Roberto Ardigò

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« L'inconoscibile di oggi è il conosciuto di domani. »
(Roberto Ardigò[1])
Roberto Ardigò

Roberto Ardigò (Casteldidone, 28 gennaio 1828Mantova, 15 settembre 1920) è stato uno psicologo, filosofo e pedagogista italiano.

Fu il massimo esponente del positivismo italiano. Considerato come il più sistematico dei positivisti italiani, riprese nelle sue opere, almeno in parte, le idee di Auguste Comte e costruì un sistema che corrispondeva alle idee del positivismo europeo, senza però - secondo i critici - suffragarle con autentica cultura scientifica. Inizialmente sacerdote e teologo cattolico, si allontanò dalla religione e abbandonò l'abito talare, divenendo ateo e positivista, e subendo la scomunica. Insegnante di storia della filosofia per 28 anni all'Università di Padova, contribuì anche alla diffusione dell'evoluzionismo di Darwin nella scuola italiana (nonché quello antropologico), alla nascente psicologia moderna e alla nuova pedagogia. Morì suicida all'età di 92 anni, dopo un lungo periodo di declino fisico.[2]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Roberto Felice[3] Ardigò nacque a Casteldidone, in provincia di Cremona, il 28 gennaio 1828, da Ferdinando Ardigò e Angela Tabaglio. A causa delle difficoltà economiche della famiglia, un tempo agiata, si dovette spostare a Mantova, dove il padre trovò lavoro presso i cognati. La madre era profondamente religiosa, mentre il padre sostanzialmente indifferente in materia. Egli ne avrà sempre profondo rispetto e un forte legame, come anche con la sorella.[2]

Studi teologici[modifica | modifica wikitesto]

A Mantova, dopo aver frequentato le scuole pubbliche elementari e ginnasiali, Ardigò si iscrisse nel 1845 al liceo del seminario vescovile, poi al primo anno di teologia nel seminario di Milano, dove era stato accolto gratuitamente, e proseguì successivamente, a Mantova, gli studi teologici nel locale seminario. Divenne sacerdote nel 1851. Rimasto orfano di entrambi i genitori, viene preso sotto la protezione di monsignor Martini. A quel tempo la fede cattolica era ancora presente, ma preferiva la religione moderna e illuminata, e avversava il bigottismo e l'ignoranza.[2]

La malferma salute tormentò la giovinezza di Ardigò. Già negli anni del ginnasio fu colpito dalla malaria, e negli anni successivi da disturbi gastrici, che superò grazie alle cure termali che il sostegno di monsignor Martini gli consentì a Recoaro (1852). Il vaiolo lo colpì invece durante la quinta classe ginnasiale ed i disturbi nervosi lo tormentarono fino al 1881, lasciandogli un umore depresso e cupo, ed impedendogli di conseguire la laurea in teologia a Vienna.[2]

L'insegnamento positivista, la sospensione e la scomunica[modifica | modifica wikitesto]

Il cagionevole stato di salute indusse Ardigò a tornare a Mantova ove, nel 1863, divenne canonico della Cattedrale ed ebbe vari incarichi d’insegnamento e nomine pastorali, ma, incrinatosi il rapporto col cattolicesimo a causa dei suoi insegnamenti, l'opera di riabilitazione da lui effettuata del filosofo Pietro Pomponazzi nel 1869, gli costò prima la sospensione a divinis e poi, quando Ardigò cominciò a interessarsi all'evoluzionismo di Charles Darwin, alla rinuncia all'abito talare.[2]

Nel 1870 pubblicò La psicologia come scienza positiva e nel 1876 tentò di istituire presso il Liceo di Mantova un Gabinetto per le ricerche psicologiche.[2] Nel metodo di insegnamento, poi, privilegiava il personale e diretto coinvolgimento degli allievi, sollecitandoli al libero dialogo, con una attenta analisi di brani critici e dei filosofi, cosa non troppo gradita alle gerarchie ecclesiatiche e al Ministero dell'Istruzione. Nel 1872, avendo chiesto di seguire come guida la sua Psicologia come scienza positiva, vi rinunciò, essendo stata l’opera proibita dalla Chiesa. Però egli non poteva tradire la propria coscienza, e tentò una rivendicazione dei suoi diritti di insegnante quando il segretario del ministro Francesco de Sanctis chiese, nel dicembre 1880, al Provveditore di Mantova di intervenire per indurgli di cambiare il suo metodo d’insegnamento, ritenuto "offensivo delle credenze comuni".[2]

Con grande dignità, Ardigò rispose: «Se io fossi deputato dal Ministero, ad insegnar matematica, certo non mi sognerei di parlare di Dio, né secondo la filosofia tomistica, né secondo quella dei positivisti. Ma siccome dal Ministero ho l’incarico di insegnare la filosofia e precisamente anche la morale, e quindi i suoi presupposti speculativi, così è giocoforza che parli di Dio. E per parlarne da insegnante coscienzioso e prudente, quale altro criterio posso seguire al di fuori di quello offertomi dalla scienza in se stessa?».[2]

Già preda di una crisi religiosa molto forte, che lo portò infine a divenire ateo[4], tutta questa polemica lo condusse appunto a smettere l'abito ecclesiastico nel 1871, a 41 anni, dopo aver aderito ormai completamente alle posizioni positiviste ed evoluzioniste, che andavano nettamente in contrasto ai dettami della Chiesa Cattolica del tempo, e aver attaccato apertamente il dogma dell'infallibilità papale.[2]

Alla fine, Ardigò venne anche scomunicato, ultimo atto della polemica contro la Chiesa di cui aveva fatto parte.[5][6]

Professore universitario[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1881 il nuovo Ministro della pubblica istruzione Guido Baccelli nominava Ardigò professore straordinario di storia della filosofia presso l’Università di Padova. Il provvedimento suscitò accese polemiche in Parlamento: la nomina fu definita da alcuni «glorificazione dell’ateismo»; altri ne misero in discussione la regolarità, ma egli venne difeso da Bertrando Spaventa e altri.[2]

Da docente universitario un grande coinvolgimento nella ricerca, con personali e convinte motivazioni, che gli consentirono di lasciare una profonda traccia e un vivido ricordo negli studenti. Uno di essi ricordava che «non si cattivava le loro simpatie mediante la facilità e la superficialità. Severo con sé stesso, esigeva molto anche dagli scolari. Li abituava gradualmente alla forma rigorosa del razionalismo positivistico, esigeva giustificazioni esaurienti dei loro atteggiamenti favorevoli o sfavorevoli alle tesi del maestro, voleva che essi studiassero anche le altre dottrine e, direttamente, le scienze positive sui testi più accreditati, incoraggiava il dubbio e la critica» [7] Negli anni padovani sarebbero nate le sue opere di maggior impegno teoretico e, dal 1878, egli avrebbe collaborato alla Rivista repubblicana di Arcangelo Ghisleri, e poi alla Critica sociale del socialista Filippo Turati.[2]

Egli visse sempre, comunque, con povertà e austerità. Non gli furono risparmiate però critiche, anche personali, come quando si insinuò che avesse scelto la vita secolare per via di mancate nomine ecclesiastiche. Egli rispondeva pazientemente, parlando così in un articolo (scritto in terza persona): «Povero, ingenuo Ardigò, che dimenticando la sua superiorità intellettuale e morale si metteva alla pari degli altri, scendeva al loro livello, umiliando sestesso con difese che le offese non meritavano davvero. Gli rinfacciavano perfino di averlo veduto, due giorni dopo il discorso su Pomponazzi, passeggiare per via Pradella vestito in borghese e col sigaro in bocca, mentre ciò era avvenuto, precisava l’Ardigò, due anni dopo».[2]

Casteldidone, lapide sulla casa natale

In totale insegnò storia della filosofia all'Università di Padova per 28 anni dal 1881. Considerato tra i padri della psicologia scientifica italiana[8] per aver promosso una concezione scientifica della psicologia, concepì una complessa teoria della percezione e del pensiero che non ebbe completa dimostrazione sperimentale. Nel 1882 Ardigò svolse uno dei suoi maggiori esperimenti in campo psicologico sperimentale, sulle condizioni dell'adattamento visivo su prismi ottici.[2]

Diverse furono le materie che insegnò nei lunghi anni d'insegnamento universitario fino alla data del 1º giugno 1909 quando fu collocato a riposo. Fu, altresì, preside della facoltà di filosofia e lettere dal 1899 al 1902.[2]

Il 16 ottobre 1913 fu nominato senatore del Regno ma fu impossibilitato a raggiungere Roma per il giuramento.[2]

Durante la sua vita elogiò Giuseppe Mazzini[9] e Giuseppe Garibaldi[10], criticò la massoneria[11] (in quanto la riteneva non necessaria in uno stato ormai libero) ed espresse idee fortemente repubblicane.[12]

Ultimi anni e suicidio[modifica | modifica wikitesto]

Negli ultimi anni di vita, isolato dall'ambiente intellettuale ma non dai suoi discepoli più stretti, soffrì di gravi problemi fisici e depressivi (aggravati dalla morte della sorella Olimpia, che viveva a casa sua, nel 1907), che lo condussero a un primo tentativo di suicidio a Padova nel 1918 (dopo aver appreso della disfatta di Caporetto e della morte di molti giovani italiani), fallito perché la ferita non era grave[2], ma che si sarebbe ripetuto il 27 agosto 1920[13], questa volta riuscendo: Ardigò morì infatti suicida all'età di 92 anni nella sua casa mantovana, abitazione che era stata di Ippolito Nievo, a causa della ferita che si era autoinflitto colpendosi con un rasoio (o una roncola) arrugginito alla gola.[14] Le testimonianze dell'epoca riferiscono che venne trovato seduto alla scrivania, con la barba bianca del tutto sporca di sangue (barba che gli fu tagliata dai soccorritori ed è tuttora conservata come cimelio nella sala blindata della Biblioteca di Mantova[14]); soccorso dai medici, perse comunque conoscenza dopo aver ribadito le sue intenzioni, e morì due settimane dopo, il 15 settembre.[14][2]

Ricezione dell'opera di Ardigò[modifica | modifica wikitesto]

Il tragico atto finale della sua vita venne usato dai suoi detrattori - clericali o neoidealisti - per screditare il positivismo in declino o visto come un gesto di demenza senile, e non come un atto di un uomo ormai stanco a livello psicofisico, che aveva dato tutto e vissuto la sua lunga vita secondo coscienza, quale in effetti era. D'altra parte, se pur il sistema di Ardigò non era anti-idealistico, furono gli idealisti ad attaccarlo filosoficamente, seguiti dai marxisti di inizio secolo, come Antonio Gramsci, talvolta paragonandolo agli esiti più deleteri del positivismo, come l'antropologia criminale di Cesare Lombroso (risultata poi non scientifica), determinando l'oblio parziale delle sue opere, tra i maggiori libri filosofici tra il periodo illuminista (con l'esclusione delle opere filosofiche di Giacomo Leopardi) e il neoidealismo di Croce e Gentile. Con lo sviluppo del positivismo logico e la riscoperta del positivismo, si è avuta una lenta rivalutazione di quello che resta, comunque, il maggior esponente italiano del movimento, assieme a Maria Montessori e, come lei, tra i fondatori della pedagogia e della psicologia moderna[2][15][16], oltre che uno dei maggiori pensatori laici della cultura italiana tra XIX e XX secolo.[17]

Commemorazioni[modifica | modifica wikitesto]

Sulla sua casa venne apposta una lapide, quando ancora egli era in vita:

« (Mantova) (in una pergamena). Indagatore sapiente dei fenomeni del pensiero e del sentimento. Assertore impavido della naturale formazione e dell'unità molteplice della vita.

La Società magistrale Mantovana, col plauso degl'insegnanti elementari d'Italia, della Società filosofica dei professori di Morale e di Pedagogia, festeggiando l'ottantesimo compleanno del Maestro sublime, augura con fervidi voti che la nuova generazione cresca degna di lui nel culto della scienza, nell'apostolato della verità. »

(Epigrafe di Mario Rapisardi)

La città di Monza gli ha dedicato una scuola media inferiore e una strada. Anche Milano gli ha dedicato una strada in zona Forlanini.

I suoi libri sono conservati presso la Biblioteca universitaria di Padova.[2]

Pensiero[modifica | modifica wikitesto]

Mantova, lapide commemorativa

Il suo pensiero mosse dalla conoscenza dei classici teologici e filosofici, come Agostino d'Ippona e Tommaso d'Aquino (poi abbandonati), all'adesione al razionalismo e al positivismo di Auguste Comte ed Herbert Spencer (con cui ebbe una corrispondenza epistolare, ma di cui non condivide né il darwinismo sociale, né il ruolo marginale da questi attribuito alla filosofia), passando attraverso il naturalismo del Rinascimento, come quello panteistico di Giordano Bruno.[18] D'altra parte, del sapere magico-ermetico della filosofia cinquecentesca della natura, da Bruno stesso a Bernardino Telesio, non vi è alcun residuo nella filosofia positiva di Ardigò, che prova disinteresse e disprezzo per la rinascita romantico-idealista della filosofia, a cui, dopo la "conversione laica", contrappone la vera filosofia scientifica.[18]

Caratteri della «filosofia positiva» di Ardigò[modifica | modifica wikitesto]

L’originalità della sua filosofia si distanzia tanto dall’enciclopedismo naturalistico quanto dal tradizionale spirito di sistema, aprioristico, deduttivistico, dogmatico.[18] La filosofia trova la sua specificità nel fondamento del fatto (fisico o psichico) e nell’argomentazione induttiva, contro le deduzioni a priori, metafisiche, che non hanno fondamento nell’esperienza come la deduzione logico-matematica.[19]

Auguste Comte

Una filosofia, che accetti metodo scientifico e voglia dirsi scientifica, rifiuta quindi le tesi metafisiche, le entità trascendenti inverificabili, accetta le ipotesi da verificare. Contro l’astratto razionalismo metafisico della filosofia, è andato emergendo, secondo Ardigò, dapprima il naturalismo rinascimentale, che ha trovato seguito nell’empirismo, nell'illuminismo e nel sensismo, fino al darwinismo e al positivismo.[19]

Una filosofia positiva non può nutrire certezze definitive (se vuol essere portatrice di tesi riformulabili come le teorie scientifiche) e non può essere un sistema unitario e dogmatico.[19] Ardigò propone una filosofia che, perduto l’ambito delle scienze naturali positive, si specifica in autonomia come scienza dei fatti psichici (psicologia) e dei fatti sociali (sociologia).[19]

Psicologia, pedagogia e sociologia positive[modifica | modifica wikitesto]

I suoi contributi nell'ambito delle scienze sono importanti per l'impostazione generale. Interessanti sono le sue idee sull'evoluzione intesa come passaggio dall'indistinto al distinto, ma anche condizionata dal caso e caratterizzata dal ritmo. Non tutto dunque è lineare e meccanico. Ardigò fu uno dei primi psicologi moderni, anche se non senso di terapeuta, ruolo che sarà ricoperto dagli psicoanalisti e dagli psichiatri, ma nel senso di formatore pedagogico e professionale, oltre che di teorico e studioso della psiche, come Henri Bergson.[20]

Ardigò insistette sulla necessità di una psicologia ed una pedagogia scientifiche, soffermandosi sul ruolo delle abitudini. L'educazione infatti sul piano naturale può essere ricondotta all'acquisizione di comportamenti sedimentati e certi; questo significa il passaggio da una pedagogia metafisica ed astratta ad una pedagogia intesa come scienza dell'educazione.[20]

L'Io, l'Indistinto e la nascita della coscienza[modifica | modifica wikitesto]

La gnoseologia empiristica e positivistica di Ardigò lo porta alla fondazione della psicologia come scienza positiva. Ogni fatto esperienza, compresi l'Io e il non-Io, tanto i fenomeni psichici quanto i fenomeni fisici, sono associazioni di sensazioni. «Il concetto dell’anima è tutto qui: la memoria confusa dei fatti psicologici sperimentati; una specie di compenetrazione mentale, in uno schema solo, delle qualità e dei generi loro».[21] Non vi è materia estesa ed inerte, né anima, spirito o principio vitale, bensì un «Indistinto psico-fisico» che si manifesta in entrambe le forme. Dalle sensazioni emerge la psiche, dall’Indistinto nascono i distinti, organizzandosi logicamente. Le sensazioni non rappresentano un oggetto e non ineriscono ad un soggetto, poiché soggetto e oggetto sono formazioni successive alle sensazioni.[21] «La coscienza dell’uomo (...) è l’insieme delle sue rappresentazioni e presenti e passate. Ogni rappresentazione ha il suo lato della esteriorità, (...) e il lato della interiorità». La formazione naturale della psiche è l’orizzonte della filosofia di Ardigò, che fonda la psicologia sulle sensazioni e sulle loro associazioni, pur senza riconfluire nel sensismo e nel fenomenismo, seguendo comunque l'assioma comtiano che "non ci può essere scienza se non di fatti" (anche se Comte riconduce la psicologia alla filosofia e alla medicina, oltre che alla sociologia). Egli conia inoltre il termine di "confluenza mentale".[21]

Teorie pedagogiche[modifica | modifica wikitesto]

Ardigò dice:

« la pedagogia è la scienza dell'educazione, per questo l'uomo può acquisire le abitudini di persona civile, di buon cittadino. »

Per Ardigò dunque non tutte le abitudini sono educative. Dal punto di vista didattico privilegiò l'intuizione, il metodo oggettivo, la lezione delle cose, il passaggio dal noto all'ignoto, insegnando poche cose alla volta, ritornando più volte sulle cose spiegate e facendo continue applicazioni di teorie e casi nuovi. Egli rivalutò la funzione del gioco, il quale permette al bambino l'occasione di vedere e toccare gli oggetti, riconoscerne le proprietà e le somiglianze, favorendo lo sviluppo fisico, il quale va d'accordo con quello mentale. Proprio in riferimento al gioco, Ardigò criticò le idee di Fröbel.[22]

Il problema di Ardigò fu quello di coniugare la formazione di giuste abitudini con la libertà e l'autonomia propugnata dai Giardini d'infanzia di Fröbel.[22]

Charles Darwin

Natura ed evoluzionismo[modifica | modifica wikitesto]

Il sistema ardigoiano si configura come un “naturalismo” evoluzionistico (da lui chiamato però realismo positivo) che cresce sulla consapevolezza delle scienze e della tecnica, ed si regge sotto una solida epistemologia, mentre si rivolge anche alla morale, sottraendola al riduzionismo naturalistico e meccanicistico, riservando alla psicologia la funzione di sovrintendere il tutto.[23] Se tutto ciò che esiste è un fatto naturale, dal cosmo al cervello umano, dai vegetali ai minerali, non esiste e non può esistere un Ente trascendente metafisico e non è pensabile alcun progetto finalistico che permetta una comprensione teleologica della Natura; ad essa ci si può avvicinare solo con spirito scientifico.[23] L’ignoto di Ardigò non trascende l’esperienza, non ne è causa prima e soprannaturale, per cui il suo immanentismo non finisce mai nello spiritualismo a-scientifico e irrazionalistico (accusa spesso rivolta da Benedetto Croce ai positivisti).[23] Un motivo di originalità è offerto dal tentativo di attenuare il determinismo e meccanicismo evoluzionistico e positivistico tramite la dottrina della casualità. La realtà è per lui continuo passaggio dall’Indistinto al distinto, e i distinti sono la coscienza umana e il mondo esterno, frutto entrambi dalle sensazioni e da quell'Indistinto dalla quale procedono per «autosintesi ed eterosintesi».[23]

Riflessione morale[modifica | modifica wikitesto]

La riflessione etica di Ardigò indica quei fattori sociali e naturali che da soli spiegano la nascita delle idealità morali, e che costituiscono gli strumenti della società per difendersi dall’egoismo individuale, venendo insegnati ai singoli con la sanzione, cosicché l’imperativo morale non è che l’interiorizzazione dei divieti sociali. Egli punta a far rinascere un’etica laica, naturalistica, non prescrittiva, che pone l’uomo davanti alle scelte, dandogli strumenti conoscitivi per una scelta razionale.[24] Rimane estraneo però alla questione sociale e alle istanze socialiste (nonostante la collaborazione con Turati), e, ancor prima, anarchiche, ampiamente diffuse in Italia, come isolato è anche rispetto alla politica.[25]

Le idealità sociali o massime morali si distinguono in[26]:

  • naturali, perché frutto solamente dell’evoluzione della specie e della psiche individuale
  • sociali vere e proprie, cioè etico-giuridiche perché determinate dalla convivenza; esse devono la propria oggettività alla loro «genesi (...) individuata nello sviluppo “materiale” dell’ uomo (biologico, fisico, ecc.) e (...) si esprimono storicamente in istituzioni (come la famiglia, lo Stato) le quali disciplinano e orientano le azioni umane».[26]

La morale è una formazione naturale così come ogni altra e non vi sono quindi né imperativi categorici né principi divini a suo fondamento. Essa è solo una risposta al bisogno umano della vita associata. I condizionamenti socio-culturali, le istituzioni politico-educative, sono il substrato della moralità, costituita dalle abitudini buone, in senso aristotelico e platonico.[23]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Discorso su Pietro Pomponazzi, 1869.
  • La psicologia come scienza positiva, 1870
  • La formazione naturale nel fatto del sistema solare, 1877.
  • Sociologia, 1879.
  • Il fatto psicologico della percezione, 1882.
  • La morale dei positivisti, 1889.
  • Il vero, 1891.
  • Scienza dell'educazione, 1893.
  • La ragione, 1894.
  • L'unità della coscienza, 1898
  • Scritti vari (1922)

Traduzioni[modifica | modifica wikitesto]

  • Venti canti di H. Heine tradotti di Heinrich Heine (1922), traduzione dal tedesco

Raccolta delle opere[modifica | modifica wikitesto]

1882. Opere filosofiche, vol. 1. Mantova: Colli. 1898. Opere filosofiche, vol. 2. Padova: Draghi. 1898 (4 ed.). Opere filosofiche, vol. 3. Padova: Draghi. 1898 (3 ed.). Opere filosofiche, vol. 4. Padova: Draghi. 1899. Opere filosofiche, vol. 5. Padova: Draghi. 1898. Opere filosofiche, vol. 6. Padova: Draghi. 1900. Opere filosofiche, vol. 7. Padova: Draghi. 1901. Opere filosofiche, vol. 8. Padova: Draghi. 1903. Opere filosofiche, vol. 9. Padova: Draghi. 1910. Opere filosofiche, vol. 10. Padova: Draghi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ citato in: Alberto Bonetti, Massimo Mazzoni, L'Università degli studi di Firenze nel centenario della nascita di Giuseppe Occhialini (1907-1993), Firenze University Press, 2007, pag. 90, nota
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s Marco Paolo Allegri, Il realismo positivo di Roberto Ardigò. L’apogeo teoretico del positivismo, pagg. 1-14
  3. ^ Ardigò, Roberto
  4. ^ Antonio Dal Covolo, Roberto Ardigò. Dal sacerdozio all'ateismo
  5. ^ Ardigò su Chi era costui?
  6. ^ Ardigò e il sistema positivistico, dal sito della Congregazione per il Clero del Vaticano
  7. ^ Alfredo Saloni, Il positivismo e Roberto Ardigò, Armando Armando, Roma 1969, 38. Saloni cita la testimonianza di un discepolo di Ardigò, G. Tarozzi,R. Ardigò, Profili, n.100, Formiggini, Roma 1928, 17-8 (Op. cit.,38-9), in cui le sue conversazioni pomeridiane all’ università, proprio per la risonanza e la rispondenza che avevano nei confronti degli studenti, delle loro esigenze intellettuali, dei loro dubbi, assumevano lanatura di un dialogo socratico, attento alle reali aspettative dell’interlocutore, dibattuto fra incertezze ma sostanzialmente aperto alla ricerca della verità. E la ricerca del Vero era platonicamente per lui la ricerca del Bene, nella convinzione che l’ «”impulsività dell’ idea” promuove l’ azione secondo rettitudine,che le idee ricevute dall’insegnante sollecitano un comportamento autonomo e responsabile»
  8. ^ Luccio Riccardo, Breve storia della psicologia italiana. Psicologia Contemporanea, 1978, p.45
  9. ^ Numero unico, Mazzini, giugno 1905, Milano).
  10. ^ Discorso commemorativo pronunciato sul Monumento dei Martiri il 5 giugno 1882 in piazza Sordello. Dal giornale Il Mincio, 11 giugno 1882.
  11. ^ Egregio Sig. Genovesi. Rispondo subito alla di Lei lettera, che convengo interamente con Lei che dice giustamente che La Massoneria in uno stato libero è un non senso: e che a combattere l'oscurantismo è più efficace l'opera indefessa ed aperta di educazione e di elevazione civile che non l'opera tenebrosa e nascosta di una setta: e che coll'esistenza di questa la gran massa popolare non può che perdere la fiducia nella giustizia pubblica del proprio paese, nell'idea che la massoneria sia poi in fine una associazione di interesse pei soci a danno di quelli che non vi appartengono. E fortuna per me che alle scomuniche sono avvezzo, e nulla temo perché nulla spero.
  12. ^ Lettera del 20 febbraio 1879 in Lettere edite ed inedite, a cura di W. Büttemeyer, 1° vol., 1990, p. 191.
  13. ^ Ardigò, Roberto - Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Filosofia (2012) di Alessandro Savorelli, Treccani
  14. ^ a b c Roberto Ardigò 1828-1920
  15. ^ La cultura filosofica italiana dal 1945 al 1980, Lampi di stampa, 2000, p. 159
  16. ^ Wilhelm
 Büttemeyer, Roberto 
Ardigò
 e
 la
 psicologia 
moderna, Firenze, 
La
 Nuova
 Italia, 
1969
  17. ^ Veniero Accreman, La morale della storia, Guaraldi, pp. 116-118
  18. ^ a b c Giovanni Landucci, Roberto Ardigò e la "seconda rivoluzione scientifica", ed Franco Angeli, pag. 87, RIVISTA DI STORIA DELLA FILOSOFIA, 1991
  19. ^ a b c d Marco Paolo Allegri, Il realismo positivo di Roberto Ardigò. L’apogeo teoretico del positivismo, pagg. 24-25
  20. ^ a b A. Groppali e G. Marchesini, Nel 70° anniversario di Roberto Ardigò, ed, Bocca, Torino, 1898
  21. ^ a b c Roberto Ardigò, La psicologia come scienza positiva, Viviano Guastalla editore, Mondovì 1870, 169; 177-8
  22. ^ a b Froebel
  23. ^ a b c d e Marco Paolo Allegri, Il realismo positivo di Roberto Ardigò. L’apogeo teoretico del positivismo, pagg. 34-40
  24. ^ Mario Quaranta, Etica e politica nel pensiero di Roberto Ardigò, “Rivista di storia della filosofia”, 1/1991, 127-44, 142.
  25. ^ Quaranta, op. cit. pag. 129
  26. ^ a b Anna Lisa Gentile, Il positivismo di Roberto Ardigò: un’ideologia ita liana, in “Rivista di storia della filosofia” 1/199 pag. 158 e segg.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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