Nanga Parbat

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
bussola Disambiguazione – Se stai cercando il film del 2010, vedi Nanga Parbat (film).
Nanga Pàrbat
Nanga Parbat from air.jpg
Nanga Parbat vista aerea
Stato Pakistan Pakistan
Provincia Gilgit-Baltistan
Altezza 8.125 m s.l.m.
Catena Himalaya
Coordinate 35°14′21″N 74°35′24″E / 35.239167°N 74.59°E35.239167; 74.59Coordinate: 35°14′21″N 74°35′24″E / 35.239167°N 74.59°E35.239167; 74.59
Altri nomi e significati Nangaparbat Peak
Diamir
Data prima ascensione 3 luglio, 1953
Autore/i prima ascensione Hermann Buhl
Mappa di localizzazione
Mappa di localizzazione: Pakistan
Nanga Pàrbat

Il Nanga Pàrbat (conosciuto anche come Nangaparbat Peak o Diamir) è la nona montagna più alta della Terra con i suoi 8125 metri s.l.m situata in Pakistan.

È il secondo ottomila (dopo l'Annapurna) per indice di mortalità, ovvero rapporto tra vittime ed ascensioni tentate, con un valore che si aggira intorno al 28%, tanto da essere spesso soprannominata anche the killer mountain (la montagna assassina).[1] Pur essendo molto più vicino agli ottomila del Karakorum di quanto lo sia rispetto a quelli dell'Himalaya propriamente detto, non vi fa parte per il fatto di trovarsi sul lato sud della valle dell'Indo, ed è perciò considerato l'unico ottomila del Kashmir.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Toponimo[modifica | modifica sorgente]

Nanga Parbàt significa "montagna nuda" in lingua urdu mentre gli sherpa, gli abitanti della regione himalayana, la chiamano "la mangiauomini" o la "montagna del diavolo". Il toponimo Diamir, utilizzato localmente, significa re delle montagne.[2]

Conformazione[modifica | modifica sorgente]

La montagna è impostata su una lunga dorsale principale, che compie un lungo arco con la concavità rivolta verso nord.[3]

L'arco origina a nord-est, con la cresta Chongra, che sale al Chongra Peak ed alle sue vette secondarie (Chongra Peak centrale e Chongra Peak meridionale). Qui la dorsale piega assumendo un andamento prima verso sud-ovest, poi direttamente verso ovest, giungendo alla vetta principale. Da qui, la cresta prosegue, prima in direzione ovest, poi in direzione ovest-nord-ovest, lasciando a sud la cresta Mazeno, ed andando progressivamente a digradare.[3] La cresta Mazeno è considerata la più lunga del mondo.

Dalla vetta dirama una dorsale secondaria, che si dirige verso nord, poi piega decisamente verso ovest raggiungendo il Galano Peak; da qui digrada in direzione ovest, lungo la cresta Ganalo. Dal Ganalo Peak si diparte una cresta secondaria, la cresta Jiliper, che digrada verso nord.[3]

Le dorsali isolano idealmente tre zone della montagna:[3]

  • a nord-ovest la parete Diamir, ove si trova anche la vetta secondaria settentrionale (North Peak); scende abbastanza decisamente verso il ghiacciaio Diamir, che poi prosegue verso il fondovalle in direzione ovest-sud-ovest affiancato dagli speroni Mazeno e Ganalo. La base della parete è rocciosa, mentre nelle zone superiori è costituita da ampi ghiacciai;[4]
  • a nord-est la parete Rakhiot, che scende piuttosto scoscesa in direzione nord verso il ghiacciaio Rakhiot, circondato dagli speroni Chongra e Jiliper. La parete Rakhiot sale di oltre 7000 metri dal fondovalle dell'Indo, distante circa 27 km in linea d'aria dalla vetta; ciò ne fa uno dei dieci maggiori dislivelli della Terra;
  • a sud-sudest la parete Rupal, estremamente scoscesa, che scende con pendenza elevata e costante per circa 4.500 m fino al sottostante fondovalle. Si tratta della parete montana più alta del mondo.[4]

Ascensioni[modifica | modifica sorgente]

Primi tentativi[modifica | modifica sorgente]

Il Nanga Parbat attirò tentativi di scalata relativamente presto.

Nel 1895 Albert Mummery condusse una spedizione che raggiunse i 7.000 m dal versante Diamir. Più tardi morì insieme a due Gurkha mentre tentava di esplorare una via per passare al versante Rakhiot.[5]

La prima spedizione tedesca fu nel 1932 condotta da Willy Merkl. Una successiva spedizione tedesca nel 1934 si concluse in tragedia, con la morte di Willo Welzenbach, Willy Merkl e Alfred Drexel, e di sei portatori sherpa bloccati ad alta quota da una tormenta.[6]

Nel 1937 vi fu un'ulteriore spedizione tedesca, guidata da Karl Wien; anche questa spedizione ebbe un esito tragico quando intorno al 14 giugno una valanga travolse il campo IV uccidendo sette alpinisti e nove sherpa.[7] Quella del 1937 è ricordata come la stagione con il maggior numero di decessi su un Ottomila, dopo quella del 1972 sul Manaslu.[8]

Seguì un'altra spedizione tedesca nel 1938, che però fu bloccata nel maltempo. Nel 1939 una spedizione tedesca guidata da Peter Aufschnaiter, e di cui faceva anche parte Heinrich Harrer, uno dei primi salitori della parete nord dell'Eiger, cominciò ad effettuare una ricognizione preliminare. Lo scoppio della seconda guerra mondiale bloccò le operazioni, e lo stesso Harrer fu internato in un campo di prigionia in India.[9]

Prima della prima ascensione al Nanga Parbat del 1953, 31 persone erano già morte nel tentativo.

Prima ascensione[modifica | modifica sorgente]

La prima ascensione fu compiuta il 3 luglio 1953 dall'alpinista austriaco Hermann Buhl con una spedizione austro-tedesca guidata da Karl Maria Herrligkoffer. Il versante prescelto fu il Rakhiot a nord-est, passando per la Sella d'Argento e il SilberPlateau. Si tratta del primo ed unico ottomila raggiunto in prima assoluta da un solo scalatore (Buhl infatti compì l'ascensione da solo a partire dall'ultimo campo) e anche il primo senza l'uso di ossigeno.[10]

La via fu ripetuta con successo solo dopo 18 anni, il 7 luglio 1971, da Michal Orolin e Ivan Fiala, facenti parte di una spedizione cecoslovacca.[11]

Prima ascensione femminile[modifica | modifica sorgente]

La prima ascensione femminile fu compiuta il 27 giugno 1984 dalla francese Liliane Barrard, salita insieme al marito Maurice.[12]

La prima donna italiana a raggiungere la cima del Nanga Parbat è stata Nives Meroi nel 1998.[13]

Prima ascensione invernale[modifica | modifica sorgente]

Al 2013 la prima ascensione invernale del Nanga Parbat non è ancora stata realizzata. È stata tentata, tra gli altri, nell'inverno 2011-2012 da Simone Moro e Denis Urubko[14] e nell'inverno 2012-2013 da Daniele Nardi e Elisabeth Revol.[15]

Nel dicembre 2013 parte una seconda spedizione di Simone Moro, accompagnato da David Goettler, che si è conclusa senza successo.[16]

Nell'inverno 2014 Daniele Nardi, questa volta in solitaria, ritenta la vetta passando da quello che è ritenuto da molti l'impossibile Sperone Mummery. Tentativo anche questo fallito.[17]

Altre salite[modifica | modifica sorgente]

La seconda ascensione della montagna fu portata a termine nel 1962 da una squadra tedesca composta da Toni Kinshofer, Sigfried Löw e Anderl Mannhardt. I tre salirono per la parete Diamir, evitandone il centro, soggetto a valanghe, e risalendo invece uno sperone secondario sulla sinistra della parete (destra orografica). Questa via è oggi considerata la via normale.[18]

Al seguito di una spedizione guidata da Herrligkoffer, Reinhold Messner e suo fratello Günther nel giugno 1970 furono i primi a conquistare la cima salendo dal difficile versante meridionale, il Rupal, considerata la più alta parete del mondo. I fratelli Messner, a causa della stanchezza accumulata da Günther durante la salita e della scarsa attrezzatura, dopo aver conquistato la vetta decisero di scendere per il più agevole versante ovest, il Diamir, allora ancora inesplorato. La traversata che fecero è da considerarsi un'eccezionale impresa alpinistica. Dopo aver bivaccato più giorni all'aperto, quando erano quasi arrivati alle pendici della montagna, Günther Messner fu però travolto da una valanga e morì. Questa versione fu contestata da alcuni e ne seguirono vivaci polemiche che accusarono Reinhold Messner di aver abbandonato il fratello alla ricerca dell'eccezionale impresa di traversata alpinistica. Il ritrovamento della salma di Günther nell'agosto 2005 esattamente nel luogo indicato da Reinhold, ovvero quasi giunti alla salvezza, confermò precisamente la sua versione e dissipò ogni calunnia.[19][20]

Lo stesso Messner nel 1978 compì la prima ascensione in totale solitaria a partire dal campo base (e in assoluto la prima solitaria in stile alpino ad un ottomila) raggiungendo la vetta dal versante Diamir lungo una via nuova.

Nel 2005, in poco più di una settimana, venne aperta finalmente una via diretta sulla parete Rupal, la più alta parete del mondo, sulla quale la cordata Steve House - Vince Anderson aprì una via lunga 4100 metri. Tale ascensione valse ai due alpinisti americani il quindicesimo Piolet d'Or.[21]

Il 15 luglio 2008 perse la vita Karl Unterkircher cadendo in un crepaccio, mentre era impegnato ad aprire una nuova via sul versante Rakhiot insieme a Simon Kehrer e Walter Nones.[22][23]

Il 15 luglio 2012 l'alpinista scozzese Sandy Allan e l'inglese Rick Allen realizzano la prima salita della cresta sud-ovest, la cresta Mazeno, che separa la parete nord-ovest, detta Diamir, da quella sud-est, detta Rupal. L'attacco finale è iniziato il 2 luglio dal campo base, al quale i due sono ritornati il 19 luglio.[24]

Vie alpinistiche[modifica | modifica sorgente]

Via normale[modifica | modifica sorgente]

L'attuale via normale è la via Kinshofer sulla parete Diamir, a nord-ovest; è considerata la via più facile e sicura.

Discese in sci[modifica | modifica sorgente]

La prima discesa in sci fu compiuta lungo la parete Diamir nell'estate 1990 da Hans Kammerlander e dallo svizzero Diego Wellig, fermatosi quest'ultimo in salita alla cima nord.[25]

Aviazione[modifica | modifica sorgente]

Nel 1940 Aurel Stein, archeologo ed esploratore britannico, sorvolò a 78 anni il Nanga Parbat a bordo di un aereo.[26]

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

  • Nanga Parbat - 1936 - Diretto da Frank Leberecht[27]
  • Nanga Parbat - 1953 - Diretto da Hans Ertl - 100'[28]
  • The Climb - 1986 - Diretto da Donald Shebib - 90'[29]
  • Nanga Parbat - 2010 - Diretto da Joseph Vilsmaier - 104'[30]
  • Nanga Parbat - La storia in montagna - 2010 - Diretto da Marta Saviane, Marco Melega, prodotto da Rai Educational - 56', documentario di La storia siamo noi[31]

Galleria[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (EN) Eberhard Jurgalski, All 8000ers - Ascents vs fatalities, 8000ers.com, 19 giugno 2008. URL consultato il 24 marzo 2013.
  2. ^ Nanga Parbat, britannica.com. URL consultato il 24 marzo 2013.
  3. ^ a b c d (EN) U.S. Army Map Service, utexas.edu. URL consultato il 24 marzo 2013.
  4. ^ a b (EN) Nanga Parbat: Some background and History, everestnews.com. URL consultato il 24 marzo 2013.
  5. ^ (EN) Charles Granville Bruce, The passing of Mummery, himalayanclub.org, 1º aprile 1931. URL consultato il 24 marzo 2013.
  6. ^ (EN) Fritz Bechtold, The german himalayan expedition to Nanga Parbat, 1934, himalayanclub.org, 1º aprile 1935. URL consultato il 24 marzo 2013.
  7. ^ (EN) Paul Bauer, Nanga Parbat, 1937, himalayanclub.org. URL consultato il 24 marzo 2013.
  8. ^ 8000ers-seasons-with-most-fatalities
  9. ^ (EN) Lutz Chicken, Nanga Parbat reconnaissance, 1939, himalayanclub.org. URL consultato il 24 marzo 2013.
  10. ^ Hermann Buhl, È buio sul ghiacciaio, con i diari alle spedizioni al Nanga Parbat, al Broad Peak e al Chogolisa, a cura di Kurt Diemberger, Corbaccio, 2007, ISBN 978-88-7972-871-3
  11. ^ (EN) Michal Orolin, The second czechoslovac Tatra expedition to the Himalaya - Nanga Parbat (8,125 m.), 1971, himalayanclub.org. URL consultato il 24 marzo 2013.
  12. ^ (EN) The Himalayan Club Newsletter in The Himalayan Club Newsletter, 1985, pp. p. 18. URL consultato il 24 marzo 2013.
  13. ^ Vinicio Stefanello, Nives Meroi, la montagna, gli 8000 e la fantasia, planetmountain.com, 6 giugno 2000. URL consultato il 24 marzo 2013.
  14. ^ Nanga Parbat in inverno: fine della spedizione di Moro e Urubko, planetmountain.com, 14 febbraio 2012. URL consultato il 24 marzo 2013.
  15. ^ Valentina d'Angella, Invernale al Nanga Parbat, finita la spedizione di Daniele Nardi, montagna.tv, 14 febbraio 2013. URL consultato il 24 marzo 2013.
  16. ^ Nanga Parbat, David Göttler al campo base dopo il tentativo di vetta | Montagna.TV
  17. ^ http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-03-08/moro-e-nardi-si-arrendono-nanga-parbat-solo-polacchi-sperano-ancora-prima-invernale-130613.shtml?uuid=ABA5fg1.
  18. ^ (EN) Dr. Karl M. Herrligkoffer, The Diamir face of Nanga Parbat, himalayanclub.org. URL consultato il 24 marzo 2013.
  19. ^ Nanga Parbat, Messner non abbandono’ il fratello, montagna.tv, 18 agosto 2005. URL consultato il 24 marzo 2013.
  20. ^ Francesca Colesanti, Sul Nanga Parbat è stato ritrovato il corpo di Guenther Messner scomparso 35 anni fa, planetmountain.com, 18 agosto 2005. URL consultato il 24 marzo 2013.
  21. ^ XV Piolet d'or a Steve House e Vincent Anderson, planetmountain.com, 13 febbraio 2006. URL consultato il 24 marzo 2013.
  22. ^ Karl Unterkircher scomparso sul Nanga Parbat, planetmountain.com, 17 luglio 2008. URL consultato il 24 marzo 2013.
  23. ^ Nanga: la maledetta parete Rakhiot, montagna.tv, 16 luglio 2008. URL consultato il 24 marzo 2013.
  24. ^ Mazeno Ridge: Sandy Allan e Rick Allen sono al campo base. Confermata la vetta del Nanga Parbat!, planetmountain.com, 19 luglio 2012. URL consultato il 20 luglio 2012.
  25. ^ Piero Tirone, Nanga Parbat, sulla scia della paura in ALP, nº 66, ottobre 1990, pp. pp. 16-19.
  26. ^ (EN) Jeannette Mirsky, Sir Aurel Stein, University of Chicago Press, 1998, p. 524, ISBN 978-0-226-53177-9.
  27. ^ (EN) Nanga Parbat in Internet Movie Database, IMDb.com Inc.
  28. ^ (EN) Nanga Parbat in Internet Movie Database, IMDb.com Inc.
  29. ^ (EN) The Climb in Internet Movie Database, IMDb.com Inc.
  30. ^ (EN) Nanga Parbat in Internet Movie Database, IMDb.com Inc.
  31. ^ Nanga Parbat - La storia in montagna, lastoriasiamonoi.rai.it. URL consultato il 18 marzo 2013.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]