Acquedotto Carolino

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Coordinate: 41°03′33.84″N 14°24′07.45″E / 41.0594°N 14.40207°E41.0594; 14.40207

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UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Palazzo Reale di Caserta
con il Parco, Acquedotto di Vanvitelli
e complesso di San Leucio
(EN) 18th-Century Royal Palace at Caserta
with the Park, the Aqueduct of Vanvitelli
and the San Leucio Complex
Vanvitelli aqueduct.jpg
Tipo Culturali
Criterio (i) (ii) (iii) (iv)
Pericolo Non in pericolo
Riconosciuto dal 1997
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda

L'acquedotto Carolino (noto anche come acquedotto di Vanvitelli) è l'acquedotto nato per alimentare il complesso di San Leucio e che fornisce anche l'apporto idrico alla Reggia di Caserta (o meglio alle "reali delizie" costituite dal parco, dal giardino inglese e dal bosco di San Silvestro), prelevando l'acqua alle falde del monte Taburno, dalle sorgenti del Fizzo, nel territorio di Bucciano (BN), e trasportandola lungo un tracciato che si snoda, per lo più interrato, per una lunghezza di 38 chilometri.[1] L'opera ha richiesto 17 anni di lavoro e il supporto dei più stimati studiosi e matematici del regno di Napoli (primo fra tutti Luigi Vanvitelli), destando, per l'intero tempo di realizzazione, l'attenzione da parte dell'Europa intera, tanto da essere riconosciuta come una delle opere di maggiore interesse architettonico e ingegneristico del XVIII secolo.[2]

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Reggia di Caserta. Veduta del parco verso la Grande cascata, alimentata dall'acquedotto.

I lavori dell'acquedotto, progettato da Luigi Vanvitelli su commissione di re Carlo di Borbone (da cui l'appellativo di Carolino)[1], presero il via nel marzo del 1753[1]. Il 2 agosto 1754 re Carlo conferì ad Airola il titolo di città come ricompensa formale per lo sfruttamento delle sorgenti di Bucciano, che all'epoca era un casale della stessa Airola.[3] L'opera compiuta fu inaugurata il 7 maggio 1762.[4] Le condotte in ferro furono realizzate nelle 8 ferriere, costruite appositamente dal Vanvitelli, in Calabria, lungo il corso della fiumara Assi (Guardavalle), le quali furono parte costituente delle Regie ferriere di Stilo. Le ferriere utilizzarono come minerale la limonite estratta dalle miniere di Pazzano e Bivongi.

I lavori furono completati nel 1770 con una spesa complessiva di 622.424 ducati.[5] Oltre al complesso di San Leucio (di fatto l'attività produttiva più rilevante nata dall'indotto della creazione dell'acquedotto) l'intera area casertana ha visto lo svilupparsi di molteplici iniziative imprenditoriali che sfruttavano la forza motrice dell'acqua; come per esempio i numerosi mulini impiantati lungo l'articolato percorso dell'acquedotto.[2]

I "Ponti della Valle"[modifica | modifica wikitesto]

Di particolare pregio architettonico e dal 1997 patrimonio mondiale dell'UNESCO (assieme all'intero acquedotto, alla reggia di Caserta e al complesso di San Leucio) è il ponte, a tutt'oggi perfettamente conservato, che attraversando la Valle di Maddaloni congiunge il monte Longano (ad est) con il monte Garzano (ad ovest). Tale costruzione, comunemente nota come "I ponti della valle", si innalza con una possente struttura in tufo a tre ordini di arcate poggianti su 44 piloni a pianta quadrata, per una lunghezza di 529 m e con un'altezza massima di 55,80 m, sul modello degli acquedotti romani. Al momento della costruzione fu il ponte più lungo d'Europa.[6] La qualità dell'opera vanvitelliana è testimoniata anche dalla sua resistenza ai tre violenti terremoti che hanno colpito l'area negli ultimi due secoli, senza intaccare l'impalcatura del viadotto.[7] Alla base del ponte vi è un monumento-ossario, inaugurato il 1 ottobre 1899. Il monumento contiene resti dei soldati morti nella battaglia del Volturno.[8]

Il sistema idrico[modifica | modifica wikitesto]

Mappa dell'800 che illustra il percorso dell'acquedotto.

Dalla grotta artificiale posta a conclusione del grande parco della reggia di Caserta progettato dal Vanvitelli e completato dal figlio Carlo, una diramazione conduce all'edificio Belvedere, la celebre filanda-reggia voluta da Ferdinando IV per la produzione e tessitura della seta. Questa era stata realizzata recuperando l'antico casino cinquecentesco degli Acquaviva, ed ancora conserva i giardini di impronta rinascimentale arricchiti da gruppi scultorei e fontane, nonché i giardini del XIX secolo dove una grande cisterna accoglie le acque del Carolino per far funzionare il "rotone ad acqua" della filanda. Infine, dopo aver attraversato il Bosco Vecchio, un ramo del Carolino raggiunge la reale tenuta di Carditello, fattoria modello voluta sempre da Ferdinando IV.

Il condotto, largo 1,2 m ed alto 1,3 m, è segnalato da 67 "torrini", costruzioni a pianta quadrata e copertura piramidale destinate a sfiatatoi e ad accessi per l'ispezione.[1] La realizzazione del condotto avvenne tutta tramite asportazioni manuali ed utilizzando polvere da sparo.[6] L'enorme portata d'acqua oltre ad alimentare tutti i sistemi idrici esterni alla Reggia serviva anche a supportare un innovativo e sperimentale metodo di coltivazione e riproduzione delle piante non autoctone: venivano infatti sperimentate nuove tecniche per riprodurre nuovi tipi di piante esotiche, sfruttando le conoscenze che le spedizioni scientifiche portavano in Europa dalle colonie.[9]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d scheda e storia dell'acquedotto. URL consultato il 31 gennaio 2014.
  2. ^ a b (PDF) aising.it L’Acquedotto Carolino: il sistema produttivo dei mulini. URL consultato il 31 gennaio 2014.
  3. ^ comune.airola.bn.it dichiarazione di città riconosciuta. URL consultato il 31 gennaio 2014.
  4. ^ L'Acquedotto Porta l'acqua alle 'reali delizie. URL consultato il 31 gennaio 2014.
  5. ^ (Antonio Sancio, 1826) vedere bibliografia: ASRC
  6. ^ a b I ponti della Valle di Maddaloni e l'Acquedotto Carolino. URL consultato il 31 gennaio 2013.
  7. ^ L'acquedotto Carolino - Sito dei beni culturali sulla Reggia di Caserta, url consultato il 1º febbraio 2014.
  8. ^ Valle di Maddaloni (Caserta). URL consultato il 31 gennaio 2014.
  9. ^ ambientece.arti.beniculturali.it sopraintendenza didattica 2006. URL consultato il 31 gennaio 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]