Matte World Digital

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Matte World Digital
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Stato Stati Uniti Stati Uniti
Fondazione 1988 a Novato
Fondata da
Sede principale Novato
Persone chiave Craig Barron
Settore Intrattenimeto
Sito web www.matteworld.com

La Matte World Digital è una società di effetti visivi con sede a Novato, California, specializzata in effetti matte painting realistici e ambientazioni digitali per film, televisione e giochi elettronici[1]

Storia[modifica | modifica sorgente]

L'azienda, inizialmente chiamata Matte World, è stata co-fondata nel 1988 da Craig Barron (supervisore agli effetti visivi), Michael Pangrazio (artista matte painting) e da Krystyna Demkowicz (produttore)[2]. Barron e Pangrazio avevano lavorato insieme alla Industrial Light & Magic, a partire dal 1979, quando contribuirono a creare i matte painting per il film di George Lucas Guerre stellari - L'Impero colpisce ancora[2]. Barron e Pangrazio continuarono a lavorare come artisti del matte painting con la troupe della ILM su importanti film come I predatori dell'arca perduta[3], e E.T. l'extra-terrestre. Barron ha lasciato la ILM nel 1988 dopo aver prestato servizio per quattro anni come supervisore della fotografia nel reparto di matte painting della società[4]. Nel 1992, la società è stata rinominata Matte World Digital, per riflettere i nuovi strumenti tecnologici a disposizione degli artisti di matte painting. Da allora, la MWD ha creato matte digitalie di ambienti per i film diretti, fra gli altri, da Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, James Cameron e David Fincher. Barron attualmente è l'unico proprietario della Matte World Digital e nel 2008 ha celebrato il ventesimo anniversario della società.

Innovazioni digitali[modifica | modifica sorgente]

LA MWD è stata la prima compagnia di effetti visivi ad applicare il rendering con l'algoritmo radiosity nel film Casinò di Martin Scorsese (1995)[5]. Il rendering con il radiosity ha consentito la prima vera simulazione di luce diffusa in un ambiente generato al computer[6]. Questo ha permesso di ricreare la Las Vegas degli anni settanta, simulando l'illuminazione di milioni di luci al neon[7].

Per il film di David Fincher Il curioso caso di Benjamin Button, una delle sfide per la MWD era quello di creare 29 matte painting digitali della stazione ferroviaria di New Orleans e con diverse viste nel corso del tempo. Per realizzare tutte queste scene da un modello 3D, la società ha utilizzato il software di rendering Next Limit della Maxwell, uno strumento di visualizzazione architettonica, rinnovando il software per riprodurre accuratamente l'illuminazione del mondo reale[8]. Quando Fincher chiese una ripresa dall'elicottero a bassa quota di Parigi, Barron prese delle foto digitali di riferimento, da un elicottero sorvolante la città a una quota più alta (come richiesto dalle leggi emesse successivamente all' 11 settembre). Poi il team della MWD utilizzò un simulatore di volo per determinare le viste aeree ad una altezza inferiore. Una volta che l'altezza e gli angoli furono elaborati nel simulatore e approvati da Fincher, fu elaborato un modello in CG ad alta risoluzione per ottenere una ripresa aerea interamente generata al computer[8].

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ About Matte World Digital. URL consultato il 04 marzo 2012.
  2. ^ a b Mark Cotta Vaz, Craig Barron, The Invisible Art: The Legends of Movie Matte Painting, San Francisco, Chronicle Books, 2002, pp. 197 e 212.
  3. ^ Richard Rickitt, Special Effects: The History and Technique, 2ª ed., Billboard Books, 2007, pp. 202-203.
  4. ^ Biografia di Craig Barron, IMDb. URL consultato il 04 marzo 2012.
  5. ^ Richard Rickitt, Special Effects: The History and Technique, 2ª ed., Billboard Books, 2007, p. 209.
  6. ^ SIGGRAPH 1998 - Matte Painting in the Digital Age (pag. 3). URL consultato il 04 marzo 2012.
  7. ^ Mark Cotta Vaz, Craig Barron, The Invisible Art: The Legends of Movie Matte Painting, San Francisco, Chronicle Books, 2002, pp. 244-248.
  8. ^ a b Cinefex, #116, January 2009, “The Unusual Birth of Benjamin Button” by Jody Duncan, p. 95-98

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]