Le mille e una notte

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Le mille e una notte
Les Mille et Une Nuits.gif
Frontespizio di un'edizione francese de Le mille e una notte
Autore vari sconosciuti
1ª ed. originale circa 900 d.C. (prime raccolte indiane), 1400 (edizione definitiva)
Genere raccolta di storie
Lingua originale arabo, farsi (medio-persiano)
Protagonisti Sharāzād, la principessa che racconta al sultano Shāhrīyār le sue storie

Le mille e una notte (in arabo: ألف ليلة وليلة, Alf layla wa layla; in persiano: هزار و یک شب, Hezār-o yek šab) è una celebre raccolta di novelle orientali, costituita a partire dal X secolo, di varia ambientazione storico-geografica, composta da differenti autori.

È incentrata sul re persiano Shāhrīyār, che, essendo stato tradito da una delle sue mogli, uccide sistematicamente le sue spose al termine della prima notte di nozze. Un giorno, Sharāzād, figlia maggiore del Gran Visir, decide di offrirsi volontariamente come sposa al sovrano, avendo escogitato un piano per placare l'ira dell'uomo contro il genere femminile. Così la bella e intelligente ragazza, per far cessare l'eccidio e non essere lei stessa uccisa, attua il suo piano con l'aiuto della sorella: ogni sera racconta al re una storia, rimandando il finale al giorno dopo. Va avanti così per mille e una notte (che è un modo di dire per indicare un periodo di tempo molto lungo); e alla fine il re, innamoratosi, le rende salva la vita. Ciascuna delle storie principali delle Mille e una notte è quindi narrata da Sherazad; e questa narrazione nella narrazione viene riprodotta su scale minori, con storie raccontate dai personaggi delle storie di Sherazad, e così via. Questo espediente narrativo, che ancora oggi ha nelle Mille e una notte uno dei suoi casi d'uso più illustri, è da alcuni paragonato a quello del teatro nel teatro che giunge attraverso Shakespeare fino a Pirandello. Inoltre nel 1300 lo scrittore Boccaccio entra per primo a far parte di tale gruppo, il quale è stato il primo a portare questo tipo di narrazione in Europa, dove la narrazione "interna" serve in molti casi a chiarire le posizioni dei protagonisti nel suo Decamerone.

Ambientazione[modifica | modifica sorgente]

L'ambientazione delle novelle è alquanto varia: il racconto-contenitore, come pure altre novelle, ha una origine indo-iranica ed appartiene al nucleo più antico.[1] In molte altre novelle intervengono jinn e spiriti, che denotano un'antica derivazione persiana.

Si individua pure un ciclo dei racconti di Baghdad (chiaramente di tradizione arabo-musulmana), nelle quali assume un ruolo fondamentale il califfo Hārūn al-Rashīd ed un ciclo di novelle ambientate in Egitto (per lo più al Cairo), più avventurose e di origine più recente, nelle quali si riconoscono influssi giudaici.

Alcune novelle, infine, sono parzialmente ambientate in Cina ed altre negli Urali.

In tempi successivi vennero aggiunti racconti estranei; quali Le avventure di Sinbad il marinaio o La storia dei sette vizir.

Origine ed edizioni[modifica | modifica sorgente]

Manoscritto arabo delle mille e una notte risalente al 1300
Il Sultano decide il destino di Sharāzād

Inizialmente tramandate oralmente, da un punto di vista temporale si ritiene che la prima stesura organica delle novelle sia datata attorno al X secolo. È infatti di questo periodo un'opera dal titolo persiano Hazār afsane (Mille favole), che potrebbe essere identificata col nucleo più antico de Le mille e una notte.

A supportare questa datazione approssimativa esiste la dichiarazione di uno storico secondo il quale all'inizio del XII secolo in Egitto l'opera Alf layla wa-layla (titolo arabo che letteralmente significa "Mille e una notte") era molto popolare e conosciuta. D’altro canto, il manoscritto dal quale vennero effettuate le traduzioni che la diffusero in Europa era già esistente nel 1500 e il suo primo traduttore in una lingua basata sull'alfabeto latino fu Antoine Galland.

In alcune novelle si trovano riferimenti alla potenza navale di Genova, Venezia e Zara, come pure citazioni di particolari armi o istituzioni egiziane: tutte tracce che possono suggerire diverse datazioni.

In Inghilterra primo a cimentarsi fu l'orientalista Edward Lane, che creò una versione più estesa rispetto a quella di Galland, ma assai censurata, per adattarla alla rigida morale vittoriana. Per reazione, il poeta John Payne, amico di Burton, si cimentò in una propria versione in cui lasciò da parte la morale in nome di una maggiore aderenza all'originale, reintegrando tanti dei passi ingiustamente tagliati. Sollecitato dall'interesse che le Mille e una notte riscuotevano, anche Richard Francis Burton si mise allora all'opera per una traduzione. La sua versione è assai arcaica nella lingua e riporta alcune differenze rispetto a quelle dei due predecessori e di Galland. L'erotismo del testo fu accentuato soprattutto dalle minuziose note ed appendici, che non si limitano però a fornire delucidazioni sul materiale sessuale ma coprono innumerevoli aspetti dei costumi dei vari stati musulmani dando un interessante supporto al lettore. La sua versione rimane la più estesa di quelle mai pubblicate (sedici volumi: dieci di Mille e una notte più sei di Notti supplementari, in cui sono incluse le storie "orfane" di Aladino e Alì Babà).

In Italia una traduzione assai accurata è stata approntata dal grande arabista Francesco Gabrieli che si avvalse dell'apporto di Umberto Rizzitano, Costantino Pansera e Virginia Vacca. Il lavoro fu eseguito per la casa editrice torinese Einaudi. Esiste ancora, in quattro volumi editi da Alberto Marotta a Napoli nel 1956, una traduzione delle Mille e Una Notte di Giovanni Haussmann (volumi I e II) e di Mario Visetti (volumi III e IV), dalla traduzione russa condotta dagli arabisti M. A. Sallier e I. Kratchkovsky sull'edizione di Calcutta del 1839-41, e pubblicata dal 1932 al 1939 nelle edizioni dell'Accademia sovietica delle Scienze di Leningrado.

Nella nota bibliografica della traduzione edita da Marotta, le traduzioni italiane precedenti a essa sono numerosissime ma sarebbero tutte più o meno incomplete o condotte praticamente sulla traduzione settecentesca di Antoine Galland. Una traduzione ricca di annotazioni è quella in francese di René Rizqallah Khawam, a partire da manoscritti originali del XIII secolo, pubblicata nel 1986. Affermazione questa non rispondente al vero, dal momento che proprio la versione curata da F. Gabrieli è stata condotta ad esempio su manoscritti arabi, mentre l'autorevolezza e la competenza dei traduttori (due di essi cattedratici di "Lingua e letteratura araba") garantisce un'ottima affidabilità al prodotto. È d'altronde impossibile parlare di un testo-base per Le mille e una notte e, di conseguenza, di una maggiore o minor discrasia delle relative traduzioni, costituendo l'opera una silloge caratterizzata da materiale geograficamente e temporalmente ben differenziato.

Si ricordano le anonime traduzioni apparse nelle seguenti edizioni: Ferraris, 1852; Perelli, 1862; De Angelis, 1864; Lubrano, 1864 (terza edizione); Pagnoni, 1872; Carrara, 1881; Chiurazzi, 1884; Tommasi e Checchi, 1888; Bietti, 1893; Salani, 1893 (a cura di Armand Dominicis); Soc. Ed. Milanese, 1908 (traduzione integrale dal Galland); Nerbini, 1909; Istituto Editoriale Italiano, 1914; Nugoli, 1921-25; Sandron, 1922; Salani, 1924-28 (riveduta sul testo arabo da Francesco D'Arbela); Istituto di Arti Grafiche, 1924 (a cura di Arturo Jahn Rusconi); Bolla 1928; UTET, 1928 (a cura di Angelo Maria Pizzagalli); Genio, 1933 (riduzione di Lilli Ferrari Accama); Hoepli, 1944 (riduzione di Teresita e Flora Oddone); Einaudi, 1948.

Jorge Luis Borges, nella Storia dell'eternità, analizza le traduzioni delle Mille e una notte, segnalando la già citata versione di Burton.

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In Arabia il sultano Shahriyar governa il grande regno della Tartaria in India, mentre il fratello minore Shahzaman si limita ad esserne solo primo ministro. Entrambi vivono felicemente in compagnia delle mogli, del fragrante e forte aroma delle spezie e dei pittoreschi colori della città; tuttavia una notte Shahzaman scopre che la moglie lo ha tradito con un servo. Disperato dal triste avvenimento, il principe fa uccidere sia il traditore che la moglie e passa alcuni momenti in grande depressione, finché non riacquista la gioia e racconta tutto al fratello Shahriyar. Il sultano rimane assai colpito dalla gran forza d’animo del principe, tuttavia resta scettico riguardo alla sua opinione sull'infedeltà della donna. Allora Shahzaman gli propone di spiare le azioni che commetteva la moglie durante la notte, dato che aveva alcuni sospetti. Shahriyar rimane alquanto stupito riguardo tale notizia ma accetta ugualmente. Una notte i due partono per una battuta di caccia e di nascosto ritornano nella città di Tartaria, scoprendo purtroppo l'adulterio sospetto. Shahriyar ci rimane malissimo e perde del tutto il suo buon umore e il suo carattere benevolo, ordinando che la traditrice fosse decapitata assieme al suo seguito di servi e serve e che tutte le mogli che d’ora in poi avrebbe preso, venissero trafitte dal suo visir il giorno dopo la prima notte di matrimonio.

Una lampada ad olio del tipo che frequentemente si accosta graficamente a questa leggenda; quella nell'immagine è una lampada indiana, ed in effetti Galland, nella sua compilazione delle Mille e una notte, si basò anche su testi indo-persiani

La città cade in grave sconforto per la truce decisione del sultano e un giorno Shahrazad, figlia del visir boia, supplica il padre di condurla in sposa con il sultano Shahriyar. Il visir crede che lei sia diventata pazza e le racconta una serie di aneddoti per convincerla a desistere. La storia più famosa è quella del “bue e dell'asino”. Un agricoltore possedeva un bue e un asino, mentre il primo si spaccava la schiena ogni giorno per arare i campi, per poi ricevere poche cure alla sera, il secondo mangiava a sazietà e compiva solo pochi lavori. Un giorno i due decisero di scambiarsi i lavori: il bue si sarebbe ribellato ai maltrattamenti del padrone e l'asino si sarebbe assunto tutte le cariche faticose dell'amico. Così avviene e il bue trascorre una giornata di benessere, mentre l'asino torna alla sera stanco e malconcio. Il padrone, credendo che il bue fosse malato, decide di ucciderlo, così gli riferisce l'asino, e così il bue il giorno dopo si dimostra docile, sopportando a malincuore ma per aver salva la vita, le fatiche di sempre.
Shahrazad tuttavia non presta ascolto alle favole del padre e si sposa ugualmente, con un piano ben preciso in mente. Quella notte la ragazza fa entrare nel palazzo anche la sorella Dunyazad che la invita a raccontare una favola; il sultano Shahriyar, incuriosito, le dà il permesso e Shahrazad incomincia.

Il mercante e il genio[modifica | modifica sorgente]

Storia del mercante e del cuoco

Un mercante compì un lungo viaggio e, fermatosi presso un'oasi, incominciò a sbucciare e a mangiare dei datteri, gettandoli con violenza verso il nulla. Poco dopo apparve un genio malefico gridando che voleva trapassarlo in quanto il mercante ha ucciso il figlio colpendolo con un dattero. Il mercante, implorando pietà, lo supplica di lasciarlo in vita almeno un anno per compiere i suoi affari e poi sarebbe tornato nel medesimo posto per essere passato a fil di spada. Il genio acconsente e il mercante, addolorato per la promessa appena fatta, raccontò tutto a moglie e figli, causando la loro disperazione. Passa un anno e compiuti i suoi affari, il mercante torna sul medesimo posto dove lo aspetta il genio e proprio in quell'istante compaiono tre vecchi: il primo possiede una cerva, il secondo due cani e l'ultimo nulla ma con una forte angoscia nel cuore. I tre, implorando il genio di fermare la sua mano assassina, gli chiedono di ascoltare le loro storie, affinché, se fossero piaciute, avrebbero potuto salvare la vita al mercante. Il genio, stupito e incuriosito, acconsente e i tre mercanti anziani incominciano uno per uno.

Il primo narra della trasformazione di suo figlio e della sua concubina, madre del fanciullo, in vacca e vitello per mano della moglie sterile gelosa. Il mercante non era per niente al corrente di ciò e stava addirittura per squartare entrambe le bestie, indotto dalla crudeltà della donna. Tuttavia aveva riconosciuto i suoi familiari attraverso gli occhi imploranti degli animali e convocò una maga per riportare concubina e figlio alle sue forme normali. La maga compie il prodigio, tuttavia chiede al mercante di potersi unire con il ragazzo per sempre e il buon uomo acconsente. Tornati di nuovo umani la schiave e il figlio, la maga, per vendicarsi, tramuta la donna crudele in cerva e se ne va per sempre con il suo sposo.

Il secondo mercante narra la sua storia di grande venditore, al contrario del suoi due fratelli più sfortunati e più spendaccioni di lui. Il mercante era spesso costretto a fare dei prestiti per far sì che i due non cadessero in disgrazia e la sua bontà non venne mai appagata. Anzi i due fratelli cercarono di attentare alla vita del ricco mercante, ma fu salvato da una concubina che aveva preso poco tempo prima come moglie. Infatti la donna si rivelò essere una fata e volle punire la crudeltà dei due fratelli, trasformandoli in cani neri e rognosi.

Nella terza storia il mercante è un povero giovane che giunge, grazie ad un tappeto volante persiano nella città di Gazna, governata da Bahman, padre della bellissima principessa Scirna. La ragazza è segregata in un palazzo inaccessibile a causa di una sciocca profezia e così il mercante decide di tentare la fortuna, avvalendosi dell'uso del tappeto magico. Entrato nella torre, i due innamorati passano piacevoli notti d’amore, finché Bahman non viene a saperlo. Per fortuna il giovane si era spacciato per l'incarnazione del profeta Maometto e il suo trucco riesce ad ingannare anche il sultano che lo venera come un protettore. Così il mercante Maometto ha la possibilità di trascorrere più tempo con Scirna, tuttavia un giorno si presenterà una dura prova per il giovane imbroglione. Infatti il mercante, seppur venerato perché, a causa di un incidente, un infedele si era rotto una gamba, è in procinto di sposarsi con Scirna, ma il re Cacem, invaghitosi di lei, aveva deciso di muovere guerra contro Gazna. Così accade che il mercante si reca col tappeto nell'accampamento nemico e fa piovere una gragnola di pietre sulle teste dei soldati, ferendo gravemente Cacem. I soldati si danno alla fuga e finalmente il mercante può sposarsi, ma la notte prima delle nozze egli decide di recarsi col tappeto nel boschetto vicino e di accendere dei fuochi artificiali per rendere più suggestivo lo spettacolo. L'evento, come previsto, fa meravigliare tutti gli abitanti, ma il mercante non si è accorto che il tappeto aveva preso fuoco e che ormai non era più recuperabile. Affranto da questa sventura e senza più un soldo, il mercante decide di partire per l'Egitto con la speranza di fare fortuna nei commerci, giungendo infine nell'oasi del genio.
Il demone, meravigliato da queste storie, lascia andare il mercante al quale aveva deciso di togliere la vita e scompare felice.

Il pescatore e il segreto delle Colline Nere[modifica | modifica sorgente]

Il viaggio del principe

Un pescatore molto povero passava un'intera notte a cercare di rimediare qualcosa dal mare, non riuscendo nell'impresa. D’un tratto l'uomo pescò un vaso particolare di rame, contenente sul coperchio un sigillo imperiale, quello del re Salomone. Strofinando meglio l'oggetto per vederlo meglio al buio, dal coperchio esce fuori un enorme genio, pronto ad uccidere il suo nuovo padrone. Infatti lo spirito, dichiarandosi sempre ribelle e irrispettoso alle leggi del suo re Salomone, era stato ingabbiato nel vaso e il genio, rimanendoci dentro per almeno 18 secoli, meditò la morte del suo liberatore. Il pescatore tentava invano di persuadere il genio a non ucciderlo, ma questi, irremovibile, lo invitava continuamente a comunicargli quale morte avrebbe desiderato patire. Il pescatore d’un tratto pensò di raggirare il genio e così sostenne che fosse impossibile l'enorme mole del genio capace di entrare in un oggetto così piccolo. Il genio, orgoglioso, si fa sempre più piccolo entrando nel vaso, affinché il suo padrone potesse trovarsi dalla parte del torto. Ma il pescatore furbo prende immediatamente il coperchio col sigillo di Salomone e rinchiude il genio nuovamente nel vaso. Lo spirito è ormai in trappola perché la maledizione del suo re è ancora valida, e così il pescatore, per rinfacciargli la sua perfida e accecata ira, gli racconta una storia.

Il protagonista è un medico persiano di nome Dubàn che si reca alla corte del suo re di origine greca, gravemente ammalato di lebbra. Con un astuto sistema e con l'aiuto di una polvere magica, Dubàn guarisce in un giorno il sovrano che lo ricompensa e continua a ricompensarlo con tantissimi doni. Un visir geloso e perfido allora avvicina il re, comunicandogli che Dubàn gli aveva salvato la vita solo per ucciderlo in un secondo tempo. Allora il re, capendo la sua gelosia, decide di raccontargli un aneddoto curioso: quello di un certo nobile Sindibad il quale si ribellò al raggiro della moglie affinché uccidesse il figlio. Quest’uomo possedeva un pappagallo capace di parlare e di raccontare tutto ciò che vedeva durante il giorno. La moglie dell'uomo, volendo sbarazzarsi del pappagallo, simulò un temporale e il pennuto raccontò ciò il giorno dopo a Sindibad. L'uomo, sapendo che non aveva piovuto pensò che il pappagallo mentisse, perciò lo uccise ma poi se ne pentì amaramente perché scoprì l'imbroglio della moglie. Non essendo il re ancora completamente caduto nella sua trappola, il visir, mentendo spudoratamente, decide di raccontargli un'altra storia: quella di un primo ministro punito dal re.

Il visir di un nobile doveva sorvegliare la salute del principe suo figlio durante una battuta di caccia. Essendosi spinto il giovane troppo lontano, il visir non potette più raggiungerlo e così il principe fu catturato da una famiglia di orchi, riuscendo però a fuggire grazie all'aiuto divino.

La principessa racconta al sultano le sue favole

Tornati alla reggia, il visir fu fatto subito strangolare.

Il re, sentita quest’ultima favola, credette davvero di essere in pericolo per causa del medico Dubàn e così decide di farlo uccidere immediatamente. Il medico, non trovando alcuna via di fuga, implorò il re di concedergli ancora un giorno per regalargli un prezioso libro che lo avrebbe protetto per tutta la vita ma lo avrebbe aperto solo dopo che la sua testa sarebbe stata posta sopra il pregiato lino che ricopriva l'opera, dopo mozzata. Il giorno seguente Dubàn viene decapitato e la sua testa, come ordinato, viene posta sopra la preziosa stoffa, d’un tratto questa si anima e comincia a parlare, ordinando al re di arrivare alla pagina sei del libro. Il re, vedendo che queste erano incollate, inumidendosi il dito, incomincia a voltare le pagine, morendo avvelenato.

E così, con questa morale truce ma onesta, il pescatore condanna il genio il quale, pentendosi, lo implorava ancora di liberarlo, promettendogli di farlo diventare più ricco di quanto pensasse. Allora il pescatore lo lasciò libero e il genio lo portò in uno stagno situato tra quattro grandi colline nere, ordinandogli di pescare dei pesci. Il pescatore prese quattro pesci tutti di colore diverso e li portò dal sultano il quale rimase molto stupito del colore delle prede. Tuttavia accade un fatto strano e curioso quando i pesci dovevano essere cotti e così il sultano volle vedere di persona da dove proveniva quel mistero. Fattosi condurre allo stagno dal pescatore, il sultano scoprì un castello in rovina e vi entrò. Dentro il sultano nota che, sebbene il triste stato di abbandono, la magione conservava ancora il suo bellissimo stato e ciò lo si vedeva dalla fontana in marmo bianco e dalle pietre preziose. Il sovrano del castello è un disgraziato colpito dalla sfortuna, costretto a vivere col corpo metà umano e metà di marmo, a causa del sortilegio della sua crudele moglie. Infatti la donna, sebbene innamorata del re, amava un altro e il marito, offeso dal tradimento, ferì gravemente il rivale alla gola, non uccidendolo. Ciò provocò le ire della donna che, fatto costruire un palazzo apposta per salvaguardare la vita dell'amante, condannò a questa pena il coniuge. Ora, dato che il moro amante non poteva parlare e muoversi a causa della ferita, la moglie ogni giorno lo andava a compiangere, dopo aver frustato il marito prigioniero; quindi il sultano, deciso a vendicarlo, uccide definitivamente il moro e ne prende il posto sul sepolcro del palazzo, attendendo la regina. Questa arriva e il sultano le comanda di ritramutare totalmente in forma umana il suo sposo e di seguito di far ritornare la felicità su quelle quattro colline, facendo ricomparire i villaggi e i popoli che lei aveva trasformato in pesci: i persiani, gli ebrei, i cristiani e i turchi. La regina, credendo che ciò contribuisse alla guarigione del suo amante, obbedisce ai suoi ordini, per poi venire tranciata in due dalla spada del sultano. Finita la maledizione, il sultano decide di adottare il giovane re come suo figlio e ricompensa di doni il pescatore.

Il facchino di Baghdad, le tre sorelle e i tre monaci[modifica | modifica sorgente]

Ritratto del califfo Hārūn al-Rashīd, protagonista di varie storie della raccolta

Durante il regno del califfo Hārūn al-Rashīd, un facchino proveniente dalla colorita città di Baghdad, incontra una fanciulla misteriosa che lo invita a seguirla nelle sue compere di spezie, droghe e sete pregiate, per poi invitarlo nella sua casa. Sulla porta vi è una curiosa iscrizione: “Non rivolgeteci domande riguardo affari che non sono vostri, se non vorrete pagarne le conseguenze con azioni che non vi piaceranno!” All'interno della casa vi abitano altre due persone: Sofia e Amina e la terza è Zobeida, tutte legate da un particolare destino. Il facchino viene invitato a ristorarsi e di seguito a lasciare la casa, sebbene questi chieda di rimanere ancora un po’ per dilettare le signore. Le tre fanciulle accettano di buon grado e passano l'intera serata a cantare, ballare e a far ubriacare il facchino. Di seguito alla porta bussano tre monaci, tutti ciechi dall'occhio destro, che chiedono ospitalità. Poco dopo ancora arrivano anche il califfo Hārūn al-Rashīd e il suo seguito: Jafar e Masrur. I nobili signori, spacciandosi per mercanti, si fanno ospitare in casa e continuano con gli altri quattro invitati il banchetto, sempre venendo invitati dalla padrone a rispettare l'epitaffio della porta. Successivamente una delle signore porta in sala due cagne che frusta selvaggiamente per poi ricondurle nella loro stanza e di seguito si mette a suonare un liuto. Anche Zobeida e Amina prendono lo strumento e lo usano a più non posso, finché Amina non crolla a terra svenuta. Nella caduta le si copre un seno, gravemente mutilato e cicatrizzato, allora i commensali ardiscono dal desiderio di sapere quale segreto celasse quella casa. Zobeida, alla quale è stata posta la richiesta, s’infuria in quanto gli ospiti non hanno rispettato l'epigramma e chiama dei servi con la sciabola. Il facchino riesce a riscattarsi con una breve e divertente storia, mentre i monaci insistono nel raccontare le loro, assi più intriganti e favolistiche della prima

Storie dei tre monaci[modifica | modifica sorgente]

Il demone contro il monaco

Il primo monaco era un nobile, figlio di un nobile califfo, presto deposto da un visir che purtroppo lo odiava. Infatti il giovane senza volerlo lo aveva accecato all'occhio destro con una freccia. Il principe era inoltre molto amico del cugino il quale possedeva un terribile segreto che non voleva confidare a nessuno. Propose solo al principe di aiutarlo nel farlo entrare in un sepolcro che conduceva ad un'enorme sala sotterranea per consumare i suoi rapporti incestuosi con la sorella. Il principe, come si è detto, non sapeva nulla di ciò e appena tornò a palazzo fu fatto catturare dal visir suo nemico che lo acceca all'occhio destro. Tornato al palazzo dello zio, ormai senza più persone su cui porre fiducia, il principe gli comunica lo strano segreto del cugino riguardo al sepolcro. I due si avventurano di notte nel cimitero e scoprono la sala segreta e un letto dove giacciono i cadaveri congiunti dei due amanti. Il padre del ragazzo, anziché commuoversi, infierisce brutalmente sul cadavere maledicendolo. Qualche giorno dopo viene sconfitto anche l'ultimo califfo dalla potenza del visir e al principe superstite non restò che darsi alla fuga, spacciandosi per monaco. Giungendo di notte a Baghdad, egli incontrò altri due monaci non vedenti dall'occhio destro e bussò alla porta delle tre signore.

Il secondo monaco, anch’egli figlio di un nobile, fu privato di tutti i suoi beni durante un viaggio per l'India. Giunto in una città sconosciuta, molto ostile al governo del sultano suo padre, il principe, sebbene molto erudito e bravissimo nella scrittura, fu costretto a lavorare come taglialegna e un giorno scoprì una botola che portava ad una sala segreta e sontuosa nella quale era tenuta prigioniera da un genio crudele una principessa stupenda. Il giovane passa con lei quattro giorni felicissimi, dato che il quinto se ne sarebbe dovuto andare perché giungeva come ogni settimana il genio, tuttavia proprio la sera del quarto, i due si ubriacano troppo perdendo il senno. Infatti il principe rompe con un calcio il talismano che evocava il genio e poi fugge, lasciando la donna in preda al mostro che la percuote a sangue. Il principe non si dà pace, anche perché aveva lasciato nella stanza le pantofole e la scure da taglialegna, e così un giorno mentre era impegnato nei suoi affari, giunse il genio che lo condusse volando dentro la stanza, ove giaceva in fin di vita la principessa. Il genio, per testare se i due fossero veramente amanti, offre sia al primo che alla seconda la possibilità di uccidere l'altro con la scure, ma gli innamorati si rifiutano disgustati. Questa è la prova del loro amore e così il genio fece a pezzi la principessa e voleva vendicarsi anche sul principe che, cercando di commuoverlo, gli raccontò una breve storia.

Tanto tempo fa in una città vivevano due persone, solo che il primo odiava l'altro perché invidioso delle sue opere. L'invidiato col tempo divenne ricco e famoso e così l'invidioso tentò di ucciderlo scaraventandolo in un pozzo, ma questi si salvò grazie all'aiuto di una fata che gli comunicò come entrare nelle grazie di un sultano che stava portando nel monastero, dove l'invidiato risiedeva, la figlia posseduta da un genio. Il monaco, uscendo dalla fossa, guarì la principessa dal male e se la sposò, diventando così successore del califfo. A palazzo il califfo un giorno decise di convocare l'invidioso e gli donò soldi e stoffe, perdonandolo del torto subito e facendogli promettere che non lo avrebbe assillato più.

Tuttavia il genio non si commosse a questa storia e tramutò in scimmia il principe, abbandonandolo nel deserto. Scorta una nave di pescatori, la scimmia si avvicinò al capitano, dandogli dimostrazione delle sue abilità ed entrando in simpatia con lui. Sbarcati in una città ricca e fiorente, il capitano venne a sapere che lo scriba del sultano attuale era morto e che si stava trovando un successore; la scimmia, essendo erudita, prese un foglio e cominciò a scrivere dei versi, garantendosi il posto sicuro a corte del sultano. Il nobile, rendendosi conto delle capacità intellettive della scimmia, quasi paragonabili a quelle umane, decise di convocare anche la figlia per farla assistere a quello spettacolo. La ragazza, essendo una maga, appena vede la bestia subito si accorge che la scimmia era un umano vittima di un sortilegio e così invoca il genio malvagio con cui ingaggia una furiosa lotta.

Storia delle sorelle Zobeida, Amina e Sofia

I due duellanti si tramutano in varie bestie ed oggetti, finché il demone non perisce sotto i poteri della maga. Durante la lotta furiosa era accaduto che il genio si era tramutato in fuoco e che, sputando fiamme contro la maga, alcune scintille avevano incendiato un servo e accecato la scimmia all'occhio destro. Morto il demone, la principessa ritramuta in umano la scimmia, ma compiendo questo sacrificio prende fuoco e muore. Il sultano, tremendamente addolorato per la perdita, caccia via il principe cieco che, radendosi la barba e i capelli, si fa monaco, giungendo a Baghdad e incontrando gli altri due.

Agìb è il terzo monaco, figlio del sultano Cassìb. Questi, volendo fare un lungo viaggio per conoscere i suoi possedimenti presso le piccole isole confinanti dell'India, giunse nelle vicinanze di un grande scoglio magnetico chiamato Montagna Nera. Infatti la pietra risucchiò a sé tutti i chiodi della nave, facendola naufragare e facendo salvare solo Agìb che fu preso in custodia da un vecchio. L'uomo vegliardo gli rivela come salvarsi da quel posto, uccidendo un cavaliere di bronzo e attendendo l'arrivo di una nave che lo avrebbe condotto nella sua terra; durante la traversata però non avrebbe dovuto rivolgersi a Dio. Il principe obbedisce e compie tutto ciò che gli era stato assegnato, tranne ringraziare Dio verso il termine della navigazione. Trovatosi improvvisamente in una landa sconosciuta, Agìb nota che una processione condotta da un vecchio scava una fossa sotterranea, deponendovi all'interno un ragazzo di 15 anni. Il giovane è il figlio del sultano attuale, colto da una terribile maledizione: infatti sarebbe stato ucciso poco tempo dopo la caduta dallo scoglio del cavaliere di bronzo, per questo veniva confinato in un palazzo sontuoso sotto terra. Agìb, curioso di scoprire chi fosse il giovane, entrò nel palazzo dove strinse una forte amicizia con il ragazzo che gli confidò la spaventosa profezia.

Agìb, non rivelandosi, promise che lo avrebbe protetto, ma un giorno senza volerlo lo pugnala al cuore inciampando; Agìb era stato solo pregato dal giovane di dargli il coltello del pane perché aveva fame e questi nella fretta era caduto trafiggendolo. Sconvolto dall'azione orrenda, Agìb abbandona l'isola e giunge nella sua terra indiana dove il sultano, padre del ragazzo, sta piangendo la sua morte assieme ad altri dieci giovani ciechi tutti dall'occhio destro. Il principe si unisce al loro pianto, non confidando loro il segreto, e un giorno, sebbene avvertito di non farlo, chiede il motivo di una loro strana usanza di compiangere i morti e pentirsi delle disgrazie. Questi mandano Agìb su un'altura dove si erge un bellissimo castello d’oro e di marmo pieno di pietre preziose ove risiedono 40 fanciulle stupende e profumate. Le ragazze sono proprietarie del castello e delle sue 100 porte segrete, in particolare quella d’oro, ed accolgono Agìb trattandolo on molta cura e molto amore. Passato un anno in compagnia delle fanciulle, Agìb viene informato da loro di doversi immediatamente allontanare del podere per tornare nel loro castello governato da sultano loro padre, solo per 40 giorni. Al principe viene affidata la custodia del castello incantato e delle porte, tranne la centesima d’oro, sebbene avesse la chiave, altrimenti non avrebbe più rivisto le fanciulle. Agìb obbedisce e scopre i segreti stupendi di tutte le 99 porte: giardini, frutteti e gabbie di animali esotici di ogni specie: dalle tigri ai pavoni variopinti; ma un giorno la curiosità è troppa per lui e così Agìb apre anche la porta d’oro. Ne esce fuori un magnifico cavallo nero che, appena montato, si erge in volo per tutta la zona e fermandosi sul palazzo dei dieci giovani piangenti, accecando all'occhio destro Agìb con la coda. Venendo scacciato così dai ragazzi e dal vecchio, il principe si fece monaco e giunse a Baghdad, incontrando gli altri monaci.

Gran parte del racconto del secondo monaco e la prima del terzo hanno ispirato la sceneggiatura di una parte del film Il fiore delle Mille e una notte, diretto da Pier Paolo Pasolini.

Avendo avuto tutti e sette il permesso da Zobeida, Amina e Sofia di lasciare sani e salvi la loro casa, il sultano il giorno seguente decise di ascoltare anche le storie del passato delle tre fanciulle, convocandole a palazzo. Il compito di scortarle fu affidato a Jafàr.

Storie di Zobeida e di Amina[modifica | modifica sorgente]

La prima fata e il suo innamorato

Nella loro famiglia in tutto le ragazze sono cinque sorelle, tre nate dalla prima moglie del padrone di casa (ovvero Sofia, Amina e Zobeida) e le altre due (le cagne) dalla seconda moglie.

Nel racconto di Zobeida le due sorelle ultimogenite erano state entrambe ripudiate dai rispettivi mariti e così con la prima decisero di fare un viaggio verso l'India, cercando di far fortuna. Giunte su una città all'apparenza fiorente, Zobeida, scesa per prima, non aspettò le altre sorelle e si avventurò da sola. Ogni persona che incontrava era pietrificata e così anche il re e la regina. Tuttavia il palazzo regale in cui Zobeida era entrata istigò la sua curiosità, dato che era stupendo e ricco di varie pietre preziose. Quella notte non essendo Zobeida ancora uscita dal palazzo, scoprì un giovane principe seduto vicino ad una nicchia intento a leggere il Corano e così decise di manifestarsi a lui, chiedendogli il motivo di tanta solitudine in quella città. Il principe affermò, presentandosi, di essere l'unico sopravvissuto all'ira di Allah, dato che suo padre aveva promosso la venerazione di un falso dio padrone del fuoco e non essendosi nessun cittadino convertito sebbene i numerosi richiami dell'unico dio esistente sull'Universo. I due passano un'interna nottata a conversare e così s’innamorano. Il giorno seguente Zobeida e il principe decidono di sposarsi, ma prima Zobeida doveva ritornare a Baghdad per sbrigare alcune faccende, possedendo lei un intero magazzino di mercanzie. Le sorelle, invidiose dei loro matrimoni non riusciti, gettano in mare di notte sorella e principe. Quest’ultimo muore, ma Zobeida riuscì a salvarsi nuotando verso un'isola sulla quale vivevano due serpenti enormi. Il secondo, più grosso del primo, mordeva in continuazione la sua coda e così Zobeida, afflitta da tanta crudeltà, scacciò il più grande con una pietra. Allora il serpente si tramutò in fata, riportando a Baghdad Zobeida e affidandole due cagne, sue sorelle, facendole promettere che le avrebbe frustate ogni sera per non fare la loro stessa fine.

Amina ebbe un destino forse meno crudele, ma ugualmente spietato. Essendo una delle donne più ricche di Baghdad, le venne presentata una richiesta di matrimonio con uno sconosciuto all'apparenza di umili origini. Amina celebrò le nozze con lui e questi le fece promettere che non avrebbe parlato d’ora in poi mai più con nessun altro uomo. Amina promette ma un giorno, recatasi al mercato, viene avvicinata da un venditore di stoffe pregiate che le propone un patto: la migliore seta per un bacio sulla guancia. Sfortunatamente il mercante, essendo un uomo rude e crudele, la ferisce alla guancia e fugge via, lasciandola sconvolta a terra e sanguinante. Tornata a casa il marito si accorge dell'incidente ed esige sapere cosa fosse accaduto. Al diniego di Amina, l'uomo minaccia di ucciderla, finché le suppliche della serva non gli fanno cambiare idea; l'uomo prende una frusta e scarnifica il seno di Amina, abbandonandola al suo destino per strada.

Il califfo Hārūn al-Rashīd, addolorato per il destino delle due donne, invoca la fata di Zobeida, supplicandola di cambiare il destino delle due infelici; lo spirito acconsente ritrasformando in umane le due cagne e dandole in spose con Sofia ai tre monaci, guarendo il seno di Amina e facendola ricongiungere con il suo sposo, che si rivelerà essere il figlio del califfo, ed infine lui per ultimo sposando Zobeida.

Sindibàd il Marinaio e i suoi viaggi[modifica | modifica sorgente]

Il quinto viaggio di Sinbad: l'uovo del Roc.

Alla fine della 536ª notte, Sharāzād narra l'ambientazione dei racconti di Sinbad il marinaio (o Sindibàd): ai tempi di Hārūn al-Rashīd, califfo di Baghdad, un nullatenente facchino (un uomo che trasporta dei beni per conto altrui al mercato e in città) si ferma su una panca a riposare fuori del cancello della villa di un ricco mercante e si lamenta con Allah dell'ingiustizia del mondo, dove i ricchi vivono tra gli agi mentre egli deve lavorare duramente e nonostante ciò rimanere povero. Il padrone della casa ode le lamentele del facchino e lo manda a chiamare. Si scopre che entrambi si chiamano Sinbad. Il ricco Sinbad riferisce al Sinbad povero che egli divenne ricco, grazie alla fortuna e al favore del destino, nel corso di cinque meravigliosi viaggi, che inizia così a narrare.

Nel primo viaggio Sinbad con la sua nave giunge su un'isola, in realtà un grosso pesce mostruoso che distrugge l'intero equipaggio, non uccidendo però il capitano. Sinbad si salverà grazie alla benevolenza del re di un'isola lì vicino. Nel secondo viaggio l'eroe sbarca su un'isola dominata da serpenti e avvoltoi giganti sul quale suolo spuntano una miriade di diamanti grossi come noci di cocco. Sinbad si farà portare su un nido e ne ruberà decine per riportarli a Baghdad. Nel terzo Sinbad, catturato da un orco da un occhio solo (molto simile al Polifemo dell'"Odissea") e riuscito a scappare accecandolo con un tronco infiammato, viene sorpreso dall'arrivo di un serpente gigante. L'eroe riesce a salvarsi solo costruendosi intorno una grande gabbia impenetrabile e venendo poi recuperato dall'equipaggio di una nave di passaggio. Nel quarto viaggio Sinbad approda dalla Persia su una terra abitata da cannibali i quali lo catturano assieme ai compagni per farlo ingrassare affinché fosse ben panciuto per essere cotto e mangiato.

Sinbad fa di tutto per restare magro e così riesce a fuggire. Successivamente l'eroe giunge su un'isola governata da un re il quale fa calare in una tomba sia il defunto che la persona ancora in vita di una coppia sposata. Sinbad viene calato assieme al corpo della moglie sposata, morta per malattia, e si salva solo uccidendo nella fossa le persona calate ancora vive con i morti, alle quali era stato dato da bere e da mangiare per sette giorni. Nel quinto viaggio il mercante approda su un'isola abitata da uccelli giganti rapaci. I compagni distruggono un uovo di enormi dimensioni e ne mangiano il contenuto, causando le ire dei genitori. Rimasto solo, Sinbad approda su un'altra terra dove vive un vecchio che, essendo in realtà fortissimo, lo costringe a divenire suo schiavo. Sinbad si salverà facendolo ubriacare per ucciderlo e poi baratterà le noci di cocco locali con delle spezie per tornare a Baghdad. Negli ultimi due viaggi Sinbad si schianta su una montagna composta da vari minerali quali rubino, zeffiro, cristallo e topazio e, navigando, scaverà delle incisioni per rubare un po’ di quel materiale per scambiarlo a Baghdad; e per finire approda in un'isola per ordine del califfo dove abbondano gli elefanti. Uccidendo molti di questi animali, Sinbad ruberà le zanne d’avorio dalle carcasse e li commercerà a Baghdad diventando ricchissimo.

Una storia di mele e d’amore[modifica | modifica sorgente]

Moschee di Samarcanda

Hārūn al-Rashīd, volendo sapere se la situazione della sua città fosse delle migliori, chiese a un pescatore di rendergli il suo guadagno giornaliero, pagandolo. L'uomo gli consegna un baule che però contiene il corpo di una donna e così il califfo ordina a Jafàr di indagare, pena la vita se non gli avesse portato il colpevole. Jafàr non riesce nell'impresa e si prepara a essere impiccato, tuttavia compaiono due personaggi: un giovane e un anziano i quali si accusano di essere gli artefici del delitto. I due figuri vengono portati a corte dal califfo e il più giovane incomincia a raccontare la sua storia: egli uccise la moglie a causa di tre mele, delle quali una presa dal figlio e rubatagli da uno schiavo. Infatti l'uomo, vedendo lo schiavo e facendosi dire che gliel'aveva data una donna in cambio di un fugace rapporto sessuale, decapitò la donna, per poi pentirsene dopo il racconto del figlio. L'uomo anziano è il suo suocero e ora il califfo ordina che il colpevole non era altri che lo schiavo imbroglione. Jafàr viene incaricato nuovamente di scovare l'uomo nei meandri di Baghdad ma l'impresa risulta impossibile, finché non trova il malfattore nel servo che svolgeva le faccende in casa sua, grazie alla rivelazione della figlioccia. Jafàr conduce a corte lo schiavo e fa un patto con il califfo Hārūn al-Rashīd. Se lo avrebbe dilettato con una piacevole storia, lo schiavo avrebbe avuto salva la vita.

I protagonisti sono Nur ed-Din e Mohammed Shams ed-Din, entrambi fratelli divisi da un accecante odio. Infatti i due, servendo devotamente il sultano d’Egitto, avevano litigato riguardo al fittizio matrimonio futuro tra i loro figli per la dote. Ora Nur ed-Din è costretto a vagare nel deserto ma viene accolto dal visir del califfo di Bassora che lo nomina suo successore, dopo che si è sposato con la figlia del ministro e ha avuto un bambino di nome Hasan Badr ed-Din. Accade però che Nur ed-Din si ammala gravemente e così fa testamento, annotando tutto il suo viaggio su un quaderno che dona al figlio Hasan. Morto Nur ed-Din, Hasan passa ben due mesi a compiangere il padre, causando così le ire del califfo dato che non si occupava più degli affari di Stato che ordina di ucciderlo. Hasan fugge nel cimitero per piangere ancora sulla tomba del padre, per poi addormentarsi. Durante la notte giungono un genio e una fata i quali, vedendo la bellezza stupefacente del giovane, decidono di farlo sposare con la figlia di Shams ed-Din, divenuto primo ministro del sultano. Infatti non c’era tempo da perdere perché il sultano, offeso da Shams il quale non voleva farlo sposare con la figlia prestando fede al patto fatto con il fratello Nur ed-Din quando erano ancora in buoni rapporti, aveva ordinato che la principessa si sposasse con il più brutto e gobbo degli schiavi. Hasan ed-Din viene sollevato e portato nella città de Il Cairo dove stanno per celebrarsi le nozze. Grazie alla sua bellezza e ad un'astuzia del genio, Hasan riesce a conquistarsi tutte le simpatie della corte nuziale e perfino le attenzioni della sposa. Il gobbo viene allontanato dal genio e così Hasan può trascorrere una piacevole notte d’amore con la principessa, dichiarandole di essere il suo vero sposo in quanto la presenza del gobbo era solo uno scherzo. La principessa se ne rallegra, ma di notte il genio solleva nuovamente Hasan Badr ed-Din per portarlo ancora dormiente di fronte alla moschea di Damasco. Il giovane viene preso per pazzo, ma subito accudito da un pasticcere che lo istruisce nel suo mestiere. Intanto al Cairo la sposa Dama di Bellezza non trova più Hasan Badr ed-Din e chiede sua notizie al padre che rimane sconvolto e adirato con lei per aver ripudiato il gobbo, ancora sconvolto dal sortilegio che gli aveva scagliato il genio il giorno prima. Il visir Shams, trovando il turbante dello sposo, scorge il quaderno datogli da Nur ed-Din in punto di morte e riconosce in lui suo nipote.

La moschea degli Omayyadi

Dalla relazione tra il nipote e la figlia Donna era nato un ragazzino di nome Agìb. Giunto a 10 anni, Agìb viene mandato a scuola ma la mancanza del padre lo fa diventare aggressivo e crudele coi compagni che, consigliati dal maestro, lo umiliano in quanto non conosce l'esistenza del vero padre (infatti fino a quel momento Shams ed-Din si era finto suo genitore). Ora quindi il problema è trovare Hasan che nel frattempo è diventato un abile pasticcere amato dal popolo di Damasco. Deciso s ritrovare il nipote, Shams ed-Din parte con figlia e nipote, giungendo a Damasco. Deciso Agìb a visitare la città con l'eunuco, incontra il pasticcere Hasan ed-Din il quale, pur non avendo mai conosciuto il figlio, nutre forti sentimenti d’amore paterno nei suoi confronti. Tuttavia Agìb, sebbene in buoni rapporti col pasticcere, rimane confuso dalle sue smancerie e fugge.

Continuando le ricerche, la brigata giunge a Bassora dove è ancora in vita la sposa di Nur ed-Din la quale, riconoscendo Shams ed-Din e il nipote Agìb, si scioglie in calde lacrime e si unisce a loro per tornare al Cairo. Passando di nuovo per Damasco, Agìb vuole passare attraverso Porta Paradiso per giungere alla moschea e incontra di nuovo il pasticcere che fino a quel momento non ha nemmeno pensato di nutrire qualche risentimento nei suoi confronti. Agìb mangia ancora alcune delle focacce di Hasan ed-Din assieme al servo e poi ritorna alla tenda del nonno. Parlando il giovane a Shams della squisitezza delle tortine, la vedova di Nur ed-Din rimane sconvolta dichiarando che solo suo figlio era in grado di preparare le focacce migliori dell'intera zona. Per essere sicura la donna si portare anche una delle pizzette di Hasan e appena le assaggia ne rimane sconvolta: quelle erano opera di suo figlio! Deciso a riprenderselo, Shams ed-Din, per fargli uno scherzo, lo fa catturare con l'accusa di aver venduto una focaccia malcotta e senza pepe e lo fa scortare prigioniero fino al Cairo dove si prepara l'esecuzione. Ma Shams ed-Din, atteso pazientemente che Hasan si addormentasse, lo fa collocare sul letto proprio nella stessa posizione assieme a Dama di Bellezza come dieci anni prima. Hasan ed-Din al risveglio si trova confuso e crede che tutto sia stato un sogni, incitato anche dalle menzogne studiate della sposa che lo invita a coricarsi e a godere l'amore. Tuttavia il principe non si lascia convincere e il giorno dopo appena vede Shams ed-Din lo ingiuria ritenendolo responsabile delle sue sciagure. Ridendo, il visir gli racconta tutte le sue avventure e le disgrazie che è stato costretto a subire a causa delle burle di un genio, come gli aveva riferito il gobbo, e lo abbraccia come nipote e successore. Allora Hasan ed-Din scoppia in un pianto liberatorio ed abbraccia tutta la sua famiglia finalmente riunita.

Terminata la storia, Jafàr ottiene la liberazione del suo schiavo e torna a casa.

Processo per la morte di un giullare gobbo[modifica | modifica sorgente]

Nel regno di Tartaria un giullare gobbo viene invitato da un sarto a mangiare e bere per far divertire la moglie. Per disgrazia lo storpio rimane strozzato con una lisca di pesce e così il sarto lo porta nella casa di un dottore, facendogli credere che sia in fin di vita. Il dottore, vedendo il cadavere, si spaventa molto e per non avere guai lo cala nel camino del vicino: un sovrintendente del sultano locale. Il musulmano, vedendo il corpo in piedi sotto il camino, crede che sia un ladro e lo malmena, ma poi scopre che è morto e lo getta in strada dove vi inciampa un mercante cristiano ubriaco. Alla fine della notte tutti e quattro i malfattori vengono catturati e portati a corte del sultano, dato che il gobbo era il suo buffone. L'ordine che dà il sultano è l'esecuzioni di tutti i colpevoli mediante l'impiccagione; ma il mercante cristiano, uno dei condannati, lo prega di ascoltare la sua storia; e così avverrà per tutti i condannati.

Storia dei condannati[modifica | modifica sorgente]

I sette fratelli

Il mercante racconta di aver incontrato un altro nobile e giovane mercante il quale lo accompagnò in alcuni affari vendendo legumi. Al momento di dividersi il guadagno, il mercante lascia l'amico straniero coi soldi e parte per svolgere altri affari, raccomandando l'amico di tenere pronti i soldi da dargli quando sarebbe tornato. L'uomo giunge a Baghdad dopo un anno e con la mano destra mozzata; il cristiano si accorge solo durante il banchetto dell'incidente e gli chiede di raccontargli i suoi viaggi.

Il mercante racconta che trovandosi in una città per i suoi affari incontrò una bella dama alla quale volle regalare una preziosissima stoffa. La donna misteriosa per ringraziarlo lo invitò a casa sua e dal loro incontro nacque l'amore. Tuttavia il mercante nel comprare vari doni per la ragazza, sperperò tutti i suoi averi e così fu costretto a rubare. Non essendo esperto e scaltro nel mestiere, si fece subito scoprire dal cavaliere derubato che ordinò di tagliargli la mano destra. Così avvenne e il mercante fu subito soccorso dalla sua amata alla quale nascose in un primo momento il segreto terribile. Tuttavia la donna lo venne a sapere e capì il truce atto commesso dall'amato per farle solo del bene e così gli donò una piccola somma di denaro affinché il mercante riuscisse a tornare a Baghdad, per poi morire di dolore.

Il secondo a parlare è il sovrintendente del sultano il quale narra di essersi trovato la sera scorsa a un banchetto e di aver assistito a un fatto molto strano. Un invitato non voleva mangiare una zuppa d’aglio ma fu costretto a compiere l'atto. Tuttavia questi fece promettere ai commensali che si sarebbe purificato nel migliore dei modi dopo aver mangiato la zuppa, mostrando loro inoltre di essere privo del pollice sia nelle mani che nei piedi. Concluso il rito di purificazione, il personaggio inizia a raccontare la sua storia.

Egli era un nobile mercante oriundo di Baghdad, giunto in città per affari e un giorno s’innamorò della prima cliente venuta nella sua bottega. Era bellissima, favorita della regina Zobeida, moglie del califfo Hārūn al-Rashīd. Questa, sebbene all'inizio non lo facesse accorgere, s’innamora subito del mercante e gli propone un giorno di farlo entrare di nascosto a palazzo affinché potesse essere sottoposto al giudizio della regina. Egli accettò e, chiuso in un baule, fu trasportato dentro la reggia, eludendo i controlli delle guardie. Prostratosi davanti a Zobeida, questa riconosce nel mercante un grande e nobile uomo e così acconsente alle nozze che si celebrano in un clima di grande gioia. Tuttavia il mercante, mangiando una zuppa d’aglio, si sporca le mani e non se le lava. Ciò fa molto adirare la principessa sua sposa che lo ingiuria e minaccia di punirlo severamente per non essere stato educato e civile nel lavarsi le mani. Il mercante, confuso, cerca di rimediare promettendo alla principessa che ogni qualvolta mangiasse quell'intingolo, egli si sarebbe purificato per ben 120 volte le mani. La sposa accetta, tuttavia gli fa tagliare i pollici delle mani e dei piedi per dargli la giusta punizione.

Finita la storia, è la volta del dottore che si prostra ai piedi del sultano, chiedendogli di ascoltare la sua storia.

Egli, avendo curato nella sua vita moltissimi pazienti, un giorno gli capitò uno in particolare che aveva la mano destra mozzata, sebbene all'inizio non lo avesse mostrato. Guarito dal suo male, il giovane che si rivela essere un commerciante pieno di poderi, racconta al medico la sua storia.

Sin da piccolo questo ragazzo aveva desiderato di viaggiare in Egitto, terra splendida dei faraoni cantata e celebrata dai mercanti e dai poeti; sebbene il padre iperprotettivo glielo proibiva. Recatosi a Damasco per affari e alloggiando in un alberghetto, il giovane incontra una ragazza misteriosa e stupefacente che lo sfida. Dato che il giovane subito le aveva dichiarato il suo amore la donna per metterlo in guardia gli aveva promesso che il giorno seguente gli avrebbe portato in casa un'altra donna ancor più bella. Il mercante spavaldamente dichiara di essere fedele solo a lei, ma la notte seguente si ricrede e la dama misteriosa se ne accorge. Infatti durante il banchetto serale, la donna più giovane e bella dell'altra, cade a terra morta avvelenata, mentre l'altra fugge. Di lei resta solo una preziosa collana che il mercante il giorno seguente, porta al magazzino per venderla ai mercanti. Un gioielliere per imbrogliarlo lo accusa di averla rubata e gli fa tagliare la mano destra. Il giovane sfortunato sarà vendicato solo dal governatore della città che, riconoscendo la collana di sua figlia, fa uccidere il gioielliere e invita il ragazzo a raccontargli la sua storia. Al termine il governatore confida al giovane che le due signore non erano altre che le sue figlie e così per risarcirlo dei danni gli fa donare una piccola somma di denari.

Illustrazione della favola

Ultimo a raccontare le sue avventure è il sarto. Egli si trovava a un banchetto e qui incontrò due strane persone: un giovane zoppo e un barbiere erudito che si odiavano l'un l'altro. Il primo allora incomincia a raccontare la sua situazione, incitato dal padrone di casa. A Baghdad lo zoppo era assai rispettato per la sua dote, tuttavia odiava le donne. Si ricrede appena vede davanti alla sua finestra una bellissima fanciulla, figlia di un potente funzionario della città. Allora il giovane crede di non poter conquistare quella magnificenza e sprofonda in uno stato di malinconia che lo fa ammalare gravemente. Un’anziana amica lo aiuta, rivelando alla fanciulla l'amore del ragazzo.

La fanciulla alla notizia che il ragazzo stava tremendamente male per lei, acconsente a un incontro segreto. E così il giovane, ristabilitosi in men che non si dica, fa chiamare un barbiere per farsi radere. Tuttavia quello che gli viene presentato è, oltre che un barbiere, un noto filosofo rompiscatole che lo intrattiene con lunghe chiacchiere, ricordandogli che il padre del ragazzo lo ammirava e lo amava molto per i suoi discorsi eloquenti. Dopo tre ore in cui l'uomo ha discorso di vari argomenti, facendo andare su tutte il cliente, che doveva essere alla moschea per mezzogiorno per l'incontro, il barbiere lo serve come si deve ma gli chiede di venire con lui all'incontro. Il giovane per levarselo di torno scappa di nascosto alla moschea e poi giunge in casa dell'amata, senza sapere che il barbiere lo pedinava. Entrati in casa, il barbiere, per stanare il suo cliente, si mette a urlare dicendo che nella casa stavano maltrattando il suo padrone. Ne segue un tremendo trambusto che finisce con la fuga e la caduta del giovane amante che si azzoppa ad una gamba. Finalmente il ragazzo riesce a liberarsi della tremenda presenza del barbiere ma con una gamba rotta e privo del suo unico e grande amore.

Allontanatosi dalla festa, è la volta del barbiere che comincia raccontando della sua cattura assieme ad altri ladri, che lui riteneva gentiluomini, durante un tragitto sul Tigri. Condotto alla presenza del sultano, il barbiere gli racconta l'equivoco per averlo scambiato per un ladro e poi gli narra le disavventure dei suoi sei fratelli: Baqbùq, Bakbarah, Baqbàq, Al-Kawz, Al-Shashar e Shaquàliq. Il primo era gobbo e fu preso in inganno da una crudele fanciulla che era amata da lui, costringendolo a tessere stoffe gratis e a compiere piccoli lavori manuali. Il secondo, sempre a causa di una donna, fu tratto in inganno in un'imponente magione con l'obbligo di sopportare tutti i loro soprusi, affinché avrebbe potuto avere un rapporto sessuale con la padrona. Il terzo, cieco dalla nascita, fu imbrogliato da un ladro, anche lui fintosi cieco e costituitosi alle guardie, confessando il proprio misfatto, ovvero quello di fingersi cieco per rubare soldi e violentare ragazze. Il quarto, per causa del sortilegio di un mago cattivo, fu accecato ad un occhio dalla folla la quale, sempre ingannata dallo stregone, credeva di comprare carne umana nel suo magazzino. Il quinto, avendo fatto un sogno rivelatore e invitato da una vecchia imbrogliona serva di una padrona altrettanto scaltra e crudele, viene privato delle orecchie e gettato in una fossa assieme ad altri cadaveri. L'uomo tuttavia non muore e si vendica dell'abuso uccidendo i servi della magione e minacciando la padrona di risarcirlo. La donna lo promette, ma di nascosto lo fa passare come un crudele usuraio e quindi l'uomo viene prima denunciato dalle guardie e poi derubato di tutti i suoi averi. L'ultimo fratello, divenuto povero per una disgrazie, viene condotto alla corte di un uomo giocherellone ma gentile che muore senza lasciargli in eredità niente. Quindi l'uomo viene prima cacciato dal palazzo e poi catturato da un cattivo beduino che lo mutila alle labbra per poi abbandonarlo sulle montagne.

Terminata la storia dei fratelli, il barbiere viene congedato dal sultano.

Terminata l'ultima storia dal sarto, il califfo si commuove molto e decide di risparmiare la vita dei quattro condannati a patto che però venga condotto alla sua presenza il barbiere, ormai anziano. L'uomo giunge e subito viene attratto dal gobbo, cominciandolo ad esaminare. Il giullare non è affatto morto ma solo bloccato nei movimenti dalla lisca di pesce; così il barbiere gliela toglie. Il gobbo torna in vita e così il califfo, più allegri che mai, lo colma di oro.

Ali ibn Bakkàr e Shams an-Nahàr[modifica | modifica sorgente]

Il principe di Persia e la bella Shams an-Nahàn

Questa storia è assai simile al tragico amore del mito greco di Piramo e Tisbe il quale ha a sua volta ispirato William Shakespeare per la stesura di Romeo e Giulietta.

Come Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti, i protagonisti sono il principe di Persia ibn Bakkàr e la principessa Shams an-Nahàr (Sole del giorno), favorita del califfo di Baghdad Hārūn al-Rashīd. Il principe, trovatosi di fronte alla ragazza all'improvviso in una bottega, se ne innamorò perdutamente e la volle seguire nella sua abitazione. La casa di Shams era il palazzo del califfo, stupendo a vedersi, con una cupola enorme sorretta da centinaia di colonne d marmo bianco, piena di dipinti e affreschi.

Addio di due amanti, dipinto di Frank Dicksee (1884)

Il principe, accompagnato da un amico, esplode dalla voglia di avere qualche momento d’intimità con Shams an-Nahàr, sebbene sappia che la ragazza fosse già promessa sposa del califfo; e per questo gravi dolori opprimono il suo animo. Anche Shams an-Nahàr freme dal desiderio di essere tra le braccia del misterioso principe e così appena si vedono, si baciano con tanta passione che svengono. Quando i due vengono soccorsi il guaio è bello che fatto, ma i due amanti continuano a carezzarsi dolcemente e ad ascoltare la musica, cantando anche loro col liuto, comunicandosi affettuose e commoventi frasi.

Purtroppo quello sarà il loro primo, vero e più bell'incontro, perché il califfo, fattosi annunciare dai servi, stava per introdursi nel palazzo, costringendo il principe Ali a fuggire con l'amico bottegaio. Giunto in casa il giovane incomincia a piangere senza freno e a invocare inutilmente il nome della sua amata, percuotendosi il petto e giurando di lasciarsi morire di fame se non l'avrebbe rivista; e così accade anche per Shams an-Nahàr, che addirittura già si era sentita male dopo aver avuto il colloquio col califfo. Ora l'unico modo che hanno Ali e Shams an-Nahàr per comunicare sono le lettere, tristi lettere piene di speranza che i due si mandano tramite la serva fidata e il fedele bottegaio, cercando invano di rivedersi un'ultima volta, per poi morire in pace. Dopo che il bottegaio lascia Ali per affari, facendolo cadere nel più grave sconforto, sopraggiunge un nuovo personaggio: un mite gioielliere che si propone di farsi amico della confidente di Shams an-Nahàr per aiutare Ali. Dopo vari tentativi accade che i due servi riescono a combinare un incontro segreto tra i due in una delle tante case del gioielliere. Ali e Shams an-Nahàr non resistono all'attesa e muoiono dalla voglia di abbracciarsi teneramente un'altra volta, ma quell'incontro sarà segnato da un triste evento. Infatti Ali e Shams an-Nahàr verranno rapiti da una banda di ladri che l scorta nel loro covo a Baghdad, per poi rilasciarli, essendo venuti a sapere dal gioielliere chi in realtà fossero e in che guaio andavano incontro. Così finalmente Ali e Shams an-Nahàr vengono liberati, ma ormai pare che i due abbiano perso totalmente la possibilità di vedersi un'ultima volta… e così accade. Pochi giorni dopo accade che una serva cattiva della principessa confida tutto al califfo e questi fa arrestare la donna e manda una pattuglia per Baghdad in cerca del principe di Persia. L'uomo riesce a fuggire ma viene derubato assieme al gioielliere di tutti i suoi averi da un'altra banda di malviventi. Questo era davvero il colmo per il debole cuore di Ali ibn Bakkàr che si lascia morire in una moschea lì vicino. Shams al-Nahàr già era spirata poco dopo l'incontro amoroso col califfo che le aveva perdonato tutto. Sebbene costretti a vivere separati l'uno dall'altro, il popolo di Baghdad esige che i due vengano seppelliti insieme e così avviene.

L'amore di Qamar al-Zamàn e di Budùr[modifica | modifica sorgente]

Ritratto di Budùr

In un'isola vicino al golfo della Persia, il sultano Shahzamàn, sebbene in tarda età, ha un figlio con una schiava, che chiama Qamar al-Zamàn Luna del tempo). Il giovane cresce sano e bello, tuttavia rifiuta a diciassette anni di sposarsi, provocando le ire del padre. Così accade anche nella lontana Cina, dove la principessa Budùr, figlia del re, rifiuta di prendere marito, dato che così perderebbe ogni sua autorità. Entrambi i giovani vengono richiusi in una torre, ma una notte un genio e una fata decidono di farli incontrare, facendo trasferire Budùr nella segreta di Qamar al-Zamàn. Per testare se i due veramente si amavano, la fata fa svegliare prima il principe che, vedendo la bellezza di Budùr, scambia il suo anello con lei e poi si riaddormenta. Avviene lo stesso per la principessa cinese che, svegliata a colpi dal genio, ama teneramente il principe e poi riprende sonno. Il giorno dopo però Qamar al-Zamàn non ritrova più la donna amata, riportata di nascosto dal genio in Cina, ed ora che egli finalmente si era convinto di prendere moglie, per di più con la passione nel cuore, ha perso forse per sempre l'occasione di rivederla ancora una volta.

Lo stesso accade che per Budùr che, ridestandosi senza il suo amore, scoppia in pianto, causando le ire e le preoccupazioni del padre che chiama immediatamente i migliori medici per assicurarsi che non fosse diventata pazza. Tuttavia i medici e i maghi non riescono a guarire il male d’amore di Budùr e per questo vengono uccisi. Solo il principe Qamar al-Zamàn, con l'aiuto dell'istruito figlio della nutrice della principessa, compie un lungo viaggio in Oriente, sotto le false vesti di un astrologo, riuscirà a guarire Budùr che gli si getta al collo piangente di gioia. Il re acconsente al matrimonio dei due e finalmente Budùr e Qamar al-Zamàn, sposati, possono recarsi verso la Persia per recare la gioiosa notizia al vecchio Shahzamàn. Tuttavia durante il viaggio, Qamar al-Zamàn, giunto nei pressi dell'isola d’Ebena, smarrisce il talismano preferito di Budùr, rubato da un malefico uccello, e così è costretto a lasciare la sua sposa, giungendo in un villaggio dove i musulmani come lui sono terribilmente odiati.

Per fortuna un venerabile contadino lo accoglie e lo cura, mentre Budùr giunge sull'isola, decisa a non lasciarsi abbandonare alla disperazione dopo la perdita di Qamar al-Zamàn. La principessa giunge nella grande città, sotto le falsi vesti di Qamar al-Zamàn e viene invitata dall'anziano re locale a sposarsi con la figlia. Infatti nella città nessuno si è accorto del travestimento di Budùr e tutti la riconoscono come il nuovo re Qamar al-Zamàn. Solo la principessa varrà a conoscenza del segreto di Budùr che invano aspetta notizie riguardo al suo amato. Intanto Qamar al-Zamàn,ritrovato il talismano e 100 giare contenenti oro, cerca di partire alla ricerca di Budùr ma non vi riesce. Sarà a Budùr stessa a scoprirlo e condurlo a corte dove rivela tutta la storia al vecchio re dell'isola ancora vivente. Avviene così un duplice matrimonio di Qamar al-Zamàn con Budùr e la principessa Hayat an-Nufùs (Vita delle anime); dalla loro unione nasceranno due figli: Assad e Amgiad, l'uno di Budùr e l'altro di Hayat an-Nufùs. Divenuti grandi e forti accade che i due principi diventano oggetto di desiderio per le proprie madri. Infatti le regine, madri opposte l'un dell'altro, hanno intenzione di avere rapporti incestuosi con Assa e Amgiad. La notizia sconvolge i principi che rifiutano disgustati le profferte amorose delle madri le quali, indignate, supplicano il re Qamar al-Zamàn di far uccidere i ragazzi perché le hanno violentate.

La regina Morgiana

Il re, credendo a questa calunnia, fa allontanare con un emiro i ragazzi affinché vengano uccisi ma l'uomo non ha il coraggio di decapitare due ragazzi così stupendi, belli e soprattutto innocenti, per cui si limita a mandarli il più lontano possibile dal regno. Assad e Amgiad giungono in una città ma il primo viene catturato da una setta di sadici adoratori di falsi dei protettori del fuoco i quali hanno intenzione di sacrificarlo. Amgid, messosi alla ricerca del fratello, conosce prima una donna vogliosa e lussuriosa che uccide e poi un guardiano di nome Bahram, segreto leader della setta demoniaca, che si finge suo amico, dopo che il principe gli ha salvato la vita da una denuncia. Tuttavia accade che Bahram di nascosto preleva Assad dalla sua prigione e si dirige verso il loro luogo sacro per sgozzarlo, se non fosse per una regina fortemente nemica di quel movimento religioso chiamata Margiana, che riesce a salvare il condannato.

La donna riconosce in lui un giovane colto e pieno di vita e decide di adottarlo come figlio. Tuttavia quella notte Assad viene nuovamente rapito dalla setta che lo riconduce nella sua cella per subire tremende punizioni. Ormai pare che per Assad non ci siano più speranze ma Bostan, la figlia di uno dei più anziani e crudeli della setta, mostra compassione per lui e progetta di liberarlo. Finalmente i due potranno essere salvati da Amgiad, divenuto gran visir di quella città che fa uccidere con l'aiuto di Morgiana la tremenda setta. Nello stesso giorno giungeranno due eserciti guidati rispettivamente da Shahzamàn ancora in vita, alla ricerca del figlio Qamar, e da Ghayur, re della Cina venuto in cerca della figlia Budùr. Ora che la famiglia, dopo l'ultimo arrivo, quello di Qamar con le mogli con cui ha fatto pace, Assad e Amgid si sposano con Morgiana e Bostan per vivere insieme felici e contenti.

Nur ed-Din e la bella Persiana[modifica | modifica sorgente]

La bella Persiana

Nella città di Bassora il giovane figlio di Khacan: Nur ed-Din conduce una vita agiata di dongiovanni, grazie all'impiego del padre presso la corte del sultano. Una sera, dopo un banchetto, il sultano convince il visir Khacan a procurargli la più bella schiava persiana che esistesse sulla terra, dopo aver preso una scommessa. Il visir la trova in un'affascinante e seducente concubina chiamata appunto “Bella Persiana”. Tuttavia la ragazza viene insidiata da Nur ed-Din che se ne innamora perdutamente e vorrebbe portarsela via. Il visir, dapprima arrabbiato col figlio ma poi contento della scelta, dato che in fondo il sultano si divertiva con decine di concubine, accetta di far unire Nur ed-Din con la persiana, a patto che questi non la abbandoni mia dopo la sua morte. Morto Khacan, Nur ed-Din sperpera tutti i suoi averi con falsi amici e ad un certo momento della sua vita si ritrova costretto a vendere la schiava persiana per sanare i debiti. Al mercato il giovane incontra il nuovo visir Saouy, uomo crudele che odiava particolarmente suo padre, il quale vuole comprare la schiava per molto meno dei soldi versati anni prima da Kahacan per acquistarla. Inoltre Saouy minaccia Nur ed-Din di fare la spia al sovrano di Bassora, rivelandogli che il giovane si era tenuto la ragazza anziché consegnargliela. Infuriato Nur ed-Din lo percuote di legnate e botte, facendolo scappare dal sultano a cui racconta tutto.

Così avviene che la bella persiana e il suo sposo sono costretti a fuggire a Baghdad dove si rifugiano presso un padiglione custodito dal vecchio Shaykh Ibrahìm che li accoglie benevolmente. L'uomo, essendo anziano e sempre solo, decide di banchettare e divertirsi con la bella persiana e Nur ed-Din per festeggiare l'avvenimento, ma accade che, accendendo troppe luci, attira le attenzioni del califfo Hārūn al-Rashīd, suo padrone. Il nobile assiem a Jafàr e all'eunuco Masrùr si dirige vestito da pescatore al padiglione dove incontra i tre ubriachi che schiamazzano e ridono in preda all'euforia del vino. Accade che perfino Shaykh cerca di bastonarlo ritenendo il califfo uno straccione, ma questi si fa riconoscere, pretendendo di volere avere come concubina la bella persiana e di affidare a Nur ed-Din il trono di Bassora, licenziando suo cugino. Firmata la lettera per il sultano, Hārūn al-Rashīd manda a Bassora Nur ed-Din che però viene arrestati a causa di un altro imbroglio del visir Saouy. Tuttavia proprio mentre sta per essere eseguita la condanna a morte del giovane, giunge a Bassora il visir Jafàr per consegnare una sorta di ricevuta firmata dal califfo di Baghdad per la consegna della persiana. Finalmente Nur ed-Din viene incoronato re di Bassora e il vile Saouy viene fatto decapitare.

Il re Badr e la principessa Giawhara[modifica | modifica sorgente]

Badr nell'isola della maga Lab

Il re attuale della Persia era vecchio e senza eredi, così un giorno decise di comprare una schiava da un mercante. La donna bellissima, stupefacente e incantevole si rivela una degna compagna del re, tuttavia all'inizio appare silenziosa per via del suo triste passato. Infatti la donna era sorella di Salih, re del Popolo del Mare, discendente del re Salomone, al quale disobbedì e fu venduta come schiava. Passato un anno dal primo incontro tra il re e la schiava Giulnar, la donna si dimostra riconoscente per i bel trattamento riserbatole e promette al re che avrà un figlio: Badr. Cresciuto il giovane come meglio si poteva, a 20 anni egli è ancora senza moglie e così il re Salih si accorda con Giulnar, ormai divenuta regina dopo la morte dell'anziano sposo, per provare con Giawhara, bellissima figlia del sovrano marino Samandal: uomo crudele e scorbutico. Badr per errore sente tutta la conversazione della madre e dello zio e così immediatamente s’innamora di quella principessa che non ha nemmeno visto, soffrendo indicibili pene.

Salih che se ne accorse, si presentò da Samandal per invocare la sua clemenza a concedergli la mano di Giawhara per Badr, ma ne nasce una lotta che culmina con la cattura di quest’ultimo da parte di Salih. Giawhara fuggì su un'isola dove per caso giunse anche Badr, dopo aver entrambi saputo l'esito dello scontro, e ora la principessa, venuta a sapere chi fosse il suo coinquilino dell'isola, lo tramuta in uccello. Badr così, disperato, vola per la terra finché non viene catturato da un mercante che lo consegna ad un re. L'uomo, ammirato dalla bellezza del pennuto, lo fa ingabbiare ma la figlia nota che la bestia era un uomo vittima di un sortilegio e lo libera. Ritrasformato in uomo, Badr chiede al re una nave per tornare in Persia e il re gliela concede; ma durante il viaggio Badr fece naufragio, finendo in una terra sconosciuta, abitata da animali di vario genere e da una maga potente e cattiva: Lab. Per fortuna Badr viene salvato da un vecchio sopravvissuto di nome Abdallàh. L'uomo è riuscito a scampare alle ire della maga grazie alla sua perspicace proposta di unirsi a lei nel catturare le vittime per poi essere tramutate in bestie, avendo sposato la regina.

Tuttavia Abdallàh quando vede Badr riconosce in lui un nobile uomo e così decide di rompere il patto con Lab e di aiutarlo, proponendogli di farsi sposare dalla regina affinché potesse rompere i suoi incantesimi grazie a dei segreti che il vecchio gli rivelerà. Badr così prende in moglie Lab e dopo 40 giorni dal matrimonio la regina prepara una focaccia magica che trasformerà Badr in animale. L'uomo con una scusa si reca da Abdallàh che gli consiglia di sostituire con un'altra pizza la focaccia e di far mangiare alla regina la vera focaccia avvelenata. Il piano di Abdallàh funziona alla perfezione: Badr sostituisce la focaccia di Lab con la sua e così la regina dopo essersi fatta scoprire pronunciando le parole magiche, finge di aver giocato; ma Badr non scherza e le fa assaggiare la sua stessa medicina, facendola tramutare in cavalla. La megera viene condotta da Badr fino ad un villaggio lungo il cammino di ritorno per la Persia, e qui una vecchia lo inganna, convincendo Badr a venderle la cavalla. La donna anziana si rivelò essere la madre della maga beffata che la riporta alle sue vere sembianza. Pare che per Badr non ci fossero più speranza di salvezza, ora che è stato tramutato ds Lab nuovamente in uccello e per giunta in gufo; ma la madre Giulnar e la nonna vengono a saperlo e si fiondano sulla città di Lab con tutto l'esercito del Mare, distruggendo Lab per sempre. Le regine di Persia avevano saputo della cattura di Badr grazie all'aiuto di una schiava traditrice di Lab, che ora vogliono far sposare con Badr. Tuttavia il principe persiano è ancora innamorato di Giawhara, sebbene cosciente del male che gli aveva recato. Tuttavia Badr decide di riprovarci, facendo pace con il re Samandal, conquistando così per sempre la mando della sua amata.

Ghanim e la principessa Tormenta[modifica | modifica sorgente]

Illustrazione della favola

Nella città di Damasco il mercante Ghanim svolge i suoi compiti con grande capacità di persuasione e con grande prolificità. Un giorno egli, trovatosi per affari a Baghdad, scopre un baule contenente una principessa svenuta. L'uomo con grande stupore raccoglie e cura la fanciulla che pian piano si riprende. Essa si rivelerà essere la principessa Tormenta, favorita del califfo Hārūn al-Rashīd, già sposato con la maga Zobeida. Infatti è stata proprio questa a far catturare Tormenta e a farla rinchiudere nel baule, pronto per essere sotterrato. Ora che Ghanim l'ha salvata Tormenta è presa da un folle desiderio di amarlo e ciò avviene anche per il suo cavaliere che tuttavia scoppia in pianto. Tormenta chiaramente comprende i pensieri di Ghanim e di fatti anche lei è molto addolorata perché consapevole del loro amore impossibile, visto che il califfo di lì a poco sarebbe tornato a palazzo da una sua spedizione e certamente avrebbe chiesto sue notizie. Tuttavia, mentre i due innamorati si consumano nel loro dolore, la regina Zobeida sta progettando un piano per far risultare la scomparsa di Tormenta un tragico incidente. Infatti la donna fa intagliare un pezzo di legno a forma di cadavere, di seguito avvolto in un lenzuolo e infine stipato in una bara all'interno di un mausoleo.

Per concludere l'opera Zobeida avrebbe inventato qualche sciocca giustificazione per spiegare la morte della favorita. Il califfo Hārūn al-Rashīd giunge a palazzo e chiede notizie della sua amata, quando gli si para piangente Zobeida che gli rivela tutto. Il califfo, sebbene addolorato, non crede alle sue storie e a di persona a far aprire il mausoleo, quando poi si ritira sconvolto alla vista del sudario, credendo che Tormenta sia morta veramente. Per qualche tempo pare che il califfo si sia dimenticato del lutto della sua favorita, quando a palazzo giunge una lettera firmata da Tormenta. La ragazza dichiara che fino a quel momento era scomparsa perché rapita dagli emissari di Zobeida, ma per fortuna era stata trovata e curata dalla bontà di Ghanim. Leggendo il nome del mercante però il califfo va su tutte le furie e fa punire severamente sia Tormenta internandola in una torre che la famiglia di Ghanim (visto che questi era scomparso dalla città sotto le vesti di uno schiavo per non farsi riconoscere).

La madre e la sorella di Ghanim al contrario subiscono una severissima punizione, venendo addirittura esiliate da Damasco e costrette a vagare nei pressi di Baghdad. Fortunatamente le due vengono salvate dal primo ministro della città. Nel frattempo Hārūn al-Rashīd, ripensando alle sue azioni, comprende di aver agito troppo precipitosamente senza aver ragionato sulla situazione e così ritira tutti i castighi inflissi sia per Tormenta che per Ghanim, che fino a quel momento non si era riuscito a trovare. Liberata Tormenta, questa si reca per la città in cerca dell'amato e, dopo essersi riconciliata con la madre e la sorella, lo trova moribondo su una lettiga. Al contrario delle aspettative dei medici, Ghanim si riprende completamente appena vede davanti a sé Tormenta, giuliva per la benedizione del califfo riguardo al loro sposalizio.

Il principe Zeyn Al-Asnàm e il re dei Geni[modifica | modifica sorgente]

Testa di Genio di origine romana (II secolo)

Nella città di Bassora il nuovo reggente Zeyn Al-Asnàm anziché seguire le orme del genitore parsimonioso e amante del popolo, spreca tutte le sue ricchezze, arrivando sull'orlo della bancarotta e di essere deposto dal popolo. In seguito a questa terribile situazione, Zeyn ogni notte sogna un uomo anziano che gli promette di farlo diventare ricco se avrebbe cambiato modo di governare, dimostrandosi così degno dei suoi segreti. Finalmente una notte il vecchio del sogno gli comunica di scavare nello studio del padre, con la promessa che avrebbe trovato vari vasi d’oro e una stanza contenente nove colonne d’oro massiccio con attaccate altrettante splendide statue. Il principe obbedisce alle rivelazioni del vecchio e il giorno dopo scopre tutte le ricchezze che aveva visto nella visione. Tuttavia Zeyn nota che la nona colonna è priva della statua: al contrario vi è scritto un biglietto da parte del padre che lo esorta a recarsi nella città de Il Cairo in Egitto alla ricerca del servitore Mubarak. Quest’uomo lo avrebbe aiutato nell'impresa di trovare l'ultima statua. Senza leggere una seconda volta Zeyn parte subito per la Terra delle Piramidi e trova il servitore con cui intraprende un lungo e fantastico viaggio verso la Città dei Geni. Questo è un luogo totalmente sconosciuto alla gran parte del genere umano, perché abitato da spiriti che possono prendere sia forme mostruose e grottesche di demoni con ali da pipistrello e volto da leone con corna di bufalo oppure tramutarsi in bei giovinetti molto assomiglianti agli “eroti” angelici della Grecia.

Traversato il lago che li separa dalla città a bordo di una barca con un traghettatore alquanto bizzarro dalla testa di elefante e il corpo di una tigre, Zeyn e Mubarak giungono alla Città dei Geni. La roccaforte e il palazzo sono immensi e qui Mubarak ordina al viaggiatore di evocare il re dei geni, intimandogli dopo la sua apparizione di farsi chiedere dove si trovasse la nona statua preziosa, in quanto figlio del re di Bassora. Il genio appare in forma di giovane, segno che è di buon umore e pronto ad ascoltare il principe che gli ripete un giuramento di fedeltà e la richiesta della statua. Il genio acconsente a rivelargli il segreto e di seguito gli ordina di portargli la più pura e la più casta delle ragazze di Persia, aiutandolo con uno specchio magico. Zeyn così riparte dalla città e in breve tempo trova con lo specchio la famosa ragazza che rapisce dal padre con un imbroglio per non spaventarla del suo destino. La fanciulla si lascia condurre fino alla Città dei Geni, quando scoppia in pianto intuendo il suo triste destino. Tuttavia Mubarak e Zeyn non fanno caso alle sue suppliche. Tornati a Bassora, Zeyn scende le scale del sotterraneo e nella stanza, al posto della statua, trova la ragazza che aveva rapito con Mubarak: era lei la statua più preziosa. Con il consenso del re dei geni, Zeyn sposa la fanciulla, dando origine ad una nuovo ramo della sua stirpe.

Alì Babà e i quaranta ladroni[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Alì Babà e i quaranta ladroni (fiaba).
Ritratto di Alì Babà (1909)

Ali Baba è un taglialegna molto povero. Un giorno, mentre Ali taglia legna, sente delle voci. Si nasconde sopra un albero, dal quale ascolta il capo di una banda di 40 ladroni pronunciare la formula magica che permette l'apertura della roccia di una caverna: «Apriti, Sesamo!» e la formula magica per richiuderla: «Chiuditi, Sesamo!». Dopo che i ladroni (entrati precedentemente all'interno della caverna) ne escono e si allontanano, Ali Baba pronuncia a sua volta la formula e penetra nella caverna, scopre tesori ammassati al suo interno e preleva una parte d'oro. Suo fratello, Qāsim, che è abbiente per aver sposato la figlia di un ricco mercante, ma che non ha aiutato mai il fratello indigente, è sorpreso dall'improvvisa fortuna di Ali Baba che gli rivela la sua avventura. Qāsim si reca allora alla caverna ma, turbato dalla vista di tante ricchezze, non ricorda più la formula che gli permetterebbe di uscirne. I banditi lo sorprendono nella grotta, lo uccidono e tagliano a pezzi il suo cadavere. Ali Baba, inquieto per l'assenza del fratello, si reca alla grotta e ne scopre i resti, riportandoli presso la sua abitazione. Con l'aiuto di Margiāna, sua schiava assai abile, riesce a inumare suo fratello senza attirare l'attenzione dei vicini.

I banditi non ritrovano più il cadavere e capiscono che un'altra persona conosce il loro segreto. Finiscono per trovare l'abitazione di Ali Baba. Il loro capo si fa passare per un mercante d'olio e chiede ospitalità ad Ali Baba. È accompagnato da un convoglio di muli carichi di 38 giare. Una di esse è piena in effetti di olio ma ciascuna delle restanti 37 nasconde un bandito. Insieme hanno progettato di uccidere Ali Baba nel sonno. Margiāna scopre il loro piano e uccide i banditi nascosti nelle giare, versando olio bollente in ognuna di esse. Quando il capo va a cercare i suoi complici, scopre i suoi complici morti e fugge.

Per vendicarsi, qualche tempo dopo, il capo dei banditi s'insedia come commerciante nella zona e avvia un legame d'amicizia col nipote di Ali Baba, che nel frattempo aveva ripreso gli affari del padre. Il bandito è invitato a mangiare nella casa del nipote, ma Margiāna lo riconosce. In onore degli invitati ella esegue una danza, nel corso della quale manovra una spada che, improvvisamente, pianta nel cuore del capo dei banditi. Così la storia termina positivamente per Ali Baba e la sua famiglia, fatta eccezione per l'egoista fratello Qāsim.

Aladino e la lampada magica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Aladino e la lampada meravigliosa.

In Cina, un ragazzo povero di nome Aladino vive di rendita, finché non incontra un vecchio. Questi gli indica un luogo segreto pieno di ogni sorta di meraviglie, intimando il ragazzo di andargli a prendere quante più ricchezze. Tra le mille monete d'oro Aladino trova anche una lampada magica. Strofinandola al giovane appare subito un genio pronto ad eseguire i suoi desideri. Allora Aladino si diverte volendo un tappeto volante e desiderando sposare la principessa Jasmine (il nome è Badroulbadour nella versione originale). Ma purtroppo il vecchio che gli aveva consigliato di andare a cercare la lampada è un perfido stregone disposto a tutto pur di ottenere il prezioso oggetto per sé. Su questo racconto è stato tratto un film della Disney, intitolato Aladdin (e seguito dai sequel Il ritorno di Jafar e Aladdin e il re dei ladri, e dalla serie televisiva da esso tratta).

Codadad e i suoi fratelli[modifica | modifica sorgente]

Incisione ritraente Codadad e i fratelli

Nel regno di Harran il sultano ottiene 49 figli da diverse schiave e bandisce la concubina Piruzè, considerandola sterile. Tuttavia la donna darà alla luce un bambino più forte e intelligente degli altri 49 che chiamerà Godadad. Egli cresce sano e forte e decide a 18 anni di presentarsi alla corte di suo padre per prestare i suoi servigi, senza comunicargli però che è suo figlio. Il compito di Codadad è portato così magnificamente a termine che il sultano lo fa suo consigliere personale, ma un giorno i fratelli, gelosi di lui, lo traggono in inganno. Con la scusa di una battuta di caccia i giovani si allontanano dal palazzo, per far ricadere la colpa su Codadad che presto, incitato anche dal sultano, corre a cercarli. Durante il viaggio Codadad si ritrova in una pianura su cui sorge un castello con una principessa affacciata alla finestra che invita il giovane ad allontanarsi, visto che la magione è abitata da un uomo cannibale. Ma Codadad non si lascia intimidire e ben presto, quando si trova davanti l’orco, lo uccide facendolo a pezzi. Liberata la principessa, il giovane libera anche tutti gli altri prigionieri del castello, inclusi i suoi fratelli.

Durante il viaggio di ritorno la principessa di Deryabar decide di raccontare ai giovani la sua storia. Ella era figlia di un nobile re, ucciso dalla cieca cupidigia di un giovane figlio della regina saracena che egli un giorno ha condotto in salvo. Il grave gesto era stato commesso perché il re non aveva permesso a quel giovane di sposarsi con la principessa. Fuggita dalla città, la donna viene accolta da una nuova famiglia reale e si sposa con il principe. Tuttavia il suo nuovo marito non vivrà molto a lungo perché durante un’incursione di pirati, egli viene catturato e gettato in mare. Approdata su una terra sconosciuta la nave, il noto barbaro cannibale conosciuto da Codadad fa strage dei pirati e rapisce la ragazza. L’esercito di principi torna trionfale nel regno di Harran, ma una notte i fratelli sono ancora presi dall’impulso della gelosia e pugnalano di nascosto Codadad che tuttavia non muore.

La principessa di Dreyabar è disperata e corre a chiamare un chirurgo ma quando i due ritornano alla tenda il corpo del moribondo non c’è più. Sconsolata, la principessa cerca aiuto nelle braccia del sultano e della cortigiana Piruzè che fanno imprigionare immediatamente i 49 traditori per condannarli a morte. Dopo aver eretto un enorme e fastoso mausoleo in onore di Codadad, il sultano viene attaccato da un esercito messo su dai suoi nemici di confine. Pare che la sorte stia per capitolare proprio a favore di questi ultimi, quando dalla collina giunge una piccola armata condotta da un giovane urlante e pieno di ferocia che sbaraglia l’esercito nemico mettendolo in fuga. Si tratta proprio di Codadad salvato grazie alle cure di un contadino. Finalmente la famiglia può riabbracciarsi ed inoltre il fortunato sposo della principessa ordina che i 49 fratelli vengano liberati.

L’avventura del califfo Harùn al-Rashìd[modifica | modifica sorgente]

Dipinto ritraente il califfo Hārūn al-Rashīd e Carlo Magno

A Baghdad il califfo Hārūn al-Rashīd si trova a passeggio con il suo visir Jafàr e fa tre strani incontri. Il primo personaggio strambo che conosce è un mendicante cieco che gli chiede di schiaffeggiarlo ogni volta che gli avrebbe fatto l’elemosina, il secondo è un violento che frusta in continuazione una cavalla e il terzo è un ricco mercante tutto ben vestito; il califfo, stupito da questi tre figuri, ordina di condurli a palazzo per sentire le loro storie. Il primo, chiamato Babà Abdallà, narra la sua sventura capitatagli durante un viaggio per affari. Egli si trovava nel deserto coi suoi cento cammelli quando un viaggiatore gli chiese di aiutarlo nella ricerca di un tesoro magico. Il viaggiatore sosteneva che tali ricchezze si trovassero proprio da quelle parti grazie ai suoi poteri magici e che sarebbe stato in grado di regalarle a Babà se questi avesse spartito il bottino al 50%. Babà Abdallà accetta e così il viaggiatore separa due rocce enormi, facendo apparire alla vista del mercante un tesoro di proporzioni cosmiche. Quasi Abdallà non credeva ai propri occhi e con gioia accetta di regalare quaranta cammelli al viaggiatore misterioso che si allontana con la sua parte di bottino. Tuttavia il tarlo della gelosia e dell’ingordigia impedisce a Babà Abdallà di proseguire il suo viaggio di ritorno e così l’uomo persuade il viaggiatore pian piano a restituirgli tutto il suo carico e i quaranta cammelli. Come se ciò non fosse bastato a lui, Babà chiese al viaggiatore anche di sapere cosa contenesse un vaso curioso che egli possedeva. Il viaggiatore risponde che si trattava solo di un vasetto di pomata capace di far scorgere al proprietario che si spalmava la crema su un occhio di poter vedere qualsiasi cosa sconosciuta all’occhio umano e anche immense catene di tesori. Babà Abdallà immediatamente si spalma la pomata su entrambi gli occhi, disobbedendo alle avvertenze del viaggiatore, divenendo così cieco e povero.

Il secondo interrogato dal califfo è Sidi-Numan. Egli a causa della moglie Amina subì un terribile sortilegio. Dopo le nozze con la fanciulla, Sidi scopre che Amina si comportava in modo strano e che a volte aveva anche delle crisi; oltre a ciò ella scompariva misteriosamente ogni notte. Deciso ad indagare, Sidi-Numan scopre che la ragazza aveva dei rapporti con i demoni e che insieme a loro dissotterrava dei cadaveri per mangiarseli. Un giorno Sidi rivela ciò alla moglie e questa inferocita lo tramuta in cane per poi scacciarlo malamente. Fortunatamente il cane trova amicizia in un fornaio che lo accudisce e scopre che quell’animale sapeva riconoscere le monete false da quelle autentiche.

Erns Rudolf: Il rozzo mercante

Divenuto famosissimo, il cane viene convocato assieme al padrone da una giovane di famiglia nobile. Questa ragazza, essendo anche maga, scopre che il cane è un giovane vittima di un sortilegio e lo riporta alle sue originali sembianze. Sidi-Numa, deciso a sposarsi la ragazza e a vendicarsi, si fa consigliare su come escogitare un potente incantesimo e poi si dirige verso la sua vecchia casa. Con un astuto stratagemma, Sidi-Numan sorprende la strega Amina e la tramuta in cavalla, per poi saltarle in groppa e frustarla per ogni giorno della sua vita.

L’ultimo narratore è Hassan Alhabbàl, noto per essere divenuto ricco e benestante dalla sua condizione di miserabile. Egli vendeva corde per le strade povere di Baghdad quando un giorno due ricchi amici: Saadi e Saad decisero di usarlo per la loro scommessa. Infatti tra i due nobili c’era chi sosteneva di poter diventare ricco mediante l’accumulo smisurato di denaro e l’altro che stimava di poter vivere moderatamente spendendo quel che gli bastava per vivere. Decisi a scommettere che qualcuno poteva diventare ricco o no facendo fruttare una piccola somma che Saadi e Saad avrebbero dato a un poveraccio, i due scelgono Hassan. Essi gli donano 200 soldi col promessa che pochi mesi dopo sarebbero tornati per vedere se egli sarebbe divenuto più benestante, ma ciò non accade. Infatti il povero Hassan, messosi il gruzzolo nel turbante, viene derubato da un uccellaccio che gli sfila il copricapo col becco e vola via. Perdonato dai due amici con altre 200 monete, Hassan cade di nuovo preda della sfortuna perché messa la somma in un vaso di grano, l’oggetto viene preso dalla moglie che lo vende a dei mercanti.

I due amici Saad e Saadi avvertono Hassan per l’ultima volta e gli consegnano un pezzo di piombo. Un giorno un pescatore che cercava un po’ di piombo per le sue reti, chiese ad Hassan di dargliene un po’ e questi, ormai sconsolato visto che non sapeva cosa fare con un pezzo di piombo, glielo dona tutto. Quella notte il pescatore torna in casa di Hassan con un pesce enorme e glielo regala come ricompensa. Mentre la moglie del poveraccio squartava la bestia scorge un diamante preziosissimo e lo baratta con una famiglia ebrea per 100.000 soldi. Divenuto ora un po’ più ricco di prima, Hassan diventa un piccolo imprenditore e assume del personale per tessere e vendere le sue corde. Divenuto ancora più ricco, l’uomo ormai è noto in tutta la città e si compra una nuova casa più grande e lussuosa di quella di prima dove riceverà Saadi e Saad. Un giorno passeggiando con gli uomini, Hassan nota uno strano nido e ordina al servo di prenderglielo: si tratta dal suo turbante con ancora le monete d’oro del primo prestito, e questa scoperta avverrà anche per il secondo: infatti un servo di Hassan troverà un curioso vaso in un magazzino per mostrarlo al padrone e lui riconoscerà l’oggetto con i soldi.

Risarciti Saadi e Saad e vinta questa scommessa, i due amici tornano a casa.

Finita questa storia, il califfo si complimenta con Hassan e reca un po’ di soldi agli altri due, convincendo Sidi-Numan a perdonare la cavalla ritramutandola in umana.

Ali Cogia, il mercante di Baghdad[modifica | modifica sorgente]

Alcune ragazze siedono a guardare il cielo stellato (dipinto per Le mille e una notte)

Presso la pittoresca città di Baghdad vive il mercante Ali Cogia; un giorno questi viene incaricato di intraprendere un lungo viaggio di penitenza alla volta dell’Egitto. Preparandosi per la partenza, Ali nasconde i suoi averi in un vaso coprendoli con delle olive, successivamente lo consegna ad un amico intimandogli di tenere al fresco le olive. Il mercante promette, ma dopo sette anni la moglie, desiderosa di olive, gli chiede di andarle a prendere il cesto di Ali. L’uomo acconsente e con sorpresa scopre che sotto le olive, ormai fradice, vi era una grossa quantità di denaro. Subito l’uomo arraffa tutto e riempie il vaso di olive fresche che consegnerà pochi giorni dopo ad Ali, appena tornato dall’Egitto.

I mercante si riprende il vaso ma ben presto si accorge dell’imbroglio e non riesce ad avere il giusto castigo del truffatore per mancanza di prove. Così la notizia giunge fino alle orecchie del califfo Hārūn al-Rashīd il quale una notte si reca in giro per la città vestito da mercante come era solito fare. Passeggiando si ferma vicino la finestra di una casa povera dove dei bambini stanno giocando al processo tra Ali e il mercante imbroglione. Con grande stupore il califfo apprende che il mercante aveva ingannato Ali mettendo nel vaso delle olive nuove, sebbene si fosse più volte dichiarato innocente ma stabilire l’impossibilità del furto da parte dell’uomo era falso perché il vaso era stato in sua custodia per ben sette anni e il tempo avrebbe di certo rovinato le olive. Così il giorno dopo il califfo Harun convoca a corte il bambino prodigio il quale gli farà da testimone nel nuovo processo contro il mercante ladro che si terrà proprio nella sala. Dopo che Ali ha vinto la sua causa, il bambino viene ricompensato con una grande somma d’oro.

Il cavallo incantato[modifica | modifica sorgente]

Trionfo del cavallo alato

Nel regno della Persia viveva un importante sultano il quale organizzava ogni anno una festa sfarzosa e tanto ricca che coinvolgeva l’intero Stato. Un giorno durante la sacra celebrazione di tale solennità giunse un indiano il quale mostrò al sultano un cavallo di legno che era capace di sollevarsi e di portare il suo padrone in qualsiasi luogo egli desiderasse. Il sultano credette veramente alle parole dell’indiano quando questi si recò su una montagna e gli porse al ritorno un frutto molto particolare e ricercato. Il figlio del sultano Firuz-Shah era molto presuntuoso e volle spudoratamente salire in groppa al cavallo per vedere come funzionasse. Egli non sapeva nulla dei comandi della macchina e così girò una valvola librandosi in aria e non sapendo come scendere. Trovato il modo, Shah si trovava troppo lontano di casa, e si trovò costretto ad atterrare nel regno del Bengala in India. Il principe persiano atterrò proprio su un tetto di un nobile palazzo dove risiedeva una bellissima principessa. Egli inizialmente esitava, ma poi si introdusse nelle raffinate e profumate stanze della ragazza a cui raccontò tutta la sua travagliata storia. La principessa era di animo nobile e anziché denunciarlo ai genitori si innamorò perdutamente di lui, essendo il giovane di bell’aspetto e molto colto. Così i due nel cuore della notte iniziano a parlare delle loro vite e la principessa ad un certo punto, abbagliata dalle notizie riguardo allo splendore del regno della Persia, voleva seguire il suo innamorato, credendo che il suo regno fosse troppo povero e arretrato. I due così salgono sul cavallo che li porta in Persia. Fino a quel momento il sultano, disperato per la sorte del figlio, ritenuto ormai morto,

Ritratto della principessa del Bengala alla corte del sultano

aveva fatto incarcerare l’indiano ed ora, dopo la notizia dell’arrivo del figlio con una principessa, lo scacciò malamente. L’indiano non perdonò mai tale affronto e di fatti colse l’occasione per intrufolarsi di nascosto nella camera della principessa del Bengala. Infatti Firuz-Shah si era un momento assentato per discutere col padre delle sue nozze con la nobile ragazza. L’indiano si presentò al custode della principessa come un emissario del sultano venuto a prelevare la fanciulla, ingannando facilmente la sua vittima. La principessa viene così catturata dall’indiano che la porta lontano in India con il suo cavallo volante, tuttavia non la terrà a lungo con sé perché la fanciulla viene salvata dal sultano di quelle terre che fa decapitare il crudele rapitore. Successivamente il sultano progettava di sposare la principessa del Bengala, ritenendola tanto bella e splendente, ma questa non voleva proprio. Anzi, la fanciulla per evitare le nozze, si finse pazza e continuò questa recita per molte settimane. Intanto il promesso sposo Firuz-Shah, non perdendosi d’animo, si travestì da monaco e partì alla ricerca della sua amata.

In India il sultano convocava tutti i medici e gli stregoni più noti e potenti del luogo per poter curare la salute della principessa ma invano. Infatti questa continuava a manifestare la sua pazzia in maniera sempre più evidente e preoccupante, per poi smettere di sera. In quelle ore lei piangeva invocando il nome del suo sposo perduto. Dopo qualche tempo il monaco Firuz-Shah vennea sapere della storia di una certa principessa malata di mente che non poteva sposarsi con il sultano locale. Curioso, il monaco si fece presentare e scoprì che la principessa proveniva dal Bengala: la sua sposa perduta! Immediatamente il principe Shah inventò delle storie per visitare la principessa e riuscì a convincere l’animo travagliato del sultano indiano che lo fece accomodare. Così i due innamorati dopo mesi si ritrovavano e si abbracciavano passionalmente. Come fuga, Shah progettò di condurre la principessa in piazza della città sopra il cavallo alato magico che il sultano dell’India aveva fatto rinchiudere nel suo tesoro personale. Sopra la bestia avrebbe messo la principessa e ai fianchi della macchina avrebbe fatto collocare due bracieri che dovevano innalzare molto fumo di incenso per una sottospecie di rito magico. Ciò avviene e i due salgono nel momenti finale del rito sopra il cavallo che si libra in volo.

Il principe Ahmed e la fata Pari-Banu[modifica | modifica sorgente]

Il sultano e la principessa

Presso una città dell’India un re possedeva tre figli ed una nipote: Hussain, Ali, Ahmed e la fanciulla Nur an-Nahan. I tre fanciulli amavano molto la ragazza, tuttavia il padre per non suscitare uno scandalo decise di affidare la mano di Nur an-Nahan ad uno dei suoi figli. Così il sovrano ordinò ai figli di partire per il suo regno con il compito di trovare, entro un anno, qualcosa di talmente inestimabile e raro da convincerlo a cedere la mano di Nur an-Nahar. Ali, Hussain e Ahmed, il più giovane, si misero in marcia, accordandosi di ritrovarsi tutti in un determinato posto dopo che hanno comperato il famoso oggetto da trovare. Il primo, Hussain, si diresse verso Bisnagar dove si trovò contatto con i più valenti mercanti del mondo e soprattutto con le stoffe più pregiate e colorate. Infatti in quel posto giungevano venditori sia dalla Cina che dalla Persia e la qualità delle loro merci era eccellente; infatti Hussain rimase molto colpito dalla bellezza dei gioielli, dei bracciali e degli anelli tempestati di ogni sorta di zaffiro, smalto o diamante.

Tuttavia il principe non si era ancora deciso, quando scorse un mercante che gli offriva l’occasione di provare a comperare un tappeto magico capace di librarsi in volo. Hussain lo provò e fu costretto ad ammettere con stupore che l’uomo non gli mentiva, così lo acquistò per portarlo come regalo al padre. Il secondo figlio, Ali, si diresse verso Shiràz dove anche lui rimase stupito dalle meraviglie di quel posto. In particolare lo colpì un palazzo che possedeva la scultura di un uomo in oro massiccio. Ma anche lui era indeciso su cosa comprare per il sovrano suo padre, quando un venditore gli porse un piccolo cilindro d’avorio, simile ad un nostro cannocchiale, che era in grado di far vedere all’osservatore qualsiasi cosa desiderata, anche se era lontana migliaia di passi. Ali volle vedere la sua amata e così fu. Il terzo e più giovane fratello, Ahmed, giunse nel centro dell’India dove incontrò un mercante che gli offriva una mela in grado di guarire i malati con una sola annusata del suo profumo. Il principe volle testare l’oggetto su un moribondo lì vicino e il malato riacquistò subito la salute.

Comperati gli oggetti per il padre, i tre principi con un po’ di tempo si ritrovarono uno dopo l’altro nel luogo stabilito dove accadde qualcosa di spiacevole. Infatti Ali vide con il cilindro la sua principessa che era gravemente ammalata, così i tre fratelli si librarono in aria con il tappeto di Hussain e grazie alla mela magica di Ahmed Nur an-Nahar fu guarita. Il padre, vedendo l’utilità di ciascun oggetto e l’audacia di tutti e tre i principi, fu costretto ad indire una nuova prova per stabilire chi dei tre fratelli dovesse avere la mano della principessa. Fu organizzata una gara con l’arco: chi tirava più lontano la freccia avrebbe vinto. Ali, Hussain e Ahmed scoccarono le saette, tuttavia Ali vinse la gara, mentre la freccia di Ahmed non veniva trovata da nessuna parte. Hussain per il dolore si fece monaco e si ritirò in un tempio, mentre Ahmed volle avventurarsi alla ricerca della freccia, convinto di aver tirato più lontano del fratello. Vagando lontano dalla sua dimora reale, Ahmed scorse la freccia, rimbalzata su una roccia e poi, avviandosi ancora, scorse una caverna con un’entrata di ferro.

La dimora della fata Pari-Banu

Dentro vi dimorava la fata Pari-Banu, con il suo seguito di bellissime fanciulle vergini, spiritelli e Geni la quale, vedendo al bello Ahmed, non resistette alla passione e volle sposarlo subito. I due amanti rimanevano giorni e settimane crogiolandosi nel loro rapporto presso le lussuose stanze e i variopinti saloni della dimora della fata dentro la caverna. Finché un giorno Ahmed, sentendo la mancanza del padre, non chiese alla fata di lasciarlo andare a trovarlo per pochi giorni almeno per fargli sapere che era vivo e che stava bene. Inizialmente Pari-Banu rifiutò temendo di essere tradita, ma successivamente accondiscese alla partenza di Ahmed il quale fu ricevuto coi massimi onori dal vecchio padre. Ahmed ritornava più volte nello stesso mese a far visita al sultano, tuttavia taceva il luogo dove ora viveva, per promessa fatta alla sposa Pari-Banu. Però il padre un giorno volle scoprire dove alloggiasse il figlio Ahmed e così mandò una maga spia la quale, per farsi ospitare nella caverna del principe, fu costretta a fingersi malata.

Dietro questo trucco vi era il sospetto del sultano che il figlio Ahmed volesse ucciderlo e appropriarsi del trono, e le paure del sovrano erano alimentate dai crudeli consiglieri. La maga si fece curare con un rimedio afrodisiaco e visitò tutta la casa fatata per poi tornare dal padrone a riferire. La fata Pari-Banu, inizialmente non avendo raccontato nulla allo sposo Ahmed, aveva provato qualche sospetto. E di fatti il sultano, ricevuto a corte per l’ennesima volta il figlio, gli comunicò che aveva saputo dei poteri magici della sua sposa. Pertanto gli ordinò di fargli un favore: procurargli un padiglione tanto grande da poter coprire due eserciti della sua guardia reale. Il principe Ahmed, non potendo disobbedire né al padre né alla moglie, chiese a Pari-Banu questo favore che fu esaudito. La fata gli procurò un piccolo oggetto dorato che, dopo averlo messo sopra i due eserciti, divenne un padiglione dorato gigantesco. Il re rimase molto stupito da prodigio e per vedere di cos’altro fosse capace la maga Pai-Banu, per poter arrivare così a scoprire i presunti piani rivoluzionari del figlio Ahmed, chiese al principe di recarsi nuovamente nel suo rifugio segreto dalla sposa. Infatti il sultano aveva finto un terribile malanno che lo costringeva a letto, perciò il figlio doveva chiedere alla sposa un rimedio per guarirlo.

La fata allora disse ad Ahmed di recarsi in un luogo remoto dell’India dove si stagliava un maestoso palazzo che conteneva una fontana miracolosa chiamata “Fonte dei Leoni”. Lì il principe avrebbe trovato due leoni addormentati che sarebbero stati svegliati da altri due ruggenti. Ahmed avrebbe dovuto dare loro dei pezzi di carne per poter accedere alla fonte magica; ma ciò era solo un trucco della fata perché in realtà i leoni erano docili. Infatti Pari-Banu aveva perfettamente compreso i piani del crudele padre e così facilitò l’impresa allo sposo per preparare il colpo finale. Infatti ad Ahmed, portata l’acqua miracolosa al sultano suo padre, il re gli chiese un ennesimo favore: condurre a corte un uomo alto meno di un metro e con una spranga di ferro. Questo buffo personaggio era in realtà il fratello della fata Pari-Banu, così brutto e gobbo da fare paura a chiunque. La fata lo invocò e lo condusse con Ahmed dal sultano che ne provò subito ribrezzo e si nascose il volto, mentre il gobbo lo ingiuriava. Infine il mostriciattolo uccise sia il re che il suo seguito con la spranga magica e diede il trono ad Ahmed e Pari-Banu. Anche gli altri fratelli del nuovo sultano furono premiati: Hussain divenne il consigliere del sultano e Ali ebbe una provincia dell’India.

La favola delle tre sorelle[modifica | modifica sorgente]

Il palazzo del sultano

Nell’impero della Persia viveva e regnava il sultano Khoshr-Shah il quale decise di prendere moglie poco dopo l’ascesa al trono. Camminando per la sua città di notte vide tre sorelle in una povera casa che conversavano. Le tre parlavano silenziosamente manifestando i loro desideri per il futuro e la più piccola espresse la voglia di sposarsi il sultano. Il sovrano rimase stupito da quella dichiarazione il giorno seguente fece convocare tutte le sorelle, prendendo in moglie la minore e facendo maritare le altre con due suoi ufficiali. Le due sorelle, essendo gelose della più fortunata, vollero vendicarsi e ogni volta che la favorita del sultano partoriva un bambino, lo sostituivano con un essere morto, nascondendo il pargolo in una cesta che gettavano nel fiume.

La sultana partorì in tutto due maschi e una femmina, sottrattegli con astuzia dalle sorelle, e il sultano, adiratosi molto con la moglie che non gli generava un erede, la fece rinchiudere in una moschea dove veniva ricoperta di insulti e sputi da parte dei passanti, sotto stretto ordine del re. I tre fanciulli intanto vennero raccolti l’uno dopo l’altro dal giardiniere del sultano il quale gli allevò come suoi figli col massimo amore e con le migliori istruzioni. Chiamò inoltre il più grande Bhambam, il secondo Perviz e la minore e più saggia Parizade. Un giorno, dopo la morte del giardiniere, una vecchia donna musulmana giunse a casa dei tre fratelli e colloquiò con Parizade, rivelandogli il segreto dell’esistenza di tre oggetti fantastici e meravigliosi molto difficili da trovare. Erano un uccello variopinto capace di parlare come un uomo, un albero che al posto delle foglie aveva delle bocche che cantavano melodie armoniose e per ultimo dell’acqua con il colore simile all’oro. La principessa ne parò coi fratelli e il maggiore decise di andare alla ricerca di tali oggetti verso Oriente, non prima di aver donato alla sorella un pugnale magico. Se egli fosse morto, l’arma si sarebbe ricoperta di sangue.

I valorosi che scalano la montagna maledetta

Dopo un lungo viaggio, il fratello maggiore trovò sotto un albero un vecchio monaco che ripulì dalla lordura e a cui curò la barba lunghissima. Il derviscio per ringraziarlo gli comunicò la strada da prendere per raggiungere le tre cose desiderate. Dapprima il viaggiatore si sarebbe trovato a cavallo davanti ad una grande altura di rocce, che avrebbe dovuto scalare per arrivare all’uccello parlante ingabbiato. Tuttavia un coro di voci avrebbe cercato con insulti e minacce di impedire la sua scalata, ma se il principe si fosse voltato indietro sarebbe stato tramutato in pietra assieme al cavallo. Ciò era successo anche ad altri avventurieri e quindi inizialmente il monaco tentò di convincere il giovane a non tentare l’impresa, ma invano. Bhambam, come gli fu insegnato dal vecchio, si fece dare da lui una palla magica che gettò a terra e che inseguì fino al luogo desiderato, si recò sull’altura e appena iniziò la scalata le voci minacciose furono così forti che egli si spaventò e cadde.

Nella caduta si voltò indietro e si tramutò in sasso. Parizade si accorse della morte del fratello vedendo il pugnale e così mandò anche il fratello Perviz alla ricerca dell’uccello parlante e degli altri due oggetti. Questa volta Parizade si sarebbe accorta dell’esito del viaggio del secondo fratello usando delle perle incantate. Purtroppo anche Perviz fallì nell’impresa, voltandosi indietro quando sentì il primo insulto, e morì trasformato in roccia. Infine Perizade decise di partire alla ricerca degli oggetti da lei desiderati, e, compiendo tutto ciò che le ordinò di fare il vecchio monaco, come con gli altri fratelli, giunse all’altura. Qui non ebbe paura e rise degli insulti, arrivando fino in cima e liberando l’uccello parlante. Questi si dichiarò suo servo e la principessa gli ordinò di farsi indicare dove fossero gli alti oggetti magici: l’albero parlante e l’acqua gialla colore oro, e poi disse al pennuto di trasformare in umani tutte le pietre sotto l’altura. L’uccello magico fece tutto ciò che le aveva chiesto la buona Parizade ed infine se ne tornò a casa con i doni. Pochi giorni dopo i principi Perviz e Bahmbam si recano a caccia nelle vicinanze della loro casa e si imbattono nel vecchio sultano Khoshr-Shah che, incuriosito dalla virtù, dalla bontà e dall’audacia dei due giovani, decide di invitarli nel suo palazzo. I due principi trascorrono le più belle giornate della loro vita nella reggia del sultano che, volendo conoscere anche la saggia sorella dei due giovani, dopo che questi gli raccontarono la storia della loro tramutazione in pietra, chiede loro di presentargliela. Intanto Parizade, sotto consiglio dell’astuto uccello parlante, immerse delle perle in un cocomero, per fare una sorpresa al sultano. Bahmbam e Perviz, dopo essersi scordati due volte di invitare a palazzo con loro la sorella, la terza volta glielo dissero e questa conobbe per la prima volta il benevolo sultano.

L’uomo, riconoscendo nella fanciulla una sgargiante bellezza e onestà, volle andare a visitare la sua casa e così accadde. Il giorno seguente Khoshr-Shah giunse con il suo corteo nella modesta abitazione dei tre fratelli, dove egli si stupì molto alla vista del bellissimo orto, della melodiosa armonia dell’albero cantante, dell’acqua color oro nello stagno e specialmente dell’uccello parlante che accolse benevolmente il sovrano. Sedutisi i presenti a mangiare, Parizade come da programma consegnò una fetta di cocomero al sultano che ci trovò immerse delle perle splendenti. Il sultano chiese che mai fosse quella stranezza e l’uccello gli disse che ciò era lo stesso esempio degli altri sotterfugi che gli commissionarono le due sorelle cattive della sua precedente sposa. Il sultano comprese tutto, abbracciò i suoi tre figli commosso, liberò dalla sua sventura la povera sultana e mandò a morte le megere.

Temi e il tempo delle storie[modifica | modifica sorgente]

Le tematiche principali dei racconti de Le mille e una notte sono l'amore, il viaggio, la sorte dei personaggi e soprattutto l'elemento soprannaturale. Tutti i personaggi, spesso giovani e ragazze, hanno come unico scopo l'amore l'un per l'altra e di ottenere questo oggetto del desiderio in qualunque maniera. Gran parte delle storie, come le novelle del Decameron di Giovanni Boccaccio e dei Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer ha come elemento principale il destino del protagonista, costretto ad intraprendere viaggi pieni di peripezie oppure a cercare la soluzione di più enigmi avvalendosi solo delle sue capacità intellettive e della sua astuzia.

Tuttavia ciò che distingue Le mille e una notte dalle altre due raccolte (scritte secoli dopo questa) è l'aspetto e le caratteristiche dei personaggi. Mentre i protagonisti del Decameron o dei Racconti di Canterbury sono gente povera e semplice o contadini, quelli delle Mille e una notte sono quasi tutti nobili e di elegante costume. Al contrario i personaggi di Boccaccio e Chaucer sono più dediti ad essere volgari o rozzi e ad usare più l'astuzia e l'imbroglio rispetto all'intelligenza e al buon senso per ottenere ciò che vogliono.

Il secondo elemento principale delle favole delle Mille e una notte è il sovrannaturale. Gran parte delle storie hanno come "demiurghi" del destino del protagonista dei geni ovvero degli spiriti di enormi dimensioni in grado di prendere la forma sia di demoni che di bei ragazzi. Questi, capaci di fluttuare nell'aria, si mettono d'accordo con delle fate loro alleate per capovolgere il destino di un personaggio non appena questi sta per avvicinarsi all'oggetto da lui desiderato, permettendo così la svolgimento di una nuova girandola di peripezie. Ma nelle storie i geni e le fate non solo agiscono contro la volontà dei protagonisti, ma anche a favore.

Spesso accade che proprio grazie all'aiuto di uno di questi geni o fate il personaggio riesce a soddisfare le sue passioni e i suoi desideri, facendo pensare che l'introduzione di questi spiriti nella storia facciano pensare ad un collegamento con il deus ex machina delle tragedie greche. Anche in questi scenari (messi i atto da Eschilo, Sofocle ed Euripide) la figura del dio è assai presente nelle storie dei protagonisti, facendogli cambiare ideali e pensieri a suo piacimento e determinandone in maniera concreta il destino; per poi riapparire di fronte all'eroe alla fine della storia, ristabilendo l'ordine delle azioni sconnesso dalla Hýbris (peccato) dell'eroe protagonista. Euripide nei suoi spettacoli romperà questo saldo collegamento tra dio ed eroe, facendo sì che i personaggi protagonisti agissero di spontanea volontà, senza essere condizionati da interventi divini. Tuttavia la figura del deus ex machina non sarà modificata.

In tutto le storie principali raccontate da Shahrazàd sono 24, molte delle quali contengono altre piccoli racconti al loro interno. Per completare e risolvere tutte queste "scatole cinesi" la principessa persiana impiega molte notti, più di dieci per concludere una singola intera favola. Ciò porta il numero delle notti, in cui vengono narrate al sultano le storie, al numero 1000. Questo elemento del tempo è presente anche nelle opere di Boccaccio e Chaucer: nel Decameron i protagonisti (10 in tutto) raccontano 10 novelle in 10 giorni, portando il numero dei racconti a 100. Resta incerto lo schema seguito da Chaucer nelle storie dei pellegrini di Canterbury perché l'opera non è stata ultimata a causa della morte dell'autore.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ " Panciatantra " : padre di tutte le novelle

Illustratori delle Mille e una notte[modifica | modifica sorgente]

Le mille e una notte a fumetti
  • Brothers Dalziel, Illustrated Arabian Nights Entertainments, Ward, Lock and Tyler, London 1863-65
  • Gustave Doré (e altri), Les mille et une nuits, Hachette, Paris 1865-66
  • Henry Justice Ford, The Arabian Nights Entertainments, Longmans, Green and Co., London 1898
  • William Heath Robinson, The Arabian Nights Entertainments, Newnes, London 1899
  • Edmund Dulac, Stories from the Arabian Nights, Hodder and Stoughton, London 1907
  • Maxfield Parrish, The Arabian Nights, Charles Scribner's, New York 1909
  • René Bull, The Arabian Nights, Constable, London 1912
  • Duilio Cambellotti, Le mille e una notte, Istituto Editoriale Italiano, Milano 1914
  • Edward Julius Detmold, The Arabian Nights, Hodder and Stoughton, London 1924
  • Leon Carré, Les mille et une nuits, Editions Piazza, Paris 1926-1932
  • Marc Chagall, Four Tales from the Arabian Nights, Pantheon Books, New York 1948
  • Arthur Szyk, The Arabian Nights, Limited Editions Club 1954
  • Mario Morelli di Popolo e di Ticineto, “Alf leila u leila”, Cairo (Egitto) 1957/1958

Le Mille e una notte in musica, cinema e teatro[modifica | modifica sorgente]

Una delle più famose sequenze del Il fiore delle Mille e una notte di Pier Paolo Pasolini

Il fiore delle Mille e una notte[modifica | modifica sorgente]

Pier Paolo Pasolini

Il film, uscito nel 1974, è l'ultimo della cosiddetta "Trilogia della vita" di Pier Paolo Pasolini. L'opera include le novelle più esemplari, caratterizzanti e di maggior spicco amoroso e sessuale della raccolta Mille e una notte. Pasolini però, cambiando la sceneggiatura originale, introdusse un prologo non presente nella raccolta, ossia la storia del giovane mercante Nur ed-Din e della schiava saggia Zumurrùd. Le vicissitudini di questi due personaggi danno vita alla vicenda di un terzo protagonista, un vecchio e gaudente poeta che, incontrando tre bei giovani neri, decide di portarseli nella sua tenda e di divertircisi, mentre gli racconta un'altra storia. Di seguito, dopo la presentazione di Nur ed-Din e Zumurrùd, si passa alla storia principale del film, ossia la vicenda di Aziz, Aziza e della maga Budùr che raggiunge il culmine della passione amorosa e della bellezza sessuale. Da questa storia un avventuriero decide di cercare un modo per sposare una bella principessa, offrendosi di dipingerle un quadro e per far ciò assolda due pittori monaci. Anche i due raccontano durante la lavorazione le loro rispettive storie. Al termine di questo grande gruppo di storie, raccontate da delle fanciulle a Nur ed-Din, giunto a Baghdad per trovare la sua amata, il giovane protagonista si riconcilia con Zumurrùd e diventano sovrani della città.

Il film rispecchia nella chiave narrativa e nelle tecniche di incastonatura delle storie in altri racconti, il testo a cui è ispirato. Lo stesso vale per il ritmo delle vicende, per i comportamenti dei personaggi e per le regole da rispettare affinché gli innamorati possano dare prova del loro amore alle principesse.

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