Diritto allo studio

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Il diritto allo studio è uno dei diritti fondamentali ed inalienabili della persona, sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani dell'ONU.

Cenni storici[modifica | modifica sorgente]

La dichiarazione è stata recepita dagli stati membri dell'ONU nel 1948, con l'articolo 26 garantisce il diritto all'istruzione e per renderlo effettivo si consiglia la gratuità e obbligatorietà dei livelli fondamentali e l'accesso su base di merito ai livelli superiori. Lo stesso articolo continua insistendo anche sulla qualità e il fine dell'istruzione quale rispetto dei diritti umani e pieno sviluppo della personalità, al fine di evitare forme di indottrinamento tipiche dei regimi dittatoriali (ricordiamo che la dichiarazione viene firmata nel 1948 poco dopo la seconda guerra mondiale causata anche dalla diffusione dei regimi totalitari in Europa).

L'art. 26 recita:

« Ognuno ha diritto ad un'istruzione. L'istruzione dovrebbe essere gratuita, almeno a livelli elementari e fondamentali. L'istruzione elementare dovrebbe essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e professionale, dovrebbero essere generalmente fruibili, così come pure un'istruzione superiore dovrebbe essere accessibile sulle basi del merito. »
(ONU, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, art. 26[1])

I principi della Dichiarazione universale dei diritti umani sono fatti propri da molte costituzioni dei Paesi europei, tra cui quella italiana.

Italia[modifica | modifica sorgente]

Nell’ordinamento italiano il diritto allo studio è un diritto soggettivo che trova il suo fondamento nei comma 3 e 4 dell’art. 34 della Costituzione nei quali si afferma il diritto dei capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi economici, di raggiungere i gradi più alti degli studi nonché il dovere della Repubblica a rendere effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze da attribuire mediante concorso.

Il diritto allo studio si differenzia dal diritto all’istruzione che è il diritto, sancito dai primi due commi dell’art. 34 per i quali “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.”

Il diritto allo studio riguarda dunque il percorso scolastico successivo all’obbligo e quello universitario, canali di formazione non obbligatori che il cittadino ha libertà di intraprendere e di concludere e che lo Stato deve garantire attraverso l'erogazione di borse di studio a coloro che si dimostrano capaci e meritevoli ma privi di mezzi economici.

Istruzione primaria e secondaria[modifica | modifica sorgente]

La Costituzione italiana anticipa la Dichiarazione universale dei diritti umani per quanto riguarda l'istruzione nell'articolo 33 e soprattutto nell'articolo 34, che parla di scuola aperta a tutti e di istruzione inferiore gratuita e obbligatoria da impartirsi per almeno otto anni; l'obbligo di frequenza e la gratuità non riguardano, al contrario, l’istruzione superiore e quella di livello universitario.

Per quanto riguarda l'istruzione dei gradi maggiori afferma:

« I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso. »

(Costituzione italiana, art. 34)

introducendo il principio meritocratico. Appare evidente la concezione dell’istruzione come un servizio pubblico necessario ad assicurare il pieno sviluppo della persona umana anche rispetto alla condizione di partenza sfavorevole di qualcuno. Quindi, l’impegno dell’autorità pubblica, come richiesto dall’art. 3, secondo comma della Costituzione, consiste nella rimozione di quegli ostacoli di ordine economico-sociale che caratterizzano il cammino di individui capaci e predisposti allo studio avanzato.

La presenza di scuole pubbliche costituisce un vincolo costituzionale, infatti, il secondo comma dell’art. 33, afferma che è la Repubblica deve occuparsi di istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi.[2]

L'art. 33 della Costituzione afferma che la Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Secondo la Corte Costituzionale il diritto di accedere e di usufruire delle prestazioni, che l’organizzazione scolastica è chiamata a fornire, parte dagli asili nido[3] e si estende sino alle università.

Sempre l'art. 33 garantisce che «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Quindi la costituzione prevede esplicitamente la presenza di scuole private, ma sempre esplicitamente afferma che non devono gravare sullo Stato, quindi non sarebbe contemplato dalla Costituzione il finanziamento ad enti privati di istruzione.[senza fonte]

Il medesimo articolo costituzionale stabilisce i diritti e obblighi degli enti di istruzione non statali, lo Stato deve garantire la «piena libertà»[4] e far in modo che ai loro alunni sia garantito «un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali»[4].

Istruzione superiore[modifica | modifica sorgente]

Periodo preunitario[modifica | modifica sorgente]

Fin dalla costituzione delle prime università, e fino a tutta l'età moderna, pur se non in maniera non uniforme, sia gli organi universitari, che le autorità locali avevano emanato provvedimenti per favorire il soggiorno degli studenti provenienti dall'estero.[5]

Riforme più sostanziali vennero emanate nel periodo della costituzione degli Stati nazionali. Per esempio, il Regno di Sardegna, già nel 1720, promulgò norme di assistenza verso gli studenti universitari, istituendo il Reale Collegio delle Province, che aveva la funzione di assicurare a cento giovani poveri, ma forniti di buon ingegno e propensi allo studio i mezzi necessari per attendere agli studi.[6]

Anni '20 e '30 secolo XX[modifica | modifica sorgente]

Il Regio Decreto 2102/1923, emanato a seguito della legge delega 3 dicembre 1922, n.1691, e convertito con modifiche in legge 812/1932, istituì le Opere universitarie e le casse scolastiche, le quali si affiancarono a precedenti istituti assistenziali, o li sostituirono. Nonostante le numerose modifiche che interverranno successivamente, le Opere resteranno gli strumenti principali di assistenza economica verso gli studenti fino all'approvazione del D.P.R. 616/1977 che trasferirà le loro funzioni alle Regioni.[7]

Le attività di supporto economico verso gli studenti vennero poi sostanzialmente modificate con l'entrata in vigore della Riforma Gentile del 1932.

Dettato costituzionale e sua applicazione[modifica | modifica sorgente]

L'articolo 34 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: "...I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso."

Nel primo dopoguerra, vari provvedimenti modificarono il settore del diritto allo studio, fra cui

  • Il d.l. 15 febbraio 1948, n. 168;
  • Il d.l. 14 febbraio 1947, n. 27;
  • La Legge 18 dicembre 1951, n. 1551;
  • La legge 3 maggio 1956, n. 402;
  • La legge 8 dicembre 1956, n. 1378,[7] ma solo con la legge 80/1963 e la 162/1969 "vennero introdotte nell'ordinamento una serie di innovazioni che resero più conformi

al dettato costituzionale le politiche sul diritto allo studio universitario."[8]

Normativa riguardante gli studi universitari[modifica | modifica sorgente]

Per quanto riguarda gli studi universitari, il d.p.r. 24 luglio 1977, trasferì le funzioni delle opere universitarie vennero trasferite alle Regioni. La normativa che regola il settore è in prevalenza la legge 2 dicembre 1991 n. 390 (Norme sul diritto agli studi universitari) afferma che in attuazione degli art. 33 e 34 della costituzione italiana, spetta allo stato, con funzioni di coordinamento, ed alle regioni il compito di rimuovere tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale che di fatto limitano l'uguaglianza dei cittadini nell'accesso all'istruzione superiore e, in particolare, per consentire ai capaci e, meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i gradi più alti degli studi.

Importanti modifiche sono state poi apportate dal DPCM 9 aprile 2001 (Uniformità di trattamento sul diritto agli studi universitari, ai sensi dell'articolo 4 della legge 2 dicembre 1991, n. 390) e dalla Riforma del titolo V della costituzione, avvenuta sempre nel 2001.

Oltre alle borse di studio, l'insieme delle provvidenze (alloggi, mense, sussidi straordinari, orientamento, prestiti fiduciari, aule studio, spazi culturali/ricreativi/sportivi) vengono in gran parte erogate da Aziende (o Enti) Regionali per il Diritto allo Studio Universitario, presenti nei diversi contesti universitari con sigle, mezzi, ambiti e forme variabili. Un'associazione nazionale denominata ANDISU[9] riunisce le realtà regionali.

In alcuni casi le stesse provvidenze possono essere offerte direttamente dalle università (che offrono anche esenzioni totali o parziali delle tasse universitarie) o da istituzioni religiose o private. Borse di studio universitarie e finanziamenti per l'edilizia universitaria possono essere altresì erogati (o aumentati) con finanziamenti ad hoc del Governo Italiano.

Il fondo per il diritto allo studio è erogato dal Ministero dell'Università e della Ricerca alle Regioni, le quali provvedono ad integrare lo stesso con fondi regionali e con i proventi delle tasse regionali per il diritto allo studio universitario.

La Legge 240/2010 prevede riduzioni ai livelli essenziali delle prestazioni previsti dal DPCM del 2001 e modifica alcuni strumenti di sostegno, come borse per studenti meritevoli, prestiti speciali e prestiti d'onore. Molte associazioni studentesche italiane hanno criticato queste ultime tipologie di provvedimenti perché non rispettose del dettato costituzionale dell'art. 34[10].

Permessi per lavoratori[modifica | modifica sorgente]

La prima[senza fonte] fonte legislativa in Italia ad affermare il diritto allo studio per lavoratori è l'art. 10 dello Statuto dei lavoratori. La prima attuazione si ebbe tre anni dopo, nell'Aprile del 1973, con il rinnovo del contratto collettivo dei metalmeccanici, che introdusse l'istituto delle 150 ore, progressivamente estese negli anni alla quasi totalità dei contratti nazionali. Si tratta di un monte ore triennale di permessi retribuiti per la formazione professionale e non del lavoratore. I permessi erano fruibili anche per corsi non streattamente legati all'attività lavorativa, come il conseguimento di un diploma o di una laurea.

Successivamente, con il D.P.R. 23 agosto 1988 n. 395 venne estesa la fruizione delle 150 ore anche al pubblico impiego.[11] Con il D.P.R. 3 agosto 1990, n. 319 vennero specificate lacune condizioni per il personale in servizio presso le università e le istituzioni universitarie.[12]

La legge 8 marzo 2000 n. 53, ha introdotto in Italia i congedi per la formazione. Ad un monte ore di permessi retribuiti, si aggiunge la possibilità di un periodo formativo non retribuito, durante il quale il lavoratore conserva il posto di lavoro.[13]

In base a questo principio, lo Stato prevede oltre a delle Borse di Studio un massimale nazionale per le tasse universitarie.

Tasse d'iscrizione[modifica | modifica sorgente]

Per garantire il diritto allo studio, lo Stato prevede una quota massima di iscrizione che le scuole pubbliche possono richiedere ai loro studenti. Per la scuola dell'obbligo è molto contenuta, per l'università il massimale è attualmente intorno ai 2000 euro (per la fascia di reddito più alta, senza esenzioni).

Le università, infatti, pur godendo di autonomia finanziaria e gestionale, non possono fissare tasse d'iscrizione superiori a questa soglia, che è un vincolo per il budget.

Il massimale non è fissato come un valore assoluto, riguarda la quota di spese degli atenei che può essere finanziata con le tasse di iscrizione, quota che non può essere superare il 20% delle uscite dell'ateneo.

Il D.P.R. n. 306 del 25 luglio 1997 regola la disciplina in materia di contributi universitari. Lo schema di decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 29 settembre 2001 prevedeva esplicitamente che gli studenti non potessero contribuire per una quota superiori al 20% dell'importo annuale trasferito dallo Stato. Il massimale, quindi, non è collegato direttamente alle uscite dell'università, ma alla quota che lo Stato decide di coprire con dei trasferimenti agli atenei.

Numero chiuso[modifica | modifica sorgente]

Il numero chiuso consiste nell'introduzione di un esame di ammissione, un concorso pubblico per titoli ed esami, che generalmente tiene conto non solo dell'esito delle prove scritte, ma anche della carriera pregressa.
Il voto complessivo può o meno tenere conto dell'esito dell'esame di maturità o di altra eventuale laurea precedentemente conseguita.

Gli atenei inoltre possono stabilire quale requisito per l'accesso ad un determinato corso un punteggio minimo del voto di maturità.

Il numero chiuso è giustificato dalla duplice esigenza di avere corsi di laurea di maggiore qualità perché meno numerosi, e dall'esigenza di contenere il numero di nuovi professionisti immessi ogni anno nel mercato del lavoro, per garantire a tutti possibilità occupazionali e un reddito adeguato.

La legge 2 agosto 1999 n. 264 afferma che i corsi di studio universitari soggetti ad accesso a numero programmato (il cosiddetto numero chiuso) distinguendo in corsi a livello nazionale e quelli a livello locale, cioè a discrezione delle singole università.

Quelli programmati a livello nazionale sono:

  • medicina e chirurgia
  • medicina veterinaria
  • odontoiatria e protesi dentaria,
  • architettura (a ciclo unico)
  • Accademia di Belle Arti (Progettazione artistica per l'impresa)
  • corsi concernenti la formazione del personale sanitario infermieristico, tecnico e della riabilitazione (c.d. professioni sanitarie)
  • corsi di laurea in scienza della formazione primaria e alle scuole di specializzazione per l'insegnamento secondario
  • corsi di formazione specialistica dei medici ex decreto legislativo 8 agosto 1991 n. 257;
  • corsi di specializzazione presso le scuole di specializzazione per le professioni legali (SSPL)
  • corsi universitari di nuova istituzione o attivazione, su proposta delle università e nell'ambito della programmazione del sistema universitario, per un numero di anni corrispondente alla durata legale del corso.

l’istituzione del numero chiuso da parte delle singole università, riguarda invece:

  • corsi di laurea per i quali l’ordinamento didattico preveda l’utilizzazione di laboratori ad alta specializzazione, di sistemi informatici e tecnologici o comunque di posti studio personalizzati ad esempio: Farmacia, Chimica e tecnologie farmaceutiche, Chimica e Biotecnologie.
  • corsi di diploma universitario per i quali l’ordinamento didattico prevede l’obbligo di tirocinio come parte integrante del percorso formativo, da svolgere presso strutture diverse dall’ateneo
  • corsi o scuole di specializzazione individuati dai decreti attuativi delle disposizioni di cui art. 17, comma 95, della legge 15 maggio 1997 n. 127.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Dichiarazione universale dei diritti umani, Human Rights Education Associates. URL consultato l'8 novembre 2010.
  2. ^ Costituzione italiana, art. 33, Sito del Quirinale. URL consultato l'11 ottobre 2010.
  3. ^ Sentenza della Corte Costituzionale n. 370 del 2003
  4. ^ a b Costituzione, art. 33, quarto comma
  5. ^ R. Rosboch, Il diritto allo studio universitario dalla Costituzione all’epoca delle autonomie, in E. Genta (a cura di), Il diritto allo studio universitario: radici e prospettive, Savignano, 2001; Il Diritto allo Studio universitario in Italia. L’evoluzione normativa e le problematiche attuali delle politiche di welfare in favore degli studenti universitari, Tesi di laurea di Nicola Tanno, p. 10
  6. ^ N. Tanno, cit., p.11
  7. ^ a b N. Tanno, cit., p. 16
  8. ^ N. Tanno, cit., p. 36
  9. ^ - Dal sito dell'ANDISU
  10. ^ http://www.retedellaconoscenza.it/formazione/universita/106-appello-per-lalternativa.html
  11. ^ Art. 3 D.P.R. 23 agosto 1988 n. 395.
  12. ^ Art. 9 D.P.R. 3 agosto 1990, n. 319.
  13. ^ La legge all' art. 5 richiama lo Statuto dei Lavoratori.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Nicola Tanno, Il diritto allo studio universitario in Italia, Osservatorio Regionale per L'Universitá e per il Diritto allo Studio Universitario, 2010.
  • Daniela Musto, I prestiti per gli studenti universitari: i progetti degli Enti regionali per il diritto allo studio, Osservatorio Regionale per L'Universitá e per il Diritto allo Studio Universitario, 2007.
  • Vincenzo Atripaldi, Diritto allo studio, La Scientifica, 1974.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]