Feudalesimo

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Il feudalesimo, detto anche "rete vassalla",[1] era un sistema politico e sociale; si affermò nell'Europa occidentale con l'Impero carolingio (IX secolo),[2] fino alla nascita dei primi Stati nazionali. In senso sociale ed economico fu un'evoluzione della società curtense.

Inquadramento storico[modifica | modifica sorgente]

L'Europa verso il 1328

Origini[modifica | modifica sorgente]

Il sistema feudale trasse le sue origini da due tradizioni antiche e simili - quella germanica dei fedeli che contornavano il capo e quella romana dei clienti dell'amministratore delle province - che si erano incontrate nei regni romano-barbarici.[1] L'uso del capo barbaro di circondarsi di fedeli, già testimoniato da Tacito, aveva avuto un chiaro sviluppo nell'età merovingia, quando intorno alla figura del re s'era formato un gruppo di guerrieri scelti (trustis) che gli prestava il servizio militare e che per questo si collocava su un piano più alto nella scala sociale:[1] chi feriva o uccideva uno di loro pagava un indennizzo, il guidrigildo, triplo rispetto al normale. Gli elementi del rapporto feudale presero forma già quando i guerrieri della trustis cominciarono a ricevere dal re non soltanto protezione ma anche beni in cambio del loro servizio armato.

Feudalesimo medievale[modifica | modifica sorgente]

Tra IX e X secolo l'Europa, che aveva conosciuto un momento di prosperità durante la nascita dell'Impero carolingio, era presto ripiombata nell'insicurezza e nella difficoltà indotta dalla mancanza di un potere centrale, causata da una vera e propria destrutturazione dell'organizzazione regia carolingia, senza garanzia della salvaguardia dei cittadini, il tutto aggravato dalle nuove incursioni di Normanni, Saraceni e Ungari.

In questo contesto nacque "dal basso" la richiesta di nuove strutture di potere che andassero a colmare spontaneamente quei vuoti di potere deferiti dalla lontana monarchia imperiale. Ne nacque così il fenomeno dell'incastellamento,[2] con la costruzione di insediamenti fortificati da cinte murarie, dove era presente la dimora del signore locale ("mastio", "cassero" o torre), i magazzini delle derrate alimentari, degli strumenti di lavoro e delle armi, le abitazioni del personale e, attorno ad esso, le varie unità insediative e produttive. Le persone che gravitavano attorno al castello erano tutte legate da precisi rapporti di dipendenza al signore. La "castellania" era la circoscrizione attorno al castello, che si inquadrava a sua volta in unità giuridiche più vaste. Almeno in via teorica esisteva un sistema gerarchico piramidale che si ricollegava ai pubblici ufficiali che possedevano una signoria (duchi, marchesi e conti), che a loro volta dipendevano dal sovrano. Nella pratica sopravviveva anche la libertà personale e la proprietà privata diretta (l'"allodio"), anche se i liberi proprietari erano spesso portati a rinunciare al loro stato di rischiosa libertà in cambio di protezione.

Nell'847 il capitolare di Mersen invitava gli uomini liberi a scegliersi un capo tra gli uomini più potenti del territorio e mettersi sotto la sua protezione; e nel X secolo anche una norma del diritto anglosassone sanciva che l'uomo privo di un signore, se la famiglia non lo riconosceva come suo membro, era equiparato ad un fuorilegge. Questo provvedimento va inquadrato anche nel progetto di smilitarizzazione dei ceti più bassi. Nel mondo germanico infatti l'uomo libero era sinonimo di guerriero, per cui il diritto di possedere le armi, anche tra i più semplici contadini, era sinonimo di libertà e di rango. Con l'affinamento delle tecniche militari si procedette alla smilitarizzazione dei liberi di più bassa estrazione, obbligandoli a porsi sotto la protezione (e il controllo) dei "seniores".

Feudalesimo moderno[modifica | modifica sorgente]

Il feudalesimo fu il sistema giuridico-politico dominante tra i secoli X e XII. In seguito, la rinascita delle città e dell'economia monetaria ridimensionò molto questa istituzione, che comunque non scomparve. Anzi, tra XIV e XVI secolo si registrò in Europa un diffuso processo di "rifeudalizzazione". Con l'avvento degli Stati moderni il feudalesimo perse le caratteristiche giurisdizionali, ma mantenne quelle sociali e politiche fino a quasi tutto il XVIII secolo. In Francia venne abolito solo con la rivoluzione francese nel 1789, mentre altrove rimase vivo, almeno sul piano teorico, anche più a lungo, oltre la Restaurazione.

Elementi fondamentali del rapporto vassallatico-beneficiario[modifica | modifica sorgente]

A livello teorico erano tre gli elementi fondamentali e caratterizzanti del sistema vassallatico-beneficiario:

  1. Elemento reale: honor o beneficium dato in concessione dal dominus o senior al vassus (parola di origine celtica che significava "giovane"); si trattava di un bene materiale (terre o beni mobili o uffici remunerati a vario titolo)
  2. Elemento personale: la fedeltà personale del vassus era garantita da un rito, l'homagium ("omaggio"), la cui etimologia testimonia la natura. Deriva infatti da homo, ed era una sorta di cerimonia durante la quale il vassus ("giovane") si dichiarava "homo", quindi adulto, e fedele del suo signore.
  3. Elemento giuridico: il vasso acquistava immunità giudiziaria,[3] cioè la giurisdizione (intesa come concessione di esercitare il potere giudiziario) nella zona interessata, con i conseguenti proventi.

Elemento reale: Il feudo[modifica | modifica sorgente]

"Feudo" è entrato nella nostra lingua dal latino "feudum",[1] che riprendeva la radice germanica feh = bestiame,[4] essendo infatti presso le popolazioni nomadi la ricchezza più tipica, con la quale si remuneravano i servigi.[2] Gli storici sono sostanzialmente concordi nell'indicare infatti l'origine del feudo in quei beni materiali (bestiame, armi e oggetti preziosi) con i quali i principi barbarici offrivano al proprio seguito, il comitatus.[5] Quando i Germani divennero sedentari il termine iniziò a significare un "bene" generico, ovvero il suo "possesso" e, più in generale, la "ricchezza".

Nel Medioevo il "benificium" (altro nome del feudo) veniva dato in dono ai vassalli del signore che, prestando servizio a quest'ultimo, ricevevano in cambio protezione e una frazione territoriale da coltivare. Questo "pezzo" di terra è considerato il feudo.[1]

È importante sottolineare come all'inizio il terreno del quale beneficiavano i sottoposti fosse concesso solo a titolo di "comodato": essi ne erano possessori, ma non godevano della piena proprietà. Per questo alla loro morte il possesso ritornava al signore e non si tramandava agli eredi. Analogamente non poteva essere fatto oggetto di transazione, né venduto né alienato in alcun modo.[6] Ciò lo rendeva precario e presto il ceto feudale, già dalla seconda metà del IX secolo, si mosse per appropriarsi dei feudi in maniera completa. Carlo il Calvo concedette nell'877 con il capitolare di Quierzy la possibilità di trasmettere i feudi in eredità, seppur provvisoriamente, in casi eccezionali, come la partenza del re per una spedizione militare.[7] Soltanto dal 1037 ci fu la vera ereditarietà, quando i feudatari ottennero l'irrevocabilità e trasmissibilità ereditaria dei beneficia con la Constitutio de feudis dell'imperatore Corrado II.[8] Era nata così la signoria feudale, anche se in seguito essa si trasformò ulteriormente.

Bisogna anche sottolineare che il feudo, inteso come oggetto del beneficio, era un terreno nell'impostazione più tipica del sistema: a volte poteva anche trattarsi di beni mobili o di somme di denaro corrisposte come salario.[1] Ma l'organizzazione "classica" del feudalesimo prevedeva la suddivisione in territori che andavano a formare le grandi o piccole signorie locali feudali, che almeno all'origine dovevano coincidere con marche e contee dell'impero carolingio.

Elemento personale: l'omaggio e l'investitura[modifica | modifica sorgente]

Carlo Magno investe Rolando e gli consegna Durlindana

Il vassallaggio è un rapporto di tipo personale che si instaurava nel sistema vassallatico-beneficiario. Si trattava di una sorta di "contratto" privato tra due persone, il vassallo e il signore: il primo si dichiarava "homo" dell'altro, durante la cerimonia dell'"omaggio" , ricevendo, in cambio della propria fedeltà e del servizio, protezione dal signore.

La cerimonia di omaggio formalizzava questo rapporto: il vassus si rimetteva nelle mani del senior ponendo le sue mani giunte in quelle del suo superiore (da qui il gesto di preghiera a mani giunte) e gli giurava fedeltà. La cerimonia di investitura era un caso particolare dell'omaggio, durante la quale veniva concesso un terreno (un feudo) simboleggiato dalla consegna di un oggetto come una zolla di terra o una manciata di paglia o anche una bandiera (quest'ultima sottintendeva la cessione anche di un diritto giurisdizionale).

Elemento giuridico[modifica | modifica sorgente]

L'elemento giuridico del sistema feudale consisteva innanzitutto nell'immunità, accompagnata, nel caso di feudi più grandi, dalla concessione del diritto di giurisdizione.[3]

Per immunità si intendeva il privilegio di non subire, entro i confini della signoria feudale, alcun controllo da parte dell'autorità pubblica.[9] Il diritto di giurisdizione era invece la delega ad amministrare la giustizia pubblica ed a goderne i proventi nel caso di pene pecuniarie.[10]

La giustizia del re divenne giustizia comitale, amministrata cioè dai conti suoi vassalli;[5] e i conti smisero d'organizzare l'esercito in nome del re per esigere invece, sempre più spesso, prestazioni militari a titolo personale. Ancora vivente Carlo Magno, i conti potevano esonerare dalle prestazioni militari dovute al re quegli uomini liberi che avessero fatto loro dono della propria terra in cambio di protezione, e in questo caso usurpavano di fatto un diritto pubblico. Mescolavano il concetto di honor (cioè la concessione del diritto ad esercitare una funzione pubblica) con quello di dominatus (cioè l'esercizio di un potere di fatto su uomini e beni).

Il belga François-Louis Ganshof ha spiegato che nei secoli X e XI certi principi territoriali francesi furono di fatto indipendenti; che riconobbero l'esistenza, al di sopra di loro, del re, ma si trattava di una supremazia puramente teorica; che il solo legame che in qualche misura continuasse a legarli alla corona era il fatto d'esserne vassalli; e che, tuttavia, è al legame vassallatico che la Francia deve il fatto d'aver evitato una dissoluzione completa.

La società feudale[modifica | modifica sorgente]

Il feudalesimo, che si richiama al rapporto personale tipicamente barbarico, prevedeva che l'inferiore, ad ogni livello, assumesse obblighi ed impegni solamente col suo immediato superiore, cui doveva il beneficio.

Il feudalesimo mise però a repentaglio l'autorità imperiale e il prestigio dell'autorità centrale tanto che, dopo la morte di Carlo Magno il quale aveva assicurato una certa stabiltà con il proprio prestigio, dal IX secolo i maggiori feudatari riuscirono ad affermare la propria autonomia. In epoca successiva si assiste quindi al fenomeno dell'immunità: i grandi feudatari tendono ad esercitare sul territorio funzioni appartenenti allo Stato trasformando il feudo da istituzione privata in istituzione pubblica: amministrazione della giustizia, riscossione di dazi e gabelle, arruolamento di uomini per le campagne di guerra private.

Nel contesto della società feudale i piccoli proprietari terrieri privati (proprietà allodiale) trovandosi spesso in gravi difficoltà economiche, mirano ad affidare la propria terra privata ad un feudatario del quale si dichiarano vassalli.[11]

Il processo di crisi del feudalesimo, che non è da confondersi con una sua immediata scomparsa in quanto durerà ancora per secoli, non è determinato solo dal contrasto tra grande e piccola feudalità, ma anche da altre forze emergenti al margine inferiore della gerarchia sociale. I signori feudali avevano fatto ricorso a servi capaci, i ministeriali che per i servizi resi si erano poi affrancati e talvolta avevano meritato un titolo o un'investitura. Inoltre i figli cadetti, i milites secundi, in conseguenza dell'indivisibilità del feudo franco, erano costretti alla vita ecclesiastica o militare. Coloro che si armavano cavalieri costituivano una classe di "sradicati" pronti a qualsiasi avventura e soperchieria.[12]

Struttura gerarchica[modifica | modifica sorgente]

Molto spesso la storiografia tradizionale ha tramandato il mondo feudale come gerarchico, dominato da una rigida piramide sociale in cui i vertici godono della sudditanza assoluta dei sottoposti.[13] Questa rigida separazione in gradini sociali sarebbe stata indicata dai giuramenti vassallatici che ogni vassallo doveva prestare al proprio signore e, di conseguenza, avrebbe comportato che sulla vetta ci fosse un concessore di benefici (vedi il paragrafo al riguardo) e che a lui facessero capo tutte le altre figure. La tradizionale piramide modello del sistema è la seguente:[13]

  1. Governante, quasi sempre un re o un nobile di alto rango, ma anche un'alta carica religiosa.
  2. vassalli, solitamente nobili di medio rango
  3. valvassori, solitamente nobili di medio-piccolo rango
  4. valvassini (quella dell'esistenza di valvassini è un'invenzione storica ormai entrata nelle credenze comuni: in realtà dopo i valvassori c'erano i contadini liberi che per quest'uomo lavoravano. Il loro lavoro obbligatorio veniva chiamato "angaria", da cui l'italiano "angheria")[senza fonte]
  5. contadini liberi
  6. servi della gleba

Alla base della gerarchia feudale, al di sopra dei contadini liberi e dei servi della gleba, c'erano i milites e i caballari dotati di scarse risorse ma aventi il diritto e le capacità economiche di possedere un cavallo e un'armatura e di partecipare alla vita delle corti.[14]

La gerarchia tra i nobili era la seguente (e formalmente lo è ancora negli stati europei a regime monarchico): imperatore, re, principe, duca, marchese, conte, visconte, barone, signore e cavaliere. Maggiore era il titolo, maggiori erano i possedimenti ed il prestigio sociale, nonché l'influenza a corte e ovviamente il potere.

In realtà il sistema era più elastico e ogni livello era regolato dal medesimo rapporto di vassallaggio: poteva teoricamente avere un vassallo chiunque potesse permetterselo, dai sovrani, ai grandi signori, ai membri della piccola nobiltà fino anche ai modesti proprietari terrieri. Si poteva inoltre essere alternativamente dominus o vassus per benefici diversi.

Una piramide vera e propria si ebbe formalizzata solo nel corso del XII-XIII secolo, come si legge nei libri feudorum, redatti per regolare l'assetto giuridico del regno Franco di Gerusalemme conquistato dopo la Prima crociata.

Nella realtà il sistema dei rapporti feudali era ben più complesso della piramide: si poteva essere sottoposti a più signori, con gravi difficoltà, per esempio, quando due o più di questi signori entravano in conflitto tra loro. Solo in epoca più tarda si diffuse il giuramento "ligio", cioè il riconoscimento di un legame prioritario con un determinato signore. Inoltre ai rapporti feudali andavano a sommarsi quelli di parentela e di eredità, complicando notevolmente la struttura sociale.

Tipologie ed estensioni dei feudi[modifica | modifica sorgente]

Il baronato o baronia[modifica | modifica sorgente]

I baronati erano solitamente territori di piccola estensione, a volte composti semplicemente da alcuni terreni agricoli di modeste dimensioni e un villaggio. Erano le concessioni più semplici e meno importanti nella gerarchia feudale, e ne stavano alla base; erano governate ognuna da un barone. Il titolo baronale era il livello più basso della scala nobiliare (era inizialmente un titolo di origine germanico-anglosassone, poi integratosi nel sistema feudale in quasi tutta l'Europa Occidentale e nordica) ed era il primo che dava dignità di possedimento territoriale (il grado ancora inferiore era il titolo di cavaliere, che era quasi sempre onorifico). I baroni erano quasi sempre sottoposti, prima ancora che all'autorità del sovrano, a quella intermedia di un conte[15].

Il viscontado[modifica | modifica sorgente]

Il viscontado era un feudo intermedio tra il baronato e la contea; era governato da un visconte (letteralmente "il conte in seconda, l'aiutante del conte"), titolo originalmente onorifico e solo dopo integrato nella gerarchia nobiliare, superiore a quello baronale e inferiore a quello di conte. Era una tipologia di feudo (e un titolo) pressoché assente nell'Europa mediterranea, mentre era diffuso nelle monarchie nordiche, specie in Inghilterra e in Germania.

La contea o contado[modifica | modifica sorgente]

Le contee erano territori prevalentemente agricoli e di pastorizia, composti da più villaggi e da svariati terreni produttivi. Era una concessione territoriale di medio livello e spesso di una certa importanza, tanto che nei secoli molte contee divennero de facto veri e propri stati sovrani (es. la Contea di Savoia), e a volte erano a loro volta composti da diversi baronati; erano governate da un conte. Teoricamente, la massima estensione del dominio di un conte corrispondeva di solito con i confini della relativa circoscrizione ecclesiastica (diocesi).

Il marchesato o marca[modifica | modifica sorgente]

Le marche erano in origine dei territori di media estensione, più grandi di una contea, posti nelle zone periferiche del regno (o dell'Impero), e ne fungevano da cuscinetti e da confini con gli stati vicini[5] (da qui il termine marca, molto probabilmente originato dal germanico mark, ovvero confine, demarcazione). Era governata da un marchese, che quasi sempre doveva avere notevoli capacità belliche, strategiche e diplomatiche per mantenere territori così delicati e spesso instabili, molte volte rivendicati dagli stati vicini e, in caso di invasione, solitamente devastati a causa della loro posizione.[5] Il titolo marchionale era quindi gerarchicamente superiore a quello di conte. Analogamente alle contee, anche le marche potevano al loro interno contenere baronati, i quali erano sottoposti sia all'autorità del marchese che a quella del sovrano. Numerose marche, nel corso dei secoli, divennero Stati sovrani e indipendenti e di notevole peso nella politica della regione geografica in cui si trovavano (es. il Marchesato di Saluzzo, il Marchesato di Verona, il Marchesato di Mantova ed il Marchesato del Monferrato).

Il ducato[modifica | modifica sorgente]

I ducati erano territori di vasta estensione, composti da più città e villaggi e da innumerevoli terreni agricoli e di pascolo. Il ducato era governato da un duca (dal latino Dux, ovvero guida,capo), che aveva poteri e privilegi quasi pari a quelli del sovrano stesso, rendendo il titolo di duca inferiore solo a quello dei Re (o in alcuni casi, del principe). Il titolo ducale, di origine longobarda, fu poi incorporato nella gerarchia nobiliare adottata in tutta Europa. Concesso inizialmente solo ai membri della famiglia reale, poi aperto a terzi, il titolo ducale assunse ben presto diversi aspetti e varianti; numerosi ducati sovrani, per esempio, sorsero prevalentemente nella penisola italiana e nei territori nordici del Sacro Romano Impero, e furono solo formalmente sottoposti al vincolo feudale con l'Imperatore ma de facto divennero pienamente indipendenti e, molto spesso, di notevole peso nella politica europea.[3] Altri ducati, come quello di Normandia o di Borgogna, arrivarono a rivestire un ruolo più importante dello Stato stesso a cui erano legati da vincoli di vassallaggio (in questo caso il Regno di Francia), mentre altri ancora (come il Ducato di Curlandia) tentarono persino di stabilire colonie nel Nuovo Mondo, pur senza successo. Alcuni dei duchi di questi Stati arrivarono anche a concedere titoli nobiliari di rango inferiore al proprio (Barone, Conte, Marchese) pur non avendone formalmente il potere.

Analoghi al ducato erano il granducato e l'arciducato, nonché il principato; quest'ultimo era governato da un Principe, titolo che solitamente spettava de iure all'erede al trono di un regno, ma era anche concesso a terzi (es. Principato di Monaco). Aveva un rango poco superiore a quello del duca (anche se in alcune regioni europee era un rango poco più basso di quello ducale).

I tipi di feudalesimo[modifica | modifica sorgente]

Casi del tutto particolari furono quei feudalesimi che Marc Bloch definì "d'importazione", ovverosia quelle forme d'organizzazione sociale che i popoli che si spostavano lontano dai loro paesi d'origine portavano con sé. Questo termine è generalmente riferito ad eventi di qualche secolo successivi al X: a certi rapporti di vassallaggio che i Normanni introdurranno in Inghilterra e nell'Italia meridionale dopo le loro conquiste, oppure a quel feudalesimo che si sviluppò in Terra Santa dopo la prima crociata, dove il beneficio era pagato in denaro piuttosto che in terra, per il semplice motivo che le campagne erano sottoposte alle continue scorrerie dei musulmani.

Questi beneficii in denaro, tuttavia, si diffusero ben presto anche in altre regioni europee poiché visti dai sovrani come ottimi mezzi per evitare la disgregazione territoriale. I beneficiari erano, in genere, benemeriti di chi rilasciava il feudo. I pagamenti, tuttavia, raramente venivano onorati e questo rapporto feudale si rivelò essere il più instabile, tanto da far preferire sempre ai vassalli la concretezza della terra.

A proposito di "feudalesimi" bisogna ricordare, tra l'altro, la differenza fondamentale che intercorre tra il feudo "franco" e il feudo "longobardo". Il primo è il feudo che si potrebbe definire puro, perché riscontrabile soprattutto in territorio francese: ha come caratteristiche fondamentali l'indivisibilità, l'inalienabilità e l'impossibilità ad essere trasmesso ereditariamente per via femminile. Un feudo di questo tipo tende a generare una società in cui la geografia del possesso fondiario è molto statica. Diversa è invece la situazione dell'Italia settentrionale, dove vige per lo più il feudo longobardo: questo è infatti un feudo divisibile, alienabile, trasmissibile per via femminile, tutti aspetti che conferiscono senza dubbio maggiore dinamicità agli assetti della proprietà fondiaria. Si può dire che il feudo franco fu in pratica introdotto in Italia solo al momento della discesa nel meridione della casa francese degli Angiò, alla fine del secolo XIII, che favorì l'insediamento in territorio italiano dell'aristocrazia d'oltralpe, che portò con sé i propri istituti e le proprie consuetudini.

La storiografia e il feudalesimo[modifica | modifica sorgente]

Il governo feudale acquisì le caratteristiche difettive con cui si è abituati a fare ad esso riferimento a partire dalla metà del XVIII secolo, cioè in piena età illuministica. Alfonso Longo, ad esempio, che nel 1773 succedette a Cesare Beccaria nella cattedra di Istituzioni civili ed economiche a Milano (il cui corso, mai pubblicato, fu poi recuperato in volume),[16] lo definisce una forma di governo "tutta imperfetta nelle sue parti, erronea nei principii e disordinata nei mezzi". Ed, in effetti, fu sempre considerata cardinale dagli Illuministi l'interezza della sovranità, mentre, soprattutto a partire dal Capitolare di Quierzy (877),[6] la sicurezza del possesso del feudo rese più lassi i vassalli e più disposti a seguire il proprio arbitrio, assecondando l'inosservanza delle leggi in favore della forza, svuotando di potere i tribunali, opprimendo il popolo.

Istituzioni economiche e sociali come il pascolo comune o le corporazioni contraddicevano in modo troppo forte lo spirito borghese che largamente informava lo spirito illuminista. Questa sorta di avversione prese corpo nella riforma, avviata da Giuseppe Bonaparte e proseguita da Gioacchino Murat, tramite una serie di leggi emanate tra il 1806 e il 1808, della soppressione della feudalità nel regno di Napoli, lo stato dello stivale in cui più radicata era la forma feudale di governo, istituendo anche una commissione incaricata di risolverne le liti[17].

Il XIX secolo sembrò cercare un punto di vista più neutro nei confronti del feudalesimo: a quei tempi, avversario della borghesia non è più l'Ordinamento feudale ma il sovrano assoluto. François Guizot distingueva tra un influsso "sullo sviluppo interiore dell'individuo" e quello sulla società, ravvisando nel primo il motore di "sentimenti energici" e "bisogni morali". Il XX secolo, soprattutto con Les Annales, approfondì lo studio della produzione dei beni, dei rapporti di proprietà e delle condizioni di lavoro più di quanto non fosse stato fatto fino ad allora. In ogni caso, almeno nella percezione comune, neppure questi studi fecero uscire il feudalesimo da una considerazione generale fortemente polemica.

Fu Alfons Dopsch il primo a tentare di scardinare lo schema tradizionale, basato sul principio per cui il feudalesimo fosse sempre strettamente legato alla pratica dell'economia naturale. Dopsch fa invece notare che il feudalesimo è sopravvissuto in certi stati anche fino al XVII secolo, mentre in essi lo scambio monetario era ormai del tutto "moderno". Lo studioso, insomma, propone cause politiche e costituzionali per la definizione di questo ordinamento. Però è da considerare che il feudalesimo menzionato da Dopsch (quello dell'Austria e del Meclemburgo) non era ormai più il feudalesimo dei baroni riottosi. Bloch finisce per rinunciare al riferimento all'economia naturale, preferendo parlare di una "carestia monetaria". Henri Pirenne trovò nella disgregazione dello Stato la cifra del feudalesimo, sottolineando come fu impossibile ai conquistatori germanici di continuare la solidità statale che fu dell'Impero romano. Pur riconoscendo la necessità dei principi di delegare la difesa del territorio ai vassalli, resta, secondo Pirenne, che il giuramento feudale riconosce comunque il re come detentore del potere, tanto che furono paesi altamente feudalizzati come l'Inghilterra e la Francia - come nota Lopez - a dare all'Europa i primi Stati unitari. Sempre il Lopez nota come il principio di feudalità rimarcava l'elemento di reciprocità giuridica dell'obbligazione, per quanto questo genere di transazioni di diritti non fosse certo disponibile per l'universalità delle genti ma solo dei potenti.

Maurice Dobb fa corrispondere il feudalesimo all'istituto del servaggio, cioè l'obbligo imposto al produttore di adempiere alle pretese economiche del dominus (spesso genericamente intese come "doni alla dispensa del signore"). Dobb torna quindi, in qualche modo, al giudizio settecentesco, accentuando, però, una nota classista che prima non aveva questo rilievo.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f Montanari, 2006, op. cit., p. 67.
  2. ^ a b c Montanari, 2006, op. cit., p. 107.
  3. ^ a b c Montanari, 2006, op. cit., p. 69.
  4. ^ A volte anche indicato fihu o fehu.
  5. ^ a b c d Montanari, 2006, op. cit., p. 68.
  6. ^ a b Montanari, 2006, op. cit., p. 109.
  7. ^ Bordone; Sergi, 2009, op. cit., p. 107-108
  8. ^ Bordone; Sergi, 2009, op. cit., p. 108-109
  9. ^ Montanari, 2006, op. cit., p. 70.
  10. ^ "L'immunità consisteva nel diritto dei detentori di signoria feudale di andare esenti, all'interno dei confini di essa, dai controlli di qualunque autorità pubblica. Oltre a ciò, i feudatari maggiori ricevevano in delega anche la giurisdizione, cioè il diritto di amministrare la giustizia pubblica e di goderne parte dei proventi economici (poiché le pene del tempo erano o fisiche o pecuniarie)." Cardini, 2006, op. cit., p. 167.
  11. ^ A. Camera, R. Fabietti, Elementi di storia, Il Medioevo, volume primo, Zanichelli editore, 1977, pag. 99-102.
  12. ^ A. Camera, R.Fabietti, op.cit., pag. 152.
  13. ^ a b Montanari, 2006, op. cit., p. 108.
  14. ^ A.Camera, R.Fabietti, Elementi di storia, Il Medioevo, 1977, vol. 1, ed. Zanichelli, pag. 101.
  15. ^ What is a Baron?
  16. ^ Vianello, 1942, op. cit.
  17. ^ Oltre ai classici contributi di P. Villani, Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione, Laterza, Bari 1962 e La feudalità dalla riforme all'eversione, in «Clio», 1965, pp. 600-622, cfr. A. M. Rao, Mezzogiorno e rivoluzione: trent'anni di storiografia, in «Studi storici», 1996, n° 37, pp. 981-1041; A. Mele, La legge sulla feudalità del 1806 nelle carte Marulli, in S. Russo (a cura di), All'ombra di Murat. Studi e ricerche sul Decennio francese, Edipuglia, Bari 2007, pp. 87-109

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Renato Bordone; Giuseppe Sergi, Dieci secoli di medioevo, Einaudi, Torino, 2009.
  • Marc Bloch, La società feudale, Einaudi, Torino, 1984.
  • Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Università, 2006.
  • Francois Louis Ganshof, Che cos'è il feudalesimo?, Einaudi, 2003
  • Aron J. Gurevic, "Le origini del feudalesimo", Laterza (1982)
  • Massimo Montanari, Storia medievale, Laterza, 2006.
  • Henri Pirenne, Maometto e Carlo Magno, Roma-Bari, Laterza, 2007.
  • Carlo Antonio Vianello, Istituzioni economico-politiche in Economisti minori del settecento lombardo, Milano, A. Giuffrè, 1942.

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