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Sacco di Roma (1084)

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Sacco di Roma
Veduta dell'Isola Tiberina, tempera su pergamena realizzata da Gaspare Vanvitelli tra 1690 e 1700. Musei capitolini, Roma
Datamaggio 1084
LuogoRoma
EsitoLe truppe italo-normanne giunte dalla Puglia costringono le truppe imperiali a ritirarsi e poi saccheggiano la città di Roma, che viene incendiata
Schieramenti
Comandanti
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Il sacco di Roma del 1084 è uno degli episodi più cruenti della lotta per le investiture, che contrappose il Papato ed il Sacro Romano Impero tra XI e XII secolo, ed ebbe forse il suo culmine durante i regni di papa Gregorio VII e di Enrico IV di Franconia.

Contesto storico

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Papa Gregorio VII.
Enrico IV Imperatore.

Nel 1075 Enrico IV di Franconia, Duca di Baviera e Re dei Romani, decise di nominare a sua discrezione il vescovo di Milano, scatenando la reazione del papa Gregorio VII, che nel febbraio del 1076 emise ai danni dell'imperatore un decreto di scomunica e di decadenza dal trono regale. Enrico, temendo per la stabilità del proprio regno, preferì sottoporsi alla celebre umiliazione di Canossa del 1077 per ottenere il perdono papale e la revoca dei decreti in suo danno. Questo episodio non mise fine alla disputa, che anzi si aggravò quando Gregorio VII favorì l'elezione di un altro re in Germania, Rodolfo di Svevia, mentre Enrico elesse un antipapa col nome di Clemente III.[1]

Infine, favorito anche dalla morte di Rodolfo dopo la battaglia di Hohenmölsen (novembre del 1080), Enrico IV cominciò a ragionare sul come risolvere le sue questioni con il papato. Dovendo tenere fede alla sua promessa di difendere papa Gregorio VII, Roberto il Guiscardo sapeva di doversi dirigere a Roma, ma preferì attendere il momento opportuno ed evitare di imbattersi nell'esercito che il sovrano tedesco aveva portato con sé.[2] Il 1083 trascorse tra concili e attese, poiché Enrico sapeva che fintanto che Gregorio avrebbe goduto dell'appoggio dei Normanni, sia pur in maniera potenziale, la minaccia non sarebbe stata neutralizzata.[2] Rotto ogni indugio, nella primavera del 1084 l'imperatore tedesco decise di passare all'azione e ordinò ai suoi soldati di seguirlo a sud, verso la Puglia.[2] Messosi da poco in moto, gli fu riferito dalla guarnigione lasciata a Roma che i suoi abitanti avrebbero rinunciato a qualsiasi tentativo di resistenza e si sarebbero sottomessi a lui se avesse voluto occupare la città.[2] Enrico marciò così indietro il prima possibile e, il 21 marzo, fece il suo ingresso a Roma, dove fu ben accolto dalle folle.[3] Sfortunatamente per lui, non tutta la città mantenne la promessa e alcune aree gli resistettero attivamente, con Gregorio confinato e ben protetto sull'isola Tiberina[3] (o a Castel Sant'Angelo).[4] Stavolta Roberto accolse le suppliche dei legati pontifici che giunsero da lui e partì immediatamente a Roma con un proprio esercito.[3]

Dopo aver percorso la via Appia e superato le mura aureliane passando per San Giovanni, i Normanni percorsero la strada che dal Celio conduce verso la via Labicana e da qui direttamente al Colosseo. Tale strada tuttora ha il nome di Via dei Normanni. A quel punto, i romani si trovarono nella paradossale situazione di essere stati a loro volta traditi dall'imperatore, in quanto incapaci di resistere al sacco che si verificò nel mese di maggio.[5] All'improvviso, però l'intera popolazione decise di levarsi contro gli invasori, sebbene nulla di concreto poté, ma poco mancò che il Guiscardo finisse vittima di un attentato da cui si salvò soltanto grazie all'intervento di suo figlio Ruggero Borsa, che agì «in un raro impeto di attività».[6] Dopo tre giorni di furibondi combattimenti contro le truppe di Enrico IV che assediavano il Papa rinchiuso e protetto dalle forze romane a lui fedeli, il Guiscardo con il suo agguerrito esercito di 36 000 uomini ed una forte cavalleria, sconfisse pesantemente le truppe tedesche che si ritirarono.[7]

Una volta liberato il papa, le truppe normanne dettero inizio a devastazioni selvagge e saccheggio sfrenato della città. Tutta Roma fu depredata, ma in particolare fu colpita la zona tra il Colosseo, l'Aventino, il Laterano e l'Esquilino e furono saccheggiate e distrutte le basiliche di San Clemente, dei Santi Quattro Coronati e dei Santi Giovanni e Paolo. Tutta quella zona di Roma, a seguito del sacco, rimase disabitata, perché la popolazione preferì concentrarsi nell'ansa del Tevere, più vicina alla fortezza della Mole Adriana e alla cittadella del Vaticano; questo evento pose le basi per il progressivo isolamento del Laterano dal nucleo urbano di Roma e per lo spostamento della sede papale al Vaticano, che sarà definitivo dopo la fine della cattività avignonese.

Nella sostanza, Gregorio VII non trasse alcun beneficio dall'intervento dei Normanni, se non la sua salvezza personale. Al contrario, fu costretto alla fuga dalla popolazione inferocita e dovette seguire Roberto nel suo peregrinare.[8] dopo un infruttuoso assalto a Tivoli condotto contro l'antipapa Clemente II giunse a sud, prima a Montecassino, poi a Benevento e infine a Salerno, dove il pontefice si spense il 25 maggio del 1085.[8]

L'episodio coincise con uno dei momenti più bui della storia di Roma, contraddistinto da violenze, soprusi e distruzione o saccheggio di molte opere che resistevano nella capitale sin dall'epoca antica.[6]

  1. Houben (2015), p. 94.
  2. 1 2 3 4 Norwich (2021), p. 213.
  3. 1 2 3 Norwich (2021), p. 214.
  4. Houben (2015), p. 94.
  5. Norwich (2021), p. 215.
  6. 1 2 Norwich (2021), p. 216.
  7. Hamilton (2003), pp. 378-399.
  8. 1 2 Norwich (2021), p. 217.

Voci correlate

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Collegamenti esterni

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