Nanga Parbat
| Nanga Pàrbat | |
|---|---|
| Nanga Parbat vista aerea | |
| Paese | |
| Altezza | 8.125 m s.l.m. |
| Catena | Himalaya |
| Coordinate | 35°14′21″N 74°35′24″E / 35.239167°N 74.590000°E |
| Altri nomi e significati | Nangaparbat Peak Diamir |
| Data prima ascensione | 3 luglio, 1953 |
| Autore/i prima ascensione | Hermann Buhl |
| Mappa di localizzazione | |
Coordinate: 35°14′21″N 74°35′24″E / 35.239167°N 74.590000°E
Il Nanga Pàrbat (conosciuto anche come Nangaparbat Peak o Diamir) è la nona montagna più alta della Terra (8125 metri s.l.m). Nanga Parbàt significa "montagna nuda" in lingua urdu mentre gli sherpa, gli abitanti della regione himalayana, la chiamano "la mangiauomini" o la "montagna del diavolo". Il toponimo Diamir, utilizzato localmente, significa re delle montagne.[1]
È il secondo ottomila (dopo Annapurna) per indice di mortalità ovvero rapporto tra vittime ed ascensioni tentate, con un valore che si aggira intorno al 28% tanto da essere spesso soprannominata anche the killer mountain (la montagna assassina).[2] Pur essendo molto più vicino agli Ottomila del Karakorum di quanto lo sia rispetto a quelli dell'Himalaya propriamente detto, non vi fa parte per il fatto di trovarsi sul lato sud della valle dell'Indo.
Indice |
[modifica] Caratteristiche
La montagna è impostata su una lunga dorsale principale, che compie un lungo arco con la concavità rivolta verso nord.[3]
L'arco origina a nord-est, con lo sperone Chongra, che sale al Chongra Peak ed alle sue vette secondarie (Chongra Peak centrale e Chongra Peak meridionale). Qui la dorsale piega assumendo un andamento prima verso sud-ovest, poi direttamente verso ovest, giungendo alla vetta principale. Da qui, la cresta prosegue, prima in direzione ovest, poi in direzione ovest-nord-ovest, lasciando a sud lo sperone Mazeno, ed andando progressivamente a digradare.[3] Lo sperone Mazeno è considerato la cresta più lunga del mondo; l'ascensione alla vetta per questa cresta è un itinerario non ancora completato.[4]
Dalla vetta dirama una dorsale secondaria, che si dirige verso nord, poi piega decisamente verso ovest raggiungendo il Galano Peak; da qui digrada in direzione ovest, lungo lo sperone Galano. Dal Galano Peak si diparte una cresta secondaria, lo sperone Jalipur, che digrada verso nord.[3]
Le dorsali isolano idealmente tre zone della montagna:[3]
- a nord-ovest la parete Diamir, ove si trova anche la vetta secondaria settentrionale (North Peak); scende abbastanza decisamente verso il ghiacciaio Diamir, che poi prosegue verso il fondovalle in direzione ovest-sud-ovest affiancato dagli speroni Mazeno e Galano. La base della parete è rocciosa, mentre nelle zone superiori è costituita da ampi ghiacciai.[5]
- a nord-est la parete Rakhiot, che scende piuttosto scoscesa in direzione nord verso il ghiacciaio Rakhiot, circondato dagli speroni Chongra e Jalipur. La parete Rakhiot sale di oltre 7000 metri dal fondovalle dell'Indo, distante circa 27 km in linea d'aria dalla vetta; ciò ne fa uno dei dieci maggiori dislivelli della Terra.[6]
- a sud-sud-est la parete Rupal, estremamente scoscesa, che scende con pendenza elevata e costante per circa 4.500 m fino al sottostante fondovalle. Si tratta della parete montana più alta del mondo.[5]
[modifica] Alpinismo
[modifica] Primi tentativi
Il Nanga Parbat attirò tentativi di scalata relativamente presto.
Nel 1895 Albert Mummery condusse una spedizione che raggiunse i 7000 m dal versante Diamir. Più tardi morì insieme a due Gurkha mentre tentava di esplorare una via per passare al versante Rakhiot.[7]
La prima spedizione tedesca fu nel 1932 condotta da Willy Merkl.[8] Una successiva spedizione tedesca nel 1934 si concluse in tragedia, con la morte di tre alpinisti e sei sherpa bloccati ad alta quota da una tormenta. Nel 1937 vi fu un'ulteriore spedizione tedesca, guidata da Karl Wien; anche questa spedizione ebbe un esito tragico quando intorno al 14 giugno una valanga travolse il campo IV uccidendo sette alpinisti e nove sherpa. Seguì un'altra spedizione tedesca nel 1938, che però fu bloccata nel maltempo. Nel 1939 una spedizione tedesca guidata da Heinrich Harrer, il salitore della nord dell'Eiger, cominciò ad effettuare una ricognizione preliminare, ma lo scoppio della seconda guerra mondiale bloccò le operazioni, e lo stesso Harrer fu internato in un campo di prigionia in India.[7]
Prima della prima ascensione al Nanga Parbat del 1953, 31 persone erano già morte nel tentativo.[7]
[modifica] La prima ascensione
Il Nanga Parbat fu scalato per la prima volta il 3 luglio 1953 dall'alpinista austriaco Hermann Buhl con una spedizione austro-tedesca guidata da Karl Maria Herrligkoffer. Il versante prescelto fu il Rakhiot a nord-est, passando per la Sella d'Argento e il SilberPlateau. Si tratta del primo ed unico ottomila raggiunto in prima assoluta da un solo scalatore - Buhl infatti compì l'ascensione da solo a partire dall'ultimo campo - e anche il primo senza l'uso di ossigeno.[8] La via originale di Hermann Buhl è stata ripetuta una sola volta, nel 1971.[4]
[modifica] Altre imprese notevoli
Nel 1940 Aurel Stein, archeologo ed esploratore britannico, sorvolò a 78 anni il Nanga Parbat a bordo di un aereo.
La seconda ascensione della montagna fu portata a termine nel 1962 da una squadra tedesca composta da Toni Kinshofer, Sigfried Löw e Anderl Mannhardt. I tre salirono per la parete Diamir, evitandone il centro, soggetto a valanghe, e risalendo invece uno sperone secondario sulla sinistra della parete (destra orografica). Questa via è oggi considerata la via normale.[6]
Al seguito di una spedizione guidata da Herrligkoffer, Reinhold Messner e suo fratello Günther nel giugno 1970 furono i primi a conquistare la cima salendo dal difficile versante meridionale, il Rupal, considerata fra le più alte pareti del mondo. I fratelli Messner, a causa della stanchezza accumulata da Günther durante la salita e della scarsa attrezzatura, dopo aver conquistato la vetta decisero di scendere per il più agevole versante ovest, il Diamir, allora ancora inesplorato. La traversata che fecero è da considerarsi un'eccezionale impresa alpinistica. Dopo aver bivaccato più giorni all'aperto, quando erano quasi arrivati alle pendici della montagna, Günther Messner fu però travolto da una valanga e morì. Questa versione fu contestata da alcuni e ne seguirono vivaci polemiche che accusarono Reinhold Messner di aver abbandonato il fratello alla ricerca dell'eccezionale impresa di traversata alpinistica. Il ritrovamento della salma di Günther nell'agosto 2005 esattamente nel luogo indicato da Reinhold, ovvero quasi giunti alla salvezza, confermò precisamente la sua versione e dissipò ogni calunnia.
Lo stesso Messner nel 1978 compì la prima ascensione in totale solitaria a partire dal campo base (e in assoluto la prima solitaria in stile alpino ad un ottomila) raggiungendo la vetta dal versante Diamir lungo una via nuova.
Nell’estate del 1990, lo scalatore italiano Hans Kammerlander fu il primo a raggiungere la vetta e scendere a valle con gli sci.
Nel 2005, in poco più di una settimana, venne aperta finalmente una via diretta sulla parete Rupal, la più alta parete del mondo, sulla quale la cordata Steve House - Vince Anderson aprì una via lunga 4100 metri. Tale ascensione consegnò ai due alpinisti americani la quindicesima Piolet d'Or.[9]
Karl Unterkircher, noto scalatore di Selva di Val Gardena, perse la vita cadendo in un crepaccio il 15 luglio 2008 mentre cercava di aprire una nuova via sul versante Rakhiot assieme a Simon Kehrer della val Badia e Walter Nones della val di Fiemme[10].
[modifica] Via normale
L'attuale via normale è la via Kinshofer sulla parete Diamir, a nord-ovest; è considerata la via più facile e sicura.[4]
[modifica] Voci correlate
- Nanga Parbat - film tedesco del 2010
[modifica] Note
- ^ Encyclopaedia Britannica (consultabile online)
- ^ (EN) 8000ers.com - statistiche di mortalità degli Ottomila al luglio 2008
- ^ a b c d Servizio Cartografico Militare degli Stati Uniti d'America - India e Pakistan - foglio ni-43-2 - Gilgit (disponibile online)
- ^ a b c summitpost.org - Nanga Parbat
- ^ a b everestnews.com - Nanga Parbat
- ^ a b Visit Pakistan online - Nanga Parbat
- ^ a b c (EN) Absolute Astronomy - Nanga Parbat
- ^ a b Hermann Buhl, È buio sul ghiacciaio, con i diari alle spedizioni al Nanga Parbat, al Broad Peak e al Chogolisa, a cura di Kurt Diemberger, Corbaccio, 2007, ISBN 978-88-7972-871-3
- ^ (EN) planetmountain.com - XV Piolet d'or to Steve House and Vincent Anderson
- ^ http://www.vb33.it/news/se1216203839.htm
[modifica] Altri progetti
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Nanga Parbat
|
|