Lotta per le investiture

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La lotta delle investiture si svolse tra il Papato e il Sacro Romano Impero nei secoli XI e XII ed ebbe per oggetto la concessione dell'investitura imperiale delle regalie (i diritti pertinenti al regno o pubblici) agli ecclesiastici. Tale "lotta" consisteva nella disputa tra Papato e Impero riguardo a chi dovesse dare il titolo di vescovo ad un membro della società ecclesiastica, la cosiddetta "investitura episcopale".

Le disposizioni degli ultimi imperatori romani[modifica | modifica wikitesto]

Già alla fine del IV secolo Arcadio e Onorio, figli dell'imperatore Teodosio, avevano riconosciuto alla sentenza emanata dalla episcopalis audientia pari dignità rispetto a quella pronunziata dal tribunale pubblico. Attorno al vescovo cominciarono a gravitare i fedeli bisognosi di aiuto di natura materiale, oltre che spirituale.

Subito dopo la guerra gotico-bizantina (535-553), l'imperatore Giustiniano, incapace di ricostruire le strutture di controllo statale, promulgò nel 554 la Prammatica Sanzione, che estese la legislazione in vigore in Oriente ai territori dell'Occidente. Inoltre restituì ai vescovi prerogative già concesse loro da Costantino e cancellate da Giuliano[1]

Inizio del potere temporale dei Papi[modifica | modifica wikitesto]

Indipendentemente dalla funzione di guida religiosa cui assolvevano, i vescovi erano sudditi dell'imperatore. Erano considerati alla stregua di funzionari dipendenti da Costantinopoli, incluso il vescovo di Roma, il papa. Teodorico il Grande, che governò l'Italia come funzionario dell'impero romano e come re con il titolo di patricius concessogli dall'imperatore, fu forse l'ultimo funzionario imperiale a contenere il potere dei vescovi.

Il re longobardo Liutprando, in cerca di un accordo che rafforzasse il suo stato, dopo aver conquistato il castello di Sutri nel 728, a causa delle proteste papali, anziché restituirlo a Bisanzio, che in quel periodo controllava alcune zone del Lazio, lo riconsegnò a Papa Gregorio II. Con questa donazione e il falso documento riguardante la cosiddetta donazione di Costantino, i Papi cominciarono a rivendicare il controllo spirituale e temporale delle terre dell'Italia centrale e dell'Europa ad ovest della Grecia.

La Chiesa Imperiale degli imperatori della casa di Sassonia[modifica | modifica wikitesto]

Durante l'impero di Carlo Magno il potere civile era forte e i vescovi tornarono ad essere considerati dei semplici funzionari, sulla cui nomina i sovrani potevano interferire pesantemente. L'impero carolingio, però, fu diviso in tre territori (Italia, Germania e Francia); il potere statale perse autorità ed efficacia, soprattutto in Italia e Germania. Il fatto più grave, però, fu il riconoscimento dell'ereditarietà dei feudi (Capitolare di Quierzy, 877), che privava l'imperatore di gran parte dei suoi poteri. Nel caos post-carolingio crebbe anche l'autonomia di molte città, guidate inizialmente dal loro vescovo, ma in seguito destinate a trasformarsi in liberi comuni.

Nel X secolo, il potere imperiale passò ai re di Germania, della casa di Sassonia. Il primo di loro, Ottone I, non volendo ricadere negli stessi errori dei carolingi, basò sistematicamente il proprio potere politico sull'assegnazione di importanti poteri civili a vescovi, che egli stesso aveva nominato. I vescovi, infatti, non potevano avere prole legittima che potesse ricevere in eredità i benefici. Inizialmente Ottone assegnò loro i poteri di districtus, ossia di comando, polizia ed esazione sulla città e sul territorio immediatamente circostante. In seguito i poteri furono estesi al livello di contea, a spese del conte laico e creando dei veri e propri vescovi-conti.

In pratica la funzione vescovile ne fu snaturata, perché l'assegnazione della carica non era più basata sulle doti morali o sulla cultura religiosa del candidato, ma esclusivamente sulla sua personale fedeltà all'imperatore. La pratica, inoltre, degradò rapidamente nella simonia, cioè nell'assegnazione del titolo vescovile a quei laici, che erano in grado di versare cospicue somme di denaro all'imperatore, certi di recuperarle in seguito tramite i benefici feudali che ormai accompagnavano il titolo vescovile.

Lo scontro nell'XI-XII secolo[modifica | modifica wikitesto]

Dictatus papae (Archivio Vaticano)

La lotta tra papato e impero cominciò con Papa Niccolò II: in un concilio indetto nel palazzo del Laterano nell'aprile 1059 il pontefice condannò l'investitura laica dei vescovi ed escluse l'imperatore dalla partecipazione attiva all'elezione del pontefice.[2]

Ma il personaggio più significativo è forse papa Gregorio VII, il quale, nell'ambito di un'azione più ampia che va sotto il nome di Riforma gregoriana, emise nel 1075 il famoso Dictatus Papae. Con questo documento si dichiarava che il pontefice era la massima autorità spirituale e, in quanto tale, poteva deporre la massima autorità temporale (l'imperatore), mediante la scomunica;[3] veniva così espressa una vera e propria teocrazia. La lotta divenne aspra tra il papa e l'imperatore di Germania Enrico IV, che radunò 24 vescovi tedeschi e 2 vescovi italiani a lui fedeli, i quali deposero il pontefice, che a sua volta scomunicò l'imperatore.[3]

A causa della ribellione dei grandi feudatari tedeschi, Enrico IV si recò nel 1077, in gennaio (si dice vestito con un semplice saio di lana), davanti al castello di Canossa, nell'Appennino reggiano, per ottenere il perdono del Papa con la mediazione della contessa Matilde.[3] La vicenda viene ricordata come l'umiliazione di Canossa: si narra che l'Imperatore abbia dovuto aspettare tre giorni prima di essere ricevuto dal papa nel castello di Matilde e perdonato.[4]

Ottenuto il perdono e sistemati i feudatari ribelli, Enrico IV si vendicò per l'umiliazione ricevuta dal pontefice: nel 1080 convocò a Bressanone un concilio, che dichiarò Gregorio VII deposto e lo sostituì con un antipapa, Guiberto di Ravenna (Clemente III);[5] Ovviamente non si fece attendere la nuova scomunica da parte del Papa contro l'imperatore. Per tutta risposta Enrico IV scese in Italia e cinse d'assedio Castel Sant'Angelo, dov'era asserragliato Gregorio, che chiamò in suo soccorso i normanni, guidati da Roberto il Guiscardo.[5]

Sconfitti gli imperiali, i Normanni si abbandonarono al saccheggio della città, provocando una rivolta nella popolazione romana, che costrinse il Papa a fuggire rifugiandosi presso i Normanni a Salerno, dove risiedette fino alla morte, avvenuta nel 1085.[5] Enrico IV morì invece nel 1106. Il successore di Gregorio VII fu papa Pasquale II, il quale nel 1105 appoggiò una congiura ordita da Enrico V, figlio di Enrico IV, contro il suo stesso padre. Infatti c'erano ancora ostilità tra il papato ed Enrico IV, pertanto il papa vide con favore l'ascesa al trono imperiale di un nuovo imperatore. Dunque Enrico IV fu costretto ad abdicare e alla sua morte, avvenuta nel 1106, divenne imperatore suo figlio, il quale instaurò rapporti di maggiore collaborazione col papa.

I successori di Gregorio, tra i quali Pasquale II, furono più inclini al compromesso, limitandosi a pretendere che i sovrani laici non attribuissero cariche religiose (quella vescovile su tutte), mentre per i regnanti era fondamentale che i vescovi investiti del potere temporale riconoscessero l'autorità del sovrano. Con il patto di Sutri (1111), l'imperatore rinunciava alle investiture e i vescovi avrebbero restituito tutti i terreni ottenuti. Enrico V, riconoscendo il ruolo politico di pacificazione che aveva assunto Matilde di Canossa, decise di incoronarla fra il 6 e il 10 maggio 1111 con il titolo di Vicaria Imperiale e Vice Regina d'Italia presso il Castello di Bianello a Quattro Castella.

Il Concordato di Worms del 1122, concluso tra Papa Callisto II ed Enrico V, rappresentò un modello per gli sviluppi successivi delle relazioni tra la Chiesa e l'Impero.[5] Secondo il concordato, la Chiesa aveva il diritto di nominare i vescovi, quindi l'investitura con anello e pastorale doveva essere ecclesiastica. Le nomine, tuttavia, dovevano avvenire alla presenza dell'imperatore, o di un suo rappresentante, che attribuiva incarichi di ordine temporale ai nuovi vescovi mediante l'investitura con lo scettro, un simbolo privo di connotazione spirituale.[5]

Nonostante il concordato di Worms, la Chiesa nel Medioevo non ottenne mai un controllo completo nella nomina dei vescovi. Ma le basi per la progressiva divisione dei poteri erano state gettate. Dopo tale Concordato, in Italia i vescovi sarebbero divenuti proprietari terrieri solo dopo essere stati nominati dal Papa; in Germania, invece, l'Imperatore nominava feudatario di un terreno qualsiasi persona, che in seguito sarebbe stata nominata con il titolo ecclesiastico di vescovo dal Papa.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ I vescovi (Enciclopedia costantiniana), treccani.it. URL consultato il 1/09/2015.
  2. ^ Montanari, 2006, p. 139.
  3. ^ a b c Montanari, 2006, p. 140.
  4. ^ Paolo Golinelli, Matilde di Canossa, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 72, Treccani, 2008. URL consultato il 25 novembre 2013.
  5. ^ a b c d e Montanari, 2006, p. 141.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Massimo Montanari, Storia medievale, Laterza, 2006.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]