Testimonianza

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La testimonianza è la prova consistente nella dichiarazione resa da un terzo, durante un interrogatorio, su fatti dei quali abbia avuto conoscenza, che sono oggetto del giudizio in corso, ad esso ricollegabili o, comunque, rilevanti ai fini processuali.

Il soggetto che rende la dichiarazione è detto testimone o teste. Il primo di questi due termini ha un significato più ampio, denotando anche la persona che assiste alla formazione di un atto giuridico, ad esempio un atto pubblico, a scopo di futura prova (cosiddetto testimone ad actum o strumentale).

Diritto italiano[modifica | modifica sorgente]

Nel diritto italiano la testimonianza è un istituto processuale dei rami civile e penale, previsto e disciplinato dagli artt. 194 e ss.c.p.p., 2721 e ss.Template:C.c. e 244 e ss.c.p.c.. Richiede l'ammissione, d'ufficio o su richiesta, del giudice. È rappresentata da una persona diversa dalle parti in causa.

Nel processo civile[modifica | modifica sorgente]

La testimonianza è uno tra i mezzi di prova che le parti in causa possono esperire per dimostrare l'accadimento di un fatto che costituisce il fondamento di un diritto che si intende far valere (art. 2697 c.c.). Come per tutti i mezzi di prova non assumibili d'ufficio dal giudice, per l'ammissibilità delle prove testimoniali occorre nel giudizio ordinario presentare la richiesta al giudice contestualmente alla domanda dell'attore o alla comparsa di risposta del convenuto (artt. 163 e 167 c.p.c.). È ammesso peraltro citare nuovi testimoni quando la controparte ne abbia citati a sua volta ed in genere quando si tratta di fornire prova contraria (art 183 c.p.c.). Nel processo del lavoro il principio della domanda è attenuato e il giudice può assumere prove testimoniali "senza particolari formalità" ammettendole nel processo anche se presentate nell'udienza di trattazione, sempreché le ritenga rilevanti e se non ne sia stato prima possibile l'esperimento (artt. 414 e 420 c.p.c.).

In ogni caso, perché la prova per testimoni sia ammissibile da parte del giudice, si devono osservare le disposizioni del codice civile, le quali di principio non ammettono la testimonianza per la prova di crediti, ma consentono al giudice di includerla, tenuto conto della qualità delle parti, della natura del contratto e di ogni altra circostanza (art 2721 c.c.). La stessa regola vale per il caso in cui la prova per testimoni sia invocata per provare l'esistenza di un patto successivo, aggiunto o contrario ad un documento, o allo scopo di dimostrare il pagamento o la remissione del debito da parte del creditore (art. 2726). Invece se il documento ha data non anteriore a quella del patto da provarsi la testimonianza è inammissibile (art. 2723 c.c.).

È possibile provare per testimoni il fatto di aver smarrito o distrutto il documento che costituiva prova a proprio favore, anche nel caso in cui la forma scritta sia obbligatoria per legge. Quando invece la legge richiede la forma scritta solo ai fini della prova di un fatto, la prova per testimoni può essere fornita anche nei casi in cui: vi sia un principio di prova scritta, oppure vi sia stata l'impossibilità morale o materiale di procurarsi un documento scritto (art. 2724 c.c.). Nel codice di procedura le forme della citazione di testimoni impongono alla parte di specificare nella richiesta le persone ed i fatti su cui si intende utilizzare la prova per testimoni, componendo una lista, che viene vagliata dal giudice istruttore, il quale può sfoltirla eliminando le testimonianze sovrabbondanti o vietate dalla legge (art. 244-245 c.p.c.). Con sentenza 4-11 giugno 1975, n. 139 della Corte Costituzionale è stata dichiarata l'incostituzionalità dell'art. 247 c.p.c., è quindi venuto meno l'aprioristico divieto generale di testimonianza per il coniuge, i parenti o affini in linea retta e per coloro che sono legati ad una delle parti da vincoli di affiliazione, lasciando al prudente apprezzamento del giudice la valutazione sull'attendibilità delle dichiarazioni rese.

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 248 del 23 luglio 1974 ha dichiarato costituzionalmente illegittimo quanto disposto all'art. 247 c.p.c., per cui è diventato possibile testimoniare per il coniuge, parenti e affini. Resta fermo quanto previsto all'art. 246 c.p.c., rubricato "incapacità a testimoniare", nel quale si afferma che "Non possono essere assunte a testimoni le persone aventi nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione al giudizio". Si tratta del principio "nemo testis in causa propria", in base al quale non può essere assunta come teste la persona che ha un interesse nella causa. Per la Corte di Cassazione (Cass. Civ. n. 11034 del 12/05/2006) deve trattarsi di un interesse personale, concreto ed attuale che possa comportare la legittimazione principale a proporre l'azione oppure una legittimazione secondaria ad intervenire nello stesso giudizio.

Anche nel processo civile si applicano i diritti di astensione previsti nel codice di procedura penale di cui agli artt. 199, 200, 201 e 307 c.p.p.

Nel processo penale[modifica | modifica sorgente]

La legge stabilisce che il giudice deve esaminare le persone informate dei fatti presi in esame dal processo e le persone che possono risultare utili, per competenze tecniche, all'accertamento della verità. Fatta eccezione per i casi d'incompatibilità previsti dalla legge, il testimone ha l'obbligo di rendere la testimonianza dicendo la verità e niente altro che la verità.

La testimonianza è la più debole tra le prove semplici (si dicono semplici le prove la cui formazione è coeva allo svolgimento del processo) perché innanzitutto non ha mai efficacia di prova legale: il giudice non può darla per accertata, come avviene nell'ambito delle prove legali, tuttavia ne valuta il contenuto.

Nonostante ciò la testimonianza è il mezzo di prova che più di altri si mostra decisivo nel modello processuale vigente, essendo una manifestazione dell’oralità e dell’immediatezza del rapporto prova-giudice. La testimonianza viene resa da persone diverse dalle parti processuali, ad eccezione della parte civile laddove corrispondano le figure di persona offesa e danneggiato.

Testimonianza indiretta[modifica | modifica sorgente]

Trattasi della «testimonianza della testimonianza» che si verifica laddove in dibattimento il testimone narra non ciò che ha veduto ma ciò che altri gli hanno narrato d’aver veduto. E’, cioè, la deposizione di colui il quale riferisce un fatto che gli è stato raccontato. L’art. 195 c.p.p. prevede per l’utilizzabilità della testimonianza indiretta l’indicazione della fonte diretta e l’eventuale ascolto di essa, obbligatorio solo se richiesto dalla parte o se il giudice ne ravvisi la necessità.

Qualora una persona non voglia o non possa rendere note le generalità della propria fonte ovvero qualora quest'ultima sia tenuta al segreto professionale o d'ufficio, la testimonianza è inutilizzabile ai fini della prova.

Chi ha diritto di astenersi[modifica | modifica sorgente]

  • I prossimi congiunti dell'imputato (art. 307, c. 4 c.p.) hanno la facoltà, non l'obbligo, di assumere la veste di testimone salvi i casi disposti dall'art. 199, c.1 c.p.p.
  • Gli ecclesiastici cattolici e i ministri delle confessioni i cui statuti non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano salvi i casi in cui hanno l'obbligo di riferirne all'autorità giudiziaria (art. 200 c.p.p.)
  • Gli avvocati, i notai, i medici e in genere le categorie tenute ad osservare il segreto professionale salvi i casi in cui hanno l'obbligo di riferirne all'autorità giudiziaria (art. 200 c.p.p.)
  • I pubblici ufficiali circa materie coperte dal segreto d'ufficio, salvi i casi in cui hanno l'obbligo di riferirne all'autorità giudiziaria (art. 201 c.p.p.), politico o militare.

Sanzioni per la falsa testimonianza[modifica | modifica sorgente]

Il testimone renitente o reticente commette un reato punito con la reclusione. Il testimone non può essere arrestato in udienza. Viene dichiarato non punibile il testimone che ritratti il falso o affermi il vero prima che sia pronunciata la sentenza. Non è punibile chi commette falsa testimonianza per esservi stato costretto dalla necessità di salvare da una condanna penale se stesso o un prossimo congiunto (art 384 c.p.).

Common law[modifica | modifica sorgente]

Cardine del sistema anglosassone di common law è l'istituto del subpena, l'ordine emesso

[Spiegato così (poco) è praticamente incomprensibile]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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