciali. Il numero di alpinisti che conquistano la cima è aumentato sensibilmente. Lo svantaggio di questa massificazione della scalata dell'Everest è l'inquinamento ambientale da campi base. È anche proporzionalmente aumentato il numero di incidenti, spesso mortali.

Colle Sud e cresta sud-est[modifica | modifica sorgente]

Il campo base nepalese

Le spedizioni che pianificano un'ascesa dal Colle Sud, per la cresta sud-est, solitamente atterrano a Lukla (2 860 m) provenienti da Kathmandu e poi marciano fino al campo base che si trova in Nepal sul versante sud dell'Everest a quota 5 380 m. Il tempo di marcia varia dai sei agli otto giorni, necessari per acclimatarsi in modo da evitare il mal di montagna.

Le attrezzature e i rifornimenti sono trasportati dagli yak e dai portatori fino al campo base sul ghiacciaio del Khumbu.

Gli alpinisti trascorrono un paio di settimane al campo base per acclimatarsi all'altitudine. Durante questo periodo gli sherpa e alcuni alpinisti della spedizione installano le corde e le scale nel pericoloso ghiacciaio del Khumbu. Seracchi e blocchi di ghiaccio mobili lo rendono uno dei tratti più pericolosi dell'intera ascesa della via normale da sud: molti alpinisti e sherpa, infatti, vi hanno perso la vita. Per ridurre il rischio, gli alpinisti di solito cominciano la loro ascesa prima dell'alba. Una volta che la luce solare raggiunge il ghiacciaio, il pericolo aumenta notevolmente. Sopra il ghiacciaio si trova il campo I, detto anche advanced base camp (ABC), a quota 6 065 m.

Dal campo I, gli alpinisti salgono sulla Western Cwm fino alla base del Lhotse dove si trova il campo II a 6 500 m. Il Western Cwm ("Cwm" è una parola gallese che significa "valle a forma di ciotola") è una valle glaciale delimitata dai versanti di Everest, Lhotse e Nuptse relativamente piana con una pendenza molto dolce, contrassegnata da enormi crepacci nel centro che impediscono l'accesso alle quote più elevate del Cwm. Gli alpinisti sono quindi costretti ad attraversare un piccolo passaggio conosciuto come "l'angolo di Nuptse" che si trova all'estrema destra vicino alla base del Nuptse. Il Western Cwm inoltre è denominato "la valle del silenzio" in quanto la topografia della vallata impedisce ai venti di raggiungere l'itinerario dell'arrampicata rendendo, soprattutto nelle giornate serene, il passaggio nel Cwm molto caldo e faticoso.

Alpinisti durante la salita al Colle Sud

Dal campo II gli alpinisti salgono la parete del Lhotse con corde fisse fino a una sporgenza a quota 7 470 m. Da qui sono altri 500 metri fino al campo IV situato sul Colle Sud. Qui si entra nella cosiddetta death zone (zona della morte), la zona in cui la rarefazione dell'ossigeno provoca ipossia. Gli alpinisti hanno al massimo due/tre giorni per tentare di raggiungere la cima. Le condizioni meteorologiche sono un fattore determinante, il cielo sereno e i venti moderati sono importantissimi per tentare la scalata. Se la scalata non è possibile è spesso necessario tornare fino al campo base.

Dal campo IV le scalate delle spedizioni commerciali partono intorno alle 20:00 della sera precedente con la speranza di raggiungere la cima (1 000 m più in alto) entro 10/12 ore, ma consentendo anche ai clienti più lenti di toccare la vetta prima di mezzogiorno, giudicata l'ora limite per un ritorno in sicurezza. La salita avviene dunque quasi completamente di notte, con l'aiuto di una torcia frontale, di una guida esperta che batte la traccia e delle corde fisse sistemate nei punti più pericolosi.

La prima tappa è il "balcone" a quota 8 400 m, un piccolo pianoro. I passaggi successivi sono una serie di gradini (tre step) con neve alta e forte rischio di valanghe, una pericolosa cornice con uno stretto passaggio molto esposto e un salto di roccia alto una decina di metri chiamato Hillary Step a quota 8 760 m. Fu infatti Hillary ad aprire la via in questo tratto durante la prima ascesa all'Everest. Lo step, lento da scalare, provoca imbottigliamenti e ritardi nei giorni in cui la montagna è molto frequentata ed è già successo che qualche alpinista abbia dovuto abbandonare il suo tentativo di vetta per l'eccessivo traffico in questo punto.

Superato il gradino è relativamente semplice giungere in cima. La discesa per tornare al campo IV deve essere immediata per evitare di incorrere nel maltempo tipico delle ore pomeridiane, perciò la maggior parte degli alpinisti resta sulla vetta solo pochi minuti.

Colle Nord e cresta nord-est[modifica | modifica sorgente]

Alpinisti verso il Colle Nord

La prima salita completa della via dal Colle Nord e dalla cresta nord-est fu compiuta da una spedizione cinese nel 1960. Il 25 maggio giunsero in vetta Wang Fu-Chou, Chu Yin-hua e Gongbu (Tibet).[48][49][50]

Le ascese per questa via prevedono l'accesso all'Everest passando dal Tibet (Cina). Le spedizioni raggiungono il ghiacciaio Rongbuck e stabiliscono il campo base a quota 5 150 m su una piana di ghiaia ai piedi del ghiacciaio. Per affrontare la via normale da nord, gli alpinisti risalgono dapprima la morena a est del ghiacciaio e poi deviando nella valle fino ai piedi del Changtse a quota 5 800 m (campo II, noto oggi come Intermediate Camp, IC). Il campo III (oggi Advanced Base Camp, ABC) è più sopra, sotto il Colle Nord a 6 500 m. Per raggiungere il campo IV (oggi Camp 1), è necessario risalire tramite corde fisse il ghiacciaio fino al Colle Nord a 7 050 m. Dal Colle Nord un pendio nevoso conduce alla parete rocciosa che si risale fino al campo V (oggi Camp 2) a 7 775 m. Il percorso prevede poi l'attraversamento di una serie di ripidi pendii prima di raggiungere il campo VI (oggi Camp 3) a 8 230-8 350 m, ormai quasi in cresta. Da qui per raggiungere la vetta si percorrono i 2 km della lunga cresta nord-est, interrotta da alcuni impegnativi gradoni rocciosi (steps), superati i quali (anche con l'aiuto di una famosa scaletta metallica) un'ultima ripida salita porta fino alla cima.

In verde il tracciato della cresta nord-est

La via del versante cinese è più tecnica rispetto a quello nepalese, oltre a essere più esposta ai venti e a costringere gli alpinisti che l'affrontano a stabilire un maggiore numero di campi nella zona della morte, ovvero sopra i 7 800–8 000 m.

Il campo base è servito da una strada che lo collega alla città di Tingri. Questa strada fu costruita dalla Cina negli Anni 1950, ed è tuttora sterrata.[51] Recentemente, presso il famoso monastero di Rongbuck, è stato realizzato un lodge, in architettura moderna.

Nell 1995 fu compiuta la prima salita della cresta nord-est integrale da parte di una spedizione giapponese. L'11 maggio giunsero in vetta Kiyoshi Furuno, Shigeki Imoto e degli sherpa Dawa Tshering, Pasang Kami, Lhakpa Nuru e Nima Dorje.[52]

Parete sud-ovest[modifica | modifica sorgente]

  • Parete sud-ovest - 24 settembre 1975 - Prima salita dei britannici Doug Scott e Dougal Haston e anche prima salita assoluta dei britannici in cima all'Everest. La spedizione era guidata da Chris Bonington, contava di 18 membri e trasportava 20 tonnellate di equipaggiamento. I primi alpinisti raggiunsero il campo base il 21 agosto, e solo 33 giorni dopo, il 24 settembre, fu raggiunta la vetta per la nuova via sulla inviolata parete sud-ovest. Il 26 settembre raggiunsero la cima anche Peter Boardman e il sirdar Pertemba Sherpa. Questi ultimi durante la discesa incontrarono il cameraman Mick Burke che, dopo l'abbandono del suo compagno, voleva tentare di salire in cima da solo, ma da allora fu dato per disperso.[53][54]
  • Pilastro sud - 19 maggio 1980 - Prima salita dei polacchi Jerzy Kukuczka e Andrzej Czok. La via sale tra la quella dei britannici del 1975 e la cresta sud-est. La spedizione era guidata da Andrzej Zawada.[55]
  • Pilastro sud-ovest - 4 maggio 1982 - Prima salita dei russi Eduard Myslovski and Volodya Balyberdin. La via supera una parete rocciosa di 1 800 m, che costituisce il principale pilastro della parete sud-ovest. La spedizione era costituita da 27 alpinisti guidati da A. Ovchinnikov, B. Romanov e E. Tamm. Gli alpinisti fecero uso di ossigeno supplementare ma non di portatori d'alta quota. Furono installati cinque campi, di cui l'ultimo a 8 500 m dove la via si congiunge con la cresta ovest. Nei giorni seguenti un totale di 11 alpinisti della spedizione raggiunse la vetta.[56]
  • Parete sud-ovest di sinistra - 20 maggio 2009 - Prima salita dei coreani Park Young-Seok, Jin Jae-Chang, Kang Ki-Seok and Shin Dong-Min. La via si trova a sinistra della via russa del 1982. Dal campo 4, a 7 800 m, sale parallelamente alla cresta ovest, per poi congiungersi a 8 350 m.[57][58]

Cresta ovest[modifica | modifica sorgente]

  • Cresta ovest e couloir Hornbein - 22 maggio 1963 - Prima salita degli statunitensi Tom Hornbein e Willi Unsoeld. Durante la stessa spedizione fu realizzata anche la prima ascensione dell'Everest degli americani. La spedizione era composta 19 americani e 32 sherpa, guidati dallo svizzero Norman Dyhrenfurth. Furono impiegati 27 tonnellate di materiale, trasportato al campo base da 909 portatori. La spedizione salì l'Everest da due vie, la via dal Colle Sud e la cresta sud-est e la nuova via per la cresta ovest. Passando dalla cresta sud-est la vetta fu raggiunta il 1º maggio dallo sherpa Nawang Gombu e da Jim Whittaker, che divenne così il primo statunitense a salire in cima all'Everest. La mattina del 22 maggio fu la volta di Barry Bishop e Lute Jerstad, che avevano programmato di incontrarsi con Hornbein e Unsoeld, che giungevano dalla nuova via dalla cresta ovest. Tuttavia non avendo notizie dei due compagni, dopo 45 minuti in vetta Bishop e Jerstad ripresero la discesa. Hornbein e Unsoeld raggiunsero la cima solo alle 18:15. Durante la discesa dalla cresta sud-est si ricongiunsero a Bishop e Jerstad. Proseguirono quindi assieme fino alle 12:30 di notte, quando i quattro furono costretti a bivaccare ad alta quota, a 8 500 m, fino alle 4 del giorno dopo. Il freddo causò loro gravi congelamenti, in particolare ad Unsoeld e Bishop, ai quali furono poi amputate le dita dei piedi.[59][60][61]
  • Cresta ovest integrale o via slovena - 13 maggio 1979 - Prima salita degli jugoslavi Nejc Zaplotnik e Andrej Stremfelj. La spedizione era composta da 25 membri e guidata da Tone Škarja. Ang Phu era al comando di 19 sherpa e altri addetti. Dalla Jugoslavia furono portate 18 tonnellate di materiale e 700 portatori si occuparono di trasportarlo al campo base. Il 15 maggio, due giorni dopo l'arrivo in vetta di Zaplotnik e Stremfelj, la cima fu raggiunta anche da Stipe Božić, Stane Belak e Ang Phu. Quest'ultimo perse la vita in seguito a una caduta durante la discesa.[62][63]

Parete nord[modifica | modifica sorgente]

  • Couloir Hornbein diretta - 10 maggio 1980 - Prima salita dei giapponesi Tsuneo Shigehiro e Takashi Ozaki. Si tratta di una delle prime spedizioni sul versante tibetano dopo la riapertura del versante nel 1979 ai paesi non comunisti consentita dalla Cina. È la prima via completamente sulla parete nord e venne effettuata in stile himalayano e con utilizzo di ossigeno. La via supera un primo couloir, da allora detto couloir giapponese, che si ricollega al superiore couloir Hornbein, salito per la prima volta dagli statunitensi Hornbein e Unsoeld nel 1963, che lo raggiunsero traversando dalla cresta ovest.[64] La via ha poche ripetizioni, una delle più famose, per via della velocità, fu quella degli svizzeri Erhard Loretan e Jean Troillet del 1986. L'ascensione avvene tra il 28 al 30 agosto 1986, in una rapidissima salita durata meno di 48 ore, in stile alpino, senza far uso di ossigeno, slegati e senza tende. Partiti alle 22:00 del 28 agosto, insieme a Pierre Béghin e Sandro Godio, che abbandonarono durante la salita, giunsero in vetta 39 ore dopo, alle 13:00 del 30 agosto. Dopo una pausa di novanta minuti in vetta ridiscesero in cinque ore, scivolando in modo controllato lungo il pendio dove possibile.[65][66]
  • Cresta nord e couloir Norton - 20 agosto 1980 - Prima salita di Reinhold Messner in solitaria e senza uso di ossigeno. Questa salita rappresenta anche la prima ascensione in solitaria assoluta dell'Everest. Messner partì il 29 giugno da Lhasa con l'amica fotografa Nena Hòlguin e con l'aiuto di una spedizione minima giunsero al campo base. Le condizioni della neve non erano adatte alla scalata e quindi intraprese un viaggio nel Tibet occidentale fino al 16 agosto. Il 18 agosto, partendo dal campo base avanzato salì fino a circa 7 800 m. Qui trovò troppa neve per proseguire sulla cresta nord e raggiungere la cresta nord-est. Il 19 agosto allora intraprese una traversata della parete fino al couloir Norton, secondo una nuova via che aveva studiato dal campo base. Il 20 agosto raggiunse la vetta alle 15:00.[21]
  • Great Couloir - 3 ottobre 1984 - Prima salita degli australiani Tim Macartney-Snape and Greg Mortimer.[67]
  • Couloir nord-nordest - 20 maggio 1996 - Prima salita dei russi Valeri Kokhanov, Piotr Kuznetsov e Grigori Semikolenov.[68]
  • Parete nord diretta - 30 maggio 2004 - Prima salita dei russi Pasha Shabalin, Ilyas Tuhvatullin e Andrey Mariev.[69][70]

Parete est[modifica | modifica sorgente]

  • American Buttress - 8 ottobre 1983 - Prima salita degli statunitensi Louis Reichardt, Kim Momb e Carlos Buhler.
  • Neverest Buttress - 10 maggio 1988 - Prima salita di una spedizione internazionale di una nuova via che conduce al Colle Sud dal versante est.[71]

Discese in sci e snowboard[modifica | modifica sorgente]

Versante nord[modifica | modifica sorgente]

  • 24 maggio 1996 - Hans Kammerlander compie la prima discesa con gli sci dalla vetta. Dagli 8 600 ai 7 000 m la discesa è stata interrotta da tratti senza sci in seguito all'affiorare di rocce. Prima della discesa Kammerlander aveva salito l'Everest dallo stesso versante nord, senza bombole di ossigeno e in solitaria, nel tempo record di 17 ore.[72]
  • 2001 - Marco Siffredi compie la prima discesa in snowboard, avvenuta lungo il couloir Norton.[73]

Versante sud[modifica | modifica sorgente]

  • 6 maggio 1970 - Yuichiro Miura discende in sci una parte del versante sud, dal Colle Sud alla base del Lhotse e utilizza un paracadute per frenare la discesa.[74][75]
  • settembre 1992 - Pierre Tardivel discende in sci il versante sud dell'Everest dagli 8 760 m della vetta sud.[76]
  • 7 ottobre 2000 - Davo Karničar riesce nella prima discesa in sci senza interruzione dalla cima dell'Everest, effettuata per il versante sud in cinque ore.[77]

Aviazione[modifica | modifica sorgente]

  • 1933: Lady Houston finanzia una formazione di aerei per il sorvolo della vetta.[78]
  • 1988: il 26 settembre alle ore 16:00 Jean-Marc Boivin decolla con un parapendio dalla vetta e atterra al campo II (6 400 m) dopo una planata di 11 minuti.[79]
  • 1991: il 21 ottobre, Andy Elson decolla dai laghi di Gokyo in Nepal, con un co-pilota e il cameramen Eric Jones, e sorvola per primo la cima dell'Everest con una mongolfiera, atterrando in Tibet.[80]
  • 2001: il 22 maggio, Claire Bernier con Zebulon Roche decollano dalla cima dell'Everest con un parapendio biposto e atterrano al campo base avanzato (versante nord) a 6 400 m, dopo 8 minuti di planata.[79]
  • 2004: il 24 maggio, Angelo D'Arrigo, dopo essere decollato dall'aviosuperficie di Periche in Nepal al traino di un deltaplano a motore (pendolare), effettua il primo sorvolo in deltaplano della cima.[81]
  • 2005: il 12 maggio, il pilota collaudatore Didier Delsalle decolla dal versante nepalese alla guida di un elicottero Eurocopter AS350 Écureuil B3 di serie, e atterra per la prima volta al Colle Sud a 7 925 m. Due giorni dopo, il 14 maggio, Delsalle decolla nuovamente da Lukla e atterra sulla vetta dell'Everest, appoggiando per alcuni minuti i pattini sulla cresta nevosa.[82][83]

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

  • Wings Over Everest - 1935 - Diretto da Geoffrey Barkas, Ivor Montagu - 40'[84]
  • Mount Everest - 1953 - di André Roch e Norman Dyhrenfurth - Premio Genziana d'oro al Trento Filmfestival del 1953[85]
  • The Man Who Skied Down Everest - 1975 - Diretto da Bruce Nyznik, Lawrence Schiller - 86'[86]
  • Everest Unmasked - 1978 - Diretto da Leo Dickinson - 52'[87]
  • Everest - Sea to summit - 1993 - di Michael Dillon - Premio Genziana d'oro al Trento Filmfestival del 1993[85]
  • Into Thin Air: Death on Everest - 1997 - Diretto da Robert Markowitz - 90'[88]
  • Everest - 1998 - Diretto da David Breashears, Stephen Judson, Greg MacGillivray - 44'[89]
  • L'Everest à tout prix - 1999 - Diretto da Jean Afanassieff - 52'[90]
  • Dispersi sull'Everest - Il mistero di Mallory e Irvine - 2000 - di Peter Firstbrook - 50'[91]
  • Everest. Una sfida lunga 50 anni - 2003 - Prodotto da National Geographic[92]
  • Flying over Everest - 2004 - Prodotto da SD Cinematografica
  • Everest - 2007 - Diretto da Graeme Campbell[93]

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

L'8 maggio 2008 una spedizione di alpinisti cinesi è riuscita nell'impresa di portare la fiaccola olimpica di Pechino 2008 sulla vetta dell'Everest dopo alcuni precedenti tentativi falliti a causa delle avverse condizioni meteorologiche.[94][95]

China Mobile in collaborazione con Huawei lo scorso 11 giugno 2013 hanno terminato i lavori per portare una connessione veloce a 5200 metri con tecnologia LTE.[96].

Galleria[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Definite dal New York Times, "le tre parole più clebri nell'alpinismo" [1]
  2. ^ (EN) Mount Everest, britannica.com. URL consultato il 10 marzo 2013.
  3. ^ Reynolds, op. cit., pp. 218-219
  4. ^ Giorgio Poretti, Roberto Mandler, 160 anni di misure in MontagnaNews, n. 1, 2012, pp. p. 2. URL consultato l'11 marzo 2013.
  5. ^ Serafino Ripamonti, Cima dell'Everest per la spedizione K2-2004, planetmountain.com, 24 maggio 2004. URL consultato il 9 marzo 2013.
  6. ^ Giorgio Poretti, Roberto Mandler, Marco Lipizer, L'altezza delle montagne: una nuova misura di quota del Monte Everest, 24 maggio 2004. URL consultato l'8 marzo 2013.
  7. ^ Corretta dai cinesi l'altezza dell'Everest la montagna è più bassa di 3,7 metri, repubblica.it, 9 ottobre 2005. URL consultato l'8 marzo 2013.
  8. ^ Everest, quando l’altezza è un’opinione, montagna.tv, 11 ottobre 2005. URL consultato l'8 marzo 2013.
  9. ^ (EN) Manuel Lugli, Himalayan expedition news 2001, planetmountain.com, 1º aprile 2001. URL consultato l'11 marzo 2013.
  10. ^ Scandellari, op. cit., pp. 34-36
  11. ^ Everest: top per Manuela Di Centa!, planetmountain.com, 23 maggio 2003. URL consultato l'8 marzo 2013.
  12. ^ (EN) Andrzej Zawada, Mount Everest The First Winter Ascent in Alpine Journal, 1984. URL consultato il 12 marzo 2013.
  13. ^ Scandellari, op. cit., p. 211
  14. ^ Guido Monzino in Treccani.it - Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011.
  15. ^ AA. VV. La montagna, op. cit., p. 60
  16. ^ Mario Fantin, Everest in Tricolore sulle più alte vette, Club Alpino Italiano, 1975, pp. 68-70.
  17. ^ Everest: rimosso l’elicottero italiano schiantato a 6100 metri, montagna.tv, 4 giugno 2009. URL consultato il 13 marzo 2013.
  18. ^ Everest 1973: gli elicotteri di Monzino, montagna.tv, 4 giugno 2009. URL consultato il 13 marzo 2013.
  19. ^ (EN) Everest 1973 Expedition and the Everest Helicopter!, everestnews.com. URL consultato il 13 marzo 2013.
  20. ^ Messner, Sopravvissuto, op. cit., pp. 73-76
  21. ^ a b Messner, Sopravvissuto, op. cit., pp. 76-79
  22. ^ (EN) Mark Moran, Tom Whittaker & Everest: A Disabled Climber Reflects, mountainzone.com. URL consultato il 9 marzo 2013.
  23. ^ (EN) Erik Weihenmayer, Interview, Blind Man Climbs Seven Summits, mountainzone.com. URL consultato il 9 marzo 2013.
  24. ^ (EN) Routes - Everest, 8000ers.com, 24 settembre 2011. URL consultato l'8 marzo 2013.
  25. ^ (EN) Fatalities - Everest, 8000ers.com, 6 maggio 2011. URL consultato l'8 marzo 2013.
  26. ^ (EN) Keese Lane, Apa Sherpa Summits Everest 21 Times, alpinist.com, 11 maggio 2011. URL consultato l'8 marzo 2013.
  27. ^ Silvio Mondinelli, Alpinismo d'alta quota, Hoepli, 2009, p. 100. ISBN 978-88-203-4395-8.
  28. ^ A 13 anni sul tetto del mondo Il più giovane a scalare l'Everest, repubblica.it, 22 maggio 2010. URL consultato l'8 marzo 2013.
  29. ^ (EN) Himalayan Database Expedition Archives, himalayandatabase.com. URL consultato l'8 marzo 2013.
  30. ^ (EN) Luke Harding, Teenage girl conquers Everest, 50 years on, guardian.co.uk, 25 maggio 2003. URL consultato il 9 marzo 2013.
  31. ^ Francesco Tortora, A 18 anni sulle vette dei sette continenti, corriere.it, 21 maggio 2007. URL consultato il 9 marzo 2013.
  32. ^ (EN) Oldest person to climb Mt Everest (male), guinnessworldrecords.com. URL consultato il 20 agosto 2013.
  33. ^ Sara Sottocornola, È record: Mr. Miura in vetta all'Everest a 80 anni, montagna.tv, 23 maggio 2013. URL consultato il 19 agosto 2013.
  34. ^ (EN) Oldest Mt Everest climber: Nepalese man, 76, conquers world's highest peak, telegraph.co.uk, 24 novembre 2009. URL consultato l'8 marzo 2013.
  35. ^ (EN) The Sherpas of Everest Series: Nawang Gombu Sherpa, everesthistory.com. URL consultato l'11 marzo 2013.
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  38. ^ (EN) Dave Birkland and Craig Welch, Adventurer is killed in fall: Göran Kropp was elite climber, skier, cyclist, seattletimes.nwsource.com. URL consultato l'11 marzo 2013.
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  41. ^ (EN) Dan Schwartz, Everest and Lhotse in 21 Hours, alpinist.com, 19 maggio 2011. URL consultato il 10 marzo 2013.
  42. ^ Simone Moro e Denis Urubku in cima all'Everest, planetmountain.com, 26 maggio 2000. URL consultato il 9 marzo 2013.
  43. ^ Traversata Lhotse-Everest, planetmountain.com, 24 maggio 2001. URL consultato il 9 marzo 2013.
  44. ^ Vinicio Stefanello, Everest come Gardaland, intervista a Simone Moro dopo la rinuncia al progetto di salire Everest e Lhotse, planetmountain.com, 24 maggio 2012. URL consultato il 9 marzo 2013.
  45. ^ Nuptse, Everest e Lhotse per Kenton Cool e Dorje Gylgen Sherpa, planetmountain.com, 21 maggio 2013. URL consultato il 3 giugno 2013.
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  51. ^ Reinhold Messner, Asfalto per far passare la fiaccola olimpica Così seppelliranno la magia dell' Everest, gazzetta.it, 25 giugno 2007. URL consultato l'8 marzo 2013.
  52. ^ (EN) Kaneshige Ikeda, The northeast ridge of everest, himalayanclub.org. URL consultato il 12 marzo 2013.
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  55. ^ Roberto Mantovani, Alpinismo in Himalaya in Rivista della Montagna, n. 41, ottobre 1980, pp. p. 171.
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  62. ^ Ugo Manera, Informazioni alpinistiche in Rivista della Montagna, n. 38, febbraio 1980, pp. p. 236.
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  64. ^ (EN) Kenneth Pletcher, The Britannica Guide to Explorers and Explorations That Changed the Modern World, The Rosen Publishing Group, 2009, p. 256. ISBN 978-1-61530-028-0.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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