Papa Gregorio VII

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Gregorio VII)
Jump to navigation Jump to search
Nota disambigua.svg Disambiguazione – "Gregorio VII" rimanda qui. Se stai cercando il patriarca di Costantinopoli, vedi Gregorio VII di Costantinopoli.
Papa Gregorio VII
Gregor7 g.jpg
Immagine di Gregorio VII in posizione benedicente (pagina miniata dell'XI secolo)
157º papa della Chiesa cattolica
Elezione22 aprile 1073
Insediamento30 giugno 1073
Fine pontificato25 maggio 1085
Cardinali creativedi categoria
PredecessoreAlessandro II
SuccessoreVittore III
 
NomeIldebrando Aldobrandeschi di Sovana
NascitaSovana, 1020 circa
Ordinazione sacerdotale22 maggio 1073
Consacrazione a vescovo30 giugno 1073
Creazione a cardinale6 marzo 1059 da papa Niccolò II
MorteSalerno, 25 maggio 1085
SepolturaCattedrale di Salerno
San Gregorio VII
Gregory VII saying Mass.JPG
 

Papa

 
NascitaSovana, 1020/1025
MorteSalerno, 25 maggio 1085
Venerato daChiesa cattolica
Canonizzazione1606 da papa Paolo V
Ricorrenza25 maggio

« E la sua morte fu come un temporale violento, accompagnato da grandine, a tal punto che tutti quanti aspettavano di morire a causa di questa terribile tempesta. »

(Lupo, Annales Lupi Protospatharii, 215[1])

Gregorio VII, nato Ildebrando di Soana (Soana, 1010/1020Salerno, 25 maggio 1085), è stato il 157º papa della Chiesa cattolica dal 1073 alla morte.

Gregorio fu il più importante fra i papi che nell'XI secolo misero in atto una profonda Riforma della Chiesa, ma è noto soprattutto per il ruolo svolto nella lotta per le investiture, che lo pose in contrasto con re Enrico IV.

Il culto tributatogli sin dalla morte venne ratificato nel 1606 da papa Paolo V, che ne proclamò la santità. La memoria liturgica è il 25 maggio. Gregorio VII è famoso per aver strappato all'impero il potere universale, emanando il Dictatus Papae.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Formazione e carriera ecclesiastica[modifica | modifica wikitesto]

Pochi e insicuri sono i dati sulle origini e sulla condizione sociale di Ildebrando: nato in Toscana, a Soana, proveniva probabilmente da una famiglia di modesta estrazione. Per la tradizione popolare è appartenuto alla famiglia Aldobrandeschi, ma non ci sono, attualmente, fonti storiche certe a supporto di questa tesi. In giovane età venne inviato a studiare a Roma, dove un suo zio era abate del monastero di santa Maria sull'Aventino. Tra i suoi maestri sembra vi fosse Giovanni Graziano, che divenne poi papa Gregorio VI. Di certo vi è che quando l'imperatore Enrico III depose Gregorio VI e lo esiliò in Germania (1047), Ildebrando lo seguì. Come egli stesso ammise in seguito, si recò oltre le Alpi controvoglia, ma la sua permanenza in Germania fu di grande valore formativo e risultò importante per la sua successiva attività ecclesiale. A Colonia e, dopo la morte di Gregorio VI, nell'abbazia di Cluny fu in grado di continuare gli studi. In questo periodo entrò in contatto con i circoli più vivi della riforma ecclesiastica. Fra gli altri, conobbe Brunone di Toul, che divenne poco dopo Leone IX. Su sua richiesta Ildebrando tornò a Roma dove cominciò una rapida carriera ecclesiastica, venendo nominato suddiacono della Sede apostolica. Operò come legato papale in Francia, dove dovette gestire il caso di Berengario di Tours, le cui dichiarazioni dell'Eucaristia avevano provocato una controversia.

Alla morte di Leone IX (1054) si recò alla corte imperiale tedesca per condurre i negoziati per la successione, stante il Privilegium Othonis. L'imperatore si pronunciò in favore di Gebhard dei Conti di Calw, che fu eletto con il nome di papa Vittore II (1054-1057). Il nuovo pontefice confermò Ildebrando come legato in Francia. Quando nel 1057 venne eletto Papa Stefano IX senza previa consultazione della corte tedesca, Ildebrando e il vescovo Anselmo di Lucca vennero inviati in Germania per assicurargli un tardivo riconoscimento. Essi riuscirono a ottenere il consenso dell'imperatrice Agnese. Stefano IX, comunque, morì prima del ritorno di Ildebrando e, con la frettolosa elezione di Giovanni Mincio, vescovo di Velletri, l'aristocrazia romana fece un ultimo tentativo per recuperare l'influenza perduta sulla nomina alla sede papale, eventualità pericolosa per la Chiesa, che rischiava di ritornare soggetta al predominio dei patrizi romani. Il superamento della crisi fu essenzialmente opera di Ildebrando. Contro Benedetto X, il candidato aristocratico, egli appoggiò un Papa rivale, nella persona di Niccolò II, che alla fine prevalse. All'influenza di Ildebrando si devono attribuire due importanti indirizzi politici, che caratterizzarono il pontificato di Niccolò II e guidarono l'operato della Santa Sede nel corso dei decenni successivi: il riavvicinamento con i Normanni nell'Italia meridionale, e l'alleanza con il movimento pauperistico, e di conseguenza anti-germanico, dei Patarini nell'Italia settentrionale.

Fu sempre durante il pontificato di Niccolò II (1059), che entrò in vigore la legge che trasferiva l'elezione del Papa al Collegio dei cardinali, sottraendola quindi ai nobili e al popolo di Roma e diminuendo l'influenza tedesca sull'elezione. In questo periodo Ildebrando fu nominato abate di San Paolo fuori le mura; manterrà il titolo anche dopo l'elezione al pontificato.

Quando Niccolò II morì e gli successe Alessandro II (1061-1073), Ildebrando apparve sempre più come l'anima della politica della Curia agli occhi dei suoi contemporanei. Le condizioni politiche generali, specialmente in Germania, erano all'epoca molto favorevoli alla Curia, ma utilizzarle con la saggezza che il pontefice dimostrò fu nondimeno un grande successo, e la posizione di Alessandro alla fine del pontificato fu una brillante giustificazione dell'impostazione Ildebrandina.

L'elezione al Soglio[modifica | modifica wikitesto]

Il sacrilego attentato alla persona di
papa Gregorio VII
in Roma nell'anno 1075
«Ne fu autore il romano Cencio, padrone di una torre sul Tevere dinanzi a Castel Sant'Angelo e antico fautore dell'antipapa Cadalo[2]. Uomo violento e senza scrupoli, Cencio era uno di quei capitanei[3] della Campagna romana che per le sue malefatte era stato condannato a morte da papa Gregorio VII ma sfuggito alla pena per intercessione della contessa Matilde di Canossa non poté comunque evitare che la sua torre sul Tevere venisse abbattuta per ordine del papa. Cencio colse l'occasione per vendicarsi nella notte di Natale del 1075. Papa Gregorio aveva celebrato messa nella chiesa ad nivem, l'odierna Santa Maria Maggiore, e mentre stava distribuendo la comunione, Cencio con i suoi sgherri armati si slanciò contro il papa e, spogliatolo dei sacri paramenti, lo caricò di peso su un cavallo e fuggì nella notte. Ma il popolo romano che amava il suo pontefice si mobilitò all'istante. Si chiusero subito tutte le porte della città affinché il rapitore non potesse rifugiarsi in qualche suo castello nella Campagna romana. Mentre il popolo si riuniva sul Campidoglio per decidere il da farsi, si sparse la voce che il papa era prigioniero in una torre vicino al Pantheon. Lì accorse il popolo tumultuante circondando la fortezza. Cencio, che invano con minacce di morte aveva tentato di farsi donare dal papa una somma di denaro, si vide perso e in ginocchio chiese perdono del suo delitto. Il papa con grande magnanimità placò il popolo, coprì con la sua stessa persona il criminale salvandolo dalla furia della folla. Ancora sanguinante per le percosse, il papa poi tornò nella basilica e riprese serenamente il rito interrotto».
Sintesi da Raffaello Morghen, Gregorio VII, Torino, 1942.
Stemma degli Aldobrandeschi.

Alla morte di papa Alessandro II (21 aprile 1073), l'abate Ildebrando divenne Papa con il nome pontificale di Gregorio VII. L'elezione ebbe luogo da parte del popolo romano per acclamazione, il giorno dopo la morte del papa precedente. I cardinali ratificarono un'elezione già avvenuta, invece di agire per primi. Tale modalità fu aspramente contestata dagli avversari di Ildebrando, ma solo molti anni dopo. Gregorio, seguendo la prassi, scrisse al re dei Germani Enrico IV per notificargli la sua elezione, riconoscendogli il diritto di controllare l'elezione pontificia[4]. Il 22 maggio successivo il nuovo papa ricevette l'ordinazione sacerdotale, e il 30 giugno la consacrazione episcopale.

Il pontificato[modifica | modifica wikitesto]

Governo della Chiesa[modifica | modifica wikitesto]

Lotta per il celibato ecclesiastico e contro la simonia[modifica | modifica wikitesto]

Il vastissimo epistolario lasciato da Gregorio VII (438 lettere) illustra quali principii guidarono sin dall'inizio la sua azione riformatrice:

« Se poi con gli occhi dello spirito guardo a occidente, a sud o a nord, a stento io trovo vescovi legittimi per elezione e per condotta di vita, che si lascino guidare...dall'amore di Cristo e non dall'ambizione mondana. Fra i principi secolari non ne conosco uno che anteponga l'onore di Dio al proprio e la giustizia all'interesse »

(Lettera a Ugo, abate di Cluny, 22 gennaio 1075)

« I vescovi...ricercano con insaziabile brama la gloria del mondo e i piaceri della carne. Non solo sconvolgono in se stessi le cose sante e religiose, ma col loro cattivo esempio travolgono a ogni delitto anche i loro sudditi »

(Lettera al vescovo Lanfranco di Canterbury, fine giugno 1073)

Se la decadenza della Chiesa era stata determinata in buona misura anche dalla nomina di vescovi indegni, scelti solo in base al contributo versato alle casse reali o imperiali (simonia), non bisognava però nascondersi che ciò era dovuto anche alla pusillanimità dei buoni:

« Sono rari i buoni che anche in tempo di pace sono capaci di servire Dio. Ma sono rarissimi quelli che per suo amore non temono le persecuzioni o sono pronti ad opporsi decisamente ai nemici di Dio. Perciò la religione cristiana - ahimè - è quasi scomparsa, mentre è cresciuta l'arroganza degli empi »

(Lettera ai monaci di Marsiglia)

Ecco perciò il dovere di promuovere comportamenti diversi, da un lato incoraggiando vescovi e abati a opporsi alle pratiche simoniache, dall'altro esortando re e alti feudatari a non estorcere denaro: questo è il contenuto di molte lettere dell'epistolario. Occorreva anche dare il buon esempio, cioè sostenere un duro confronto con il giovane re dei Germani Enrico IV, che era circondato da vescovi scomunicati e conscio del fatto che suo padre aveva deposto ed eletto più di un papa. Gregorio non aveva alcuna difficoltà a valutare il pericolo:

« Capirai quanto per noi sia pericoloso agire contro costoro [i vescovi] e quanto sia difficile resister loro e frenare la loro malvagità »

(Lettera al vescovo Lanfranco di Canterbury, fine giugno 1073)

Nel marzo 1074 il neoeletto pontefice tenne il tradizionale concilio annuale in Laterano (9-15 marzo)[5]. In esso furono condannati tutti i chierici ordinati per simonia; inoltre fu deciso che i vescovi che avevano ottenuto dei benefici in cambio di denaro, dovevano abbandonarli immediatamente, pena la scomunica. Infine Gregorio scomunicò il duca normanno Roberto d'Altavilla per aver invaso il feudo pontificio di Benevento.

Nel sinodo romano del febbraio 1075 Gregorio VII rinnovò i decreti contro il concubinato del clero e la simonia e ne aggiunse uno nuovo. In esso proclamava il divieto delle investiture episcopali da parte di laici. Da allora in poi i vescovi dovevano essere nominati solamente dall'autorità ecclesiastica. Infine Roberto il Guiscardo fu colpito un'altra volta dalla scomunica per aver invaso le terre pontificie.

Il divieto delle investiture laiche sottraeva ai monarchi la disponibilità di una gran parte dei loro feudi maggiori. Se applicato integralmente e letteralmente, avrebbe comportato lo smembramento dei territori appartenenti a re Enrico e, in generale, ai sovrani dell'Europa occidentale[6].
Lo scontro personale tra Gregorio ed Enrico IV impedì al pontefice di dare corso al decreto. La sua applicazione fu abbandonata dai suoi successori. Il decreto contro le investiture fu definitivamente superato dal Concordato di Worms (1121).

La battaglia di Gregorio VII per la fondazione della supremazia papale fu strettamente connessa al suo forte appoggio all'obbligatorietà del celibato ecclesiastico e al suo attacco contro la simonia. Gregorio VII non modificò le norme canoniche sul celibato dei chierici, ma agì con maggiore energia e ottenne migliori risultati dei suoi predecessori. Nel 1073 introdusse nel diritto canonico la pena dell'interdetto (peraltro già inflitto per la prima volta nel VI secolo alla città di Roano). Nel 1074 pubblicò un'enciclica, assolvendo i fedeli dall'obbedienza verso quei vescovi che permettevano ai preti di sposarsi. L'anno seguente li incoraggiò a prendere provvedimenti contro i preti sposati, privando questi ultimi anche del loro sostentamento. Entrambe le campagne contro il matrimonio dei sacerdoti e la simonia provocarono una diffusa resistenza, anche se Gregorio non fu solo nel suo impegno di riforma ecclesiastica, ma trovò un forte sostegno. In Inghilterra l'arcivescovo Lanfranco di Canterbury gli stette al fianco. In Francia il suo maggiore alleato fu il vescovo Ugo di Romans, che nel 1083 divenne arcivescovo di Lione.

Potere temporale e potere spirituale secondo Gregorio VII[modifica | modifica wikitesto]

Tutta l'opera di Gregorio fu basata sui seguenti principii: la Chiesa è stata fondata da Dio ed è incaricata del compito di abbracciare tutta l'umanità in un'unica società nella quale la volontà divina è l'unica legge; essendo un'istituzione di origine divina, la Chiesa si pone al di sopra di tutte le strutture umane, in particolare dello stato secolare; il Papa, nel suo ruolo di capo della Chiesa, è il vicereggente di Dio sulla Terra, e quindi la disobbedienza nei suoi confronti implica la disobbedienza a Dio o, in altre parole, l'abbandono della cristianità. Gregorio voleva fare in modo che tutti i più importanti motivi di disputa fossero indirizzati a Roma; gli appelli dovevano essere rivolti direttamente a lui; la centralizzazione del governo ecclesiastico a Roma comportò anche una riduzione del potere dei vescovi. Egli tentò l'attuazione di tali principii, immediatamente applicandoli alle condizioni sociali e politiche in cui si trovava ai suoi tempi l'Europa cristiana.

Gregorio avanzò verso diversi regni una pretesa di sovranità da parte della Sede apostolica e cercò di assicurarsi il riconoscimento dei diritti di possesso auto-proclamati. Sulla base dell'uso immemore, le isole di Corsica e Sardegna vennero assunte come appartenenti alla Santa Sede. Anche Spagna e Ungheria vennero reclamate come sua proprietà e venne fatto un tentativo per indurre il re di Danimarca a mantenere il proprio regno come feudo del Papa. Gregorio, però, era ben conscio della debolezza del proprio potere temporale e sapeva che poteva ricorrere solo alla propria autorità morale e spirituale. Ad esempio, rinunciò a deporre il vescovo simoniaco Guerniero di Strasburgo, perché comunque il suo posto "sarebbe stato preso da un altro in grado di sborsare un prezzo ancora più alto" (lettera del 15 luglio 1074). Questa sua debolezza risultò evidente dal comportamento dei Normanni. Le grandi concessioni fatte loro dal predecessore Niccolò II non li fecero desistere dalla loro avanzata nell'Italia centrale, né li indussero ad assicurare al papato l'aspettata protezione. Quando Gregorio venne fronteggiato duramente da Enrico IV, Roberto d'Altavilla (l'alleato normanno del pontefice) lo abbandonò al suo destino; intervenne solo quando lui stesso venne minacciato dalle armate tedesche. Ma, una volta presa Roma, abbandonò la città alle sue truppe e l'indignazione popolare suscitata da questo atto portò all'esilio di Gregorio.

Egli considerava l'esistenza dello Stato come deroga della Provvidenza, descrivendo la coesistenza di Chiesa e Stato come risultato del volere divino. Enfatizzò la necessità di unire il sacerdotium e l'imperium, ma non considerò mai i due poteri sullo stesso piano. La superiorità della Chiesa era per lui un fatto che non ammetteva discussioni e del quale non dubitò mai.

Il Dictatus Papae[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Dictatus Papae.

Il «Dictatus Papae» ("Affermazioni di principio del Papa") è una raccolta di ventisette proposizioni, ciascuna delle quali enuncia uno specifico potere del pontefice romano. Nella raccolta delle lettere pontificali di Gregorio VII, è inserito fra due missive datate marzo 1075.

Il documento esprime la visione teocratica di Gregorio VII: la superiorità dell'istituto pontificio su tutti i sovrani laici, imperatore incluso, è indiscussa. Il pontefice deriva la propria autorità da Dio “per grazia del principe degli apostoli” (San Pietro), ed è in virtù di questa grazia che il papa esercita il potere di legare e di sciogliere[7]. Il rapporto tra Stato e Chiesa era completamente capovolto: non era più l'imperatore ad approvare la nomina del papa, ma era il papa a conferire all'imperatore il suo potere ed, eventualmente, a revocarlo.[4][8]

Papa Gregorio, nella sentenza di sospensione dei poteri di Enrico IV come re dei Germani e re d'Italia, applicò gli l'artt. XII e XXVII del documento[9].

Relazioni con i regni cristiani[modifica | modifica wikitesto]

Gregorio strinse relazioni con ogni nazione della cristianità; la sua corrispondenza giunse in Polonia Boemia e in Russia. Scrisse in termini amichevoli al re musulmano della Mauritania e cercò senza successo di portare la Chiesa armena in comunione con Roma. Gregorio fu particolarmente interessato alle Chiese ortodosse orientali. Lo scisma tra Roma e la Chiesa bizantina fu per lui un duro colpo, e lavorò lungamente per ripristinare le precedenti relazioni fraterne. Gregorio riuscì a entrare in contatto con l'imperatore Michele VII. Quando la notizia dell'attacco arabo ai cristiani d'oriente giunse a Roma, e l'imbarazzo politico dell'imperatore bizantino aumentò, Gregorio concepì il progetto di una grande spedizione militare ed esortò i fedeli a partecipare alla riconquista della Chiesa del Santo Sepolcro.

Nelle relazioni con gli altri stati europei, l'intervento di Gregorio risultò molto più moderato rispetto alla sua politica nei confronti dei prìncipi tedeschi. Lo scontro con il Sacro romano impero da un lato gli lasciò poche energie per affrontare simultaneamente scontri analoghi e dall'altro ebbe caratteristiche particolari, fra cui la pretesa imperiale di eleggere e deporre papi. Anche Filippo I di Francia, con la sua pratica della simonia e la violenza delle sue azioni contro la Chiesa, provocò una minaccia di misure punitive: scomunica, deposizione e interdizione apparvero imminenti nel 1074. Gregorio, comunque, evitò di tradurre le minacce in azioni, anche se l'atteggiamento del re non mostrò alcun cambiamento.

In Inghilterra, Guglielmo il Conquistatore ottenne anch'egli dei benefici da questo stato di cose. Si sentì così al sicuro da interferire in modo autocratico con la gestione della Chiesa, vietando ai vescovi di recarsi a Roma, effettuando nomine di vescovi e abati e rimanendo imperturbabile quando il Papa gli tenne una lezione sulle proprie opinioni circa le relazioni tra Stato e Chiesa, o quando gli proibì il commercio o gli ordinò di riconoscersi come vassallo della Sede apostolica. Gregorio non aveva potere per costringere il re inglese a una modifica delle sue politiche ecclesiastiche, scelse quindi di ignorare ciò che non poteva approvare, e trovò addirittura consigliabile rassicurarlo del suo affetto paterno.

Il conflitto con il Re dei Germani[modifica | modifica wikitesto]

Nei rapporti con i sovrani e i grandi feudatari, Gregorio VII intese tutelare l'indipendenza della Chiesa dal potere laico. Quanto alle relazioni con il Sacro romano impero, dopo la morte di Enrico III (1056), la monarchia tedesca si era seriamente indebolita, e il figlio Enrico IV aveva dovuto affrontare grandi difficoltà interne, tra cui la ribellione dei Sassoni. Questa situazione inizialmente favorì il Papa. Il suo vantaggio fu ulteriormente accentuato dalla differenza di età: Enrico IV, nato nel 1050, aveva 20-25 anni in meno del pontefice.

Gregorio decise di regolare subito una questione di diritto canonico con re Enrico prima di procedere alla sua incoronazione a imperatore: cinque dei suoi consiglieri erano scomunicati, ma continuavano ad essere presenti alla sua corte. Il primo atto di Enrico fu sciogliere i rapporti con essi. Nel maggio 1074 (dopo la Pasqua), per espiare la colpa della precedente amicizia con tali membri, fece atto di penitenza a Norimberga alla presenza dei legati papali[10]. Inoltre prestò un giuramento di obbedienza al papa e promise di appoggiare l'opera di riforma della Chiesa. Questo atteggiamento, che all'inizio gli fece ottenere la fiducia del Papa, venne abbandonato non appena riuscì a sconfiggere i sassoni con la vittoria nella battaglia di Hohenburg (9 giugno 1075). Enrico infatti cercò subito di riaffermare il suo potere come re dei Germani nonché re d'Italia (egli rivestiva entrambe le cariche).

Scomunica e sospensione di Enrico IV[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1075 Enrico IV continuò ad effettuare nomine di vescovi tedeschi, pur non accettando più offerte in denaro[11]. Lo scontro tra le due istituzioni scaturì dalla nomina dell'arcivescovo di Milano, una sede molto importante per le relazioni tra Chiesa ed impero. La città lombarda essendo tradizionalmente vicina all'imperatore, l'arcivescovo svolgeva spesso un ruolo di mediazione tra papa e re dei Germani.

Nel 1074 sia il papa che Enrico IV avevano approvato la nomina di Attone, un ecclesiastico vicino ai Patarini. L'anno dopo i Patari persero il favore dei milanesi. Il re dei Germani decise allora di nominare Tedaldo di Castiglione, che si trovava presso di lui come cappellano militare, nuovo arcivescovo. Intervenne in altre questioni ecclesiastiche pertinenti all'Italia: inviò il conte Eberardo in Lombardia per combattere i Patarini (appoggiati invece dalla Chiesa di Roma) e appoggiò apertamente l'arcivescovo di Ravenna Guiberto in opposizione al pontefice romano. Infine cercò di stringere un'alleanza con il duca normanno Roberto d'Altavilla.

Gregorio VII replicò con una dura lettera (datata 8 dicembre 1075) nella quale protestò contro la nomina di Tedaldo ed accusò il re dei Germani di aver continuato ad ascoltare i cinque consiglieri scomunicati. Chiese al re che riconoscesse i suoi peccati e se ne pentisse. Si mostrò tuttavia disposto ad emendare insieme con Enrico il testo del decreto contro le investiture dei laici[12].

Sul finire del 1075 Gregorio VII subì un attentato. Enrico IV dedusse che il pontefice non avesse più il favore dei romani. Inoltre sapeva che il potente Roberto d'Altavilla, scomunicato, non sarebbe intervenuto in difesa del papa in caso di attacco a Roma da Nord. Pensò quindi di sferrare il colpo decisivo. Convocò un concilio dei vescovi della Germania a Worms, che si riunì il 24 gennaio 1076. Tra le alte sfere del clero tedesco, papa Gregorio VII aveva molti nemici. Tra questi vi era anche un cardinale italiano, Ugone Candido/Ugo Candido (Hugues le Blanc, in latino Hugo Candidus), un tempo dalla sua parte ma ora avversario del pontefice. Ugone si recò in Germania per l'occasione e di fronte al concilio formulò una serie di accuse nei confronti del papa. Le argomentazioni di Ugone Candido vennero accolte favorevolmente dall'assemblea, che approvò una dichiarazione secondo la quale Gregorio non poteva più essere considerato papa. In un documento pieno di accuse, i vescovi tedeschi dichiararono di non accettare più l'obbedienza al pontefice e di non riconoscerlo più come papa. In una lettera, Enrico gli rese nota la sentenza di deposizione a cui egli dichiarava di aderire. Il concilio inviò due vescovi in Italia e questi ottennero un atto di deposizione da parte dei vescovi lombardi nel sinodo di Piacenza[13].

Un chierico della chiesa di Parma, Rolando, informò il Papa di queste decisioni ed ebbe l'opportunità di parlare al tradizionale sinodo quaresimale riunito nella Basilica del Laterano (14-20 febbraio 1076)[14]. Rolando si presentò alla prima seduta del sinodo e consegnò al pontefice il messaggio che annunciava la sua detronizzazione. Per un momento i membri rimasero impietriti, ma ben presto si sollevò una tale indignazione, che per poco l'inviato non venne ucciso. L'assemblea venne riportata alla calma dalla moderazione di Gregorio.

Il giorno seguente il Papa disconobbe i consigli scismatici di Worms e Piacenza, scomunicando l'arcivescovo di Magonza Sigrido, quale presidente dell'assemblea di Worms. Rivendicata la legittimità del suo pontificato, pronunciò la sentenza di scomunica contro il re tedesco e lo spogliò della dignità reale, sciolse i suoi sudditi dai giuramenti prestati a suo favore e lo legò al vincolo dell'anatema. Tale sentenza aveva l'intento di espellere il re dalla comunità cristiana e di vietargli il governo di tutta la Germania e dell'Italia. Per la prima volta un papa non solo scomunicava un sovrano, ma lo inibiva dall'esercizio del suo potere regio. A differenza di Enrico, peraltro, Gregorio non sancì formalmente la deposizione del monarca, bensì lo considerò sospeso fino a quando non si fosse pentito[15].

Che producesse realmente questo effetto, o che rimanesse una vana minaccia, non dipendeva tanto da Gregorio, quanto dai sudditi di Enrico, e soprattutto, dai principi tedeschi. I documenti dell'epoca suggeriscono che la scomunica del re creò profonda impressione sia in Germania sia in Italia.

Il decreto di scomunica raggiunse Enrico ad Utrecht nella vigilia di Pasqua (26 marzo). La sua reazione fu immediata: in quello stesso giorno gli rispose con una lettera durissima. Definì Gregorio <<non papa, ma falso frate>>, lo dichiarò deposto e, rivolgendosi ai romani nella sua qualità di patrizio, chiese loro di abbandonare Gregorio ed eleggere un nuovo Papa[16].

Trent'anni prima, Enrico III aveva deposto tre papi che avevano cercato di usurpare il soglio di Pietro. Enrico IV aveva imitato questa procedura, ma non ebbe successo. La sentenza di Gregorio produsse infatti in Germania un effetto clamoroso. Si verificò, presso i vescovi tedeschi, un rapido e generale cambiamento di sentimenti in favore di Gregorio. I principi laici colsero l'opportunità per portare avanti le loro politiche anti-regali sotto l'aura di rispettabilità fornita dalla decisione papale. Quando, il giorno di Pentecoste (15 maggio), il re propose di discutere le misure da prendere contro Gregorio in un concilio con i suoi nobili, solo in pochi si presentarono. Una seconda convocazione a Magonza per la ricorrenza di San Pietro (15 giugno) andò deserta. I Sassoni ne approfittarono per risollevarsi e il partito anti-realista accrebbe vieppiù la sua forza
. Solo la Lombardia rimaneva fedele a Enrico: al concilio di Pavia, tenuto sotto la presidenza di Tedaldo (arcivescovo di Milano) e Guiberto (arcivescovo di Ravenna), Gregorio venne nuovamente scomunicato[17].

L'incontro di Canossa[modifica | modifica wikitesto]

Enrico IV in penitenza di fronte a Gregorio VII a Canossa, in presenza di Matilde, in un dipinto di Carlo Emanuelle.

Il 16 ottobre si riunì a Trebur, cittadina sul Reno in Assia, una dieta di principi e vescovi per esaminare la posizione del re. Era presente anche legato pontificio, Altmann di Passavia. I principi dichiararono che Enrico doveva chiedere scusa al Papa e impegnarsi all'obbedienza; decisero inoltre che, se nell'anniversario della sua scomunica la condanna fosse rimasta ancora in vigore, il trono sarebbe stato considerato vacante. Enrico IV ritenne opportuno trattare. Rilasciò promessa scritta di obbedire alla Santa Sede e di conformarsi alla sua volontà[18].
I principi stabilirono che si sarebbe tenuta nel febbraio 1077 ad Augusta, in Baviera, una dieta generale del regno presieduta del pontefice in persona. In quell'occasione sarebbe stata pronunciata la sentenza definitiva su Enrico.

Gregorio VII ratificò l'accordo e progettò il viaggio in Germania. La situazione diventava ora estremamente critica per Enrico. Per il re era imperativo, in qualsiasi circostanza e a qualsiasi prezzo, assicurarsi l'assoluzione di Gregorio prima della scadenza del periodo, altrimenti sarebbe stato quasi impossibile impedire ai suoi avversari di perseguire le loro intenzioni, di attaccarlo giustificando le loro misure appellandosi alla scomunica. Inizialmente Enrico tentò di ottenere i suoi fini per mezzo di un'ambasciata[senza fonte], ma quando Gregorio respinse la sua apertura, decise di fare il famoso gesto di recarsi di persona in Italia.

Il Papa era già partito da Roma e l'8 gennaio 1077 giunse a Mantova, nei possedimenti della contessa Matilde. Da qui la contessa lo accompagnò fino a Vercelli, da dove il pontefice avrebbe affrontato la traversata delle Alpi. A Vercelli gli giunse invece notizia che Enrico era in marcia per incontrarlo, accompagnato dalla moglie Berta e dal figlio Corrado, ancora infante. Gregorio non fece l'unica cosa che avrebbe dovuto fare: proseguire per la Germania[19]. Enrico, che aveva viaggiato attraverso la Borgogna, venne accolto con entusiasmo dai lombardi, che gli fornirono anche una scorta armata. Il papa, che invece non aveva una scorta e non si sentiva al sicuro in Lombardia, decise di arretrare e, tornando sui suoi passi, si fermò a Canossa, nel Reggiano, ospite di Matilde. Qui attese il re dei Germani, che vi giunse a sua volta il 25 gennaio 1077 e attese tre giorni, penitente, prima che il papa lo ricevesse.

Il gesto di Enrico divenne un evento storico di grande portata. L'assoluzione dalla scomunica fu l'esito di un negoziato prolungato e avvenne solo dietro l'assunzione di precisi impegni da parte del re. Gregorio VII affermò la suprema autorità papale sui re, attribuendosi l'autorità di stabilire le condizioni in cui essi potevano esercitare il potere regale e in cui i sudditi erano chiamati ad obbedirgli. Con la sottomissione di Canossa Enrico IV riconobbe questa rivendicazione pontificia[20]. Fu con riluttanza che Gregorio accettò il pentimento perché, concedendo l'assoluzione, la dieta dei principi di Augusta, nella quale aveva ragionevoli speranze di agire da arbitro, sarebbe diventata inutile o, se fosse riuscita a riunirsi, avrebbe cambiato completamente il suo carattere. Fu comunque impossibile negare il rientro nella Chiesa al penitente, e gli obblighi religiosi di Gregorio scavalcarono gli interessi politici.

La rimozione della condanna non implicava una vera riconciliazione, e non vi furono basi per la risoluzione della grande questione in gioco: quella dell'investitura. Un nuovo conflitto era inevitabile per il semplice fatto che Enrico IV, naturalmente, considerava la sentenza di deposizione annullata assieme a quella di scomunica; mentre Gregorio, da parte, sua era intento a riservarsi la propria libertà di azione e non diede nessuno spunto sulla questione a Canossa.

Seconda scomunica di Enrico e Sacco di Roma[modifica | modifica wikitesto]

I nobili tedeschi che si opponevano a Enrico utilizzarono la scomunica come pretesto per coalizzarsi contro di lui. Non solo essi perseverarono nella loro politica anche dopo l'assoluzione, ma presero un ulteriore e più deciso passo nell'insediare un re rivale nella persona del duca Rodolfo di Svevia (Forchheim, marzo 1077). All'elezione i legati papali presenti si mostrarono in apparenza neutrali, e Gregorio stesso cercò di mantenere questo atteggiamento negli anni seguenti. Il suo compito venne facilitato in quanto i due partiti erano di uguale forza, ognuno alla ricerca di un vantaggio decisivo che portasse il Papa dalla propria parte. Ma il risultato di questa neutralità fu che egli perse gran parte della fiducia di entrambe le parti. Alla fine Gregorio decise per Rodolfo di Svevia, dopo la vittoria di questi a Flarchheim (27 gennaio 1080). Su pressione dei Sassoni, e male informato sul significato della battaglia, Gregorio abbandonò la politica attendista e si pronunciò di nuovo per la deposizione e scomunica di re Enrico (7 marzo, 1080).

La seconda condanna papale non ebbe le stesse conseguenze della precedente. Il re, più esperto a distanza di quattro anni, affrontò lo scontro con il pontefice con grande vigore. Si rifiutò di riconoscere la condanna sostenendone l'illegalità. Convocò a Bressanone un concilio dell'episcopato germanico. Protagonista fu Ugone Candido, che accusò il pontefice di essere un assassino e un eretico. Il 26 giugno 1080 Enrico IV dichiarò la deposizione di Gregorio e nominò l'arcivescovo Guiberto di Ravenna come suo successore. In ottobre sconfisse in battaglia l'acerrimo rivale Rodolfo di Svevia il quale morì il 16 ottobre. Con lui ebbe fine la rivolta contro Enrico IV.

Nel frattempo il pontefice si incontrava con il duca normanno Roberto d'Altavilla a Ceprano (città posta circa a metà strada tra Roma e Napoli, sulla via Casilina). Il 29 giugno 1080 ritirò la scomunica e gli riconsegnò il titolo di duca, insieme con i territori conquistati. La Santa Sede rinunciava definitivamente agli ex territori dell'impero bizantino nell'Italia meridionale, ma riteneva di aver acquisito un fedele alleato.

Nel 1081 Enrico aprì il conflitto contro Gregorio in Italia. Quest'ultimo era ora meno potente, e tredici cardinali lo abbandonarono. Attraversò le Alpi e nel febbraio 1082 giunse fino alle porte di Roma. Si rivolse ai romani e a Gregorio, ma le trattative furono respinte. Allora mise mano alla forza e tentò di appiccare il fuoco alla basilica vaticana[21]. L'attentato fu sventato ed Enrico ripiegò in Sabina. Dopo un secondo assalto andato a vuoto la domenica delle Palme (17 aprile), decise di ritornare in Germania, lasciando l'antipapa Guiberto con un presidio armato a Tivoli per bloccare tutte le merci che provenivano dalla pianura del Tevere.

Al nuovo anno, il 1083, tornò ad accamparsi sotto le mura di Roma. Dopo sette mesi di blocco, la città si era indebolita. Enrico varcò le mura della Città leonina, costringendo Gregorio VII a rifugiarsi in Castel Sant'Angelo. Il 21 aprile 1083 fece il suo ingresso solenne nell'Urbe. Vi rimase fino all'autunno inoltrato; ritornò in patria sicuro di avere Roma nelle proprie mani. Nei mesi successivi Gregorio convocò un sinodo di vescovi (20 novembre). Il concilio non scomunicò esplicitamente Enrico, ma tutti coloro che avevano impedito ai vescovi vicini alla Santa Sede di prendervi parte [22].
Saputo ciò, Enrico entrò nuovamente in Roma il 21 marzo 1084. Tutta la città era in mano sua tranne Castel Sant'Angelo, dove continuò a resistere papa Gregorio. Una gran parte dei cardinali voltò le spalle al pontefice. Seguì la convocazione di un concilio in San Pietro il 24 marzo per giudicare il papa. Gregorio VII fu scomuniato e deposto; venne insediato in San Giovanni in Laterano Guiberto di Ravenna, che prese il nome di Clemente III[23]. Il 31 marzo Clemente III incoronò Enrico IV imperatore in San Pietro.

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Sacco di Roma (1084).

Dopo alcuni mesi di assedio e di trattative infruttuose, Gregorio VII mandò a chiamare in soccorso Roberto d'Altavilla, Duca di Puglia e Calabria. Avutane notizia, L'antipapa Clemente III ed Enrico IV si allontanarono da Roma (21 maggio). Tre giorni dopo le truppe normanne entravano in Roma e liberavano il pontefice[24]. Però i soldati del duca d'Altavilla devastarono completamente l'Urbe rendendosi responsabili di saccheggi e distruzioni peggiori, se paragonate a quelle del sacco goto del 410 e di quello lanzichenecco del 1527. Gran parte dei resti antichi allora ancora in piedi e delle chiese, vengono spogliati e distrutti; da allora tutta la popolazione di Roma si concentrò nel Campo Marzio (l'ansa del Tevere) e tutto il settore corrispondente ad Aventino, Esquilino, Celio rimase disabitato per secoli.

La catastrofe che si era abbattuta sulla Città eterna fu il colpo definitivo che affossò definitivamente il legame tra Gregorio VII e Roma[24]. Agli occhi dei romani egli non rappresentò altro se non l'uomo che aveva attirato una serie di sventure alla città. Gregorio capì che quando le truppe normanne fossero ritornate nei loro territori, i romani avrebbero ordito la loro vendetta contro di lui. Decise quindi di lasciare Roma con le truppe dell'Altavilla e di partire verso il Mezzogiorno (giugno 1083). Durante il viaggio fece una tappa presso l'Abbazia di Montecassino, dove fu ospite dell'abate Desiderio. Roma era stata lasciata sguarnita: fu facile per Clemente III, che aveva atteso lo sviluppo degli eventi nella vicina Tivoli, riprendere possesso della città.

Ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Urna di Gregorio VII nella Cattedrale di Salerno; il sarcofago originario romanico è stato sostituito con una moderna teca d'argento, con l'epitaffio latino inciso nella fascia inferiore.

Gregorio VII trascorse gli ultimi anni della sua vita a Salerno, città facente parte dei dominii di Roberto d'Altavilla. Consacrò la Cattedrale e verso la fine dell'anno convocò il suo ultimo concilio, in cui rinnovò la scomunica contro Enrico IV e Clemente III[25].
Il 25 maggio 1085 Gregorio morì. Fu sepolto in abito pontificale in un sarcofago romano del III secolo. I Romani e diversi dei suoi più fidati sostenitori lo avevano abbandonato, e i suoi fedeli in Germania si erano ridotti a un piccolo numero. Sulla sua tomba fu scolpita la frase: Ho amato la giustizia e ho odiato l'iniquità: perciò muoio in esilio.

Fu canonizzato nel 1606 da Papa Paolo V.

Nel 1954, per volere di Papa Pio XII il suo corpo fu dapprima trasportato per pochi giorni a Roma per essere esposto al pubblico, e poi fu risistemato nella Cattedrale salernitana in una teca d'argento, dove si trova tuttora. Nel 1985 il suo corpo è stato oggetto di una ricognizione canonica, con esame dei suoi resti ossei, che hanno anticipato la sua nascita al 1010-1015[26].

Concistori per la creazione di nuovi cardinali[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Concistori di papa Gregorio VII.

Papa Gregorio VII durante il suo pontificato ha creato 31 cardinali nel corso di nove distinti concistori.[27]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ W.J. Churchill, The "Annales barenses" and the "Annales Lupi Protospatharii": Critical Edition and Commentary, PHD Thesis, University of Toronto 1979, ad. a. 1085, p. 374
  2. ^ Fu eletto antipapa col nome di Onorio II con l'appoggio dell'imperatore.
  3. ^ Titolo feudale spettante ai signori proprietari di castelli nell'Agro romano.
  4. ^ a b Claudio Rendina, I Papi. Storia e segreti, 1983, pagg. 316-322.
  5. ^ Salvatorelli, p. 89
  6. ^ Salvatorelli, p. 89
  7. ^ Salvatorelli, p. 94
  8. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia, 2006, p. 195 "Egli comprese ch'era giunto il momento di portare a fondo l'attacco. Nel 1075 vietò a tutti i laici, pena la scomunica, d'investire un qualunque ecclesiastico. Poi formulò, in 27 proposizioni stringate, il Dictatus papae, la sua concezione secondo la quale il pontefice aveva in terra potere assoluto ed era in grado di deporre gli stessi sovrani laici."
  9. ^ Salvatorelli, p. 94
  10. ^ Salvatorelli, p. 89
  11. ^ Salvatorelli, p. 90
  12. ^ Salvatorelli, p. 91
  13. ^ Salvatorelli, p. 92
  14. ^ Salvatorelli, p. 94
  15. ^ Salvatorelli, p. 94
  16. ^ (EN) Medieval Sourcebook: Henry IV: Letter to Gregory VII, Jan 24 1076
  17. ^ Salvatorelli, p. 95
  18. ^ Salvatorelli, p. 95
  19. ^ Gregorio VII, in Enciclopedia dei Papi, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2000.
  20. ^ Salvatorelli, p. 97
  21. ^ Salvatorelli, p. 103
  22. ^ Salvatorelli, p. 104
  23. ^ Salvatorelli, p. 105
  24. ^ a b Salvatorelli, p. 107
  25. ^ Salvatorelli, p. 108
  26. ^ G. Fornaciari - F. Mallegni, La Ricognizione canonica dei resti scheletrici di S. Gregorio VII, in "Studi Gregoriani", XIII (1989), pp. 402-403.
  27. ^ Salvador Miranda, http://www2.fiu.edu/~mirandas/consistories-xi.htm#GregoryVII. URL consultato il 25 luglio 2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Luigi Salvatorelli, L'Italia dei comuni, Mondadori, 1940.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN95301181 · ISNI (EN0000 0001 2144 2500 · LCCN (ENn50082275 · GND (DE118541862 · BNF (FRcb13322125m (data) · NLA (EN35351794