Archivio

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« [L'archivio è] una struttura permanente che raccoglie, inventaria e conserva documenti originali di interesse storico e ne assicura la consultazione per finalità di studio e di ricerca. »
(Codice dei beni culturali e del paesaggio - Decreto Legislativo n. 42 del 22 gennaio 2004, art. 101 comma 2, lettera c)

Per archivio si intende un complesso ordinato e sistematico di atti, scritture e documenti prodotti e/o acquisiti da un soggetto pubblico o privato (ente, istituzione, famiglia o individuo nel normale esercizio delle proprie funzioni), durante lo svolgimento della propria attività, e custoditi in funzione del loro valore di attestazione e di tutela di un determinato interesse.[1] L'interesse potrà essere di varia natura: politico-sociale (amministrativo, giudiziario, scientifico, militare, religioso...) o patrimoniale.[1]

In secondo luogo, per estensione, si è chiamato "archivio" anche il locale destinato alla loro conservazione e l'ufficio, organo o ente cui è affidata istituzionalmente la conservazione, tutela e valorizzazione dei documenti storici.

Definizioni[modifica | modifica sorgente]

Uno schedario

Secondo un'etimologia accettata, il termine archivio deriva dal greco ἀρχεῖον, tramite il latino archium/archivum/archivium, che significa "palazzo dell'arconte", luogo in cui, presumibilmente, si conservavano anche gli atti emanati dal magistrato[2].

Nel senso comune un archivio è un agglomerato di carte o altri materiali, una raccolta di informazioni conservata per la consultazione, un campionario. Non mancano nel linguaggio generico le accezioni negative: si pensi al verbo "archiviare", che può essere sinonimo di "dimenticare", "mettere da parte", "seppellire". In realtà uno degli elementi essenziali dell'archivio è proprio la consultabilità e la fruizione.

Il termine "archivio" in realtà comprende entità diverse a seconda se usato nel linguaggio strettamente archivistico o in quello delle discipline affini o nel linguaggio comune.

In senso stretto l'archivio è quel complesso di documenti caratterizzato da un vincolo archivistico, naturale e originario. Il vincolo, che è il nodo dell'archivistica, è quella caratteristica che fa sì che la raccolta si formi in maniera spontanea e mai attraverso una produzione volontaria: in ciò sta la grande differenza tra archivi e raccolte (di oggetti, come le collezioni, o di libri, come le biblioteche, ecc.), poiché i primi si formano come diretta conseguenza dell'attività spontanea di un soggetto produttore dei documenti, mentre le seconde sono sempre frutto di scelte mirate, a spettro più o meno ampio, e difficilmente esaustive dell'intera complessità di un fenomeno in generale.

La mancanza del vincolo genera talvolta degli equivoci, che portano a chiamare archivio anche quelle raccolte che in senso stretto non sarebbero tali: ad esempio esiste la prassi di chiamare archivi le raccolte storiografiche (come l'Archivio Storiografico Italiano) costituite in maniera predeterminata, attraverso acquisti e ricerche, che sono più assimilabili alle biblioteche.

Funzioni[modifica | modifica sorgente]

Tra le funzioni principali di un archivio si ricordano:

  • la conservazione, tutela e valorizzazione dei documenti;
  • la redazione di inventari, repertori, indici o guide che consentano la consultazione del materiale archivistico;
  • promuovere l'utilizzo dei beni conservati, per esempio in campo didattico.

L'organizzazione dell'archivio è oggetto di studi (che vanno sotto il nome di archivistica), prevalentemente con il fine di aumentare i benefici derivanti dall'archiviazione per mezzo di una gestione il più possibile razionale, facilitando la ricerca e la conservazione, contenendo gli spazi e i costi.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Vicino Oriente antico[modifica | modifica sorgente]

La gestione della memoria tramite archivi nelle città-stato del Vicino Oriente antico è ampiamente documentata almeno dalla metà del III millennio a.C., grazie a scoperte archeologiche di interi archivi di tavolette di argilla di contenuto vario: contabilità dei magazzini regi, testi di legge, atti amministrativi, sentenze giudiziarie, corrispondenza diplomatica.

I più antichi archivi pervenuti sono quelli di Ebla (quasi integro, con circa 17.000 tavolette) e Lagash (ca 30.000), risalenti alla seconda metà del III millennio a.C..

Al II millennio a.C. risalgono le collezioni di tavolette scoperte a Nippur (ca 30.000), Mari (più di 25.000 tavolette), Hattuša, (oltre 30.000), Amarna (quasi 400), Ugarit, Cnosso e Pilo di Messenia.

A Ninive gli archeologi hanno rinvenuto in un'ala del palazzo reale di Assurbanipal 22.000 tavolette d'argilla, corrispondenti alla biblioteca ed agli archivi del palazzo del VII secolo a.C..

Età classica[modifica | modifica sorgente]

Nell'età classica si passò a supporti più agili e leggeri (papiro, pelle, pergamena), ma anche più volatili, tanto che la stragrande maggioranza degli archivi egiziani, greci e romani è oggi perduta. Restò però l'uso di registrare alcuni avvenimenti di massima importanza su supporti più duraturi, come le incisioni su lastre di marmo o di pietra, per salvaguardarne la memoria in eterno (epigrafia). Nella Roma repubblicana si conosce dalle fonti l'uso di tavolette lignee sia imbiancate e scritte a inchiostro (album), sia rivestite di cera e incise (tabulae cerussatae), che venivano custodite con la massima cura in ambienti sacri. Di esse tuttavia non è pervenuta a noi alcuna traccia. In epoca imperiale il sistema archivistico venne perfezionato e nacquero le idee di memoria eterna dei fatti e della fides verso le scritture degli archivi pubblici. Ma i problemi legati alla fragilità nel tempo dei supporti ha fatto sì che siano veramente esigue le testimonianze archivistiche dal I millennio a.C. al I millennio d.C., con rare eccezioni riguardanti episodici, singoli documenti.

Medioevo[modifica | modifica sorgente]

Un notaio redige un inventario, Oratorio di San Martino, Firenze

Solo sul finire del I millennio d.C., allo scadere dell'alto medioevo, l'uso della pergamena e lo sviluppo sociale ed economico degli ordini religiosi (in particolare della grandi abbazie) e della Chiesa (in particolare le sedi vescovili) permisero la conservazione di una significativa quantità di documentazione archivistica, via via più consistente.

La nascita dei Comuni segnò un grande sviluppo, con l'introduzione della carta, dei libri e degli armari[non chiaro], al posto delle poco pratiche capse e scrinia (casse e scrigni). Nacquero in questo periodo figure addette alla conservazione dei documenti, i notari, che ordinavano e custodivano il materiale proveniente dagli uffici comunali, rendendolo disponibile per la fruizione dei funzionari pubblici e dei privati cittadini che avessero un interesse pertinente. Si può dire che agli inizi del Trecento quella del notaro-archivista fosse già una professione ben definita e qualificata[3]. All'epoca comunale risalgono anche i primi regolamenti sulle gestione degli archivi pubblici.

Nella stessa epoca si svilupparono anche gli archivi delle monarchie europee, in quanto l'amministrazione degli stati avveniva sempre più sistematicamente per mezzo di documenti scritti. Fra i più antichi regni a dotarsi di archivio dobbiamo ricordare il Regno di Sicilia ed il Regno di Napoli.

Età moderna[modifica | modifica sorgente]

Carte provenienti da un archivio privato di fine '800

Dalla seconda metà del XVI secolo nacque un vero e proprio dibattito teorico sull'archivistica, con la stampa di importanti opere al riguardo, soprattutto in area tedesca, con riflessioni sul metodo e sull'organizzazione degli archivi. Nel XVII e XVIII secolo, fino alla metà del XIX, si aggiunsero i contributi degli studiosi italiani, con grandi archivisti come Francesco Bonaini, Cesare Guasti e Salvatore Bongi, che inventarono il cosiddetto "metodo storico", tutt'oggi il più usato. In quel periodo si ebbero i maggiori sviluppi della disciplina archivistica sia a livello teorico che pratico, riuscendo a risolvere svariati problemi, tra i quali spiccava ormai quello del riordino degli archivi antichi. Nel Novecento ebbero importanza i teorici olandesi e altri studiosi che perfezionarono le teorie archivistiche già formulate.

Nel frattempo nascevano gli archivi parrocchiali per conservare i registri parrocchiali istituiti dal Concilio di Trento. A partire dalla Rivoluzione Francese e durante il corso del XIX secolo le nazioni europee si sono via via dotate di registri dello stato civile laici, redatti e conservati dai comuni, che si sono perciò dotati di archivi comunali.

Gli archivi contemporanei[modifica | modifica sorgente]

Staatsarchiv (Archivio di Stato) di Erdberg, Austria

Negli anni più recenti sono tornati alla ribalta i problemi legati alla formazione, la gestione e la conservazione degli archivi, soprattutto in riguardo all'introduzione di nuove tecnologie, che in futuro potrebbero rivoluzionare la consistenza degli archivi. Si tratta in particolare delle tecnologie informatiche e telematiche, che hanno reso impellente la revisione di metodologie ormai consolidate da decenni. L'uso delle nuove tecnologie, soprattutto dopo aver superato una prima fase di sperimentazione un po' improvvisata all'inizio degli anni ottanta, si sta via via affinando sempre maggiormente, con procedimenti più meditati, consapevoli e raffinati, sostenuti anche dall'istituzione di appositi organismi statali (in Italia il CNIPA, Centro Nazionale per l'Informatica nella Pubblica Amministrazione), anche se restano da sciogliere i dubbi legati all'organizzazione dei documenti che non comprometta il vincolo e alla conservazione dei nuovi supporti digitali nel futuro: se un foglio di carta ha infatti dimostrato di poter essere conservato, tramite le opportune cautele, anche per secoli, per quanti anni sarà consultabile un supporto DVD o un disco rigido? Questi sono i nodi da sciogliere nel presente e nell'immediato futuro.

Il vincolo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi vincolo archivistico.

Il nesso che distingue un archivio da una raccolta qualsiasi o da una collezione è il cosiddetto vincolo archivistico. Tale vincolo deve necessariamente avere le caratteristiche di "naturalità" e "originarietà": la prima significa che gli elementi dell'archivio siano stati riuniti in maniera involontaria, rispecchiando la normale attività di produzione del soggetto; la seconda significa che il vincolo naturale fosse presente "all'origine" dell'archivio, quindi che sia stato creato con procedure adatte fin dall'inizio.

Se la prima caratteristica può decadere quando una parte dell'archivio viene dispersa o distrutta, il requisito dell'originalità resta per sempre a qualificare la parte restante dell'archivio, a meno che la distruzione sia pressoché totale oppure l'archivio non sia stato ricostruito in base a scelte volontarie, magari da un soggetto estraneo (ad esempio un collezionista che ricrei un archivio smembrato di un personaggio illustre comprando i singoli pezzi sul mercato): in questo secondo caso è più corretto parlare di "raccolta di carte".

Vita di un archivio[modifica | modifica sorgente]

Scaffalature di un archivio

Un archivio nasce innanzitutto quando un soggetto, detto "produttore" (di documentazione), decide di conservare le testimonianze delle proprie operazioni: a questa decisione è legata la convinzione che tali documenti possano tornare ad essere utili in un futuro più o meno vicino, per questo se ne evita la distruzione. Nelle fasi iniziali la conservazione dei documenti ha essenzialmente finalità pratiche, amministrative e giuridiche, mentre solo col passare del tempo, mentre questi interessi vanno sfumando o decadendo, subentra un altro valore, di tipo storico, legato alla ricerca della conoscenza del passato, da parte degli studiosi.

La vita di un archivio si muove su una coordinata temporale (verticale) che va dalla nascita alla chiusura dell'archivio (l'"archivio morto", cioè il cui soggetto produttore non produce più documenti per la cessazione dell'attività, e quindi non è più soggetto agli accrescimenti), fino all'ipotetica data della distruzione dell'archivio. Inoltre l'archivio si riferisce a un determinato territorio ed a una serie di soggetti col quale il soggetto produttore interagisce (coordinata orizzontale).

La nascita dell'archivio richiede alcuni elementi necessari:

  • l'esistenza di un soggetto produttore, in attività e legato a una particolare tipologia di azioni;
  • la volontà di conservare le memorie, tramite supporti destinati a durare nel tempo
  • la presenza del vincolo archivistico.

Fondamentale è poi il concetto di "ordine", che serve per garantire una struttura logica e utile per la consultazione, anche se non incide la natura dell'archivio stesso: un archivio disordinato resta sempre un archivio, magari in attesa dell'inventariazione e del riordino, mentre un archivio senza vincolo non è un archivio.

Oggi la vita degli archivi, almeno quelli di enti pubblici e quelli privati dichiarati di pubblico interesse, è regolamentata da precise disposizione di legge. Inoltre gli archivi in Italia sono oggi considerati e tutelati come beni culturali.

La vita di un archivio è stata schematizzata in tre fasi, che corrispondono a:

Questa impostazione "italiana" risale al teorico seicentesco Baldassarre Bonifacio. In area tedesca prevale l'impostazioni in quattro fasi delle quali solo l'ultima è definita "archivio", mentre le altre sono dette "registratura" (corrente, di deposito e prearchivio, ovvero la fase di scarto), sottolineandone le finalità più immediate e pratiche; in area francese esistono pure quattro fasi, come in Germania, ma vengono denominate già tutte "archivio", come in Italia. La quarta fase del modello tedesco e francese è in sintesi la fase dello scarto, che in Italia è inglobata al termine della fase di deposito. Durante lo scarto si distruggono tutti i documenti ritenuti superflui per la memoria futura, ad esempio i doppioni, i contenute accessori, ecc. Nell'archivistica francese, vengono spesso distrutte intere serie organiche, secondo le circolari di scarto degli archivi.

Nell'archivio i documenti sono di solito sistemati dentro delle "buste" (contenitori di cartone nei quali si conservano i documenti raggruppati in fascicoli) che sono a loro volta sistemati su delle scaffalature. Dentro alle buste i documenti, raggruppati in cartelline, formano un fascicolo (insieme di documenti sistemati in ordine cronologico). Il fascicolo è considerato l'unità base dell'archivio. Sulle scaffalature, oltre alle buste, sono presenti anche dei registri (documenti formati da più fogli contenenti atti di genere vario) ma se questi sono troppo rovinati vengono anch'essi racchiusi in buste.

Soggetti produttori di archivi[modifica | modifica sorgente]

Il soggetto è colui che produce o riceve i documenti che finiscono nell'archivio. I documenti sono la memoria della sua attività specifica. A seconda della natura del soggetto, specialmente nella disciplina giuridica contemporanea, si hanno diverse disposizioni, regolate nella principale legge italiana sulla gestione degli archivi, il DPR 1409 del 30 settembre 1963.

Una prima distinzione è attuabile tra soggetti pubblici e privati. I soggetti pubblici si dividono in:

  1. Soggetti pubblici "statali"
    1. Centrali, come i Ministeri, la Corte dei Conti, il Consiglio di Stato, ecc.,
    2. Periferici, come le Prefetture, le Questure, le soprintendenze, ecc.
  2. Soggetti pubblici "non statali", come Regioni, Province, Comuni, Associazioni Intercomunali e Comunità montane.

I soggetti privati si distinguono in:

  1. Soggetti privati singoli (persone fisiche e giuridiche, come le imprese individuali o gli artigiani)
  2. Soggetti privati complessi
    1. Nuclei familiari
    2. Associazioni
    3. Imprese

Nel caso dei soggetti privati le norme lasciano ampia libertà e, tranne nel caso in cui intervenga una dichiarazione di pubblico interesse, i privati sono liberi di tenere o anche distruggere i propri archivi, salvo restanti le sole disposizioni in materia fiscale e contabile, che prevedono la conservazione di alcuni tipi di documentazione per un certo lasso di tempo (in genere dieci anni).

Attività del soggetto[modifica | modifica sorgente]

In archivistica è fondamentale il concetto di attività, intesa come insieme di rapporti "verso l'esterno", escludendo invece in linea di massima i comportamenti che si esauriscono all'interno del soggetto. Durante l'attività ci può essere un periodo di inerzia, che può essere transitoria o definitiva: nel secondo caso l'archivio non è più suscettibile di aggiunte e si dice "morto".

L'archivio non si forma mai per i soli comportamenti attivi del soggetto produttore, ma sempre anche per il concorso di altri soggetti che vi interagiscono (si pensi ad esempio ai carteggi in entrata e uscita). Da ciò discende il principio della non volontarietà della formazione dell'archivio, che ne caratterizza la fattispecie rispetto alle raccolte "volontarie" (come le collezioni di documenti).

Archivi come beni culturali[modifica | modifica sorgente]

In Italia gli archivi sono disciplinati tra i beni culturali. Una prima definizione internazionale degli archivi come beni di interesse culturale risale alla convenzione dell'Aja del 1954 (ratificata in Italia nel 1958), dove si citavano i beni artistici, architettonici, archeologici, librari e archivistici "di grande importanza".

La Convenzione di Parigi del 1970, voluta dall'UNESCO, riconobbe agli "archivi, compresi i fonografici, fotografici e cinematografici" le misure atte a impedirne l'illecita importazione, esportazione o trasferimento di proprietà.

In Italia gli archivi avevano una gestione non legata ai beni culturali, infatti sin dalle decisioni della Commissione Cibrario del marzo 1870 essi erano stati assegnati al Ministero dell'Interno, sottolineandone la funzione prevalentemente amministrativa. I restanti beni archeologici, architettonici, artistici e librari erano invece di competenza del Ministero della Pubblica Istruzione.

Con la creazione del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali nel 1975, voluto da Giovanni Spadolini e Aldo Moro, si decise, e solo in fase di conversione del decreto legge (29 gennaio 1975) grazie ad una presa di posizione di gran parte degli archivisti di Stato italiani, di inserire anche gli archivi tra i beni culturali, seguendo peraltro la linea già prevista a livello internazionale fin dal 1954.

La presenza degli archivi tra i beni culturali è stata ribadita dalle disposionioni del Testo Unico (Dlgs. n. 490 del 29 ottobre 1999) e del Codice dei Beni Culturali (Dlgs. 42 del 22 gennaio 2004). In quest'ultimo testo sono precisamente indicati tra i beni culturali "gli archivi e singoli documenti dello Stato, delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali, nonché di ogni altro ente ed istituto pubblico"[4] e "gli archivi e singoli documenti, appartenenti a privati, che rivestono un interesse storico particolarmente importante"[5]. Esiste quindi una fondamentale differenza tra archivi pubblici e privati: i primi sono tutelati sempre, in maniera naturale, i secondi solo in casi speciali, scelti su basi soggettive. Viene così rispettata la sfera del privato dei singoli cittadini, associazioni, imprese, ecc., che sono libere di disporre a piacimento dei propri archivi, salvo le eccezioni. Nelle successive definizioni però non si tiene conto del senso stretto degli archivi come raccolte caratterizzate da un vincolo naturale e originario, assimilandoli, con la perplessità degli addetti ai lavori[6], ad altre raccolte come "i manoscritti, gli autografi, i carteggi"[7] ovvero "le carte geografiche, e gli spartiti musicali aventi il carattere di rarità e pregio"[8].

Organizzazione archivistica internazionale[modifica | modifica sorgente]

In tutti i paesi del mondo esiste un interesse verso gli archivi come luoghi della conservazione della memoria (culturale, amministrativa, pratica, giuridica, ecc.), per questo essi sono tenuti e gestiti secondo precise disposizioni statali, che ne garantiscono la conservazione. Ogni nazione segue però principi propri, che vengono stabiliti in maniera autonoma e, pur con molteplici punti in comune, possono essere contraddistinti da forti differenze sia nella forma che nella sostanza.

Consiglio Internazionale degli Archivi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Consiglio Internazionale degli Archivi.

A livello internazionale esistono alcune organizzazioni che facilitano il collegamento tra le singole entità nazionali, senza però imporre normative da applicare a livello sopranazionale. Il Consiglio Internazionale degli Archivi (C.I.A.), che fa parte dell'UNESCO, fu fondato nel giugno 1949 per assicurare la conservazione, la fruizione e la valorizzazione del patrimonio archivistico mondiale. Vi partecipano le istituzioni archivistiche nazionali, regionali, locali, pubbliche e private, le associazioni professionali di categoria, archivisti a titolo individuale e membri d'onore: la sua struttura è quindi molto articolata.

Nel 1994, ha pubblicato la prima versione dell'ISAD(G) (General International Standard Archival Description), un'iniziativa volta a definire uno standard da adottare per la descrizione di ogni tipo di archivio destinato alla registrazione di documenti, siano essi prodotti da organizzazioni, persone o famiglie.

Organizzazione archivistica in Italia[modifica | modifica sorgente]

In Italia gli archivi pubblici appartengono al Ministero per i beni e le attività culturali, in particolare alla Direzione generale per gli archivi, che svolge le funzioni e i compiti, non attribuiti alle direzioni regionali o ai soprintendenti di settore ai sensi delle disposizioni in materia, relativi alla tutela dei beni archivistici. L'amministrazione si articola in una direzione centrale suddivisa in tre servizi e due istituti centrali dotati di particolare autonomia (l'Istituto Centrale per gli Archivi, con finalità di ricerca e di studio, e l'Archivio Centrale dello Stato) e, infine, nelle amministrazione periferica.

Gli istituti periferici si dividono in Soprintendenze Archivistiche, Archivi di Stato e, in casi particolari, Sezioni di Archivi di Stato.

  • Le Soprintendenze archivistiche, diciannove, sono in ciascuna regione (tranne in Val d'Aosta, accorpata al Piemonte) e svolgono una funzione di tutela e di assistenza verso gli archivi non statali, pubblici (Archivi di Regioni, Province e Comuni) e privati dichiarati di notevole interesse storico (con notifica emessa proprio dalla soprintendenza). Nel linguaggio tecnico la sua mansione di controllo si chiama "vigilanza". La vigilanza non comprende il controllo sulla fase di riordino, ma si limita a fornire un consulto se richiesto.
  • Gli Archivi di Stato sono cento, ed hanno sede in ciascun capoluogo di provincia (tranne alcuni capoluoghi di recente istituzione, dove non sono ancora attivi). Si occupano di conservare le carte delle amministrazioni statali centrali e periferiche della propria circoscrizione (preunitarie e postunitarie) e gli archivi di enti pubblici e privati, quando necessario. Gli Archivi di Stato inoltre controllano tutti gli archivi di istituti statali di quella provincia: questura, prefettura, direzione di poste e telegrafi, ecc. Il nome tecnico della sua mansione di controllo è "sorveglianza". In diciassette archivi di Stato hanno sede anche le Scuole di archivistica, paleografia e diplomatica.
  • Le Sezioni di Archivio di Stato sono trentaquattro (la legge stabilisce un numero massimo di quaranta) e sono analoghe agli archivi di Stato, ma poste in un comune non capoluogo, subordinate all'archivio di Stato del capoluogo. Si tratta di archivi formatisi storicamente con una rilevante qualità e quantità di documenti che, secondo il principio basilare di mantenere sempre gli archivi nel territorio che gli ha prodotti, vengono mantenuti nella città di origine.

Sorveglianza e vigilanza sono attuate soprattutto per verificare che gli archivi vengano gestiti beni, che i locali deputati agli archivi siano idonei, che lo scarto sia effettuato correttamente, ecc. In particolare al momento dello scarto si ha un diverso modo di procedere a seconda se si tratti di ente sorvegliato da un Archivio di Stato o vigilato da una Soprintendenza.

In Italia esistono inoltre un'Associazione Nazionale Archivistica Italiana (ANAI, con scopi di coordinazione di categoria) e un'organizzazione propria degli enti pubblici territoriali non statali, quali Comuni, Province e Regioni.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Alfio Rosario Natale (a cura di), L'Archivio di Stato di Milano. Manuale storico archivistico, Milano, 1976.
  2. ^ Eugenio Casanova, Archivistica, 1928, p. 11
  3. ^ Romiti, cit., pag. 23.
  4. ^ Art. 10, comma 2, lettera b.
  5. ^ Art. 10, comma 3, lettera b.
  6. ^ Rimiti, cit.
  7. ^ Art. 10, comma 4, lettera c.
  8. ^ Art. 10, comma 4, lettera d.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Guida generale degli Archivi di Stato italiani, 4 voll., Roma, Ist. Poligrafico dello Stato, 1981-94.
  • Raffaella Castagnola, Archivi letterari del '900, Firenze, Franco Cesati, 2000.
  • Antonio Romiti, Archivistica Generale, primi elementi, Civita Editoriale, Lucca 2008. ISBN 978-88-902649-2-4
  • Samuel Mueller, Johan Adrian Feith e Robert Fruin, Ordinamento e inventario degli archivi, edizione italiana a cura di Giuseppe Bonelli e Giovanni Vittani, Milano 1908
  • Adolf Brenneke, Archivistica, contributo alla storia ed alla teoria archivistica europea, edizione italiana a cura di Renato Perella, Milano 1968
  • Arnaldo D'Addario, Lezioni di archivistica, Bari 1972
  • Virgilio Giordano, Archivistica e beni culturali, Salvatore Sciascia Editore, Roma-Caltanissetta 1978
  • Donato Tamblé, L'archivio moderno: dottrina e pratica, Majorana editore, Roma 1982
  • Elio Lodolini, Archivistica. Principi e problemi, Franco Angeli Editore, Milano 1985
  • Mario Stanisci, Elementi di archivistica, C.D.C., Udine 1985
  • Isabella Zanni Rosiello, Archivi e momoria storica, Il Mulino, Bologna 1987
  • Paola Carucci, Le fonti archivistiche: ordinamento e conservazione, N.I.S., Roma 1989.
  • Winfried Wehle: L'archivio moderno: per un passato dell'avvenire, in: Magherini, Simone ; Tellini, G. : Tradizione e modernita: archivi digitali e strumenti di ricerca : convegno di studi : Firenze, 27-28 ottobre 2006, Firenze 2009, S. 3–15. PDF

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