Papa Gregorio VII

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Papa Gregorio VII
Papa Gregorio VII.jpg
157º papa della Chiesa cattolica
Elezione22 aprile 1073
Insediamento30 giugno 1073
Fine pontificato25 maggio 1085
Cardinali creativedi categoria
PredecessoreAlessandro II
SuccessoreVittore III
 
NomeIldebrando di Soana
NascitaSovana, post 1020
Ordinazione sacerdotale22 maggio 1073
Consacrazione a vescovo30 giugno 1073
Creazione a cardinale6 marzo 1059 da papa Niccolò II
MorteSalerno, 25 maggio 1085
SepolturaCattedrale di Salerno
San Gregorio VII
NascitaSovana, 1015 circa
MorteSalerno, 25 maggio 1085
Venerato daChiesa cattolica
Canonizzazione1606 da papa Paolo V
Ricorrenza25 maggio
Attributitriregno, mitria, casula

Gregorio VII, nato Ildebrando di Soana[1] (Soana, 1015 circa – Salerno, 25 maggio 1085), è stato il 157º papa della Chiesa cattolica dal 1073 alla morte.

Gregorio fu il più importante fra i papi che nell'XI secolo misero in atto una profonda Riforma della Chiesa, ma è noto soprattutto per il ruolo svolto nella lotta per le investiture, che lo pose in contrasto con re Enrico IV.

Il culto tributatogli sin dalla morte venne ratificato nel 1606 da papa Paolo V, che ne proclamò la santità. La memoria liturgica è il 25 maggio. Gregorio VII è famoso per la lotta con l'impero per il potere universale, e per il documento conosciuto come Dictatus Papae.

Dalla nascita al pontificato[modifica | modifica wikitesto]

Origini famigliari[modifica | modifica wikitesto]

Casa natale di Ildebrando a Sovana

Pochi e insicuri sono i dati sulle origini e sulla condizione sociale della famiglia del futuro Gregorio VII. Si sa per certo che nacqe in Toscana, a Sovana, in una data imprecisata ma probabilmente da collocarsi tra il 1015 e il 1020. Il suo nome di battesimo, Ildebrando, testimonia l'origine germanica della sua famiglia che sembra fosse di modesta estrazione[N 1] e, secondo alcune fonti, indubbiamente intenzionate a mostrare un certo parallelismo con Gesù, suo padre, tale Bonizone, avrebbe esercitato la professione di falegname.[2][3][1]

Formazione[modifica | modifica wikitesto]

Immagine di Gregorio VII in posizione benedicente (pagina miniata dell'XI secolo)

Il contesto in cui Ildebrando crebbe fu caratterizzato da una vera e propria crisi morale della chiesa (un periodo conosciuto come saeculum obscurum), da tempo screditata dalla pratica dalla compravendita delle cariche ecclesiastiche (detta simonia) e dalla diffusione del Concubinato o del matrimonio per gli appartenenti al clero (nicolaismo), situazioni frequenti in particolare in Italia, Germania e Francia. In risposta a tale situazione fin dalla fine del X secolo aveva avuto inizio una profonda riforma della chiesa, partita in particolare dal mondo monastico, che mirava ad ottenere una maggiore autonomia rispetto al potere laicale e ad imporre una moralizzazione della condotta, sia del clero, che del ceto della cavalleria grazie alle iniziative della pace di Dio e, successivamente, della tregua di Dio. Il movimento riformatore venne largamente sostenuto dalla congregazione cluniacense (originario dell'abbazia di Cluny) ma non solo: protagoniste delle riforma furono anche le abbazie benedettine di Brogne, in Belgio, e di Gorze in Lorena (celebre per la Riforma di Gorze).

Ildebrando venne inviato giovanissimo a studiare a Roma, dove suo zio era priore dell'Abbazia cluniacense di Santa Maria sull'Aventino, riformata nel X secolo da Oddone da Cluny su volontà di Alberico II di Spoleto. Qui Ildebrando iniziò la sua formazione ecclesiastica diventando, quasi certamente, monaco, tra i suoi maestri vi fu Lorenzo d'Amalfi e molto probabilmente anche Giovanni Graziano il futuro Papa Gregorio VI, un fervente sostenitore della riforma.[4] L'istruzione impartita al giovane fu per lo più mistica che filosofica ; egli attinse maggiormente ai salmi o agli scritti di Gregorio Magno (il cui nome assumeranno lui e il suo maestro una vola saliti al trono di San Pietro) rispetto a quelli di Sant'Agostino.[2]

Cappellano di Gregorio VI[modifica | modifica wikitesto]

Quando il maestro Gregorio VI salì al trono di San Pietro, al giovane Ildebrando venne affidato l'incarico di cappellano del papa. Il pontificato di Gregorio fu particolarmente turbolento e terminò con l'intervento militare dell'imperatore Enrico III di Franconia in Italia che, il 20 dicembre 1046, in occasione del sinodo di Sutri rimosse il pontefice, accusato di simonia, per imporre al suo posto papa Clemente II.[5][6] L'anno seguente Ildebrando seguì l'oramai deposto Gregorio VI in esilio in Germania ma, come egli stesso ammetterà in seguito, si recò oltre le Alpi controvoglia solo per rispetto verso il suo vecchio maestro con cui rimarrà fino alla morte avvenuta nel 1048. Nonostante la sua poca convinzione nel lasciare Roma, la permanenza in Germania si dimostrò per lui di grande valore formativo risultando fondamentale per la sua successiva attività ecclesiale. A Colonia e, dopo la morte di Gregorio VI, nell'abbazia di Cluny Ildebrando fu in grado di continuare gli studi, entrando in contatto con i circoli più vivi della riforma ecclesiastica. Fra gli altri, ebbe modo di conoscere Brunone di Toul, vescovo e parente dell'imperatore, che diventerà poco dopo Papa Leone IX il quale rimarrà profondamente toccato dall'austerità e rigorosità morale di Ildebrando

Consigliere dei papi[modifica | modifica wikitesto]

Fu proprio in seguito a un'esplicita richiesta di Brunone che Ildebrando fece ritorno a Roma dove, nel frattempo, si erano verificati alcuni eventi controversi: in rapida successione, i due papi designati dall'imperatore, Clemente II e Damaso II, morirono, forse assassinati, e nel 1048, Brunone, venne proclamato papa da un'assemblea tenutasi a Worms. Questi accettò la carica pontificia solo a condizione di ottenere il consenso del clero e del popolo romano. Una volta appurate l'esistenza di tali condizioni, lo stesso Ildebrando lo convinse a togliersi le vesti episcopali per recarsi nella capitale della Cristianità come un semplice pellegrino, chiedendo il rinnovo e la conferma della sua nomina. I romani furono sensibili verso questa dimostrazione di umiltà e Brunone venne elevato al soglio pontificio con il nome di Leone IX il 1º febbraio 1049.[7]

Poco dopo l'elezione, Ildebrando venne nominato suddiacono ricevendo l'incarico di amministrare le finanze della Santa Sede, in quel momento cadute in una situazione disastrosa.[8] Ildebrando esercitò un notevole influsso sul Papa, tanto che gli storici hanno spesso sottolineato di come gli atti più importanti del pontificato di Leone IX furono compiuti a seguito del suo parere.[9] L'influenza di Ildebrando non terminò con la morte di Leone ma egli poté continuare ad essere un autorevole consigliere anche dei successori che si susseguirono. Ildebrando fu dunque uno dei protagonisti di quella che in seguito sarebbe stata chiamata la "riforma gregoriana" (o, più correttamente, "riforma del XI secolo"), venticinque anni prima che diventasse egli stesso papa. Grazie anche a lui gli organi di governo pontificio vengono riorganizzati sul modello imperiale e ai cardinali vennero affidati numerosi ed importanti incarichi; inoltre, il collegio cardinalizio, una volta riservato esclusivamente agli appartenenti alle famiglie nobiliari romane, venne aperto anche agli "stranieri" a dimostrazione del carattere universale della Chiesa e del fatto che tali nomina non sarebbero più state oggetto di compravendite.[9]

Nel 1054 Ildebrando venne inviato come legato papale in Francia per indagare sull'eresia di Berengario di Tours il quale affermava che vi fosse solamente una presenza spirituale di Cristo nell'Eucarestia. Berengario venne deferito al Concilio di Tours del 1055, presieduto dallo stesso Ildebrando, in occasione del quale decise di compiere una professione di fede dove riconobbe la transustanziazione del pane e del vino nel corpo e il sangue di Cristo.[10]

Leone IX morì nel 1054 e una delegazione romana a cui appartenne anche Ildebrando si recò alla corte imperiale tedesca per condurre i negoziati per la successione riuscendo, stante il Privilegium Othonis, a convincere Enrico III del Sacro Romano Impero a scegliere Gebhard dei Conti di Calw, poi conosciuto come papa Vittore II come successore. In questo modo il partito riformatore rimase quindi al potere nella Santa Sede, sebbene il Papa continuasse ad essere nominato dall'imperatore. A seguito della morte di Enrico, venne eletto imperatore il giovane figlio di 6 anni con il nome di Enrico IV di Franconia imponendo, tuttavia la reggenza di Agnese di Poitou vedova del defunto.[11] Nonostante che quest'ultima fosse vicina al movimento cluniacense, la sua debolezza causò delle difficoltà alla causa riformista dovendo ella subire l'influenza dei nobili che la costrinsero a nominare come prelati persone da loro indicate.

Morto Vittore II, nel 1057 venne eletto papa Federico dei duchi di Lorena (Stefano IX) senza previa consultazione della corte imperiale tedesca, Ildebrando e il vescovo di Lucca Anselmo vennero inviati in Germania per assicurargli un tardivo riconoscimento. Essi riuscirono a ottenere il consenso dell'imperatrice Agnese. Stefano IX, comunque, morì prima del ritorno di Ildebrando e, con la frettolosa elezione di Giovanni Mincio (antipapa Benedetto X), vescovo di Velletri, l'aristocrazia romana fece un ultimo tentativo per recuperare l'influenza perduta sulla nomina alla sede papale, eventualità pericolosa per la Chiesa, che rischiava di ritornare soggetta al predominio dei patrizi romani. Il superamento della crisi fu essenzialmente opera di Ildebrando che riuscì ad ottenere il sostegno da parte del potente nobile Goffredo il Barbuto. Contro Benedetto X egli appoggiò un Papa rivale, nella persona di Gerardo di Borgogna, vescovo di Firenze, che alla fine prevalse salendo al soglio pontificio con il nome di Papa Niccolò II. All'influenza di Ildebrando si devono attribuire due importanti indirizzi politici, che caratterizzarono il pontificato di Niccolò II e guidarono l'operato della Santa Sede nel corso dei decenni successivi: il riavvicinamento con i Normanni nell'Italia meridionale, e l'alleanza con il movimento pauperistico, e di conseguenza anti-germanico, dei Patarini nell'Italia settentrionale.[12]

Papa Niccolò II, sotto di lui venne promulgata la bolla In nomine Domini con cui si stabilì che l'elezione del papa fosse esclusiva del collegio cardinalizio

Tra i primi atti del nuovo papa fece promulgare la bolla pontificia In nomine Domini che trasferiva l'elezione del Papa al Collegio dei cardinali, sottraendola quindi ai nobili e al popolo di Roma e diminuendo l'influenza tedesca sull'elezione.[2][13] In questo modo, anche se veniva mantenuto il diritto di conferma da parte dell'Imperatore, il papato non poteva essere più considerato un suo vassallo ma un'istituzione indipendente. Gli storici ipotizzano che l'effettivo autore di tale decreto fosse stato lo stesso Ildebrando.[14] Sempre in questo periodo Ildebrando fu nominato abate di San Paolo fuori le mura, titolo che manterrà anche dopo l'elezione al pontificato.[15] Gli storici concordano sulla forte personalità che mise in luce Ildebrando, descritto come uno per cui "non esistevano sfumature, ma solo degli aut-aut, bianco o nero, e il suo carattere brusco gli procurò pochi amici" ma senza dimenticare il suo fervore e passione verso la religione e la sua piena adesione alla riforma a cui dedicò la sua vita.[16] Le sue capacità di influenzare l'ambiente circostante furono ben riconosciute anche dai suoi contemporanei, il teologo Pier Damiani lo descrisse come "un ferro senza valore, però, come un magnete, in grado di trascinare dietro di sé tutto ciò che incontra" o, ancora come "una tigre che si appresta a spiccare un salto, o ad un rigido vento del nord".[17]

Quando Niccolò II morì e gli successe Alessandro II (1061-1073), Ildebrando apparve sempre più come l'anima della politica della Curia agli occhi dei suoi contemporanei. Le condizioni politiche generali, specialmente in Germania, erano all'epoca molto favorevoli alla Curia, ma utilizzarle con la saggezza che il pontefice dimostrò fu nondimeno un grande successo, e la posizione di Alessandro alla fine del pontificato fu una brillante giustificazione dell'impostazione Ildebrandina.[18]

L'elezione al Soglio[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Elezione papale del 1073.
Il sacrilego attentato alla persona di
papa Gregorio VII
in Roma nell'anno 1075
«Ne fu autore il romano Cencio, padrone di una torre sul Tevere dinanzi a Castel Sant'Angelo e antico fautore dell'antipapa Cadalo[N 2]. Uomo violento e senza scrupoli, Cencio era uno di quei capitanei[N 3] della Campagna romana che per le sue malefatte era stato condannato a morte da papa Gregorio VII ma sfuggito alla pena per intercessione della contessa Matilde di Canossa non poté comunque evitare che la sua torre sul Tevere venisse abbattuta per ordine del papa. Cencio colse l'occasione per vendicarsi nella notte di Natale del 1075. Papa Gregorio aveva celebrato messa nella chiesa ad nivem, l'odierna Santa Maria Maggiore, e mentre stava distribuendo la comunione, Cencio con i suoi sgherri armati si slanciò contro il papa e, spogliatolo dei sacri paramenti, lo caricò di peso su un cavallo e fuggì nella notte. Ma il popolo romano che amava il suo pontefice si mobilitò all'istante. Si chiusero subito tutte le porte della città affinché il rapitore non potesse rifugiarsi in qualche suo castello nella Campagna romana. Mentre il popolo si riuniva sul Campidoglio per decidere il da farsi, si sparse la voce che il papa era prigioniero in una torre vicino al Pantheon. Lì accorse il popolo tumultuante circondando la fortezza. Cencio, che invano con minacce di morte aveva tentato di farsi donare dal papa una somma di denaro, si vide perso e in ginocchio chiese perdono del suo delitto. Il papa con grande magnanimità placò il popolo, coprì con la sua stessa persona il criminale salvandolo dalla furia della folla. Ancora sanguinante per le percosse, il papa poi tornò nella basilica e riprese serenamente il rito interrotto».
Sintesi da Raffaello Morghen, Gregorio VII, Torino, 1942.[19]

Il giorno successivo alla morte di Alessandro II, avvenuta il 21 aprile 1073, mentre aveva luogo il funerale del pontefice nella Basilica di San Giovanni in Laterano, si alzò un grido dal clero e dal popolo: «Ildebrando vescovo!». Più tardi, lo stesso giorno, Ildebrando viene portato a San Pietro in Vincoli e legalmente eletto papa, col nome pontificale di Gregorio VII, dai cardinali riuniti, con il consenso del clero romano, tra le acclamazioni ripetute delle persone.[20][8] Tale modalità fu aspramente contestata dagli avversari di Ildebrando, in particolare da Guiberto di Ravenna (futuro antipapa) e nel sinodo di Worms del 1076, poiché non era in accordo con il Decretum in electione papae emanato pochi anni prima da papa Niccolò II.[21] Gregorio non scrisse al re dei Romani Enrico IV per notificargli la sua elezione[22] non riconoscendogli il diritto di controllare l'elezione pontificia. Il 22 maggio successivo il nuovo papa ricevette l'ordinazione sacerdotale, e il 30 giugno la consacrazione episcopale.

Ildebrando accettò la nomina con riluttanza in quanto ben conosceva le pesanti responsabilità e aveva già sessant'anni. Nel 1075 scrisse all'amico Ugo di Cluny: "Tu sei il mio testimone, beato Pietro, questo nonostante me la tua santa Chiesa mi abbia messo al timone".[23] Questa elezione spaventò i vescovi che ne temettero la gravità in quanto non era stato dato il consenso imperiale e i vescovi francesi, ben consci del suo zelo riformatore da quando si presentò a loro come legato, tentarono di convincere l'imperatore Enrico IV a non riconoscerlo. Tuttavia Ildebrando si rivelò prudente cercando e ottenendo la conferma imperiale prima di prendere possesso della sede apostolica. Così salì al soglio pontificio con il nome di Gregorio VII.

Inizialmente, in virtù della cosiddetta donazione di Costantino, ritenne che la Corsica, la Sardegna e persino la Spagna dovessero far parte della Santa Sede arrivando a sostenere che anche la Sassonia dovesse appartenergli in quanto donata da Carlo Magno mentre l'Ungheria dal re Stefano. Queste affermazioni vennero accolte alquanto malamente e conscio di un rifiuto generale e della possibilità di attirarsi ben troppo nemici, Ildebrando scelse di concentrare la sua azione sulla lotta al nicolaismo e alla simonia.

Il pontificato[modifica | modifica wikitesto]

Per tutto il suo pontificato, Gregorio si spese per combattere quelle che riteneva le grandi problematiche che affliggevano al Chiesa, vale a dire la diffusa abitudine del clero di sposarsi o praticare il concubinaggio (detto "nicolaismo"), la compravendita delle cariche religiose (detto "simonia") e la consuetudine dell'investitura episcopale (la scelta e nomina dei vescovi) da parte del potere laico, la lotta contro quest'ultima lo porterà ad un feroce scontro con l'imperatore Enrico IV di Franconia. Il vastissimo epistolario lasciato da Gregorio VII (438 lettere) illustra quali principii guidarono sin dall'inizio la sua azione riformatrice:

«Se poi con gli occhi dello spirito guardo a occidente, a sud o a nord, a stento io trovo vescovi legittimi per elezione e per condotta di vita, che si lascino guidare... dall'amore di Cristo e non dall'ambizione mondana. Fra i principi secolari non ne conosco uno che anteponga l'onore di Dio al proprio e la giustizia all'interesse»

(Lettera a Ugo, abate di Cluny, 22 gennaio 1075)
Durante il suo pontificato, Gregorio VII, inviò ben 438 lettere. In questa mappa sono riportate le destinazioni divise per anni

Se la decadenza della Chiesa era stata determinata in buona misura anche dalla nomina di vescovi indegni, scelti solo in base al contributo versato alle casse reali o imperiali, non bisognava però nascondersi che ciò era dovuto anche alla pusillanimità dei buoni:

«Sono rari i buoni che anche in tempo di pace sono capaci di servire Dio. Ma sono rarissimi quelli che per suo amore non temono le persecuzioni o sono pronti ad opporsi decisamente ai nemici di Dio. Perciò la religione cristiana - ahimè - è quasi scomparsa, mentre è cresciuta l'arroganza degli empi»

(Lettera ai monaci di Marsiglia)

Ecco perciò il dovere di promuovere comportamenti diversi, da un lato incoraggiando vescovi e abati a opporsi alle pratiche simoniache, dall'altro esortando re e alti feudatari a non estorcere denaro: questo è il contenuto di molte lettere dell'epistolario. Occorreva anche dare il buon esempio, cioè sostenere un duro confronto con il giovane re dei Romani Enrico IV, che era circondato da vescovi scomunicati e conscio del fatto che suo padre aveva deposto ed eletto più di un papa. Gregorio non aveva alcuna difficoltà a valutare il pericolo:

«Capirai quanto per noi sia pericoloso agire contro costoro [i vescovi] e quanto sia difficile resister loro e frenare la loro malvagità»

(Lettera al vescovo Lanfranco di Canterbury, fine giugno 1073)

Lotta per il celibato ecclesiastico[modifica | modifica wikitesto]

Papa Gregorio VII in una miniatura contenuta nel Vita Gregorii VII

Tra le sue prime iniziative, Gregorio VII, lottò contro il nicolaismo, ovvero la frequente pratica del clero, in particolare i preti, di sposarsi o di praticare il concubinato. Per Ildebrando, che era anzitutto un monaco, il celibato ecclesiastico era indissolubilmente parte dell'ideale sacerdotale e lo riteneva essenziale anche affinché gli appartenenti al clero si occupassero unicamente della chiesa, senza avere una famiglia che li distraesse dalla loro funzione e che fossero indipendenti dai legami sociali ; successivamente si pose anche l'accento sul fatto che il celibato scongiurasse la possibilità che i preti tramandassero per via ereditaria i beni appartenenti alla Chiesa.[24] Pertanto, in occasione del Concilio di Quaresima del 1074 si decise di escludere i sacerdoti che risultavano sposati o conviventi.[13].

Tali disposizione ricevettero contestazioni da parte di molti preti tedeschi e i vescovi imbarazzati, soprattutto in Germania, non mostrarono alcuna tempestività a mettere in pratica le decisioni conciliari. Pertanto, il papa, dubitando del loro zelo, ordinò ai duchi di Svevia e Carinzia di impedire con la forza ai sacerdoti ribelli di officiare. Fu poi rimproverato dai vescovi Teodorico di Verdun ed Enrico di Spira di aver indebolito con tale decisione l'autorità episcopale davanti al potere secolare. In un primo momento, l'imperatore Enrico IV, già occupato a fronteggiare la rivolta dei suoi grandi feudatari, cercò di placare il conflitto proponendosi di fare il conciliatore tra i legati pontifici e i vescovi tedeschi.[25] Gregorio VII tuttavia colse un'inaspettata vittoria in Germania: i preti sposati vennero disprezzati, talvolta torturati ed esiliati, mentre le loro mogli legittime escluse dalla società del tempo.[26]

A proposito della sua lotta contro i vescovi immorali, Gregorio rivolse a Lanfranco di Canterbury, queste parole:

«I vescovi... ricercano con insaziabile brama la gloria del mondo e i piaceri della carne. Non solo sconvolgono in se stessi le cose sante e religiose, ma col loro cattivo esempio travolgono a ogni delitto anche i loro sudditi»

(Lettera al vescovo Lanfranco di Canterbury, fine giugno 1073)
Gregorio VII con la sua arma

Nel Natale del 1075 fu organizzata una rivolta a Roma da parte di Censio, capo della nobiltà contraria alle riforme. Gregorio VII venne arrestato mentre officiava nella Basilica di Santa Maria Maggiore e rinchiuso in una torre ma bene presto liberato dai suoi sostenitori che gli permisero di reprimere la rivolta.[24] In Spagna, sotto la pressione del legato papale, il consiglio Burgos (1080) ordinò che i sacerdoti sposati rinunciassero alle loro mogli, ma tale disposizione sarà messa in pratica solamente nel XIII secolo durante il regno di Alfonso X di Castiglia in cui si procedette a punire severamente il matrimonio sacerdotale.[24]

In Francia e in Inghilterra le cose si rivelarono ancora più difficili. Il sinodo di Parigi del 1074 dichiarò i decreti romani intollerabili e irragionevoli ("importabilia ideoque irrationabilia") e anche se il concilio di Poitiers del 1078 accettasse le disposizione di papa Gregorio i vescovi difficilmente le poterono mettere in pratica in quanto non poterono disporre dell'indispensabile supporto delle autorità secolari e così i matrimoni tra ecclesiastici continuarono.[24] Dall'altra parte della Manica, Guglielmo il Conquistatore non fece nulla per applicare la riforma e Lanfranco di Canterbury non poté impedire al Consiglio di Winchester di autorizzare nel 1076 i preti sposati a mantenere le loro mogli. Il Consiglio di Londra del 1102, sotto l'ispirazione di Anselmo, ne ordinò l'annullamento del matrimonio ma senza prescriverne sanzioni. Il Secondo Concilio di Londra, tenutosi sei anni più tardi, non ebbe altro risultato se non quello di aggravare il disordine morale nel clero.[24]

Gregorio VII, nel frattempo impegnatosi a piene forze nella lotta per le investiture, non poté permettersi il lusso di affrontare sia l'imperatore che i re di Francia e Inghilterra e quindi per mantenere i buoni rapporti con questi ultimi due affiancò al suo intransigente legato Ugo di Romans, il più diplomatico Ugo di Cluny.[24]

Lotta contro la simonia[modifica | modifica wikitesto]

Abate ritratto mentre compie simonia; Francia, XII secolo

Nel marzo 1074 il neoeletto pontefice tenne il tradizionale concilio annuale in Laterano (9-15 marzo)[27]. In esso furono condannati tutti i chierici ordinati per simonia; inoltre fu deciso che i vescovi che avevano ottenuto dei benefici in cambio di denaro, dovevano abbandonarli immediatamente, pena la scomunica. Infine Gregorio scomunicò il duca normanno Roberto d'Altavilla detto il Guiscardo per aver invaso il feudo pontificio di Benevento.

Nel sinodo romano del febbraio 1075 Gregorio VII rinnovò i decreti contro il concubinato del clero e la simonia e ne aggiunse uno nuovo. In esso proclamava il divieto delle investiture episcopali da parte di laici. Da allora in poi i vescovi dovevano essere nominati solamente dall'autorità ecclesiastica. Infine Roberto il Guiscardo fu colpito un'altra volta dalla scomunica per aver invaso le terre pontificie.

Il divieto delle investiture laiche sottraeva ai monarchi la disponibilità di una gran parte dei loro feudi maggiori. Se applicato integralmente e letteralmente, avrebbe comportato lo smembramento dei territori appartenenti a re Enrico e, in generale, ai sovrani dell'Europa occidentale[27].
Lo scontro personale tra Gregorio ed Enrico IV impedì al pontefice di dare corso al decreto. La sua applicazione fu abbandonata dai suoi successori. Il decreto contro le investiture fu definitivamente superato dal Concordato di Worms (1122).

La battaglia di Gregorio VII per la fondazione della supremazia papale fu strettamente connessa al suo forte appoggio all'obbligatorietà del celibato ecclesiastico e al suo attacco contro la simonia. Gregorio VII non modificò le norme canoniche sul celibato dei chierici, ma agì con maggiore energia e ottenne migliori risultati dei suoi predecessori. Nel 1073 introdusse nel diritto canonico la pena dell'interdetto (peraltro già inflitto per la prima volta nel VI secolo alla città di Rouen). Nel 1074 pubblicò un'enciclica, assolvendo i fedeli dall'obbedienza verso quei vescovi che permettevano ai preti di sposarsi. L'anno seguente li incoraggiò a prendere provvedimenti contro i preti sposati, privando questi ultimi anche del loro sostentamento. Entrambe le campagne contro il matrimonio dei sacerdoti e la simonia provocarono una diffusa resistenza, anche se Gregorio non fu solo nel suo impegno di riforma ecclesiastica, ma trovò un forte sostegno. In Inghilterra l'arcivescovo Lanfranco di Canterbury gli stette al fianco. In Francia il suo maggiore alleato fu il vescovo Ugo di Romans, che nel 1083 divenne arcivescovo di Lione.

Lotta per le investiture[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Lotta per le investiture.

Il confronto con Enrico IV[modifica | modifica wikitesto]

L'imperatore Enrico IV di Franconia in una miniatura nel vangelo dell'abbazia di Sant'Emmerano

Nei rapporti con i sovrani e i grandi feudatari, Gregorio VII intese tutelare l'indipendenza della Chiesa dal potere laico e per perseguire questo obiettivo intraprese trattative sostenute anche da alcuni vescovi dell'Impero. L'obiettivo di Gregorio fu quello di "imporre alla chiesa un modello organizzativo di stampo monarchico e sulla desacralizzazione della carica imperiale".[28] Quanto alle relazioni con il Sacro romano impero, dopo la morte di Enrico III (1056), la monarchia tedesca si era seriamente indebolita, e il figlio Enrico IV aveva dovuto affrontare grandi difficoltà interne, tra cui la ribellione dei Sassoni. Questa situazione inizialmente favorì il Papa. Il suo vantaggio fu ulteriormente accentuato dalla differenza di età: Enrico IV, nato nel 1050, aveva 20-25 anni in meno del pontefice.[29]

Gregorio decise di regolare subito una questione di diritto canonico con re Enrico prima di procedere alla sua incoronazione a imperatore: cinque dei suoi consiglieri erano scomunicati, ma continuavano ad essere presenti alla sua corte. Il primo atto di Enrico fu sciogliere i rapporti con essi. Nel maggio 1074 (dopo la Pasqua), per espiare la colpa della precedente amicizia con tali membri, fece atto di penitenza a Norimberga alla presenza dei legati papali.[27] Inoltre prestò un giuramento di obbedienza al papa e promise di appoggiare l'opera di riforma della Chiesa. Questo atteggiamento, che all'inizio gli fece ottenere la fiducia del Papa, venne abbandonato non appena riuscì a sconfiggere i sassoni con la vittoria nella battaglia Langensalza combattuta il 9 giugno 1075.[30] Enrico infatti cercò subito di riaffermare il suo potere come re dei Romani nonché re d'Italia (egli rivestiva entrambe le cariche). Nel settembre dello stesso anno, a seguito dell'omicidio di Erlembaldo Cotta, investì (contrariamente agli impegni presi) il chierico Tedaldo, arcivescovo di Milano, nonché i vescovi di Fermo e di Spoleto. A seguito di ciò ebbe inizio il conflitto passato alla storia come lotta per le investiture.[31][32]

In dicembre Gregorio inviò ad Enrico una dura lettera con la quale lo esortava ad obbedire:

«Il vescovo Gregorio, servo dei servi di Dio, al re Enrico, manda il saluto la benedizione apostolica, a patto tuttavia che obbedisca, come si conviene a un re cristiano, alla Sede Apostolica.[33][34]»

Ritenedolo colpevole di mancata obbedienza alla Chiesa, in quanto attribuendo le diocesi di Fermo e Spoleto, "ammesso che una chiesa possa essere attribuita o donata da un uomo" a degli sconosciuti e quindi essendo venuto meno al suo impegno di astenersi nell'investiture ecclesiastiche.[35] Al di là della questione delle investiture, fu in gioco il destino del dominium mundi, la lotta tra potere sacerdotale e potere imperiale. Gli storici del XII secolo chiamarono questo litigio Discidium inter sacerdotium et regnum .[36]

Il Dictatus Papae[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Dictatus Papae.

Gregorio VII fu l'autore del celebre Dictatus Papae ("Affermazioni di principio del Papa"), che si ritiene fosse stato redatto nel 1075 in quanto fu inserito fra due missive datate a marzo di quell'anno. Il Dictatus è una raccolta di ventisette proposizioni numerate, forse un documento programmatico o un indice di un'opera più ampia mai completata, ciascuna delle quali enuncia uno specifico potere o diritto del pontefice romano.[37] Il documento esprime la visione teocratica di Gregorio VII: la superiorità dell'istituto pontificio su tutti i sovrani laici, imperatore incluso, è indiscussa, contrastando così il cesaropapismo, ossia l'interferenza del potere politico nel governo della Chiesa. Il pontefice deriva la propria autorità da Dio “per grazia del principe degli apostoli” (San Pietro), ed è in virtù di questa grazia che il papa esercita il potere di legare e di sciogliere.[38][39] Il rapporto tra Stato e Chiesa era completamente capovolto: non era più l'imperatore ad approvare la nomina del papa, ma era il papa a conferire all'imperatore il suo potere ed, eventualmente, a revocarlo.[40][N 4] Secondo il Dictatus l'obbedienza alla Chiesa deve essere assoluta, chi non si attiene viene praticamente considerato un eretico.[41] Si può riassumere lo spirito di questa legislazione come il recupero della dottrina delle due potenze istituita da papa Gelasio I nel V secolo in cui tutta la cristianità, ecclesiastica e laica doveva essere soggetta alla magistratura morale del Romano Pontefice;[N 5] per Gregorio "la dignità apostolica era il sole, quella regia la luna".[42] Il Dictatus papae, qualunque fosse la sua natura (documento programmatico o parte di un'opera), ben riassumeva i caratteri del processo già in atto, accelerato dalla politica di Gregorio, che tendeva alla trasformazione della Chiesa in una monarchia di fatto, con un forte potere centralizzato a scapito dell'indipendenza delle diocesi.[43]

Nel 1076, Papa Gregorio, nella sentenza di sospensione dei poteri di Enrico IV come re dei Romani e re d'Italia, applicherà gli articoli XII e XXVII del documento.[39]

Sinodo di Worms e deposizione di Gregorio[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Sinodo di Worms.
Gregorio VII dice messa

Nel 1075 Enrico IV continuò a effettuare nomine di vescovi tedeschi, pur non accettando più offerte in denaro[44]. Lo scontro tra le due istituzioni scaturì dalla nomina dell'arcivescovo di Milano, una sede molto importante per le relazioni tra Chiesa ed impero. La città lombarda essendo tradizionalmente vicina all'imperatore, l'arcivescovo svolgeva spesso un ruolo di mediazione tra papa e re dei Romani.

Nel 1074 sia il papa sia Enrico IV avevano approvato la nomina di Attone, un ecclesiastico vicino ai Patarini. L'anno dopo i Patarini persero il favore dei milanesi. Il re dei Romani decise allora di nominare nuovo arcivescovo Tedaldo di Castiglione, che si trovava presso di lui come cappellano militare. Enrico IV intervenne in altre questioni ecclesiastiche pertinenti all'Italia: inviò il conte Eberardo in Lombardia per combattere i Patarini (appoggiati invece dalla Chiesa di Roma) e appoggiò apertamente l'arcivescovo di Ravenna Guiberto in opposizione al pontefice romano. Infine cercò di stringere un'alleanza con il duca normanno Roberto d'Altavilla.

Gregorio VII replicò con una dura lettera (datata 8 dicembre 1075) nella quale protestò contro la nomina di Tedaldo ed accusò il re dei Romani di aver continuato ad ascoltare i cinque consiglieri scomunicati. Chiese al re che riconoscesse i suoi peccati e se ne pentisse. Si mostrò tuttavia disposto ad emendare insieme con Enrico il testo del decreto contro le investiture dei laici.[45]

Sul finire del 1075 Gregorio VII subì un attentato. Enrico IV dedusse che il pontefice non avesse più il favore dei romani. Inoltre sapeva che il potente Roberto d'Altavilla, scomunicato, non sarebbe intervenuto in difesa del papa in caso di attacco a Roma da Nord. Pensò quindi di sferrare il colpo decisivo. Convocò un concilio dei vescovi della Germania a Worms, che si riunì il 24 gennaio 1076. Tra le alte sfere del clero tedesco, papa Gregorio VII aveva molti nemici. Tra questi vi era anche un cardinale tedesco, Ugo di Remiremont, detto Candido,[46] un tempo dalla sua parte ma ora avversario del pontefice. Ugo si recò in Germania per l'occasione e di fronte al concilio formulò una serie di accuse nei confronti del papa. Le argomentazioni di Ugo Candido vennero accolte favorevolmente dall'assemblea, che approvò una dichiarazione secondo la quale Gregorio non poteva più essere considerato papa. In un documento pieno di accuse, i vescovi tedeschi dichiararono di non accettare più l'obbedienza al pontefice e di non riconoscerlo più come papa. In una lettera, Enrico gli rese nota la sentenza di deposizione a cui egli dichiarava di aderire e lo invitava a dimettersi:

«Enrico, re, non per usurpazione, ma per giusta ordinanza di Dio, a Ildebrando, che non è più il papa, ma ora è un falso monaco [...] Tu che tutti i vescovi ed io colpiamo con la nostra maledizione e la nostra condanna, dimettetevi, lasciate questa sede apostolica che vi siete arrogati. […] Io, Enrico, re per grazia di Dio, vi dichiaro con tutti i miei vescovi: discendi, discendi![47]»

Nella sentenza, inoltre, si faceva riferimento ad un passo della lettera ai Galati di San Paolo, "se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!", insinuando così che Gregorio potesse essere perfino equiparato ai falsi profeti.[48] Il concilio inviò, inoltre, due vescovi in Italia e questi ottennero un atto di deposizione da parte dei vescovi lombardi nel sinodo di Piacenza.[49] I vescovi tedeschi giustificarono la deposizione di Gregorio affermando che egli non venne eletto regolarmente ma, secondo le accuse, elevato tumultuosamente alla dignità papale dal popolo di Roma. Inoltre, come Patrizio di Roma, Enrico avocava a sé il diritto di nominare il papa, o almeno di confermare la sua elezione. Si sostenne anche che Gregorio avesse precedentemente giurato che non avrebbe mai accettato di essere mai eletto papa e che frequentasse intimamente alcune donne (forse si riferivano alla contessa Matilde di Canossa.[50][51]

Il Sinodo quaresimale del 1076 e la scomunica di Enrico IV[modifica | modifica wikitesto]

L'arcivescovo Sigfrido I di Magonza, alleato di Enrico IV durante il sinodo di Worms, venne scomunicato da Gregorio VII

Un chierico della chiesa di Parma, Rolando, informò il Papa di queste decisioni ed ebbe l'opportunità di parlare al tradizionale sinodo quaresimale riunito nella Basilica del Laterano (14-20 febbraio 1076).[39] La risposta di Gregorio non si fece attendere e il giorno seguente il Papa disconobbe i consigli scismatici di Worms e Piacenza, scomunicando l'arcivescovo di Magonza Sigfrido I, quale presidente dell'assemblea di Worms. Rivendicata la legittimità del suo pontificato, pronunciò la sentenza di scomunica contro il re tedesco e lo spogliò della dignità reale, sciolse i suoi sudditi dai giuramenti prestati a suo favore e lo legò al vincolo dell'anatema.

«Che Dio mi ha dato il potere di legare e sciogliere, sulla Terra come in Cielo. Fiducioso in questo potere, [...] sfido il re Enrico, figlio dell'Imperatore Enrico, insorto con sconfinato orgoglio contro la Chiesa, la sua sovranità sulla Germania e l'Italia, e io libera tutti i cristiani dal giuramento che hanno nei suoi confronti o che potrebbero ancora prestargli, e proibisce loro di continuare a servirlo come re. E poiché vive nella comunità degli esiliati, poiché fa il male in mille modi, poiché disprezza le esortazioni che gli rivolgo per la sua salvezza, [...] poiché si separa dalla Chiesa e che cerca di dividerla, per tutti questi motivi, io, tuo luogotenente, lo lego al vincolo della maledizione.[52]»

Tale sentenza aveva l'intento di espellere il re dalla comunità cristiana e di vietargli il governo di tutta la Germania e dell'Italia. Per la prima volta un papa non solo scomunicava un sovrano, ma lo inibiva dall'esercizio del suo potere regio. A differenza di Enrico, peraltro, Gregorio non sancì formalmente la deposizione del monarca, bensì lo considerò sospeso fino a quando non si fosse pentito.[39] Che producesse realmente questo effetto, o che rimanesse una vana minaccia, non dipendeva tanto da Gregorio, quanto dai sudditi di Enrico, e soprattutto, dai principi tedeschi. I documenti dell'epoca suggeriscono che la scomunica del re creò profonda impressione e divisione sia in Germania sia in Italia, in quanto la società era abituata a una concezione teocratica e sacra del regnante.[53]

Il decreto di scomunica raggiunse Enrico ad Utrecht nella vigilia di Pasqua (26 marzo). La sua reazione fu immediata: in quello stesso giorno gli rispose con una lettera durissima. Definì Gregorio «non papa, ma falso frate», lo dichiarò deposto e, rivolgendosi ai romani nella sua qualità di patrizio, chiese loro di abbandonare Gregorio ed eleggere un nuovo Papa.[54]

Trent'anni prima, Enrico III aveva deposto tre papi che avevano cercato di usurpare il soglio di Pietro. Enrico IV aveva imitato questa procedura, ma non ebbe successo. La sentenza di Gregorio produsse infatti in Germania un effetto clamoroso. Si verificò, presso i vescovi tedeschi, un rapido e generale cambiamento di sentimenti in favore di Gregorio. I principi laici colsero l'opportunità per portare avanti le loro politiche anti-regali sotto l'aura di rispettabilità fornita dalla decisione papale. Quando, il giorno di Pentecoste (15 maggio), il re propose di discutere le misure da prendere contro Gregorio in un concilio con i suoi nobili, solo in pochi si presentarono. Una seconda convocazione a Magonza per la ricorrenza di San Pietro (15 giugno) andò deserta. I Sassoni ne approfittarono per risollevarsi e il partito anti-realista accrebbe vieppiù la sua forza.[55]

Solo la Lombardia rimaneva fedele a Enrico: al concilio di Pavia, tenuto sotto la presidenza di Tedaldo (arcivescovo di Milano) e Guiberto (arcivescovo di Ravenna), Gregorio venne nuovamente scomunicato.[56]

L'incontro di Canossa[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Umiliazione di Canossa.
Enrico IV penitente di fronte alla contessa Matilde di Canossa e ad Ugo di Cluny

Dopo questa scomunica, molti principi tedeschi in precedenza sostenitori di Enrico, volsero le spalle all'imperatore; il 16 ottobre si riunì a Trebur, cittadina sul Reno in Assia, una dieta di principi e vescovi per esaminare la posizione del re. Era presente anche il legato pontificio, Altmann di Passavia. I principi dichiararono che Enrico doveva chiedere perdono al Papa e impegnarsi all'obbedienza; decisero inoltre che, se entro un anno e un giorno dalla sua scomunica (ovvero entro il 2 febbraio dell'anno seguente) la condanna fosse rimasta ancora in vigore, il trono sarebbe stato considerato vacante. Enrico IV ritenne opportuno trattare. Rilasciò promessa scritta di obbedire alla Santa Sede e di conformarsi alla sua volontà. I principi stabilirono che si sarebbe tenuta nel febbraio 1077 ad Augusta, in Baviera, una dieta generale del regno presieduta del pontefice in persona. In quell'occasione sarebbe stata pronunciata la sentenza definitiva su Enrico.[57][56][58]

Gregorio VII ratificò l'accordo e progettò il viaggio in Germania. La situazione diventava ora estremamente critica per Enrico. Per il re era imperativo, in qualsiasi circostanza e a qualsiasi prezzo, assicurarsi l'assoluzione di Gregorio prima della scadenza del periodo, altrimenti sarebbe stato quasi impossibile impedire ai suoi avversari di perseguire le loro intenzioni, di attaccarlo giustificando le loro misure appellandosi alla scomunica. Enrico decise quindi di recarsi incontro a Ildebrando e partì in dicembre attraverso le Alpi innevate. Poiché i suoi avversari, Rodolfo di Svevia e Bertoldo I di Zähringen, gli impedivano l'accesso ai passi tedeschi, l'imperatore fu costretto passare attraverso il passo del Moncenisio.[57]

Il Papa era nel frattempo già partito da Roma e l'8 gennaio 1077 giunse a Mantova, nei possedimenti della contessa Matilde. Da qui la contessa lo avrebbe dovuto accompagnare fino alle Chiuse di Verona, da dove dovevano accompagnarlo i principi tedeschi sino ad Augusta. Ma, per il grande gelo di quell'anno, essi erano impossibilitati di varcare le Alpi, mentre gli giunse la notizia che Enrico era in marcia per incontrarlo, accompagnato dalla moglie Berta e dal figlio Corrado, ancora infante. Enrico, che aveva viaggiato attraverso la Borgogna, venne accolto con entusiasmo dai lombardi, che gli fornirono anche una scorta armata. Il papa, che invece non aveva una scorta e non si sentiva al sicuro in Lombardia, decise di arretrare e, tornando sui suoi passi, si fermò a Canossa, nel Reggiano, ospite di Matilde.[59][60]

Grazie all'intercessione della contessa e del padrino di Enrico Ugo di Cluny, Gregorio accettò di incontrare l'imperatore il 25 gennaio 1077, festa della conversione di San Paolo. Le cronache raccontano che Enrico fosse comparso davanti al castello in abito da penitente e dopo tre giorni Gregorio gli revocò la scomunica, solamente cinque giorni prima del termine fissato dai principi oppositori. L'immagine di Enrico che si reca a Canossa in atteggiamento di umile penitenza si basa essenzialmente su una fonte principale, Lamberto di Hersfeld, un forte sostenitore del papa e un membro della nobiltà dell'opposizione. La penitenza fu, in ogni caso, un atto formale, compiuto da Enrico, e che il Papa non poteva rifiutare; appare oggi come un'abile manovra diplomatica, che fornì all'imperatore libertà d'azione limitando allo stesso tempo quella del papa. Tuttavia, è certo che, a lungo termine, questo evento infierì un duro colpo alla posizione dell'Impero tedesco.[61][60]

Enrico IV in penitenza di fronte a Gregorio VII a Canossa, in presenza di Matilde, in un dipinto di Carlo Emanuelle.

Il gesto di Enrico divenne un evento storico di grande risonanza, anche se non cambiò il corso degli avvenimenti. L'assoluzione dalla scomunica fu l'esito di un negoziato prolungato e avvenne solo dietro l'assunzione di precisi impegni da parte del re. Gregorio VII affermò la suprema autorità papale sui re, attribuendosi l'autorità di stabilire le condizioni in cui essi potevano esercitare il potere regale e in cui i sudditi erano chiamati ad obbedirgli. Con la sottomissione di Canossa Enrico IV riconobbe questo privilegio pontificio.[62] Fu con riluttanza che Gregorio accettò il pentimento perché, concedendo l'assoluzione, la dieta dei principi di Augusta, nella quale aveva ragionevoli speranze di agire da arbitro, sarebbe diventata inutile o, se fosse riuscita a riunirsi, avrebbe cambiato completamente il suo carattere. Fu comunque impossibile negare il rientro nella Chiesa al penitente, e gli obblighi religiosi di Gregorio scavalcarono gli interessi politici.[63]

La rimozione della condanna non implicava una vera riconciliazione, e non vi furono basi per la risoluzione della grande questione in gioco: quella dell'investitura. Un nuovo conflitto era inevitabile per il semplice fatto che Enrico IV, naturalmente, considerava la sentenza di deposizione annullata assieme a quella di scomunica; mentre Gregorio, da parte sua, era intento a riservarsi la propria libertà di azione e non diede nessuno spunto sulla questione a Canossa.[63]

L'anti-re e la seconda scomunica dell'Imperatore[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Grande rivolta dei Sassoni.

Mentre Enrico IV era ancora in Italia e stava trattando l'assoluzione dalla scomunica, i nobili tedeschi che gli si opponevano si coalizzarono contro di lui. Non solo essi perseverarono nella loro politica anche dopo l'assoluzione, ma presero un ulteriore e più deciso passo nell'insediare, il 15 marzo 1077 a Forchheim, un re rivale nella persona del duca Rodolfo di Svevia; i principi che lo elevarono al trono gli fecero promettere di non ricorrere mai a pratiche simoniache nell'assegnazione delle cariche episcopali.[64][65]

Inoltre, venne obbligato a concedere ai principi il diritto di voto nell'elezione imperiale e gli venne negato il diritto di trasferire il suo titolo ad eventuali figli, negando il principio dinastico fino ad allora prevalente; il primo passo verso la libera elezione richiesta dai principi dell'Impero. I legati papali presenti all'elezione si mostrarono in apparenza neutrali, e Gregorio stesso cercò di mantenere questo atteggiamento negli anni seguenti. Il suo compito venne facilitato in quanto i due partiti erano di uguale forza, ognuno alla ricerca di un vantaggio decisivo che portasse il Papa dalla propria parte. Ma il risultato di questa neutralità fu che egli perse gran parte della fiducia di entrambe le parti.[66]

Rodolfo di Svevia ferito a morte

A giugno, Enrico escluse Rodolfo dall'Impero e iniziò a fronteggiarlo in quella che è comunemente conosciuta come la grande rivolta dei Sassoni. Enrico subì fin da subito due sconfitte: il 7 agosto 1078 nella battaglia di Mellrichstadt e il 27 gennaio 1080 in quella di Flarchheim.[67] Dopo tale sconfitta, Gregorio scelse di schierarsi con il vincitore, l'anti-re Rodolfo, abbandonando così, su pressione dei sassoni, la politica attendista e pronunciandosi, il 7 marzo 1080, di nuovo per la deposizione e scomunica di re Enrico.[68]

La seconda condanna papale non ebbe le stesse conseguenze della precedente. Il re, più esperto a distanza di quattro anni, affrontò lo scontro con il pontefice con grande vigore. Si rifiutò di riconoscere la condanna sostenendone l'illegalità. Convocò a Bressanone un concilio dell'episcopato germanico. Protagonista fu nuovamente Ugo Candido[46], che accusò il pontefice di essere un assassino e un eretico.[69] Il 26 giugno 1080 Enrico IV dichiarò Gregorio deposto e nominò l'arcivescovo Guiberto di Ravenna come suo successore. Inoltre, nella battaglia sull'Elster del 14 ottobre successivo, Rodolfo, nonostante avesse colto una vittoria, perse la mano destra e venne colpito a morte all'addome; morì il giorno seguente. La perdita della mano destra, la mano del giuramento di fedeltà fatto a Enrico all'inizio del suo regno, è usata politicamente dai sostenitori di Enrico (è un giudizio di Dio) per indebolire ulteriormente la nobiltà dell'opposizione.

Nel frattempo il pontefice si incontrava con il duca normanno Roberto il Guiscardo a Ceprano (città posta circa a metà strada tra Roma e Napoli, sulla via Casilina) dove stipularono un trattato. Il 29 giugno 1080 ritirò la scomunica e gli riconsegnò il titolo di duca, insieme con i territori conquistati. La Santa Sede rinunciava definitivamente agli ex territori dell'impero bizantino nell'Italia meridionale, ma riteneva di aver acquisito un fedele alleato. L'atto fu sostanzialmente una riconferma dell'investitura conferita ai due duchi da parte dei papa predecessori, che vedevano nei normanni un possibile aiuto militare utile per proteggere la riforma. Infatti i normanni diventavano vassalli del papato e tenuti a versarli un non troppo simbolico pagamento di un censo ma, soprattutto, si impegnavano ad aiutare la Chiesa a "mantenere, acquisire e difendere i regalia di san Pietro e i suoi possessi [...] a mantenere sicuramente e onorificamente il papato romano".[70][N 6]

L'imperatore in Italia e il sacco di Roma[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Sacco di Roma (1084).
Roberto d'Altavilla, detto "il Guiscardo"

Nel 1081 Enrico, forte della vittoria colta l'anno precedente su Rodolfo, aprì il conflitto contro Gregorio in Italia. Quest'ultimo era ora meno potente, e tredici cardinali lo abbandonarono. Attraversò le Alpi e nel febbraio 1082 giunse fino alle porte di Roma. Si rivolse ai romani e a Gregorio, ma le trattative furono respinte. Allora mise mano alla forza e tentò di appiccare il fuoco alla basilica vaticana.[71] L'attentato fu sventato ed Enrico ripiegò in Sabina. Dopo un secondo assalto andato a vuoto la domenica delle Palme (17 aprile), decise di ritornare in Germania, lasciando l'antipapa Guiberto con un presidio armato a Tivoli per bloccare tutte le merci che provenivano dalla pianura del Tevere.

Con l'anno nuovo, il 1083, tornò ad accamparsi sotto le mura di Roma. Dopo sette mesi di blocco, la città si era indebolita. Enrico varcò le mura della Città leonina, costringendo Gregorio VII a rifugiarsi in Castel Sant'Angelo. Il 21 aprile 1083 fece il suo ingresso solenne nell'Urbe. Vi rimase fino all'autunno inoltrato; ritornò in patria sicuro di avere Roma nelle proprie mani. Nei mesi successivi Gregorio convocò un sinodo di vescovi (20 novembre). Il concilio non scomunicò esplicitamente Enrico, bensì tutti coloro che avevano impedito ai vescovi vicini alla Santa Sede di prendervi parte.[72]

Saputo ciò, Enrico entrò nuovamente in Roma il 21 marzo 1084. Tutta la città era in mano sua tranne Castel Sant'Angelo, dove continuò a resistere papa Gregorio. Gran parte dei cardinali voltarono le spalle al pontefice. Seguì la convocazione di un concilio in San Pietro il 24 marzo per giudicare il papa. Gregorio VII fu scomunicato e deposto; venne insediato in San Giovanni in Laterano Guiberto di Ravenna, che prese il nome di Clemente III.[73] Il 31 marzo Clemente III incoronò Enrico IV imperatore in San Pietro.

Dopo alcuni mesi di assedio e di trattative infruttuose, Gregorio VII mandò a chiamare in soccorso Roberto d'Altavilla, Duca di Puglia e Calabria. Avutane notizia, l'antipapa Clemente III ed Enrico IV si allontanarono da Roma (21 maggio). Gli storici divergono sulle tempistiche esatte dei giorni seguenti, secondo alcuni le truppe normanne entrarono in Roma dopo soli tre giorni,[74] secondo altri giunsero senza particolare fretta quando oramai Enrico era ben lontano, nei dintorni di Siena, a dimostrare che non ci fosse l'intenzione di arrivare ad uno scontro tra i due eserciti.[75] In ogni caso i normanni, dopo un breve assedio, liberarono papa Gregorio, ma poi si dettero a una devastazione dell'Urbe rendendosi responsabili di saccheggi e distruzioni peggiori, se paragonate a quelle del sacco goto del 410 e di quello lanzichenecco del 1527. Gran parte dei resti antichi allora ancora in piedi e delle chiese, vennero spogliati e distrutti; da allora tutta la popolazione di Roma si concentrò nel Campo Marzio (l'ansa del Tevere) e tutto il settore corrispondente ad Aventino, Esquilino, Celio rimase disabitato per secoli.[76] Ugo di Flavigny, raccontando degli eventi, parlò di grandi misfatti, stupri e violenze, compiuti nei confronti di colpevoli ed innocenti.[77]

La catastrofe che si era abbattuta sulla Città eterna fu il colpo definitivo che affossò definitivamente il legame tra Gregorio VII e Roma.[74] Agli occhi dei romani egli non rappresentò altro se non l'uomo che aveva attirato una serie di sventure sulla città. Gregorio capì che quando le truppe normanne fossero ritornate nei loro territori, i romani avrebbero ordito la loro vendetta contro di lui.[N 7][78] Decise quindi, nel giugno del 1084, di lasciare Roma con le truppe dell'Altavilla e di partire verso il Mezzogiorno. Durante il viaggio fece una tappa presso l'Abbazia di Montecassino, dove fu ospite dell'abate Desiderio. Roma era stata lasciata sguarnita: fu facile per Clemente III, che aveva atteso lo sviluppo degli eventi nella vicina Tivoli, riprendere possesso della città.

Esilio a Salerno e gli ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Urna di Gregorio VII nella Cattedrale di Salerno; il sarcofago originario romanico è stato sostituito con una moderna teca d'argento, con l'epitaffio latino inciso nella fascia inferiore.

«E la sua morte fu come un temporale violento, accompagnato da grandine, a tal punto che tutti quanti aspettavano di morire a causa di questa terribile tempesta.»

(Lupo, Annales Lupi Protospatharii, 215[79])

Gregorio VII trascorse gli ultimi anni della sua vita a Salerno, città facente parte dei dominii di Roberto d'Altavilla. Consacrò la Cattedrale e verso la fine dell'anno convocò il suo ultimo concilio, in cui rinnovò la scomunica contro Enrico IV e Clemente III[80]

Il 25 maggio 1085 Gregorio morì a seguito di una malattia che lo aveva colpito all'inizio dell'anno.[N 8] Fu sepolto in abito pontificale in un sarcofago romano del III secolo. I Romani e diversi dei suoi più fidati sostenitori lo avevano abbandonato, e i suoi fedeli in Germania si erano ridotti a un piccolo numero. Sulla sua tomba fu scolpita la frase: Dilexi justitiam et odivi iniquitatem propterea morior in exilio ("Ho amato la giustizia e ho odiato l'iniquità: perciò muoio in esilio") che la tradizione vuole che egli stesso avesse pronunciato in punto di morte.[81] Fu poi canonizzato nel 1606 da Papa Paolo V mentre la memoria liturgica venne fissata da Papa Benedetto XIII il 25 maggio.[1]

Nel 1954, per volere di Papa Pio XII il suo corpo fu dapprima trasportato per pochi giorni a Roma per essere esposto al pubblico, e poi fu risistemato nella Cattedrale salernitana in una teca d'argento, dove si trova tuttora. Nel 1985 il suo corpo è stato oggetto di una ricognizione canonica, con esame dei suoi resti ossei, che ha anticipato la sua nascita al 1010-1015[82] e che ha permesso uno studio antropologico e paleopatologico completo effettuato dal paleopatologo Gino Fornaciari dell'Università di Pisa.[83]

Potere temporale e potere spirituale secondo Gregorio VII[modifica | modifica wikitesto]

L'antipapa Clemente III (al centro) con l'imperatore Enrico IV. Morte di Gregorio VII

Tutta l'opera di Gregorio fu basata sui seguenti principii: la Chiesa è stata fondata da Dio ed è incaricata del compito di abbracciare tutta l'umanità in un'unica società nella quale la volontà divina è l'unica legge; essendo un'istituzione di origine divina, la Chiesa si pone al di sopra di tutte le strutture umane, in particolare dello stato secolare; il Papa, nel suo ruolo di capo della Chiesa, è il vicereggente di Dio sulla Terra, e quindi la disobbedienza nei suoi confronti implica la disobbedienza a Dio o, in altre parole, l'abbandono della cristianità. Gregorio voleva fare in modo che tutti i più importanti motivi di disputa fossero indirizzati a Roma; gli appelli dovevano essere rivolti direttamente a lui; la centralizzazione del governo ecclesiastico a Roma comportò anche una riduzione del potere dei vescovi. Egli tentò l'attuazione di tali principii, immediatamente applicandoli alle condizioni sociali e politiche in cui si trovava ai suoi tempi l'Europa cristiana.

Gregorio avanzò verso diversi regni una pretesa di sovranità da parte della Sede apostolica e cercò di assicurarsi il riconoscimento dei diritti di possesso auto-proclamati. Sulla base dell'uso immemore, le isole di Corsica e Sardegna vennero assunte come appartenenti alla Santa Sede. Anche Spagna e Ungheria vennero reclamate come sua proprietà e venne fatto un tentativo per indurre il re di Danimarca a mantenere il proprio regno come feudo del Papa. Gregorio, però, era ben conscio della debolezza del proprio potere temporale e sapeva che poteva ricorrere solo alla propria autorità morale e spirituale. Ad esempio, rinunciò a deporre il vescovo simoniaco Guerniero di Strasburgo, perché comunque il suo posto "sarebbe stato preso da un altro in grado di sborsare un prezzo ancora più alto" (lettera del 15 luglio 1074). Questa sua debolezza risultò evidente dal comportamento dei Normanni. Le grandi concessioni fatte loro dal predecessore Niccolò II non li fecero desistere dalla loro avanzata nell'Italia centrale, né li indussero ad assicurare al papato l'aspettata protezione. Quando Gregorio venne fronteggiato duramente da Enrico IV, Roberto d'Altavilla (l'alleato normanno del pontefice) lo abbandonò al suo destino; intervenne solo quando lui stesso venne minacciato dalle armate tedesche. Ma, una volta presa Roma, abbandonò la città alle sue truppe e l'indignazione popolare suscitata da questo atto portò all'esilio di Gregorio.

Egli considerava l'esistenza dello Stato come deroga della Provvidenza, descrivendo la coesistenza di Chiesa e Stato come risultato del volere divino. Enfatizzò la necessità di unire il sacerdotium e l'imperium, ma non considerò mai i due poteri sullo stesso piano. La superiorità della Chiesa era per lui un fatto che non ammetteva discussioni e del quale non dubitò mai.

Impatto della riforma gregoriana[modifica | modifica wikitesto]

Papa Urbano II predica la prima crociata durante il concilio di Clermont. Alla fine dell'XI secolo la potenza della Chiesa era cresciuta tanto che arrivò a dirigere la politica occidentale come quando dette impulso al fenomeno delle crociate

La cosiddetta riforma gregoriana e la lotta per le investiture accrebbero notevolmente il potere del papato. A seguito di ciò il papato non fu più assoggettato all'imperatore e la Santa Sede si trovò a capo di stati vassalli, debitori di un tributo annuale, composti principalmente dai principati normanni dell'Italia meridionale, della marca di Spagna nel sud della Francia e dai principati situati a est nelle regioni delle coste dalmate, in Ungheria e in Polonia.[84]

Anche l'espansione del potente ordine cluniacense si rafforzò e, nel contempo, nacquero nuovi ordini come i camaldolesi, i certosini e i cistercensi, tutti sostenitori della riforma e del papato.[13]

Il potere politico ed economico di questi ordini, e in particolare quello cluniacense prima e cistercense poi, fu tale da influenzare direttamente le decisioni dei principi. Il potere del clero arrivò al suo apice quando giunse fino a dirigere la politica sociale dell'Occidente, ad esempio quando dattero l'impulso per le crociate. Tuttavia, rispettando la divisione cristiana tra Cesare e Dio, il Papa arrivò a condividere il potere con le autorità secolari, come si ebbe modo di dimostrare in occasione del Concordato di Worms del 1122. D'altra parte, la sostenuta crescita economica di cui beneficiò l'Occidente non tardò ad attribuire una crescente importanza alla classe borghese, la quale andò gradualmente ad affermarsi come una nuova forza all'interno del sistema tripartitico tipico della società feudale, prima composto dal clero, dalla nobiltà e dai contadini.

Gregorio e la sua "crociata"[modifica | modifica wikitesto]

Dalla metà dell'XI secolo, prese forma un pensiero gregoriano di riconquista e liberazione cristiana della Chiesa cattolica. Già nel 1074 Gregorio VII aveva concepito un progetto di crociata, articolato come una risposta all'espansione islamica. Infatti, in seguito alla disfatta delle truppe bizantine nella battaglia di Manzicerta del 1071 ad opera dei turchi selgiuchidi, l'Impero bizantino aveva perso gran parte della Siria lasciando una porta aperta al popolo musulmano verso l'Anatolia.[85][86]

Di fronte a questa situazione, Gregorio vide questo progresso dei turchi a discapito della cristianità orientale "il segno dell'azione del diavolo" deciso a distruggere la cristianità, devastandola dall'interno con l'eresia e la corruzione degli ecclesiastici.[87] Questa demonizzazione dei "saraceni" da parte degli ecclesiastici cristiani fu il frutto di una costruzione retorica avversa all'Islam esistente fin dai suoi inizi e di cui Isidoro di Siviglia e l'Apocalisse di Pseudo-Metodio sono considerati i precursori.[88].

In reazione a questi fatti, papa Gregorio arrivò al punto di considerare di condurre di persona a Gerusalemme un esercito in aiuto dei cristiani d'Oriente. In questa prospettiva egli scrisse, il l2 febbraio 1074, a più principi affinché si mettessero "al servizio di San Pietro" offrendogli l'assistenza militare che gli dovevano e che gli avevano promesso. Il 1º marzo successivo tornò su questo progetto con una lettera destinata a "tutti coloro che vogliono difendere la fede cristiana". Il 7 dicembre dello stesso anno, Gregorio ribadì le sue intenzioni in una lettera ad Enrico IV, in cui rievocò le sofferenze dei cristiani informando l'imperatore che era pronto a recarsi di persona al Santo Sepolcro a Gerusalemme alla testa di un esercito di 50 000 uomini.[86] Una settimana dopo, si rivolse nuovamente a tutti i suoi fedeli per esortarli a recarsi in aiuto dei cristiani d'Oriente a combattere gli infedeli. Infine, in una lettera del 22 gennaio 1075, Gregorio espresse il suo profondo scoraggiamento a Ugo di Cluny deplorando tutte le "disgrazie" che stavano travolgendo la Chiesa: lo scisma greco in Oriente, l'eresia e la simonia in Occidente, l'ondata turca nel Vicino Oriente e, infine, l'inerzia dei principi europei davanti a tutto questo.[89]

Questo progetto di "crociata" non fu mai realizzato quando Gregorio VII era un vita; infatti le idee della guerra santa non avevano ancora convinto unanimemente i cristiani d'Occidente, ma furono poi riprese più tardi da Papa Urbano II che, in occasione del concilio di Clermont del 1095, dette impulso a quella che sarà conosciuta come la prima crociata.

Relazioni con i regni cristiani[modifica | modifica wikitesto]

Gregorio strinse relazioni con ogni nazione della cristianità; la sua corrispondenza giunse in Polonia, in Boemia e in Russia. Scrisse in termini amichevoli al re musulmano della Mauritania e cercò senza successo di portare la Chiesa armena in comunione con Roma. Gregorio fu particolarmente interessato alle Chiese ortodosse orientali. Lo scisma tra Roma e la Chiesa bizantina fu per lui un duro colpo, e lavorò lungamente per ripristinare le precedenti relazioni fraterne. Gregorio riuscì a entrare in contatto con l'imperatore Michele VII. Quando la notizia dell'attacco arabo ai cristiani d'oriente giunse a Roma, e l'imbarazzo politico dell'imperatore bizantino aumentò, Gregorio concepì il progetto di una grande spedizione militare ed esortò i fedeli a partecipare alla riconquista della Chiesa del Santo Sepolcro.

Nelle relazioni con gli altri stati europei, l'intervento di Gregorio risultò molto più moderato rispetto alla sua politica nei confronti dei prìncipi tedeschi. Lo scontro con il Sacro romano impero da un lato gli lasciò poche energie per affrontare simultaneamente scontri analoghi e dall'altro ebbe caratteristiche particolari, fra cui la pretesa imperiale di eleggere e deporre papi. Anche Filippo I di Francia, con la sua pratica della simonia e la violenza delle sue azioni contro la Chiesa, provocò una minaccia di misure punitive: scomunica, deposizione e interdizione apparvero imminenti nel 1074. Gregorio, comunque, evitò di tradurre le minacce in azioni, anche se l'atteggiamento del re non mostrò alcun cambiamento.

In Inghilterra, Guglielmo il Conquistatore ottenne anch'egli dei benefici da questo stato di cose. Si sentì così al sicuro da interferire in modo autocratico con la gestione della Chiesa, vietando ai vescovi di recarsi a Roma, effettuando nomine di vescovi e abati e rimanendo imperturbabile quando il Papa gli tenne una lezione sulle proprie opinioni circa le relazioni tra Stato e Chiesa, o quando gli proibì il commercio o gli ordinò di riconoscersi come vassallo della Sede apostolica. Gregorio non aveva potere per costringere il re inglese a una modifica delle sue politiche ecclesiastiche, scelse quindi di ignorare ciò che non poteva approvare, e trovò addirittura opportuno rassicurarlo del suo affetto paterno.

Concistori per la creazione di nuovi cardinali[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Concistori di papa Gregorio VII.

Papa Gregorio VII durante il suo pontificato creò 31 cardinali nel corso di nove distinti concistori.[90]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Esplicative[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Per la tradizione popolare locale appartenne alla famiglia Aldobrandeschi, o secondo taluni agli Aldobrandini, ma non esistono fonti storiche a sostegno di questa tesi.
  2. ^ Fu eletto antipapa col nome di Onorio II con l'appoggio dell'imperatore.
  3. ^ Titolo feudale spettante ai signori proprietari di castelli nell'Agro romano.
  4. ^ "Egli comprese ch'era giunto il momento di portare a fondo l'attacco. Nel 1075 vietò a tutti i laici, pena la scomunica, d'investire un qualunque ecclesiastico. Poi formulò, in 27 proposizioni stringate, il Dictatus papae, la sua concezione secondo la quale il pontefice aveva in terra potere assoluto ed era in grado di deporre gli stessi sovrani laici". In Cardini e Montesano, 2006, p. 195.
  5. ^ In una lettera all'imperatore, papa Gelasio I, affermò che "due sono, o imperatore augusto, i princìpi dai quali il mondo è retto, la sacra auctoritatis dei pontefici e il la pubblica potestas regale." In Cantarella, 2005, p. 11.
  6. ^ L'investitura di Roberto il Guiscardo avvenne con queste parole: "Io, papa Gregorio, investo te, dica Roberto, della terra che ti hanno concesso i mei antecessori di santa memri Niccolò e Alessandro [...] onde d'ora in poi ti porti, in onore di Dio e di san Pietro, in modo tale che si confaccia a te di agire e a me di ricevere senza pericolo per l'anima tua e per la mia". In Cantarella, 2005, p. 233.
  7. ^ Guido da Ferrara scrisse: "Offeso da questi oltraggi, il popolo romano concepì un odio inesorabile nei confronti di Ildebrando, e riversò tutto il proprio favore su Enrico, legandosi a lui con tali vincoli d'affetto che per il sovrano l'offesa subita dai Romani divenne più importante di centomila monete d'oro". In Cantarella, 2005, p. 285.
  8. ^ Forse l'aggravamento di un disturbo agli arti inferiori che accusava da anni che, grazie alla ricognizione cadaverica effettuata nel 1985, si può supporre che fosse di origine vascolare con flebiti acute. In Cantarella, 2005, p. 288.

Bibliografiche[modifica | modifica wikitesto]

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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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