Rom (popolo)

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Rom (plurale: Roma, in lingua romanes/romani: rrom) [1] è uno dei principali gruppi etnici della popolazione di lingua romanes/romani, (anche detta degli "zingari" o dei "gitani") che si presume essere originaria dell'India del Nord.

La caratteristica comune di tutte le comunità che si attribuiscono la denominazione rom è che parlano - o è attestato che parlassero nei secoli scorsi - dialetti variamente intercomprensibili, costituenti appunto il romanes/romani, che studi filologici e linguistici affermano derivare da varianti popolari del sanscrito e che trovano nelle attuali lingue dell'India del Nord Ovest la parentela più prossima.[2]

I rom propriamente detti sono un gruppo etnico che vive principalmente in Europa, distribuiti in una galassia di minoranze presenti principalmente nei Balcani, in Europa centrale e soprattutto in Europa orientale, dove vive circa il 60-70% dei rom europei, benchè la loro diaspora li abbia portati anche nelle Americhe ed in altri continenti. Si definiscono essi stessi rom e parlano la lingua romanes/romani, diffusa soprattutto nell'Europa dell'Est.

I rom in Italia, nel linguaggio giornalistico ed in quello comune, vengono a volte erroneamente definiti "rumeni" o "slavi", in realtà non esiste alcuna connessione tra il termine "Rom" e il nome dello stato di Romania, il popolo di lingua neolatina dei rumeni o la lingua rumena, mentre gli slavi appartengono a differenti gruppi etnici e linguistici.


Indice

[modifica] Il popolo rom

Ragazze rom che danzano

Un dato costante della storia dei rom, forse il vero filo conduttore dell'intera epopea di questo popolo, va rintracciato nella persecuzione che hanno sempre subito, la riduzione in schiavitù, la deportazione e lo sterminio.

Lungo la storia che li accompagna fino ad oggi si è protratta nel tempo la diffidenza sorta al loro primo apparire nel Medioevo europeo: il nomadismo come maledizione di Dio; la pratica di mestieri quali forgiatori di metalli, considerati nella superstizione popolare riconducibili alla magia; le arti divinatorie identificabili come aspetto stregonesco, etc. Di qui la tendenza delle società moderne a liberarsi di tale presenza anche a costo dell'eliminazione fisica. Tutti i paesi europei adottarono bandi di espulsione nei loro confronti, fino alla programmazione del genocidio dei rom, insieme a quello degli ebrei, durante il nazismo in Germania.

Si stima che nel mondo ci siano tra i 12 e i 15 milioni di rom. Tuttavia il numero ufficiale di rom è incerto in molti paesi.[3] Questo anche perché molti di loro rifiutano di farsi registrare come di etnia rom per timore di subire discriminazioni.[4]

In Italia si stima che siano 45.000 rom di antico insediamento, di questi circa l'80% è cittadino italiano, il restante 20%, è costituito da rom provenienti dai paesi dell'Europa orientale.[5]

Anche in Italia, così come nel resto d'Europa, il fenomeno del nomadismo riguarda una percentuale molto ridotta dei rom e caratterizza principalmente l'ultimo flusso migratorio che ha interessato la penisola a partire dalla guerra civile della ex Jugoslavia e con l'ingresso nell'Unione Europea di Romania e Bulgaria.

A seguito dell'ordinanza di protezione civile del 30 maggio 2008 di procedere all'identificazione di tutti coloro che vivono nei campi nomadi, partendo dalle Regioni Campania, Lombardia e Lazio, il Ministero dell'Interno ha costituito un gruppo di lavoro con le amministrazioni interessate (ministero dell’Interno, Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca e UNICEF) con il compito di elaborare un piano di attuazione degli interventi successivi al censimento.

Sono stati individuati complessivamente 167 accampamenti, di cui 124 abusivi e 43 autorizzati, ed è stata registrata la presenza di 12.346 persone, tra le quali 5.436 minori. Il Ministro dell'Interno Roberto Maroni ha giustificato il basso numero di rom presenti nei campi dichiarando che "Almeno altrettanti nomadi rispetto a quelli censiti, circa 12.000, si sono allontanati dai campi dall'inizio di giugno 2008". [6]

[modifica] Origini

L'assenza di antichi documenti scritti ha comportato che per lungo tempo le origini e la storia dei rom fossero un enigma, fino a che, due secoli fa, alcuni filologi ipotizzarono un'origine indiana sulla base di prove legate alla lingua parlata dai rom.[7]

Secondo una cronaca viennese del 1776, (la "Anzeigen aus sämmtlich-kaiserlich-königlichen Erbländern"), attribuita ad un illuminista slovacco Samuel Augustin ab Hortis[8], il primo ad accostare le parlate dei rom alle lingue indiane, fu un pastore protestante ungherese, Etienne Vali da Almáš (distretto di Komárno), che si trovava a Leida, in Olanda, per motivi di studio. Etienne Vali, ascoltando per caso le conversazioni di un gruppo di studenti indiani del Malabar, si rese conto che molti vocaboli da loro utilizzati erano simili a quelli usati dagli czigany del suo paese.[9] Secondo molti studiosi, gli studenti conosciuti da Etienne Vali, probabilmente appartanenti ad una casta nobile, dovevano in realtà aver usato delle frasi in sanscrito, l'antica lingua dei testi religiosi induisti, in quanto l'idioma del Malabar è il Malayalam, una lingua dravidica che non ha nulla a che vedere con le lingue indo-europee. [10]

Questa intuizione venne poi ripresa e approfondita da alcuni filologi e, nel 1777, il tedesco Rüdiger espose pubblicamente la nuova teoria col suo Von der Sprache und Herkunft der Zigeuner ("Della lingua e dell'origine degli Zingari"), che venne poi pubblicato nel 1782.[11]

Nei secoli successivi lo studio della storia del popolo rom, attraverso i contributi della linguistica e della filologia, è diventato una vera e propria scienza, spesso però ammantata di orientalismo, scadendo a volte nel mito e prestandosi, a seconda delle epoche, anche a pericolose teorie eugenetiche e razziste[12]. I maggiori contributi vanno dagli studi del tedesco August Friedrich Pott (nel 1844), allo sloveno Franc Miklošič, al greco Alexandr Paspati, all'italiano Graziadio Isaia Ascoli, agli importanti studi di Angus Fraser, Ian Hancock, John Sampson, Ralph L. Turner, Yaron Matras, Peter Bakker e Marcel Courthiade.

La maggioranza degli storici accetta la tesi dell'origine indiana, tuttavia qualcuno ipotizza che la lingua romanes/romani sia il frutto del contatto tra questi e mercanti indiani.[13]

[modifica] Le ricerche sulla genetica delle popolazioni

Un indizio dell'origine indiana dei rom è la diffusione di cromosoma Y tipo H-M82 (presente nel 47.3% degli individui di sesso maschile rom), rarissimo al di fuori del subcontinente indiano. A questa caratteristica genetica si aggiunge anche la particolarità dei filamenti di DNA di tipo M contenuto nei mitocondri, tipico delle popolazioni indiane. Si pensa quindi che le popolazioni rom abbiano tendenzialmente una discendenza comune da un gruppo originario proveniente dall'India circa quaranta generazioni fa, successivamente frazionatosi.[14]

[modifica] Le tracce storiche della presenza dei rom fino all'epoca moderna

Uno dei misteri più complessi che avvolge l'intera vicenda dell’esodo dei rom, aspetto a cui gli studiosi delle varie discipline hanno tentato vanamente di dare una risposta, riguarda la domanda su come sia stato possibile che, nel corso di pochi secoli, essi abbiano dimenticato la loro origine, dando così luogo ai vari eteronimi che ancora contraddistinguono le popolazioni di lingua e cultura romanes. Tra le tante spiegazioni, una delle più plausibili potrebbe trovare riscontro nella non conoscenza effettiva dell’India da parte dei contemporanei dell’esodo dei rom, basti pensare a questo proposito al termine "indiani" attribuito dagli scopritori delle americhe ai nativi delle antille, nel XV secolo.

La confusione rispetto alle loro origini potrebbe quindi essere stata causata dall’incrociarsi di alcune drammatiche circostanze: la conoscenza etnocentrica del mondo da parte dei bizantini, dei greci, dei veneziani, e via dicendo fino a agli spagnoli, inglesi, italiani, tedeschi, etc.; l’assenza di comunicazione da parte dei rom con gli autoctoni e, non ultimo, la perdita della memoria del racconto orale, nell'arco di alcune generazioni, a causa delle persecuzioni subite nel corso dei secoli.[15]

[modifica] Dall'India alla Persia

Secondo la maggior parte degli storiografi, i rom, come le altre etnie di lingua romanes/romani, avrebbero lasciato l'India all'inizio dell'XI secolo per giungere in Asia Minore, passando per la Persia e l'Armenia, nel corso dei secoli successivi.

Le ragioni della diaspora non sono sono state ancora chiarite dagli storici, tuttavia sono state formulate diverse ipotesi, alcune delle quali daterebbero ad un periodo precedente l'XI° secolo l'inizio dell'esodo dei rom.[16][17]

Quasi tutti i testi di storia sulle popolazioni rom riportano una leggenda trascritta dal poeta persiano Firdusi (soprannome di Abu ‘l-Qasim Mansur, Tus, Khorasan 940 ca. - 1020 ca.), la "Shah Namah" ("Il libro dei Re", 1011). Secondo questa leggenda lo Scià Bahram V (420-438 d.C.) chiese ad un sovrano indiano 10.000 Luri (suonatori di liuto), uomini e donne, per divertire il suo popolo. Al loro arrivo lo Scià però diede ai musicisti buoi, asini e semi di grano da piantare, perché voleva insediarli nelle terre incolte del suo regno. Ma i Luri, che non avevano mai fatto i contadini, mangiarono i semi e ritornarono dallo Scià un anno dopo per averne altri. Il sovrano si adirò molto ed ordinò loro di caricare gli asini dei loro beni e strumenti musicali e di andare via per il mondo, e di non ritornare finché non avessero voglia di lavorare la terra. [18]

Suonatori Luri

L’appellativo Luri (in 'persiano' Loriلری, in arabo Lúlí,Lúrí), deriverebbe da Alor o Aror[19], il nome dell’antica capitale dei Ror,[20] nel Sindh, distrutta dal conquistatore arabo omayyade Al-Qasim (Muhammad bin Qasim Al-Thaqafi, 695–715 d.C. ) nel 714 d.C, il quale al termine della conquista della città fece mettere a morte tutti gli appartenenti della casta dei militari ed i loro parenti. [21] Nelle cronache degli storiografi arabi la città è menzionata anche con le parole Alor, Al-rur, Al-ruhr e Al Ror. I lúrí sono spesso menzionati dai poeti persiani che ne decantavano l’eleganza nel vestire, l’abilità nel suonare il flauto e il loro colore “nero come la notte”.[22] I lúrí quindi andrebbero distinti dal gruppo etnico (con lo stesso nome) che vive nel sud-ovest dell’Iran, le cui caratteristiche etniche sono completamente diverse, parlano il farsi e sono di carnagione chiara.

Una leggenda analoga a quella di Firdusi è riportata dal geografo e storiografo arabo Hamza al-Isfahani († 961 d.C.) negli "Annali" e da un cronista arabo Al-Talibi (1020 d.C.). In queste cronache il numero dei musicisti varia considerevolmente, in confronto al racconto di Firdusi, ed invece dell’appellativo Luri vengono chiamati Zott, che potrebbe essere il termine arabo equivalente alla parola sanscrita Jat. [23]

I Jat[24] sono un’antica etnia, tuttora presente nel nord Ovest dell’India (con una forte concentrazione nello stato di Haryana, nel Punjab, Rajasthan, Uttar Pradesh ed in 400 villaggi dello stato di Delhi) e nel Pakistan. Tradizionalmente i jat erano allevatori di bufale, contadini e militari e durante la dinastia Sassanide migrarono nelle regioni di confine di India e Persia.[25]

Gli arabi, che probabilmente incontrarono i Jat durante le invasioni in oriente, usarono in seguito l'eteronimo "zott" per definire tutte le popolazioni di origine indiana. [26]

Durante il regno di Bahram V i jat appartenevano alle popolazioni Sindhi, dedite all'allevamento dei bufali ed alla pesca, servendo la corte dello Scià di persia fino al VII° secolo d.C.. Durante l’espansione araba in oriente si convertirono all’Islam e si insediarono a Bassora. In seguito alla conquista della regione dell’Indo, da parte di Muhammad ibn al-Quasim, gli arabi deportarono migliaia di Zott nella regione della foce del Tigri, con l’intento di proteggere il confine. In seguito però gli Zott divennerò così potenti che cominciarono ad imporre pedaggi ai mercanti ribellandosi apertamente al califfato di Baghdad. La conseguenza fu che nell’820 d.C. il califfo al-Muʿtasim inviò dei soldati per nella regione per sedare i ribelli. L’opposizione degli Zott fu sconfitta 14 anni dopo. [27]

Lo storico persiano Al Tabari (Abu Ja'far Muhammad ibn Jarir al-Tabari, 838-923 d.C.) [28] riporta nelle sue cronache (“Storia dei Profeti e dei Re”, 915 d.C.) che circa 27.000 Zott furono portati a Baghdad in seguito alla loro resa, dove furono mostrati alla popolazione nei loro vestiti tradizionali e con i loro strumenti musicali. In seguito un piccolo numero fu deportato a Khanikin, a nord ovest di Baghdad, mentre la gran parte fu deportata ad Ain Zarba, al confine con l’Impero bizantino.

[modifica] Dalla Persia all'Armenia

L’evidenza di parole di origine armena nella lingua romanes/romani, costituisce ad oggi l’unico elemento che proverebbe il passaggio dei rom in Armenia durante il loro esodo. Pertanto, in assenza di prove documentali, gli studi filologici e linguistici costituiscono al momento l’unica fonte per questa ipotesi.

Le principali ricerche sull’origine armena di acune espressioni di lingua romanes sono state condotte da John Sampson [29] e Ralph Turner [30].

La ricerca di John Sampson si basa sullo studio delle differenze di pronuncia, tra i vari dialetti romanes, della parola "sorella" (in sanscrito "bhen"), distinguendo due gruppi fondamentali, in base alle principali differenze fonetiche: il gruppo "ben" ed il gruppo "phen". L’assunto su cui si basa Sampson è che popolazioni proto-rom siano migrate dal Nord Ovest dell’India e siano arrivati in Persia simultaneamente, formando così un gruppo linguistico omogeneo. In seguito al contatto con la lingua armena e con l’arabo la parola di origine sanscrita "ben" avrebbe preso le caratteristiche fonetiche dell’armeno e sarebbe in seguito diventata "phen". I gruppi ben e phen successivamente si sarebbero divisi proseguendo la loro migrazione in due direzioni diverse, dando luogo così a distinte caratteristiche in base ai diversi prestiti linguistici dalle lingue con cui entrarono in contatto nelò corso dei secoli successivi. Un gruppo dalla Persia andò in Siria e verso il Mediterraneo, i Dom/Nawar (ancora presenti in Medio Oriente, in Palestina, Siria e Giordania), i Kurbat (che vivono nel Nord della Siria), gli Halebi (in Egitto ed in Libia ed i Karachi (in Asia Minore e Giordania), sarebbero loro discendenti.

Lo studio di Ralph Turner propone una simile distinzione tra i gruppi linguistici, fondando la sua ricerca sulle differenti varietà della parola "domba". Turner chiamò "Dombari" la lingua degli antichi gruppi rom, i dialetti dei gruppi Domari (i gruppi ben di Sampson), che vivono in Medio Oriente. Nelle sue ricerche inoltre differenzia tra i gruppi Lomavren, che sarebbero stati in Armenia, ed i Rom, che invece migrarono più tardi in Europa, passando per l’impero bizantino.

Recenti ricerche hanno però messo in discussione la teoria secondo la quale i due o tre dialetti menzionati da Turner abbiano mai formato una unità linguistica in passato. I gruppi linguistici ben (i Domari) mostrerebbero tracce di un perduto terzo genere grammaticale (il neutro) che i gruppi phen non hanno. Ciò vorrebbe dire che i predecessori dei Lomavren/Romani abbiano lasciato l’India più tardi, quando questo genere era già scomparso interamente. Sembrerebbe inoltre che nel gruppo ben di Sampson siano assenti prestiti linguistici proveniente dal persiano.[31]

La stratificazione linguistica dei gruppi lascerebbe quindi supporre una migrazione graduale dei rom dall’Armenia, che non aveva confini con l’impero romano d'oriente, il che spiegherebbe anche l’assenza di cronache che documentino l’immigrazione dei rom presso i bizantini.

Il devastante conflitto tra greci ed arabi e, più tardi, l’attacco dei Selgiuchidi sull’Armenia, potrebbe aver costretto le popolazioni rom a seguire il massiccio esodo degli armeni verso occidente, all’interno dell’impero bizantino. Con la sconfitta dei bizantini nella battaglia di Mazikert, nel 1071, con la conseguente perdita dell’Anatolia, la nascita del sultanato di Rum e la conseguente instabilità della regione a causa del conflitto con il sultanato di Damasco ed infine, non ultime cause, le guerre crociate e le invasioni dei mongoli, i rom si sarebbero quindi rifugati a Cipro e nelle isole dell'Egeo, in Tracia ed nel Peloponneso, da dove avrebbero poi preso la via per i Balcani e l’Europa Centrale in seguito all'espansione ottomana in queste regioni.[32]

[modifica] I rom nelle cronache bizantine

Le tracce della presenza dei rom nelle terre dell'Impero Romano d'Oriente, prima del Trecento, sono sporadiche e tuttora di difficile interpretazione.

La prima testimonianza scritta che viene ricondotta alla presenza delle popolazioni rom risale all'XI° secolo ed è un manoscritto agiografico, scritto nel 1068 ("La Vita di San Giorgio di Athos" 1009-1065), da un monaco georgiano, George Hucesmonazoni (il piccolo), del monastero Iviron, sul monte Athos. In questo testo i rom verrebbero denominati adsincani, termine georgiano che deriverebbe da atsinganos/tsinganos (Ατσίγγανος/Τσίγγανος) che deriverebbero dalla parola athinganos (Αθίγγανος) che significa "che non vuole essere toccato/che è intoccabile". [33] [34]

In altri documenti dello stesso periodo e dei secoli successivi però non è chiaro fino a che punto siano confusi con gli athinganoi (Αθίγγανοι), una setta sorta in Asia Minore considerata dedita alle arti magiche. [35]

Tra i pochi documenti bizantini giunti fino a noi, l'uso del termine che designa la setta degli athinganoi verrebbe spesso confuso con le popolazioni rom, anche se essi erano già conosciuti dagli stessi come "aiguptoi" (Αιγυπτοι, "Egiziani"), "Mandopolini", "Katsibeli", "Lori". In queste cronache vengono descritti come addestratori di animali, acrobati e le donne come indovine da cui prendere le distanze. [36]

Atsingani ed Egiziani, da cui derivano sia i termini zingari, zingani, cygany, nelle varie declinazioni, che le parole gypsies, gitani, gitanos, etc. sono due nomi che i rom porteranno con sè per tutto il resto della loro storia. Il motivo per cui i rom furono definiti egiziani, il perchè questo termine appare nelle cronache verso la fine del XIII° secolo, rimane tuttora una domanda a cui gli studiosi di tutte le discipline non hanno ancora trovato una risposta. È probabile che, a causa delle pratiche magiche (come la divinazione) attribuite alle popolazioni di lingua romanes, queste ultime venissero confuse con gli egiziani, presso i quali era nota nell'antichità l'importanza che veniva attribuita alla magia ed alla negromanzia.

È certo che una importante comunità di rom abbia soggiornato per alcuni secoli in una località del Peloponneso, la città portuale di Modone (Μεθώνη). Leonardo di Niccolò Frescobaldi, un viaggiatore italiano del XIV° secolo, nel 1384 definisce con il termine romiti alcuni abitanti della città, considerati da lui dei peccatori, che vivono fuori dalle mura della stessa, su un colle, in un insediamento stabile fatto di capanne; sono tutti fabbri ferrai e vivono in condizione di povertà. Questo insediamento era chiamato Gyppe ( Γυππε, "Piccolo Egitto" da Aiguptos Αίγυπτος, ).[37]

Va sottolinato che per i bizantini, così come presso gli antichi geografi, la parola "Grande" indicava un'area fuori dalla sfera del potere, mentre la parola "Piccolo" indicava le aree a ridosso dei confini dell'Impero. La "Grande Moravia" ad esempio venne chiamata così, durante il regno dell'imperatore Costantino VII di Bisanzio, detto il Porfirogenito, perchè si trovava oltre il confine bizantino. Nell'impero romano d'oriente, in seguito all'invasione dei selgiuchidi, si formò nel 1080 d.C. un principato che si espanse fino a diventare il regno della "Piccola Armenia" o Armenia Minor, dove vivevano gli armeni migrati in massa in seguito alle invasioni dei selgiuchidi, e che rimase indipendente fino al 1375 d.C. "Piccolo Egitto" potrebbe essere stata quindi un'area dove vissero realmente popolazioni di origine egizia, o persone ritenute tali, forse i rom. [38]

[modifica] I contatti con i veneziani

La nebbia che avvolge le fonti storiche sulle popolazioni rom incomincia a diradarsi grazie alle cronache dei viaggiatori e dei mercanti nelle terre e nelle città della fitta rete che i veneziani avevano allestito con l’oriente. Tra le numerose cronache arrivate fino a noi, la prima, in ordine di importanza, ad opera di un francescano irlandese nel 1323 d.C., riporta la presenza di un gruppo "de genere Chaym" ("della stirpe di Caino"), accampato fuori dalle mura di Candia (Iraklion) a Creta. La descrizione riguarda un gruppo nomade che, come un popolo maledetto, anche se di religione greca ortodossa, non si ferma più di trenta giorni nello stesso posto vivendo in tende oppure in grotte. Anche se l’osservazione di questo frate riguardasse in realtà uno dei gruppi di profughi armeni che si era spostato sulle isole di Creta e Cipro dopo che il regno di Cilicia fu conquistato dai mamelucchi, e successivamente dai mongoli nel 1240, è interessante notare in questa testimonianza la prima traccia del modello del "popolo vagabondo, insieme cristiano e maledetto, che ritroveremo nell’Europa moderna". [39]

L’isola di Corfù, passata dal dominio angioino a quello veneziano nel 1386 d.C., era uno dei porti più importanti lungo la rotta commerciale della repubblica della Serenissima tra Jaffa e Venezia.

I documenti e le fonti storiche più importanti sulla presenza dei rom nell'isola di Corfù, attraverso i quali è stato possibile ricostruire la vita di alcune comunità nomadi, risalgono ad un periodo compreso tra il XIII e XIV secolo e provengono principalmente da cronache di viaggiatori ed atti feudali relativi a possedimenti ed eredità delle famiglie corfiote e veneziane.

Nel 1360 fu costituito dagli angioni "feudo acinganorum", attestato per secoli in molti documenti. Nel XIV secolo il feudo non comprendeva solo Corfù ma anche i rom della vicina regione dell’Epiro, la "Vagenetia" (in Albanese: Çamëria, in Greco: Τσαμουριά, Tsamouriá). In questi atti i rom vengono descritti come "attaccati alla terra", dovevano subire l’imposizione di quote fisse, in diverse scadenze annuali, in denaro oppure in beni da versare all’amministratore del feudo, il quale aveva una estesa giurisdizione sui suoi servi, molto più ampi degli altri signori feudali dell’isola. L’amministratore poteva giudicare e punire i suoi servi in ogni caso civile e penale, poteva decidere di mandarli in esilio oppure in prigione, renderli schiavi sulle galere, assoggettarli a corvées, ad eccezione di un caso: la pena di morte aveva bisogno del parere del governatore veneziano. Il modello di servaggio imposto dai signori feudali ai rom sull'isola di Corfù rimarrà nei fatti in vigore nei principati romeni di Valacchia e Moldavia dal XIV secolo fino al XIX secolo.[40]

Sempre a Corfù, in un documento del 1373 si fa menzione di un afflusso considerevole di rifugiati, definiti"homines vagenti", provenienti dalle coste dell’Epiro. Al loro arrivo vengono obbligati a registrarsi presso gli amministratori veneziani, acquisendo lo status di vassalli delle autorità amministrative.

Un altro documento del 12 agosto 1444, questa volta a Nauplion (in greco: Ναύπλιων, Naupliōn) nel Peloponneso, dove una importante comunità rom si era stabilita pochi anni prima (in seguito al tentativo di ripopolare quella terra da parte dei veneziani chiamandovi gli albanesi e forse i rom), riporta la notizia del reinsediamento di Johannes Cingannus nella sua posizione di "drungarius acinganorum" (comandante militare), in seguito alla decisione del "Consiglio dei Quaranta", che aveva disapprovato la decisione dell’amministratore veneziano di rimuoverlo. La figura del "capo postulante" (il drungario, nel documento citato aveva facoltà di chiedere privilegi per la sua gente) è una figura che nel corso della storia sarà reintrodotta in diverse epoche, nell’Europa occidentale, ma anche presso gli ottomani.[41]

[modifica] I rom nell'impero ottomano

Benchè le tracce storiche della presenza dei rom, dal mitico esodo dall’India fino all’Europa, proverebbero la teoria secondo la quale le popolazioni di lingua romanes/romanì fuggissero dagli ottomani, durante la loro espansione dalla penisola anatolica fino ai Balcani, la situazione dei rom all’interno dei domini turco-ottomani non è stata ancora studiata approfonditamente.

Di certo si può affermare che la situazione fosse completamente diversa da quella che si riscontrava in Occidente nello stesso periodo, anche se i rom occupavano l’ultimo posto della gerarchia sociale presso gli ottomani, essi non furono mai vittime delle politiche di negazione della loro identità che furono attuate in Europa occidentale nei secoli a venire.

Rom dei Balcani durante l'impero ottomano

Gli ottomani, ad esempio, non bandirono mai i rom dai loro territori. Il primo documento che li riguarda, un documento bulgaro del 1475, vede i rom inseriti nel registro delle tasse della provincia (vilayet) della Rumelia. In questo registro è riportato che dovevano pagare le tasse pro capite (haraǧ), eccetto i fabbri arruolati nell’esercito e quelli a guardia delle fortezze. L’unica discriminazione era che i rom potevano contrarre matrimonio con i musulmani ma non con i cristiani. [42]

I rom erano quindi chiamati in ugual modo a partecipare al complesso gioco di imposizioni ed esenzioni fiscali che articolava tutto il sistema che stava alla base dello Stato ottomano, [43] erano controllati allo stesso modo degli altri abitanti dell’impero e pertanto figuravano nei registri fiscali ed il loro lavoro veniva dichiarato. In un registro del 1523 sono registrati 16.591 rom, divisi per unità fiscali (ǧemaat), composte di unità minori (mahala, ovvero "quartiere"), ciascuna affidata ad un capo responsabile per il governo. Una ǧemaat poteva essere costituita anche da una comunità nomade (ghezende). I lavori che vengono dichiarati nel registro sono spesso legati all’artigianato: calderai, fabbri, ferrai, spadai, orefici, sarti, macellai, lavoratori del cuoio, tintori, guardiani, servi, corrieri, persino boia ed impagliatori di teste (dei nemici decapitati in battaglia). Alcuni di questi lavori erano evidentemente considerati immondi dai non rom, ciò non toglie che da questi pochi elementi gli ottomani si mostrino nella loro tolleranza nei confronti dei rom, i quali facevano parte a pieno titolo dell’ambiente dall’identità cosmopolita dell’impero ottomano nei Balcani. Una volta versati i contributi, ai rom era permesso di insediarsi nelle città, nelle campagne oppure restare allo stato nomadico. Nonostante la diffusa pratica della schiavitù nell’Impero ottomano, i rom non erano schiavi, anche se potevano diventarlo in caso non versassero l’haraǧ annuale.[44] Ancora oggi la stragrande maggioranza dei rom vive nei territori che furono dominati dagli ottomani.

[modifica] I rom in Serbia, Bulgaria, Valacchia e Moldavia

L’ingresso dei rom nei Balcani, durante il rovinoso crollo dell’Impero bizantino, non è databile con certezza dato il ricorrente uso degli eteronimi "adsincani", "atsincani" ed "egiziani" riscontrabile nelle fonti documentarie, il che non dà la possibilità di capire con certezza dove e quando si parli dei rom oppure di altre popolazioni.

Un documento del 1348 riporta la notizia che Stefano IV donò - oltre a sarti, fabbri e sellai – anche dei "C’ngari" al monastero di Prizren in Kosovo (anche se è possibile che in realtà si trattasse di calzolai, termine che in serbo si dice appunto "c'ngar"). [45]

In una cronaca bulgara invece è riportata la notizia che il re Ivan Šišman fece edificare dei villaggi, tra questi degli "agupovi kleti", nei pressi del monastero di Rila, nel 1378. Secondo alcuni linguisti bulgari in realtà potrebbe trattarsi di una notizia riferita alla realizzazione di "capanne per i pastori". Altri studiosi invece rirengono che l'espressione vada letta come "aguptivi kleti" ("aguptivi" è il sinonimo bulgaro che sta per "egiziani").[46]

Una şatră, villaggio Rom della Romania, 1850

Nei documenti che attesterebbero la presenza dei rom nelle terre che diventeranno l'odierna Romania, i principati di Valacchia e Moldavia, in una cronaca del 1385 d.C., il principe Dan I, voivoda della Valacchia, conferma al monastero di Tismara la donazione fatta dal suo predecessore, il principe Vladislav I, di quaranta "celjadi" ("famiglie") di "acingani", già appartenenti al monastero di Vodjta. In altre cronache il successore di Dan I, Mircea I, dona 300 "salase" (l’equivalente odierno di “tende comunità”) al monastero di Cozia nel 1388.

Nella vicina Moldavia Alessandro il buono fece mettere in piedi 31 "salas Tigani" ("Tende tzigane") e 12 tende tartare nei pressi del monastero di Bistriţa. In questo documento si parla evidentemente di schiavi.[47]

A partire dal XIV° secolo, il periodo in cui la regione si dota di un sistema feudale simile a quello che l'Europa sta per abbandonare, la documentazione sui rom diventerà imponente.

Benchè si ritenga che la schiavitù dei rom fosse già iniziata durante la dominazione bizantina, è nei principati cristiani di Valacchia e Moldavia, per secoli vassalli degli ottomani, che a partire dal Trecento si costruisce il più grande, sistematico e controllato sistema schiavistico dell'Europa moderna.

La Valacchia e Moldavia erano due principati nati sulle rovine dell'impero bizantino, delle invasioni tartare e delle mire espansionistiche dei vicini. Tra il XV° ed il XVI° secolo i due principati divennero vassalli degli ottomani, mantenendo lo stretto legame con la chiesa greca ortodossa.

La struttura piramidale delle società dei due principati contemplava, al di sotto della Porta e del voivoda, i boiardi ed il clero, una piccola classe di mercanti composta principalmente di ebrei greci, la massa dei contadini ed i "robi" ("gli schiavi") che dal quattrocento in poi potevano essere solo i "tigani", al punto che nei secoli successivi i termini "robi" e "tigani" divennero dei sinonimi.[48]

I "tigani" erano divisi in tre categorie: quelli del principe e della principessa, i tigani dei boiardi ed i tigani dei monasteri.[49]

I "tigani" del clero e dei boiardi erano esenti dal pagamento delle tasse. Lo "ziganatico" ("tiganarit") il sistema in base al quale ogni proprietario doveva pagare due "galbeni" per ogni schiavo, fu abolito per le proteste del clero e dei boiari che potevano avere anche migliaia di schiavi.[50] Un "tigani" appena metteva piede nel territorio di uno dei due principati diventava automaticamente uno schiavo del principe. Alla sua elezione il principe si trovava così ad avere una riserva di qualche migliaio di robi, i quali qualora diminuissero nel corso del suo mandato davano luogo a donazioni da parte dei boiari e monasteri. I documenti che attestano le donazioni di "tigani" sono la principale fonte storiografica per ricostruire la presenza dei rom in queste terre.[51]

Gli schiavi dipendevano dal tesoriere di corte a cui era affidata la contabilità dei "tigani", redigendo registri nei quali venivano elencate anche le occupazioni dei gruppi e le bande nomadiche ("ceate") che avevano l'obbligo di versare una volta all'anno, oppure a rate, l'imposta stabilita. I gruppi nomadi avevano un capo, oppure un "vătaf" ("giudice"), responsabile di tutto il gruppo nei confronti del principe.

I registri tenevano conto dei mestieri, in base ai quali vi erano delle divisioni ufficiali: aurari (cercatori d'oro), ursari (addestratori di orsi ed altri animali), lingurari (fabbricanti di utensileria in legno), lăieşi (calderai, fabbri, esercitanti vari mestieri).

Manifesto che informa di un'asta di schiavi a Bucarest nel 1852

I boiardi possedevano principalmente i "vatrasi" ("schiavi di casa"), i quali a loro volta potevano essere divisi in schiavi di corte e schiavi di campo. Abitavano nelle zihganie, gruppi di casupole a lato della casa padronale oppure in insediamenti in mezzo alla campagna. Questi insediamenti potevano essere costituiti anche da bordei, case completamente interrate abitate prevalentemente dai tigani.

I tigani di corte svolgevano tutti i lavori necessari in una casa nobiliare: cuochi, fabbri, ciabattini, macellai, domestici, giardinieri, bovai, guardie del corpo, guardiani, falegnami, carpentieri, muratori, fabbricanti di mattoni, sarti, musicisti, etc. A differenza dei contadini non rom i tigani venivano venduti insieme alle loro famiglie, le donne ed i bambini concorrevano quindi ai lavori che venivano loro assegnati sia nella case signorili che nei monasteri.

Coloro che erano invece destinati a lavoravare la terra vivevano la condizione peggiore. Dovevano lavorare nei campi, disboscare le foreste, mentre le donne si occupavano dell'orticoltura. Nel corso del secolo settecento, quando i principati entrarono nel mercato internazionale del grano, il loro numero degli schiavi dstinati alla coltivazione delle terre aumentò notevolmente.[52]

Nei monasteri e tra i boiari i "robi" venivano divisi per gruppi, sotto la responsabilità di capi o "giudici" rom. Essi dovevano garantire che i lavori venissero svolti.

Le dure condizioni di vita dei rom sono testimoniate in un documento del 1780, nel quale quindici "giudici" garantiscono, firmando con l'impronta delle dita della mano, che 165 famiglie di schiavi non fuggiranno più; l'anno successivo, in un altro documento gli stessi giudici garantiscono che gli schiavi non si ribelleranno più e che accetteranno qualsiasi lavoro richiesto loro dal monastero.[53]

Tutti i documenti di questi due principati evidenziano il controllo delle autorità sui rom. In alcuni casi si ha testimonianza di piccole ribellioni, che avvenivano principalemnte non presentandosi a lavoro oppure fuggendo.

L'unico gruppo rom che non sarebbe caduto in schiavitù erano i "netotsi", ("nomadi") considerati talmente selvaggi da essere inasservibili. Il loro romanes raccolto alla fine dell'Ottocento, dimostrerebbe che non si trattava di un gruppo rom proveniente dal centro Europa, ma probabilmente di un gruppo "tigani" costituitosi da "robi" fuggiti dalla schiavitù. La repressione delle ribellioni era durissima, tra le sevizie più comuni c'erano la "falanga" (la bastonatura delle piante dei piedi) e le "corna" (un collare a raggi appuntiti che non permetteva di appoggiare la testa). Presso i monasteri era invece in uso l'imprigionamento e la messa ai ceppi.[54]

[modifica] I rom in Ungheria e Transilvania

L’arrivo dei rom nel regno cattolico d’Ungheria, che includeva anche la Transilvania e parte dei Balcani, non è databile con certezza anche se a partire dal 1370 la parola "Cigan" appare diverse volte nei registri anagrafici come cognome, benché non ci siano prove che possa essere ricondotta a persone di etnia rom. In una nota databile al 1416 è riportato che "il signor Emaus dell’Egitto e il suo seguito di 220 persone" fu rifornito di denaro e provvigioni, mentre un’altra nota dello stesso anno fa riferimento ad una lettera di salvacondotto di Nikolaus di Gara prodotta da lui in assenza del re Sigismondo.

Tra il XIV ed il XV secolo il regno d’Ungheria si trovò in uno stato di costante guerra, con fortune alterne, con l’Impero ottomano. I rom provenienti dai Balcani furono accolti con grande tolleranza, la loro conoscenza in merito di fabbricazione di oggetti di metallo ed armi li rendeva ricercati per i loro servigi e garantì loro la protezione del re. In un documento del 1476 è riportato che i cittadini della città di Herrmannstadt chiesero il permesso al re Mattia Corvino di poter avere i rom nei sobborghi della città.[55]

[modifica] I rom nell'Europa occidentale

In Europa occidentale, le prime testimonianze scritte, che presentano una ragionevole attendibilità sul loro arrivo, risalgono al XIV secolo. Sulle cause della dispersione dei rom tra i vari paesi europei le opinioni degli studiosi sono molto contrastanti, tra le più probabili va menzionata la possibilità che i rom che si erano cristianizzati, durante la permanenza nell'impero bizantino, siano stati spinti verso occidente dalla pressione degli ottomani durante la conquista dei Balcani.

A partire dal 1417 numerose cronache testimoniano della'arrivo di gruppi rom, di 30 fino a 100 unità, viaggiando a piedi oppure su carri trainati da cavalli nei vari paesi d'Europa, chiamati dai cronisti "Tatari", "Egiziani", "Saracini", "Pagani", etc. In alcuni casi questi gruppi arrivavano anche a trecento membri. Quando veniva loro vietato l'ingresso nelle città si accampavano nei campi, fuori dalle città. I loro capi dichiaravano titoli quali, "duchi", "conti", "voivoda ", avevano una giurisdizione sul loro seguito, avevano vestiti migliori degli altri e viaggiavano a cavallo. Tutte le cronache riportano che all'arrivo in città i capi di questi gruppi nomadi si presentavano alle autorità cittadine mostrando lettere di salva condotto oppure raccomandazioni religiose. L'usanza di fornire aiuto ai pellegrini, con cibo, denaro ed alloggio era presa seriamente in considerazione nelle società medioevali. Per rendere credibile il loro aspetto di pellegrini i rom raccontavano storie che in grado di impressionare il sentimento religioso di quel periodo, come ad esempio che "dovevano scontare il pellegrinaggio per aver rifiutato di aver portato con loro Giuseppe e Maria e la Famiglia Santa nel loro esodo dall'Egitto".

La prima apparizione dei rom in Europa occidentale è attribuita ad un documento del 1417, della città di Hildesheim, nella quale si parla dell'arrivo dei "Tartari dell'Egitto", ai quali fu fatta elemosina "in onore di Dio".

Sempre nel 1417, altre cronache riportano notiza di gruppi di nomadi che viaggiavano tra Luneburgo, Amburgo, Lubecca, Wismar, Rostock, Stralsund, e Greifswald. Il monaco domenicano Hermann Cornerus nel suo "Chronicon" riporta notiza che erano in gran numero e e che venivano dall'Est. Nelle cronache di Cornerus si apprende che i gruppi arrivavano anche a 300 membri, si attribuivano il nome si "Secaner" ("Cigani") ed erano di "terribile" aspetto e denutriti, al loro arrivo furono trattati "in modo ospitale", anche se in seguito la stessa cronaca riferisce che molti di loro fossero "ladri" e dovettero fuggire dalla città per non essere arrestati. dalle notizia si apprende anche che una parte di questi gruppi si mosse, a partire dal 1418, verso il sud della Germania. La città di Francoforte fece una donazione in denaro, per acquistare cibo e carne, nel giugno dello stesso anno, a gente miserabile del "Piccolo Egitto".[56]

[modifica] I rom in Italia

Boccaccio Boccaccino,“Zingarella”, 1516-1518 ca., Tempera su Tavola, 24x19 cm Galleria degli Uffizi, Firenze

La prima cronaca italiana che ci racconta della presenza dei rom è attribuita ad un documento del XV° secolo, una cronaca di un anonimo bolognese (la "Historia miscellanea bononiensis"), dove si racconta dell'arrivo a Bologna, nel 1422, di una comunità nomade:

« "Adì 18 de luglio venne in Bologna uno ducha d'Ezitto, lo quale havea nome el ducha Andrea, et venne cum donne, puti et homini de suo paese; et si possevano essere ben cento persone (...) si demorarono alla porta de Galiera, dentro et fuora, et si dormivano soto li portighi, salvo che il ducha, che stava in l'albergo da re; et (...) gli andava de molta gente a vedere, perché gli era la mogliera del ducha, la quale diseva che la sapeva indivinare e dire quello che la persona dovea avere in soa vita et ancho quello che havea al presente, et quanti figlioli haveano et se una femmina gli era bona o cativa, et s'igli aveano difecto in la persona; et de assai disea il vero e da sai no (...)Tale duca aveva rinnegato la fede cristiana e il Re d'Ungheria prese la sua terra a lui. Dopodiché il Re d'Ungheria volle che andassero per il mondo 7 anni e che si recassero a Roma dal Papa e poscia tornassero alloro Paese". »
(in A. Colocci, "Gli zingari. Storia d'un popolo errante", Torino, 1889)

Nell'agosto dello stesso anno alcune cronache proverebbero la presenza di una banda di nomadi in altre città italiane. In una soprendente cronaca di frate Girolamo da Forlì viene riferito che "Aliqui dicebant, quod erant de India". Benchè in questa cronaca non sia chiaro chi siano gli "aliqui" si tratta del primo documento in cui si fa riferimento alla probabile origine indiana dei rom, anche se l'elenco comprendeva anche la Caldea, la Nubia, l'Etiopia, l'Egitto ed addirittura il continente scomparso di Atlantide[57]

I rom recavano lettere firmate dal santo Padre, sulla cui autenticità permangono forti dubbi, in cui si chiedeva protezione e che per quasi un secolo ricorreranno nelle varie e sporadiche cronache attestanti la presenza dei primi gruppi rom nella penisola. La cronaca della città di Fermo riporta che era stato esibito un documento del Papa "che permetteva loro di rubare impunemente". Di eventuali lettere firmate dal Santo Padre non è stata trovata traccia negli archivi vaticani, anche se un documento che attesta la presenza dei rom a Napoli nel 1435 lascerebbe aperta l'ipotesi che alcune di queste comunità nomadi siano passate per Roma.

Tra il 1470 ed il 1485 è riportata notizia che "conti del Piccolo Egitto" circolavano nel modenese, provvisti di passaporto del signore di Carpi.

È tuttora in dubbio l'origine dei gruppi di "Egiziani" che arrivarono in Italia nel XV secolo, se essi venissero via terra dal'Europa centrale o dal nord oppure se essi siano venuti via mare dai Balcani già durante la caduta dell'impero bizantino. La possibile origine rom di un pittore abruzzese, Antonio Solario, detto lo "Zingaro pittore", lascerebbe supporre che l'arrivo dei rom in Italia andrebbe datato precedentemente il 1422.

Un altro documento interessante è datato 1506 e riferisce del seppellimento ad Orvieto di tale "Paolo Indiano, capitano dei cingari", che aveva prestato servizio nell'esercito veneziano.[58]

La prima testimonianza scritta di lingua romanes/romanì in Italia è datata al 1646 e si trova in una commedia di Florido dei Silvestris, nella quale è riportata la frase "tagar de vel cauiglion cadia dise" (ritrascrivibile in : "t(h)agar devel, k aviljom kadja disë"), che significa "Signore Iddio, che sono giunto (in) questa città".[59] Questa espressione corrisponderebbe al secondo "strato" della classificazione linguistica fatta da Marcel Courthiade e costituirebbe un elemento per sostenere che i Rom siano arrivati in Italia dai Balcani.

Nelle varie cronache che raccontano dell'incontro con queste comunità di "pellegrini", un importante aspetto è legato al dono della divinazione o della predizione del futuro, così come il commercio dei cavalli, che i rom accompagnavano alle loro richieste di aiuto. Le stesse cronache, allo stesso tempo, sono anche le prime a testimoniare dell'insorgere dei pregiudizi nei confronti dei rom, i quali vengono spesso accusati di furti.

[modifica] L'insorgere dei pregiudizi e le prime persecuzioni

In seguito a diffondersi dei pregiudizi nei confronti dei rom, a partire dal XVI secolo, per circa 250 anni, i governanti europei hanno messo in atto punizioni draconiane fino ad attuare persecuzioni, espulsioni e bandi, per risolvere il supposto "problema" del nomadismo degli "zingari". I rom che fuggivano dal nuovo feudalesimo dell'Europa orientale e dei Balcani finiti sotto il dominio dei turchi, si scontrarono in Europa occidentale con la nascita dello stato post-feudale fondato sull'economia mercantile, proponendo ai cittadini europei una economia fondata sul dono.[60]

L'assenza evidente di effetti, in seguito ai bandi dalle città e dagli stati, portò poi, in seguito all'avvento dell'assolutismo monarchico e dell'illuminismo, le monarchie degli Asburgo in Austria e dei Borbone in Spagna, ad attuare nuove politiche basate sull'assimilazione forzata dei rom. Con l'obiettivo di rendere gli "zingari vagabondi" in persone "produttive, rispettabili, obbedienti e diligenti" i sovrani illuminati misero in atto misure coercitive per constringere i rom a vivere in aree rurali, destrutturando la loro identità culturale, come mezzo per assimilarli nella società.

In questo periodo storico prese forma un vero e proprio modello occidentale, basato sul divieto ai rom di insediarsi nelle strutture socioeconomiche locali, salvo il loro annichilimento identitario.

Fin dalle prime notizie storiche relative all'arrivo dei rom in Europa occidentale è possibile trovare traccia di episodi che nel corso degli anni assumeranno il carattere di vere e proprie persecuzioni, il cui approdo alle politiche di assimilazione forzata giungerà in maniera sistematica ad attuarsi a partire dall'instaurazione dello Stato assoluto.

Illustrazione di Diebold Schilling (1485) i Rom, descritti come "pagani battezzati" a Berna. Amtliche Spiezer Chronik, p. 749

Nel 1417 vengono uccisi alcuni secani in Germania, nel 1419 vengono banditi da Berna e nel 1427 da Parigi. In Italia, sempre a Bologna nel 1422, Frà Bartolomeo della Pugliola li descrive come "li più fini ladri che se volesse mai", a Forlì nello stesso anno Frà Girolamo dei Fiocchi parla di "gentes non multum morigerate, sed quasi brutalia animalia et furentes", a Fermo nel 1430 Antonio di Niccolò li descrive come "mala gentes".

A poco a poco incominciò a formarsi una descrizione stereotipata dei Rom: "dicono di essere pellegrini ma si comportano come conquistatori, sfruttano la creduloneria degli indigeni, chiedono elemosine come fossero tributi, sono mal vestiti, non sono affatto poveri", etc.

In un periodo di grandi traformazioni culturali, socio economiche e religiose della civiltà europea, i rom si trovarono nel giro di pochi anni ad essere additati e stigmatizzati, principalmente dagli esponenti della varie confessioni religiose europee, per l’usanza delle donne di leggere la mano, per le pratiche mediche e curative non cristiane e le altre stregonerie che avrebbero costituito una prova del loro "carattere demoniaco". Nel volgere di pochi anni l’immagine di pellegrini che gli stessi rom avevano contribuito a crearsi diventò così l’immagine di accattoni, ladri e oziosi. Cominciarono ad essere promulgati molti editti e bandi, in alcuni casi potevano anche essere eliminati fisicamente.[61] Con il diffondersi dei pregiudizi nei confronti dei nomadi, comincia a mutare anche il carattere delle donazioni pubbliche: nel 1439 a Siegburg viene fatta una donazione pubblica affinchè se ne vadano, così a Bruges nel 1445 (e nel 1451 affinchè non entrino in città), nel 1463 a Bamberg e nel 1465 a Carpentras. [62] L'istituzione di pagare i rom affinchè andassero via è di grande rilevanza per le sue conseguenza nella storia di queste popolazioni in Europa, nei secoli a venire, e l'Italia è una delle terre dove questa pratica venne subito istituzionalizzata ed ebbe vita più lunga: è attestata in Piemonte nel 1499, nel Trentino nel Seicento ed ancora in Toscana agli inizi dell'Ottocento. Nel 1499 una cronaca di Polidoro Virgilio testimonia dello stato di povertà dei rom, ormai non più creduti come pellegrini, dicendo che "mendicano porta a porta", nel 1505 Giovan Battista Pio scrive di "mendicanti stranieri, seminudi e sempre famelici".[63]

In Germania un editto diede ordine ai rom di lasciare il territorio dell’impero entro il 1501, dopodichè qualsiasi cittadino avrebbe potuto ucciderli senza incorrere in sanzioni. Sempre in Germania, sconvolta tra il 1524 ed il 1526 dalla guerra dei contadini, i luterani convinsero le autorità che dovevano fare qualcosa contro i nomadi; ne seguì che i i governanti dell’Europa del XVI secolo che avevano abbracciato la nuova fede ritennero che i rom non potevano essere tollerati.

In Francia furono promulgati bandi per i gitani da Luigi XII (1504), Francesco I (1539) e Carlo IX (1561), ma è nel XVII secolo, nel 1666, con Luigi XIV, che la repressione si fece più rigorosa, con un decreto che stabilì che "tutti i gitani maschi devono essere arrestati e messi nelle galere senza processo". Nel 1682, Re Sole, intensificò le pene per i gitani con "il carcere a vita per i maschi adulti, le donne devono essere rasate a zero ed i bambini messi negli orfanotrofi. Sottoposti alla tortura invece coloro che "non rinunciano al vagabondaggio". Non fu affatta considerata la condizione di molti rom che vivevano invece di attività lavorative, come i fabbri, gli arrotini, i braccianti, gli allevatori, i circensi e altri.

Edwin Longsden Long, I supplicanti. Espulsione dei Gitanos dalla Spagna, 1872, Olio su tela, 182,8 x 289,9 cm

In Spagna, dove con l'editto reale di Ferdinando il cattolico del 1492 furono espulsi centinaia di migliaia di ebrei e musulmani cristianizzati, con l'imperatore Carlo V fu avviata una politica contro i gitanos che prevedeva la loro estinzione e la loro completa assimilizzazione. Nel 1539 fu ordinato che i nomadi venissero messi a morte oppure che venissero condotti nelle galere. Nel 1619 Filippo II ordinò che gli egipcianos lasciassero il paese, proibendo loro di tornare, pena la morte; allo stesso tempo però veniva permesso loro di restare se avessero rinunciato al loro stile di vita. Inoltre ai rom venne proibito di parlare la loro lingua, di vivere in piccoli gruppi, di vestire differentemente dagli spagnoli. La violazione di queste norme comportava una pena di sei anni di prigione, frustate oppure il bando. Con Carlo II le restrizioni non diminuirono e ne furono aggiunte altre: i gitanos non potevano vivere in città con meno di 200 abitanti, non potevano costruire oppure stabilirsi in propri barrios (quartieri). Filippo V confermò le leggi dei suoi predecessori e fissò 41 città dove i gitanos erano ammessi a vivere. Il suo successore Ferdinando VI ridusse poi a 34 il numero di queste città.

Le politiche di assimilazione degli spagnoli tuttavia trovarono spesso l'ostinata resistenza dei gitanos, fino al punto in cui Ferdinando VI, su richiesta del vescovo di Oviedo, il 20 luglio del 1749, decretò di arrestare tutti i rom di Spagna per essere inviati ai lavori forzati nelle miniere, nei cantieri e nei campi. In quella stessa giornata è stato stimato che furono uccisi un numero compreso tra i 9.000 ed i 12.000 rom.[64]

Il Portogallo fu il primo paese europeo ad ideare la deportazione forzata dei ciganos, che non erano nati in quel paese e non potevano semplicemente essere espulsi. Giovanni III nel 1538 decretò la deportazione in Africa dei rom. A partire dal 1574, in seguito alla forte immigrazione dei rom che fuggivano dalle persecuzioni spagnole, i ciganos vennero deportati sistematicamente in Brasile e condannati ai lavori forzati.[65]

In Inghilterra nel 1530, con Enrico VIII, furono ordinati l'espulsione ed il divieto d'ingresso dei rom. Ogni capitano di vascello che avesse contravvenuto a questi ordini era severamente punito, ed ogni rom entrato illegalmente era condannato all'impiccaggione. Con Edoardo VI fu introdotta una nuova legge, nel 1547, che stabiliva la schiavitù fino a due anni per i rom i quali, se catturati dopo una eventuale fuga, venivano condannati alla schiavitù a vita. Durante il regno di Maria Stuarda (1553-1558), le pene in violazione delle leggi del 1530 vennero inasprite, i rom che entravano illegalmente in Inghilterra ricevevano un ordine di espulsione di 40 giorni, ed in caso di rifiuto di lasciare il paese venivano considerati traditori e potevano essere condannati alla "perdita della vita, della terra e dei beni". Nel corso del tempo, con la diminuzione dei rom in ingresso e l'aumento dei gypsies per nascita sul suolo d'Inghilterra, nel 1562 fu varata una legge Act for further punishment of Vagabonds, calling themselves Egyptians (Atto per le pene ulteriori per i vagabondi che si definiscono Egiziani), per il quale i rom nati in Inghilterra e Galles non sarebbero stati espulsi se avessero abbandonato i loro "idoli" e ed il loro stile di vita "non cristiano". Tutti gli altri sarebbero stati condannati alla perdita dei beni oppure alla messa a morte. In seguito gli inglesi alleviarono le pene con l'esilio forzato in America.

Altre persecuzioni analoghe avvennero nell'Impero degli Asburgo, in Olanda, in Svizzera ed in altri paesi europei. [66]

[modifica] Porrajmos

Per approfondire, vedi la voce Porajmos.

Porrajmos (in lingua romaní: «devastazione», «grande divoramento»), è il termine con cui i rom descrivono il tentativo del regime nazista di sterminare il loro popolo.

Durante l'olocausto i rom subirono persecuzioni pari a quelle degli ebrei. Nel 1935 la legge di Norimberga privò i rom della cittadinanza tedesca, dopo quella data essi furono oggetto di violenze, imprigionati in campi di concentramento e successivamente soggetti a genocidio nei campi di sterminio nazisti. Questa politica di sterminio fu attuata anche nei territori occupati dalla Germania nazista durante la guerra e dai loro alleati e in particolare dalla Croazia, dalla Romania e dall'Ungheria.

Poiché non si conosce con accuratezza il numero di rom che al 1935 vivevano in quei territori, è difficile dire con precisione quante furono le vittime. Ian Hancock, direttore del Programma di studi Rom presso l'Università del Texas ad Austin, suggerisce una cifra che oscilla tra le 500 mila e il milione e mezzo di vittime, mentre un stima di 220/500 mila vittime è fatta da Sybil Milton, storico dell'"Holocaust Memorial Museum".[67]

Nell'Europa centrale, nei protettorati di Boemia e Moravia, lo sterminio fu così accurato che portò alla completa scomparsa della lingua romanì-boema.

[modifica] Il termine rom

E. Manet, "Gitana con sigaretta" , 1862, New Jersey, collezione Privata

Come per la storia delle origini delle popolazioni di lingua romanes/romanì, anche l'origine del termine rom è aperta a diverse ipotesi dibattute tra gli studiosi.

Rom è l'autonimo che la maggioranza della popolazione di lingua romanes/romani utilizza per denominare il proprio gruppo. Si ritiene che questo termine sia strettamente correlato all'etnonimo Ḍom/Ḍomba, la cui prima apparizione nei testi sanscriti risale al "Sádhanamálá" (VII secolo d.C.), dove viene narrata l'esistenza di un re Ḍom, Heruka. [68]

Questa ipotesi si basa sull'analogia tra la popolazione dei ḍomba o ḍomari (in sanscrito ḍoma, ma anche Domaki, Dombo, Domra, Domaka, Dombar e varianti dalla stessa radice), ed i dom, un gruppo etnico dalle caratteristiche sedentarie e nomadiche del Medio Oriente. Tra le varie ipotesi, una delle più suggestive indicherebbe nella radice sanscrita Ḍom, onomatopeicamente connessa al suono del tamburo, che in sanscrito corrisponde alla parola Ḍamara e Ḍamaru, l'origine del termine. Le donne Domba avevano un ruolo importante nelle pratiche tantriche perchè considerate intoccabili ed immonde, inoltre era considerato degradante avere rapporti sessuali con loro, per questo motivo venivano selezionate per le pratiche tantriche di auto-umiliazione.[69]

I dom medio-orientali hanno una ricca tradizione orale ed esprimono la loro cultura e la loro storia attraverso la musica, la poesia e la danza.[70]

Nel nord Ovest dell'India, ancora oggi, numerosi Jati sono chiamate con il termine Ḍom, il che induce a ritenere che abbia avuto in passato lo status di un etnonimo. L'esistenza, inoltre, di rovine di antiche fortezze, chiamate "Ḍomdigarh", costituirebbe una prova che sia effettivamente esistito il regno dei Ḍom/Ḍomba, in seguito distrutto dalla dinastia Gupta, evento che avrebbe provocato la perdita dello status etnico dei Ḍom e la loro riduzione in Jati di infimo ordine.

In base agli studi e le ricerche effettuate sui Ḍom/Ḍomba di oggi (sulla loro cultura, religione, etc.) si ritiene che essi appartengano ad una popolazione che aveva abitato l'India prima dell'invasione degli Arii (nel 1500 a.C. circa).

Le prime ipotesi sulla correlazione tra il termine "rom" ed i Ḍom/Ḍomba furono formulate dall'orientalista tedesco Hermann Brockhaus nel XIX secolo, ed in seguito riprese dall'indologo tedesco August Friedrich Pott (pubblicate in un testo che è considerato la base dei moderni studi sui rom ("Die Zigeuner in Europa und Asien", 1845).

Hermann Brockhaus trovò il termine Ḍom/Ḍomba in due importanti testi di letteratura sanscrita bramina: nel Kathasaritsagara ( "Oceano di Storie", una famosa collezione di leggende indiane scritta da Somadeva nell'XI secolo) e nel "Rajatarangini" ("Il Fiume dei Re" una collezione scritta da Kalhan, considerato il primo storiografo kashmiri). In entrambi questi testi i Ḍom/Ḍomba appartengono alla casta più bassa mentre gli autori appartenavano alla più alta casta, che considerava le popolazioni non arie come estranee al sistema Hindu, che era stato vittorioso sulle popolazioni dell'India.[71]

In alcune regioni dell'India di oggi (ad esempio a Benares), sono i Ḍom/Ḍomba che esercitano la funzione di cremare i morti, attività considerata degradante e "sporca". Diversamente nel Rajasthan, nel Punjab e nell'Uttar Pradesh, molti Ḍom esercitano il mestiere tradizionale di musicisti e alcuni membri di questo gruppo sono considerati influenti.

In India, gruppi simili ai Ḍom/Ḍomba, per condizioni sociale e caratteristiche professionali, sono i gaḍe lohars (gaḍí: carro; lohár: fabbro), fabbri ambulanti; i Badis (tra i rom Badi/Bodi è uno dei cognomi più diffusi) suonatori di musica ed acrobati; i Badjos (Badžo è un cognome molto diffuso tra i rom dell'Europa dell'est) musicisti; i Banjaras che sono mercanti fuori casta. [72]

Nell'XI secolo Al Biruni in uno dei suoi scritti fa menzione dei Ḍom come musicisti.

Oggi, in lingua romanes/romanì, rom significa uomo, marito e designa l'etnia stessa solamente presso i rom propriamente detti.[73]

[modifica] Principali gruppi Rom, struttura sociale, religione

La gran parte dei Rom europei parla il Romanì ("romani chib") e sono divisi in "sottogruppi" ("endaïa"): [74]

I diversi sottogruppi vengono individuati sulla base di un criterio principalmente ergonimico (fatta sulla base del lavoro svolto). Fra questi i più comuni sono: [75]

  • Khorakhané ("amanti del corano") Shiftarija (albanesi). Sono mussulmani, provenienti soprattutto dal Kosovo, la regione della ex Jugoslavia a maggioranza etnica albanese, ma anche dalla Macedonia e dal Montenegro.
  • Khorakhané Crna Gora (Montenegro) sono i principali conservatori della tradizione della lavorazione del rame.
  • Khorakhané Cergarija ("quelli delle tende") provengono dalla Bosnia (Sarajevo, Mostar, Vlassenica, città sconvolte dalla guerra).
  • Kanjarja cristiano-ortodossi. Provengono perlopiù da Serbia e Macedonia.
  • Rudari ("intagliatori"), cristiano-ortodossi. Parlano il rumeno. Apprendono il romani per frequentazione di altri gruppi Rom. Provengono perlopiù dalla Serbia.
  • Lovara, (dall'ungherese = cavallo), allevatori e commercianti di cavalli
  • Kaloperi ("piedi neri") sono piccoli gruppi, questi ultimi mussulmani e provenienti dalla Bosnia.
  • Gagikane, cristiani ortodossi, provengono perlopiù dalla Serbia.
  • Căldărari (o anche Kotlar(i) o Kalderash o Kalderásha) originari dei Balcani tradizionalmente dediti al mestiere del ramaio;
  • Churára o čurára: affilatori di coltello (dal romaní čurín = coltello);
  • Làutari: originariamenti suonatori di làuto (liuto o cordofono affine) e, per estensione, musicisti professonisti designati per l'intrattenimento di feste, matrimoni e ricorrenze;
  • Ursari, (dal rumeno urs=orso), vivono in Romania e in Moldavia;
  • Machwáya, Boyásha e altri.

Ad ogni sottogruppo si fa seguire una ulteriore divisione per nazionalità (nátsija), quindi per discendenza (vítsa) prendendo il nome del capostipite, quindi per famiglia, per arrivare all'individuo [75].

La famiglia (padre, madre, figli) è la struttura base della comunità rom. Oltre essa si pone la famiglia estesa, che comprende i parenti con i quali vengono sovente mantenuti i rapporti di convivenza nello stesso gruppo, comunanza di interessi e di affari. Oltre alla famiglia estesa, presso i rom esiste la kumpánia, cioè l’insieme di più famiglie non necessariamente unite fra loro da legami di parentela, ma tutte appartenenti allo stesso gruppo ed allo stesso sottogruppo o a sottogruppi affini [75].

I rom non hanno una propria religione ma adottano la religione appartenente alle popolazioni locali fra cui vivono, perché considerano la religione come un elemento culturale che deve essere acquisito per realizzare una buona integrazione sociale. Nella tradizione rom il rispetto reciproco tra le persone e i gruppi, compresi i gruppi confessionali, è più importante che l'ideologia religiosa stessa.

Nei Balcani la maggioranza dei rom è ortodossa, in Italia sono soprattutto cattolici, come in Spagna e in America meridionale.

Nei Balcani ci sono gruppi gitani che si autodefiniscono Rom ma che non parlano il romani. Questi gruppi includono i Boyash (chiamati anche, a seconda del paese: Beash, Bayash, Banyash, Baiesi or Rudari), la cui lingua deriva dal rumeno, e gli ashkali, che parlano albanese. Altri gruppi che hanno simili caratteristiche culturali e sociali con i rom, come gli egiziani del Kosovo (così si autodefiniscono perchè ritengono di provenire dall'Egitto), e gli ashkali rimarcano fortemente le loro differenze etniche con il resto delle popolazioni rom.

[modifica] Popolazioni gitane di etnia non rom

I rom si distinguono da:

  • i calè che hanno perduto l'uso della lingua rom, si definiscono calé e vivono soprattutto in Spagna
  • i sinti (o sinte), tra i quali si possono distinguere i sinti piemontesi e lombardi, la cui lingua è largamente influenzata dall'italiano e dal piemontese, e i Sinti del Nord, la cui lingua è influenzata dal tedesco e dall'alsaziano. Essi si definiscono Sinti e sono chiamati manouches dai francesi.

[modifica] Lingua

Per approfondire, vedi la voce Lingua romaní.

In Italia, nonostante l'esistenza di una legge che tuteli le minoranze linguistiche (L. 482/1999), in applicazione dell'art. 6 della Costituzione italiana, i Rom non sono riconosciuti come minoranza linguistica. La comunità italiana più antica è il grande gruppo dei Rom dell’Italia centro-meridionale, giunti verosimilmente dai Balcani e insediatisi in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria fin dal XV secolo.

Il romanì parlato dai Rom italiani, fortemente influenzato dai dialetti regionali, oggi è quasi del tutto dimenticato e sopravvive pressoché esclusivamente nella memoria degli anziani e nell’uso comune di alcune frasi in gergo.

[modifica] Movimento politico

Dopo la seconda guerra mondiale ha preso forma un movimento che è arrivato in occasione del primo congresso nel 1971 a Londra alla creazione dell'Unione Internazionale dei Rom. Questa Unione mira al riconoscimento di un'identità e di un patrimonio culturale e linguistico nazionale senza stato né territorio, cioè presente in tutti i paesi europei.

In Italia, con compiti di mediazione culturale, è attiva l'associazione, eretta in ente morale, denominata "Opera Nomadi".

[modifica] Artisti e persone note di etnia Rom

[modifica] Note

  1. ^ In alcuni dialetti rom è sia singolare che plurale, in altri il plulare può essere roma (pronunciato ròma) o romá, a volte anche romi)
  2. ^ Leonardo Piasere, I rom d'Europa, pag. 17, Laterza, 2004, ISBN 978-88-420-7303-1
  3. ^ European effort spotlights plight of the Roma
  4. ^ It Now Suits the EU to Help the Roma. URL consultato il 2004-09-29.
  5. ^ Intervista a Alexian Santino Spinelli. URL consultato il 2008-05-15.
  6. ^ http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/sala_stampa/speciali/censimento_nomadi/
  7. ^ Angus Fraser, Gypsies (Peoples of Europe) , Oxford, Blackwell, 1995 .
  8. ^ il sito del progetto Rombase attribuisce due testi su questo argomento, in lingua slovacca, ad ab Hortis, Samuel Augustini (1775-1776 / 1994) Cigáni v Uhorsku 1775 / Zigeuner in Ungarn 1775. Bratislava.
  9. ^ W. Willems, In search of the true Gypsies. From Enlightment to Final Solution , London, Frank Cass, 1997 .
  10. ^ http://romani.uni-graz.at/rombase/
  11. ^ ristampato: Johann Christian Christoph Rüdiger, Von der Sprache und Herkunft der Zigeuner aus Indien, ISBN 387118926X, Buske (Hamburg), 1990.
  12. ^ F. De Vaux De Foletier, Mille anni di storia degli zingari , Milano, Jaca Book, 1990 .
  13. ^ Introduction to Gypsies. URL consultato il 2007-08-26.
  14. ^ A Newly Discovered Founder Population: The Roma/Gypsies. URL consultato il 2007-08-26.
  15. ^ Rombase » History and Politics » From India to Europe » Origin of Roma in http://romani.uni-graz.at/rombase/
  16. ^ Donald Kenrick, Historical Dictionary of the Gypsies (Romanies), Scarecrow Press, 1998.
  17. ^ (EN) The History and Origin of the Roma
  18. ^ http://ling.kfunigraz.ac.at/~rombase/cd/data/hist/origin/data/persia-it-02.en.pdf
  19. ^ http://en.wikipedia.org/wiki/Aror
  20. ^ http://en.wikipedia.org/wiki/Ror
  21. ^ Denzil Ibbetson, E.MacLagan, H.A. Rose, "A Glossary of The Tribes and Casts of The Punjab and North West Frontier Province", 1911, pp 17 Vol II
  22. ^ http://ling.kfunigraz.ac.at/~rombase/cgi-bin/artframe.pl?src=data/hist/origin/persia.en.xml
  23. ^ http://ling.kfunigraz.ac.at/~rombase/cgi-bin/artframe.pl?src=data/hist/origin/persia.en.xml
  24. ^ vedi: http://en.wikipedia.org/wiki/Jat_people
  25. ^ http://ling.kfunigraz.ac.at/~rombase/cgi-bin/artframe.pl?src=data/hist/origin/persia.en.xml
  26. ^ http://ling.kfunigraz.ac.at/~rombase/cgi-bin/artframe.pl?src=data/hist/origin/persia.en.xml
  27. ^ http://ling.kfunigraz.ac.at/~rombase/cgi-bin/artframe.pl?src=data/hist/origin/persia.en.xml
  28. ^ vedi : http://en.wikipedia.org/wiki/Muhammad_ibn_Jarir_al-Tabari-
  29. ^ John, Sampson, "The Dialect of the Gypsies of Wales. Being the Older Form of British Romani Preserved in the Speech of the Clan of Abram Wood", Oxford (1926)
  30. ^ Ralph L.Turner, "The Position of Romani in Indo-Aryan." Journal of the Gypsy Lore Society, Third Series 5 pag. 145-189 (1926)
  31. ^ Angus Fraser, "The Gypsies", Oxford,(1992);Ian Hancock, "The Pariah Syndrome. An Account of Gypsy Slavery and Persecution", Ann Arbor (1987); vedi anche http://romani.uni-graz.at/rombase/
  32. ^ Rombase » History and Politics » From India to Europe » Origin of Roma in http://romani.uni-graz.at/rombase/
  33. ^ il prefisso privativo a+ il verbo Thiggano(Θίγγανο) che significa "toccare, ferire"
  34. ^ Tra le varie ipotesi che sono state fatte sull’etimologia della parola athinganos, merita menzione la teoria che vede una relazione nella radice sanscrita ati-ga-nin, con il senso di "quello che passa, trapassa", oppure "mettere i piedi, entrare in un posto vietato, un posto che non ti appartiene" o ancora "sorpassare, separarsi da qualcosa". La radice -ga- in sanscrito significa appunto "quello che cammina, che si muove". Anche la radice "tyajga-", che può essere ridotta alla forma contratta "tyāga-" significa "lasciare, rinunciare, abbandonare, partenza, separazione". Da qui il nome composto tyāga-nin, tyāgin con il senso di "(quello) che abbandona, rinuncia, parte", essendo "-in" un suffisso generico desinenziale che esprime possesso, anche nelle forme più rare –nin e –min. Altre strutture prese in considerazione sono: "adhi-GAM" che significa "venire verso, avvicinarsi" e "adhy-ā-GAM" che vuol dire "trovare per caso, incontrare, etc." Lucian Cherata, L’ETIMOLOGIA DELLE PAROLE „ZINGARO” E „ROM”
  35. ^ G.C. Soulis, Gypsies in the Byzantine Empire and the Balkans in the late Middle Ages, in "Dumbarton Oaks Papers, vol. XV, 1961
  36. ^ Leonardo Piasere, I rom d'Europa, pag. 31, Laterza, 2004, ISBN 978-88-420-7303-1
  37. ^ Rombase » History and Politics » From India to Europe » Byzantium, vedi link
  38. ^ Rombase » History and Politics » From India to Europe » Byzantium, vedi link
  39. ^ Leonardo Piasere, "I rom d'Europa, pag. 32, Laterza, 2004, ISBN 978-88-420-7303-1
  40. ^ Rombase » History and Politics » From India to Europe » Byzantium, in http://romani.uni-graz.at/rombase/
  41. ^ Rombase » History and Politics » From India to Europe » Byzantium, in http://romani.uni-graz.at/rombase/
  42. ^ E. Marushiakova e V.Popov, "Gypsies (Roma) in Bulgaria", in "Journal of the Gypst Lore Society", 5 s., vol. II, pp. 95-115, 1997
  43. ^ H.H.Stahl, "Le comunità di villaggio. Tra feudalesimoe capitalismo nei principati danubiani", Jaka Book, Milano, 1976
  44. ^ E. Marushiakova e V.Popov, "Gypsies (Roma) in Bulgaria", in "Journal of the Gypst Lore Society", 5 s., vol. II, pp. 95-115, 1997
  45. ^ Rombase » History and Politics » From India to Europe » Arrival in Europe, vedi link: http://romani.uni-graz.at/rombase/
  46. ^ Rombase » History and Politics » From India to Europe » Arrival in Europe, vedi link: http://romani.uni-graz.at/rombase/
  47. ^ Rombase » History and Politics » From India to Europe » Arrival in Europe, vedi link: http://romani.uni-graz.at/rombase/
  48. ^ L. Piasere, "I rom d'Europa. Una storia moderna, pag. 35-44, Laterza, 2004
  49. ^ L. Piasere, "I rom d'Europa. Una storia moderna, pag. 35-44, Laterza, 2004
  50. ^ L. Piasere, "I rom d'Europa. Una storia moderna, pag. 35-44, Laterza, 2004
  51. ^ L. Piasere, "I rom d'Europa. Una storia moderna, pag. 35-44, Laterza, 2004
  52. ^ L. Piasere, "I rom d'Europa. Una storia moderna, pag. 35-44, Laterza, 2004
  53. ^ L. Piasere, "I rom d'Europa. Una storia moderna, pag. 35-44, Laterza, 2004
  54. ^ L. Piasere, "I rom d'Europa. Una storia moderna, pag. 35-44, Laterza, 2004
  55. ^ Documenti citati da Rombase » History and Politics » From India to Europe » Arrival in Europe : http://romani.uni-graz.at/rombase/
  56. ^ Rombase » History and Politics » From India to Europe » Arrival in Europe, vedi link: http://romani.uni-graz.at/rombase/
  57. ^ Doumento riportato nel Rerum Italicorum Scriptores di Ludovico Antonio Muratori nel 1731
  58. ^ L. Piasere, "I rom d'Europa. Una storia moderna, pag. 33, Laterza, 2004
  59. ^ L. Piasere, "I rom d'Europa. Una storia moderna, pag. 24, Laterza, 2004
  60. ^ Leonardo Piasere, I rom d'Europa, pag. 50, Laterza, 2004, ISBN 978-88-420-7303-1
  61. ^ Leonardo Piasere, I rom d'Europa, pag. 46 e seguenti, Laterza, 2004, ISBN 978-88-420-7303-1
  62. ^ Leonardo Piasere, I rom d'Europa, pag. 47, Laterza, 2004, ISBN 978-88-420-7303-1
  63. ^ Leonardo Piasere, I rom d'Europa, pag. 48 e 49, Laterza, 2004, ISBN 978-88-420-7303-1
  64. ^ Rombase » History and Politics » Modern Times (to 1945) » 16th Century - 18th Century, in http://romani.uni-graz.at/rombase/
  65. ^ Rombase » History and Politics » Modern Times (to 1945) » 16th Century - 18th Century, in http://romani.uni-graz.at/rombase/
  66. ^ Rombase » History and Politics » Modern Times (to 1945) » 16th Century - 18th Century, in http://romani.uni-graz.at/rombase/
  67. ^ Sybil Milton, afferma che ci furono un minimo di 220.000 vittime, probabilmente di più, plausibilmente circa 500.000 (cited in Re. Holocaust Victim Assets Litigation (Swiss Banks) Special Master's Proposals, September 11, 2000). Ian Hancock, stima tra le 500.000 e il 1.500.000 di vittime in un suo articolo del 2004, Romanies and the Holocaust: A Reevaluation and an Overview pubblicato in Stone, D. (ed.) (2004) The Historiography of the Holocaust. Palgrave, Basingstoke and New York.
  68. ^ Rombase » Ethnology and Groups » General Topics » Rom / Ḍom in http://romani.uni-graz.at/rombase/
  69. ^ http://en.wikipedia.org/wiki/Domba
  70. ^ http://en.wikipedia.org/wiki/Dom_people
  71. ^ Rombase » Ethnology and Groups » General Topics » Rom / Ḍom in http://romani.uni-graz.at/rombase/
  72. ^ Rombase » Ethnology and Groups » General Topics » Rom / Ḍom in http://romani.uni-graz.at/rombase/
  73. ^ L’etimologia delle parole "zingaro” e "rom” di Lucian Cherata, pag.6
  74. ^ Roma and Travellers Division - Committee of Experts on Roma and Travellers, http://www.coe.int/T/DG3/RomaTravellers/Default_en.asp - Roma and Travellers Glossary
  75. ^ a b c Sito sulla storia delle popolazioni zingare
  76. ^ [1]
  77. ^ Articolo su sinti-rom celebri

[modifica] Bibliografia

  • Ian Hancock, "The Pariah Syndrome. An Account of Gypsy Slavery and Persecution", Ann Arbor, 1987. ISBN 0-89720-079-9
  • Angus Fraser, "Gypsies (Peoples of Europe)" , Blackwell, Oxford, 1995. ISBN 978-0631196051
  • John Sampson, "The Dialect of the Gypsies of Wales. Being the Older Form of British Romani Preserved in the Speech of the Clan of Abram Wood", Oxford, 1926
  • Ralph L.Turner, "The Position of Romani in Indo-Aryan." Journal of the Gypsy Lore Society, Third Series 5, 1926
  • Marcel Courthiade, Structure dialectale de la langue rromani, in "Interface", n.31, 1998
  • G.C. Soulis, Gypsies in the Byzantine Empire and the Balkans in the late Middle Ages, in "Dumbarton Oaks Papers, vol. XV, 1961
  • Leonardo Piasere, "I rom d'Europa", Laterza, 2004. ISBN 978-88-420-7303-1
  • Cittadinanze imperfette. Rapporto sulla discriminazione razziale di rom e sinti in Italia - N. SIGONA e L. MONASTA - Spartaco Edizioni - Caserta 2006
  • Figli del ghetto. Gli italiani, i campi nomadi e l'invenzione degli zingari - N. SIGONA - Nonluoghi - Civezzano 2002
  • Italia Romanì, vol.I - L.PIASERE (a cura di)- CISU - Roma 1996
  • Italia Romanì, vol.II - L.PIASERE (a cura di)- CISU - Roma 1999
  • Italia Romanì, vol.III, I rom di antico insediamento dell'Italia centro-meridionale - S. PONTRANDOLFO e L. PIASERE (a cura di) - CISU - Roma 2002
  • Italia Romanì, vol.IV, La diaspora rom della ex Iugoslavia - C. SALETTI SALZA e L. PIASERE (a cura di) - CISU - Roma 2004
  • Popoli delle discariche: saggi di antropologia zingara - L. PIASERE - CISU - Roma 2005
  • Vacaré romané? Diversità a confronto: percorsi delle identità Rom - Z.LAPOV - FrancoAngeli Ed. - Milano 2004
  • Un'inchiesta di Claudia Fusani su La Repubblica del 18 maggio 2007, che riporta dati dell'Opera Nomadi

[modifica] Filmografia sui Rom

  • Tamás Almási, Meddo (Dump Mine) (Ungheria 1994-95)
  • Marco Bellocchio, Il sogno della farfalla (Italia Francia Svizzera 1994)
  • Alexander Blank, Tsygan (Gypsy) (URSS 1979)
  • Alexander Blank, Vozvrashchenie Budulaia (The return of Budulay) (URSS 1985)
  • Hirren Bose, Zingari (Banjarey) (India 1948)
  • Sabinsky Cheslav, Un cadavere vivente (Zhivoy trup) (URSS 1918)
  • Arthur Crabtree, Zingari (Caravan) (GB 1946)
  • William Dieterle, Notre dame de Paris (USA 1939)
  • Mark Donskoi, A tutti i costi Dorogoi tsenoi (At great cost) (URSS 1957)
  • Massimo Domenico D'Orzi, Adisa o la storia dei mille anni (Italia 2004)
  • Urs Egger, Kinder der Landstrasse, (Svizzera 1992)
  • Tivadar Fátyol, Út a halálba (Road to Death) (Ungheria 2004)
  • Tony Gatlif, La terre au ventre (Francia 1978)
  • Tony Gatlif, L'uomo perfetto (Les Princes) (Francia 1982)
  • Tony Gatlif, La ragazza senza fissa dimora (Rue du départ) (Francia 1986)
  • Tony Gatlif, Pleure pas my love (Francia 1988)
  • Tony Gatlif, Gaspard e Robinson (Francia 1990)
  • Tony Gatlif, Latcho Drom (Francia 1993)
  • Tony Gatlif, Mondo (Francia 1995)
  • Tony Gatlif, Lucumi, le rumbero de Cuba (Francia 1995)
  • Tony Gatlif, I Muvrini (Francia 1996)
  • Tony Gatlif, Gadjo Dilo (Francia 1997)
  • Tony Gatlif, Vengo. Demone flamenco (Francia 1998)
  • Tony Gatlif, Je suis né d'une cigogne (Francia 1998)
  • Tony Gatlif, Swing (Francia 2002)
  • Tony Gatlif, Exils (Francia 2004)
  • José Giovanni, Lo zingaro (Francia - Italia 1975)
  • Moisei Goldblat, Yevgeni Shneider, Poslednii tabor (The last camp) (URSS 1935)
  • Alice Guy Blanche, Esmeralda (Francia 1906)
  • Imre Gyöngyössy, Tu sei nudo - Meztelen vagy (You Are Naked) (Ungheria 1971)
  • Lasse Hallstrom, Chocolat (Gran Bretagna -Usa 2000)
  • Pisla Helmstetter, De la source a la mer (France, 1989)
  • Miklós Jancsó, Il morto insepolto - Temetetlen holtak (Unburried Deads) (Ungheria 1996)
  • Dorota Kedzierzawska, Diably Diably (Polonia 1991)
  • Edmond Keosayan, I Vendicatori Elusivi (Neulovimie mstiteli) (URSS 1966)
  • Grigori Kokhan, Tsyganka Assa (Assa the gypsy) (URSS 1987)
  • John Korty, Zingara di Alex (Alex and the Gipsy) USA 1976
  • Bahman Kiarostami, Infidels (Iran 2003)
  • Edit Koszegi e Péter Szuhay, Kitagadottak (Ungheria 2000)
  • Emir Kusturica, Il tempo dei gitani (Iugoslavia 1989)
  • Emir Kusturica, Underground (1995)
  • Emir Kusturica, Gatto nero gatto bianco (Fr.-Iug.-Germ.-GB 1998)
  • Joseph Losey, La zingara rossa (Gran Bretagna 1957)
  • Emil Lotjanu, I Lautari (URSS 1972)
  • Emil Lotjanu, Anche gli zingari vanno in cielo (URSS 1976)
  • Ernst Lubistsh, Sangue Gitano (Germania 1918)
  • Ralf Marchallech, Brass on fire. Iag Bari (Germania 2002)
  • Georges Meliès, Campement des Bohemiens (Francia 1896)
  • Radu Mihaileanu, Train de vie, (Francia, Belgio, Olanda, Israele, Romania 1998)
  • Niazi Mostafa, Wahiba malikat al-ghagar - Wahiba, la regina degli zingari - Wahiba, Queen of the Gypsies (Egitto 1951)
  • Mike Newell, TIR-NA-NOG - E' vietato portare cavalli in città - Into the West (Irlanda 1992)
  • Sergei Nikonenko, Tsyganskoye shchast'e (Gypsy happiness) (URSS 1983)
  • Pepe Ozan e Melitta Tchaicovsky, Jaisalmer Ayo! Gateway of the Gypies (USA 2003)
  • György Pálos, Il globo (The Orb) (Ungheria 1998)
  • Marie Claire Pajman, T'aves bachtalo (May You Become Happy) (Paesi Bassi 1994)
  • Goran Paskalievic, L'angelo custode (Iugoslavia 1987)
  • Aleksandar Petrovic, Ho incontrato anche zingari felici (Skupljaci perja) (Iugoslavia 1967)
  • Sally Potter, L'uomo che pianse (The man who cried) (Francia - Gran Bretagna 1999)
  • Francesco Rosi, Carmen (Francia Italia 1984)
  • Mohi Sándor, Ahogy az Isten elrendeli … - Olga filmje (Olga's Film) (Ungheria 2000)
  • Sára Sándor, Gli Zingari - Cigányok (Gypsies) (Ungheria 1962)
  • Carlos Saura, Carmen story (Spagna 1983)
  • Carlos Saura, L'amore stregone (Spagna 1986)
  • Pál Schiffer, Cséplo Gyuri (Gyuri Cséplo) (Ungheria 1978)
  • Slobodan Sijan, Ko to tamo peva ("Who's That Singing Over There?"), (Iugoslavia 1980)
  • Vladimir Siversen, Dramma in un campo zingaro vicino a Mosca, (Drama v tabore podmoskovnykh tsygan) (Russia 1908)
  • Silvio Soldini, Un'anima divisa in due (Italia - Svizzera 1993)
  • Silvio Soldini, Rom tour (Italia 1999)
  • Dmitrii Svetozarov, Gadjo (CSI 1993)
  • Ágota Varga, Porrajmos (Ungheria 2000)
  • Emilio Vieyra, Gitano (Argentina 1970)
  • Dufunya Vishnevskiy, I Peccaminosi apostoli dell'amore - Greshnye apostoly lybvi (The sinful apostles of love) (CSI 1995)
  • Tonino Zangardi, Allullo Drom (Italia 1992)
  • Tonino Zangardi, Prendimi e portami via (Italia 2003)
  • Carolos Zonars, Oreste a Tor Bella Monaca (Italia 1993)

[modifica] Voci correlate

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

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