Editto di Nantes

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Editto di Nantes

L'editto di Nantes fu un decreto emanato dal re Enrico IV il 30 aprile 1598[1] che pose termine alla serie di guerre di religione che avevano devastato la Francia dal 1562 al 1598, regolando la posizione degli ugonotti (calvinisti). Esso fu revocato nel 1685 da Luigi XIV (editto di Fontainebleau).

I contenuti[modifica | modifica wikitesto]

L'editto riconosceva la libertà di coscienza, cioè la libertà di avere convinzioni interiori e di comportarsi di conseguenza, in tutto il territorio francese, la libertà di culto nei territori dove i protestanti si erano già installati prima del 1597, tranne che a Parigi, Rouen, Lione, Digione e Tolosa e l'inverso (cioè il divieto di praticare il culto cattolico) a Saumur, La Rochelle e Montpellier; la possibilità di accedere a cariche pubbliche e scuole; concedeva inoltre ai protestanti un centinaio di piazzeforti. Nelle città di Bordeaux, Grenoble e Castres i protestanti ebbero il diritto di venire giudicati da tribunali costituiti per metà da loro correligionari.

Nell'editto tuttavia la parola "tolleranza" non compare mai: in quel tempo infatti essa era associata ad un concetto negativo per entrambe le fedi. Ciascun credente si riteneva il detentore della verità assoluta e colui che praticava un altro credo pregiudicava così la propria vita eterna e quindi era un dovere impedire che “l'altro” permanesse nell'errore. Ciascuna fede pretendeva pertanto il diritto di salvare, anche con la costrizione fisica, gli appartenenti alla fede avversa. Pertanto i cattolici considerarono l'editto un mezzo per contenere l'espansione protestante, in attesa della futura estinzione del nuovo credo, mentre i protestanti lo considerarono nient'altro che una pausa nell'impegno doveroso di conversione dei cattolici.[2]

L'editto pose fine alle cosiddette guerre di religione francesi.

Attuazione e revoca[modifica | modifica wikitesto]

Luigi XIV

I provvedimenti contenuti nell'editto non furono mai pienamente posti in atto e si assistette ad una abrogazione progressiva. La concessione ai protestanti di mantenere piazzeforti militari fu revocata dal Luigi XIII con la promulgazione dell'editto di Alès (28 giugno 1629). L'editto, che seguì l'inizio dell'assedio di La Rochelle (iniziato nel 1628), vietò le assemblee politiche e soppresse le posizioni militari protestanti, ma mantenne la libertà di culto nel regno (sempre esclusa Parigi).

Nel 1660 Luigi XIV iniziò una politica di conversione dei protestanti al cattolicesimo associata a forme di persecuzioni fra le quali le dragonnades.[3] Questa azione di conversione più o meno forzata fu ufficialmente piuttosto efficace, ma si videro numerosissimi casi di protestanti neoconvertiti che continuavano a praticare clandestinamente la loro fede precedente. Il numero ufficiale dei protestanti si ridusse drasticamente e l'editto di Nantes rimase così svuotato del suo contenuto.

Con l'editto di Fontainebleau del 18 ottobre 1685, controfirmato dal cancelliere Michel Le Tellier, Luigi XIV revocava definitivamente l'editto di Nantes e riprendevano le persecuzioni contro i protestanti. Ciò comportò una forte emigrazione di questi ultimi verso l'Inghilterra e le sue colonie della Virginia e della Carolina del Sud, la Germania, la Svizzera e i Paesi Bassi, in particolare verso le sue colonie nordamericane degli attuali stati di New York e New Jersey. Si trattava prevalentemente di artigiani o di membri della borghesia (si parla di una cifra intorno ai 200.000), il che favorì l'economia dei paesi accoglienti a scapito di quella francese.

Morto Luigi XIV, sotto i suoi successori la politica persecutoria si attenuò e molte comunità protestanti sopravvissero sul territorio francese. Nel 1787 Luigi XVI mise ufficialmente e definitivamente fine alle persecuzioni con l'editto di tolleranza, ma la restituzione piena dei diritti ai protestanti avrà luogo solo due anni dopo, con la Rivoluzione francese.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ All'editto si erano opposti i parlamenti e per la sua esecutività il re dovette imporre la sua volontà con un lit de justice.
  2. ^ Dichiarava nel 1570[senza fonte] il seguace di Calvino, Teodoro di Bèze:
    « Diremo che si deve permettere la libertà di coscienza? Per nulla al mondo! Si tratta di consentire la libertà di adorare Dio a ciascuno a proprio modo. È un regime diabolico! »
    (Theodore de Bèze)
    Nel 1586 Caterina de' Medici così si rivolgeva[senza fonte] al visconte di Turenne (protestante):
    « Il re non vuole che una sola religione nel suo Stato. »
    (Caterina de' Medici)
    A cui il Turenne rispose[senza fonte]:
    « Noi anche, ma che sia la nostra! »
    (Visconte di Turenne)
  3. ^ In sintesi le dragonnades consistevano in questo: ogni famiglia protestante doveva alloggiare e mantenere a proprie spese un dragon, membro di un corpo militare costituito di soli cattolici, il quale esercitava un'azione di convinzione sulla famiglia al fine di convertirla al cattolicesimo.

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