Osvaldo Valenti

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Osvaldo Valenti nel film La cena delle beffe (1941)

Osvaldo Valenti (Costantinopoli, 17 febbraio 1906Milano, 30 aprile 1945) è stato un attore italiano.

È conosciuto, oltre che per la sua attività artistica, anche per aver aderito alla Repubblica Sociale Italiana, per la quale fu passato per le armi alla fine della seconda guerra mondiale. Alla sua vicenda umana è stato dedicato un film del 2008, diretto da Marco Tullio Giordana ed intitolato Sanguepazzo.[1], la stessa storia tragica ha ispirato il film Gioco perverso realizzato nel 1991 da Italo Moscati con Fabio Testi e Ida Di Benedetto.

Indice

[modifica] Biografia

[modifica] I primi passi

Osvaldo Valenti nacque a Costantinopoli, l'odierna Istanbul, il 17 febbraio 1906 figlio di un commerciante in tappeti italiano originario della Sicilia e di una agiata libanese di origine greca. Allo scoppio della prima Guerra Mondiale (1915) la famiglia fu costretta a lasciare la Turchia e si trasferì in Italia, prima a Bergamo, poi a Milano. Dopo aver frequentato i licei di San Gallo e di Würzburg, in Svizzera, diciannovenne, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza presso l'Università Cattolica di Milano, ma due anni più tardi abbandonò gli studi e l'Italia per andare a vivere prima a Parigi, poi a Berlino.

In Germania interpretò, in un ruolo secondario, il suo primo film, Rapsodia ungherese (Ungarische rhapsodie, 1928) diretto da Hans Schwarz. Rientrato in Italia all'inizio degli anni trenta, fu notato prima da Mario Bonnard con cui girò Cinque a zero (1932), poi da Amleto Palermi che lo diresse nella La fortuna di Zanze, del 1933 e in Creature della notte del 1934.

[modifica] L'Incontro con Blasetti e il successo

Valenti nel film La corona di ferro (1941)

I ruoli interpretati non erano tuttavia di primo piano e l'attore stentava ad affermarsi presso il grande pubblico. L'incontro col regista Alessandro Blasetti, che avvenne attorno alla metà degli anni trenta, fu determinante per la sua carriera artistica. Blasetti gli affidò un ruolo di un certo rilievo nella Contessa di Parma (1937) cui fece seguito, a distanza di un anno, quello del capitano francese Guy de la Motte nell'Ettore Fieramosca (1938) che ne sancì l'affermazione presso critica e pubblico italiani. Alla fine degli anni trenta e all'inizio degli anni quaranta il regista romano si impose, insieme a Mario Camerini, come il massimo cineasta italiano del tempo e Valenti come uno degli attori più ricercati e pagati. Grazie anche alla direzione di Blasetti, l'attore raccolse altri tre successi: in Un'avventura di Salvator Rosa (1939), La corona di ferro (1941) e La cena delle beffe (1941).

Osvaldo Valenti fu in quegli anni diretto, oltre che da Blasetti, anche da Goffredo Alessandrini (in La vedova del 1939), Carmine Gallone (in Oltre l'amore del 1940 e L'amante segreta del 1941), Giovacchino Forzano (in Piazza San Sepolcro, del 1942), Mario Mattoli (in Abbandono del 1940), Luigi Chiarini (ne La bella addormentata del 1942 e La locandiera del 1943), Camillo Mastrocinque (in Fedora del 1942) e altri noti registi del tempo (fra cui Duilio Coletti e Piero Ballerini).

[modifica] L'adesione a Salò e l'arruolamento nella Decima Mas

Nell'estate del 1943 il crollo del fascismo e i primi bombardamenti aerei sulla capitale interruppero l'attività cinematografica che fu ripresa qualche mese più tardi a Venezia, in due stabilimenti allestiti con povertà di mezzi, subito dopo la costituzione della RSI. Fra gli attori e registi che aderirono al nuovo Stato fascista, vi fu Osvaldo Valenti, che, accompagnato dalla sua compagna di vita e di lavoro, l'attrice Luisa Ferida, si trasferì a Venezia per girare Un fatto di cronaca diretto da Piero Ballerini (1944). Fu il suo ultimo lungometraggio.

Nella primavera del 1944 Valenti si arruolò col grado di tenente nella Xª Flottiglia MAS comandata dal principe Junio Valerio Borghese e si trasferì a Milano con la Ferida. Qui entrò in contatto con Pietro Koch, che era a capo di una banda denominata "Squadra Speciale di Polizia Repubblicana", nota sia per le torture e gli assassini perpetrati nei confronti di partigiani ed altri oppositori al regime che per le attività criminali (fra cui anche il traffico di cocaina[2]). Tratto in arresto nell'autunno del 1944, Koch fu rinchiuso a San Vittore con alcuni suoi complici. L'attore non figurava fra questi, anche se era stato visto talvolta aggirarsi nel loro quartier generale (una fra le tanto famigerate Ville tristi dell'Italia del tempo), durante gli interrogatori effettuati da Koch e dalla sua «famigerata banda»[3].

[modifica] Il Processo e la morte

Il 20 aprile 1945 Osvaldo Valenti si consegnò spontaneamente ad alcuni membri della Divisione partigiana Pasubio confidando di poter avviare delle trattative. Fu poi raggiunto anche da Luisa Ferida. Da quel momento in poi furono numerose volte trasferiti in diverse prigioni segrete finché fu decisa per loro la pena di morte, imputata dal Marozin direttamente a Sandro Pertini[4]. Anche Aldo Lualdi sarà di tale avviso [5] Ricordiamo che nell'immediato dopoguerra Marozin fu arrestato e incriminato per numerosi reati tra cui quello di furto come riportò L'Unità: «...lasciatosi tentare dalle facili lusinghe e dalla sete di bottino e di rapine...».[6]

Furono quindi accusati entrambi di crimini di guerra e già il 28 aprile fu pubblicata la notizia dell'avvenuta fucilazione. In realtà a quella data i due attori erano ancora vivi, anche perché vennero processati e condannati a morte solo il 29, nonostante l'opposizione di alcuni partigiani del Comitato di Liberazione. Dopo essergli stati sottratti i gioielli e il denaro che portavano con loro[7], la sentenza fu eseguita e Valenti e la Ferida furono uccisi con una raffica di mitra. Era la notte tra il 29 e 30 aprile 1945.

Oltre ai contatti con il tenente Pietro Koch, per cui svolgeva un ruolo di collegamento con la Decima del principe Borghese, la presunta partecipazione di Osvaldo Valenti alle sevizie inflitte dalla Banda Koch ai partigiani non è mai stata del tutto chiarita. Luisa Ferida venne invece, di fatto, riconosciuta estranea ai crimini che le erano stati imputati durante il processo. Negli anni sessanta il Ministero del Tesoro accolse infatti la richiesta di Luisa Pansini, madre di Luisa Ferida, di poter riscuotere una pensione con i relativi arretrati. Tale pensione, spettantele in quanto la Ferida era morta per cause di guerra non le sarebbe mai stata corrisposta se sua figlia fosse stata ritenuta responsabile di crimini di guerra.[8]. Sulla decisione del Ministero del Tesoro poté forse influire un clima politico, in quell'occasione opposto a quello che aveva determinato la fucilazione dell'attrice, rivolto a chiudere ogni vicenda che si ricollegasse alle responsabilità di italiani nei fatti peggiori consumati durante il periodo dell'occupazione nazista.

[modifica] L'Arte di un attore

Osvaldo Valenti fu un attore dall'indubbio fascino e uno degli interpreti più significativi della cinematografia italiana del ventennio fascista. La sua recitazione apparve particolarmente adatta alle rievocazioni storiche di maniera e ad una narrazione filmica tesa a sollecitare i sentimenti di adesione e compartecipazione dello spettatore. Il volto espressivo, dalle grandi capacità mimiche, gli occhi cerulei e ardenti, l'espressione vagamente melanconica, fecero di lui uno degli idoli perversi del grande pubblico, incarnazione, anche nella vita reale, degli eroi negativi che molto spesso interpretò sul grande schermo. Fra i personaggi più significativi cui egli diede vita, ricordiamo il capitano Guy de la Motte nell'Ettore Fieramosca, il principe tartaro Eriberto ne La corona di ferro e Giannetto Malespini ne La cena delle beffe.

[modifica] Filmografia

[modifica] Doppiatori italiani

Osvlado Valenti fu doppiato in circa una ventina dei film che girò poiché la sua voce sottile e dalla dizione non sempre inappuntabile, non era particolarmente gradita. Tra gli attori che gli prestarono la voce possiamo ricordare:

[modifica] Note

  1. ^ Presentato fuori concorso al Festival di Cannes il film ha come interpreti Luca Zingaretti nei panni di Valenti e Monica Bellucci in quelli dell'attrice ed amante Luisa Ferida
  2. ^ Cfr. Danis Mack Smith, Mussolini, Milano, Rizzoli, 1983, p. 492
  3. ^ Cit. da Danis Mack Smith, op.cit., p. 492
  4. ^ Giuseppe Marozin, Odissea Partigiana: I 19 della Pasubio, Milano, Azione Comune, 1965 pag 69
  5. ^ Riferisce Lualdi: «Marozin e Faida si sono incontrati al mattino: il primo ha già avuto l'ordine di fucilare i prigionieri direttamente da Sandro Pertini, e con la raccomandazione di obbedire alla svelta. Faini ha ribadito lo stesso ordine, però vuole che prima sia fatto un processo. Ma dev'essere una semplice formalità, tanto per salvare la regolarità della fucilazione già decretata e "Vero", pseudonimo di Giuseppe Marozin, non può che ubbidire» cit. da Aldo Lualdi, Morire a Salò, La vera storia di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, Milano, 1975, pagg:65-69) riportato in Italia settimanale n° 23 anno II - 9 giugno 1993 pag 54
  6. ^ L'Unità, 17 febbraio 1946, riportato in Italia settimanale n° 23 anno II - 9 giugno 1993 pag 54
  7. ^ Italia settimanale n° 23 anno II- 9 giugno 1993 pag 54: «...furono depredati dei gioielli e del denaro che avevano con loro...»
  8. ^ Cfr. il quotidiano La Nazione del 9 aprile 1964

[modifica] Bibliografia

  • Odoardo Reggiani, Luisa Ferida, Osvaldo Valenti. Ascesa e caduta di due stelle del cinema, Spirali, Milano 2007 (I ed. 2001)
  • Alessandro Blasetti, Il Cinema che ho vissuto, Bari, Dedalo, 1982
  • Romano Bracalini, Celebri e dannati, Milano, Longanesi & C., 1985
  • Gian Piero Brunetta, Storia del cinema italiano, vol.II (Il cinema del regime 1929-1945), Roma (I ed. 1979, II ed. rivista e accresciuta 1993), Editori Riuniti, 1993 (ed. rivista e accresciuta; la I ed. è del 1979)
  • Claudio Carabba, Il Cinema del ventennio nero, Firenze, Vallecchi, 1974
  • Elsa De Giorgi, I coetanei, Torino, Einaudi, 1955
  • Franca Faldini e Goffredo Fofi, L'Avventurosa storia del cinema italiano, 1935-1959, Milano, Feltrinelli, 1979
  • Aldo Lualdi, Morire a Salò, Milano, Sugarco, 1975
  • Attilio Tamaro, Due anni di Storia, Roma, Tosi, 1950

[modifica] Voci correlate

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