Razionalismo critico

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Razionalismo critico è un'espressione coniata dal filosofo austriaco Karl Popper ed indica la convinzione che la ragione, in materia di conoscenze empiriche, non può avere una funzione rigorosamente dimostrativa, ma unicamente un compito critico.

La ragione non legittima, infatti, la verità di una teoria ma è impiegata per criticare la teoria stessa. Sulla base del principio di falsificabilità, che afferma che una teoria è scientifica solo se sottoponibile ad un controllo in grado eventualmente di falsificarla (mediante deduzione di fatti d'esperienza da asserzioni di base), Popper affida alla ragione il compito di individuare gli eventuali errori che si celano nella teoria presa in esame. Se le asserzioni di base risultano non contrastare con l'esperienza, ovvero se i tentativi di falsificazione coordinati dalla ragione non hanno esito positivo, la teoria viene ritenuta "corroborata", ma mai "verificata" essendolo soltanto in modo provvisorio, dato che altre asserzioni di base, in futuro, potrebbero falsificare la teoria.

Dal razionalismo critico deriva la concezione fallibilistica popperiana per cui tutte le conoscenze empiriche sono incerte, ma che non nega l'esistenza di una verità assoluta come ideale regolativo a cui tendere.[1]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ K. Popper, Congetture e confutazioni, pag. 338, Il Mulino, Bologna 1972.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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