Maria Clotilde di Savoia

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Maria Clotilde di Savoia
Maria Clotilde di Savoia in una foto di Etienne Neurdein
Maria Clotilde di Savoia in una foto di Etienne Neurdein
Trattamento Sua Altezza Reale
Onorificenze Principessa d'Italia
Nascita Torino, 2 marzo 1843
Morte Moncalieri, 25 giugno 1911
Sepoltura Basilica di Superga
Dinastia Savoia
Padre Vittorio Emanuele II d'Italia
Madre Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena
Consorte Napoleone Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte
Religione cattolicesimo

Ludovica Teresa Maria Clotilde di Savoia (Torino, 2 marzo 1843Moncalieri, 25 giugno 1911) era figlia del re di Sardegna (poi re d'Italia) Vittorio Emanuele II e di Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena.

Regno di Sardegna
(1831-1861)
Regno d'Italia
(1861-1946)
Casa Savoia

Great coat of arms of the king of italy (1890-1946).svg

Dinastia dei Savoia-Carignano

Figli
Figli
Figli
  • Vittoria
  • Luisa
NOTA

Ferma restando la genealogia dei Savoia, il tema della successione ad Umberto II come capo del casato è oggetto di controversia tra i sostenitori di opposte tesi rispetto all'attribuzione del titolo a Vittorio Emanuele piuttosto che a Amedeo: infatti il 7 luglio 2006 la Consulta dei Senatori del Regno, con un

comunicato, ha dichiarato decaduto da ogni diritto dinastico Vittorio Emanuele ed i suoi successori ed ha indicato duca di Savoia e capo della famiglia il duca d'Aosta, Amedeo di Savoia-Aosta, fatto contestato anche sotto il profilo della legittimità da parte dei sostenitori di Vittorio Emanuele. Per approfondimenti leggere qui.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

L'infanzia e l'adolescenza[modifica | modifica wikitesto]

La madre Maria Adelaide

Maria Clotilde di Savoia nacque nel Palazzo Reale di Torino il 2 marzo 1843, figlia primogenita di Vittorio Emanuele II (allora ancora principe) e Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena. La coppia ebbe poi altri sette figli: Umberto (1844-1900), Amedeo (1845-1890), Oddone (1846-1866) e Maria Pia (1847-1911), Carlo Alberto (n. 1851), Vittorio Emanuele (nato e morto lo stesso giorno, nel 1852) e un suo omonimo (nato nel 1855 e vissuto pochi mesi).

La madre si prese direttamente cura della sua prima educazione, rinunciando a balie e nutrici, trascorrendo con la piccola lunghi periodi al castello di Moncalieri assieme alla suocera Maria Teresa, moglie di Carlo Alberto. Clotilde manifestò sin dai primi anni un carattere mansueto e deciso a un tempo: bambina, imparò le preghiere e sviluppò un'inclinazione per una vita improntata agli insegnamenti della morale cattolica.[1]

Chechina, come fu presto chiamata, seguì in seguito il percorso riservato alle sue coetanee aristocratiche. Le sue giornate erano rigidamente scandite: le lezioni delle varie materie scolastiche venivano impartite da precettori scelti tra professori di rango, e a questo si accompagnavano la formazione spirituale e anche attività di maggior svago quali l'equitazione, da lei particolarmente amata.[2] Venne affiancata inoltre dalla governante Paolina di Priola, che avrebbe ricordato con affetto molti anni più tardi, incontrando una sua pronipote.[3]

Intanto, Clotilde si era preparata con cura a ricevere i primi sacramenti. A questo proposito sono rimasti tre quaderni di meditazioni redatti nel mese precedente la Comunione. La loro lettura rivela una personalità già chiaramente formata, un'esistenza determinata a mettere Dio al primo posto in ogni momento della vita. Il primo fascicolo mostra come le pratiche di pietà della principessa fossero piuttosto inusuali per una ragazzina di dieci anni: « [mi impegno a] una piccola mortificazione: fare con aria amabile le cose che mi spiacciono - ricordarsi ogni giorno a date ore della presenza di Dio - fedeltà alle piccole mortificazioni - serbare sempre per i poveri una parte dei miei piaceri ».[4]

La Comunione le fu amministrata, insieme alla Cresima, l'11 giugno 1853 nella chiesa parrocchiale di Stupinigi da monsignor Andrea Charvaz, arcivescovo di Genova. Nella stessa celebrazione i medesimi sacramenti vennero amministrati anche al fratello Umberto.[5]

Clotilde dovette presto sperimentare oltremisura le mortificazioni promesse nell'intimo dei suoi pensieri: alle rinunce quotidiane si affiancarono, nel 1855, quattro lutti. Il 12 gennaio morì la nonna Maria Teresa. La sera del 16, giorno dei funerali, la madre Maria Adelaide fu costretta a letto. La malattia contratta, il tifo, la portò rapidamente alla morte, avvenuta il 20, due giorni dopo che la figlia aveva avuto modo di salutarla per l'ultima volta.[6] Il decesso dello zio Eugenio, l'11 febbraio, e la perdita in maggio del fratellino Vittorio Emanuele completarono il triste quadro.[7]

La principessa affrontò il dolore con le armi della fede, che andò fortificando, come si evince da quanto scrisse nel diario, nelle lettere del tempo e, molti anni più tardi, nelle sue memorie. Continuò quindi la propria formazione spirituale, accompagnata dal monsignore domenicano Giovanni Tommaso Ghilardi, vescovo di Mondovì, dal barnabita Cesare Lolli e dall'abate Stanislao Gazzelli.[8]

Al tempo stesso, si fece apprezzare a corte anche per le buone maniere. In quanto prima donna dei Savoia, fu chiamata a fare gli onori di casa quando la zarina madre, Aleksandra Fëdorovna, venne a Torino nel maggio 1856 per tentare di ammorbidire i rapporti tra i Savoia e la Russia, scontratisi nella guerra di Crimea. Dovette ricoprire lo stesso ruolo nel dicembre 1857, in occasione della visita del granduca Costantino, fratello dello zar Alessandro II. Clotilde registrò le impressioni avute in questa seconda esperienza, riservando parole di simpatia per il piccolo Nicola, figlio di Costantino: « Prima di discendere il nostro caro piccolo amico ci ha mostrato un album dove c'erano i nomi dei principi suoi parenti che aveva visto in Germania venendo; [...] Nicola è così gentile e buono! ».[9]

Il matrimonio[modifica | modifica wikitesto]

Girolamo Bonaparte, marito di Clotilde, ritratto da Hippolyte Flandrin

Nel 1858, Cavour gestiva abilmente le trame diplomatiche piemontesi. Siccome l'imperatore francese Napoleone III, che già aveva avuto un passato liberale, sembrava ben disposto verso la causa risorgimentale italiana, il conte impiegò i propri sforzi nel formare un'alleanza con la Francia. Così, in segreto, i due uomini si incontrarono il 21 luglio a Plombières per concludere i celebri accordi. L'imperatore chiedeva la cessione di Nizza e della Savoia in cambio del suo aiuto, prodromo della seconda guerra d'indipendenza.

Inoltre, prometteva di garantire la propria protezione su un regno dell'Italia centrale svincolato dal potere pontificio e guidato, nei suoi obiettivi, dal cugino Napoleone Giuseppe Carlo Paolo (detto Girolamo) Bonaparte, nipote del più celebre Napoleone. Perché ciò fosse possibile, e perché l'alleanza fosse più stabile, era necessario un matrimonio tra Girolamo e una principessa di casa Savoia. La scelta cadde così su Clotilde.[10] L'imperatore non fece delle nozze una conditio sine qua non per il rispetto degli accordi, ma Cavour capì facilmente come un rifiuto avrebbe compromesso le speranze di ricevere dalla Francia il sostegno necessario.[11]

Girolamo non aveva solo vent'anni più della possibile sposa, ma anche e soprattutto una concezione diversa della vita. Anch'egli liberale sin dalla giovinezza, si era spesso imbarcato in relazioni amorose fugaci e conduceva una vita lontana dai precetti della Chiesa, verso i quali nutriva al contrario un notevole fastidio.

Tornato in Italia, il primo ministro informò Vittorio Emanuele, delegandogli il compito di informare la figlia sull'unione prospettata a Plombières. Dal castello di Casotto sopra Mondovì Clotilde spedì una lettera a Cavour, manifestando con molta gentilezza la sua naturale opposizione al matrimonio proposto, assieme alla consapevolezza del suo significato politico e a un pieno abbandono nella fede in Cristo: « Ho già molto pensato; ma è una cosa molto seria il mio matrimonio col Principe Napoleone e che soprattutto è del tutto contraria alle mie idee. Io so anche, caro Conte, che esso potrebbe essere vantaggioso all'avvenire di una nazione come la nostra e soprattutto al Re mio Padre. [...] ci penserò ancora e spero che il Signore vorrà guidarmi col suo infallibile aiuto; io rimetto tutto nelle sue mani per ora e non posso decidere nulla ».[12]

La primogenita del re passò tutto il mese di agosto a Casotto, meditando sulla risposta, e a settembre tornò a Racconigi. Fu qui che prese una decisione definitiva, accettando le nozze. Per quanto la scelta fosse condizionata da ragioni politiche, derivò in buona parte anche dalla convinzione di realizzare, attraverso una consapevole e al tempo stesso sacrificante adesione ai desideri di Cavour e dell'imperatore francese e alle esigenze della patria, la volontà di Dio. Lei stessa confidò successivamente come la sua decisione non fosse dovuta - almeno non semplicemente - a un'imposizione altrui: « L'ho sposato, il principe, perché l'ho voluto io ».[13]

Pose tuttavia un'unica condizione: vedere il fidanzato prima di andare all'altare. La visita di Gerolamo veniva procrastinata, sicché la principessa ebbe intanto modo di lasciare Racconigi per tornare in città. L'incontro tra i futuri coniugi avvenne a Torino il 16 gennaio 1859, e permise di sciogliere le ultime riserve di Clotilde, rendendo ufficiali le imminenti nozze. L'annuncio suscitò veementi proteste all'interno da parte della corte torinese, indignata nel vedere come la vita di una quindicenne venisse sacrificata per soddisfare le trame politiche dei governanti. Una missiva coeva, indirizzata da Costanza d'Azeglio al figlio Emanuele, svela la « riprovazione » di « tutte le classi sociali »: « La nobiltà l'ha manifestata non andando affatto alla prima illuminazione del teatro e al ballo Cavour ». Dopo questa dimostrazione, però, si « è andati in folla a teatro e a Corte », per « non tenere il broncio al Re e ancor meno alla principessa, che è molto amata ».[14]

L'imperatrice Eugenia

Il 23 gennaio, il generale Niel formulò al padre della sposa la richiesta ufficiale, mentre il 28 furono verbalizzati gli accordi di Plombières in un incontro tra il re, Gerolamo e l'imperatore. Domenica 30 gennaio 1859, nella Cappella reale della Sacra Sindone, il rito del matrimonio venne officiato dall'arcivescovo di Vercelli Alessandro d'Angennes, ma concelebrarono anche i presuli di Casale Monferrato, Savona, Pinerolo e Susa. Clotilde rinunciava formalmente alla corona, portando in dote 500000 lire, cui vanno aggiunte 300000 lire di gioielli e 100000 di corredo.[15] Napoleone III poté quindi anche accrescere il prestigio della sua famiglia, imparentandola con una delle più antiche dinastie europee.

Come era d'uso in occasione delle nozze di Casa Savoia, una grande festa seguì il rito sacro: parate e spettacoli nelle strade torinesi si unirono al fastoso ricevimento allestito in municipio. Una discreta somma, inoltre, fu devoluta ai poveri, a Torino come in Francia. Il giorno stesso del matrimonio gli sposi lasciarono la città. Il re, Cavour e La Marmora li accompagnarono in treno sino a Genova, dove tutti insieme assistettero, la sera, ad una rappresentazione presso il Teatro Carlo Felice, tra l'entusiasmo della folla. Dopo aver dormito due notti sotto la Lanterna, Clotilde salutò il padre e salpò in direzione di Marsiglia, per proseguire in seguito alla volta della capitale francese. Nel pomeriggio del 4 settembre la principessa lasciò la Provenza a bordo di un treno imperiale, giungendo la mattina seguente a Fontainebleau; qui fece la conoscenza del suocero Gerolamo e della cognata Matilde, ed infine, la sera del medesimo giorno, arrivò a Parigi, accolta a corte dalla coppia imperiale.[16]

A Parigi[modifica | modifica wikitesto]

La contessa di Villamarina, sua dama di compagnia e amica sin dall'infanzia, abbandonò presto la metropoli gaudente e sfavillante del Secondo Impero, incapace di sopportare uno stile di vita alquanto lontano da quello torinese. Anche per Clotilde, posta di fronte ad una realtà che poco o nulla aveva a che spartire con il suo spirito religioso, l'adattamento fu difficile, complicato, all'inizio, anche dalla freddezza con cui la popolazione la accolse. Alla principessa fu affidata una nuova corte, composta da dame francesi, la « pia »[17] Madame Hortense Thayer, la contessa Bertrand, la baronessa de la Roncière e madame de Clermont Tonnerre.[18]

Clotilde visse nella grande città francese per molti anni, non compresa dal marito, senza curarsi granché degli splendori della corte imperiale, e tutta dedita alla beneficenza. Modesta, ma fiera: quando l'imperatrice Eugenia, che non proveniva da una famiglia reale, le propose di saltare « il solito ricevimento dei funzionari », perché, continuò, « forse sarebbe troppo faticoso per voi », rispose: « Voi dimenticate, Signora, che io sono nata a corte e che a certe funzioni mi hanno abituata sin dall'infanzia »[19], accentuando nell'imperatrice spagnola l'istintiva antipatia nei confronti di Clotilde, destinata poi ad attenuarsi con il tempo.[20]

Sin dall'inizio il coniuge, grazie ai ricevimenti ufficiali o alle serate libere che poteva trascorrere nel proprio appartamento privato, approfittò delle occasioni mondane offerte in grande quantità dalla città, non esitando a tradire la moglie. Girolamo riprese subito « tutte le sue abitudini di maturo scapolo », nonostante i « rimbrotti del padre, che nutrì una vera predilezione per la giovane nuora », e della sorella Matilde[21], e nonostante si affrettasse a rassicurare il suocero Vittorio Emanuele e il conte di Cavour sull'affetto che circondava Clotilde e sul proprio desiderio di renderla felice.[22]

Napoleone III

Tuttavia, la principessa scriveva il 26 marzo ad un'amica di stare « a maraviglia » e di « essere estremamente felice ». Facendo leva su una fede sempre più solida, riusciva a sopportare di essere solo una pedina nello scacchiere politico, nonché l'infedeltà del marito, ricorrendo alla Messa quotidiana nella sua cappella privata di Palais Royal e alla regolare assistenza ai malati in ospedale.

La vita parigina di Clotilde fu tutta improntata in senso cristiano. Dopo la Messa quotidiana si recava ad assistere gli ammalati, mentre in casa sopportò la distanza di vedute con il coniuge, il quale solo raramente rompeva la solitudine della giovane donna, preferendo rimanere nei propri appartamenti. Il 20 giugno 1859 Clotilde si consacrò figlia di Maria nel convento agostiniano « Des Oiseaux », che aveva preso a frequentare regolarmente, e tre giorni più tardi « entrò nella locale associazione del Sacro Cuore di Gesù », inaugurando una devozione cui rimarrà sempre legata.[23].

Nel giugno 1860, l'aggravarsi della già precaria salute del suocero di Clotilde, Gerolamo, con cui la nobildonna aveva instaurato sin dal principio un rapporto affettuoso. La coppia giunse al capezzale del morituro a Vilgénis, in Seine-et-Oise. Nei giorni che seguirono, la figlia di Vittorio Emanuele accudì il malato quotidianamente, desiderando che potesse ricevere l'estrema unzione prima del trapasso. Pur conoscendo la volontà contraria del marito, Clotilde scrisse agli imperatori chiedendo l'invio di un ecclesiastico: il 23 giugno arrivavano a Vilgénis il cappellano di corte e l'arcivescovo di Parigi. Gerolamo morì ricevendo l'estrema unzione. Furibondo, il consorte cacciò la principessa da Vilgénis e la allontanò dalla famiglia. Il 24 la donna tornò comunque a Vilgénis, dove assistette al trapasso del suocero, mentre questi, pare, « abbozzava un sorriso al crocifisso che la suora gli porgeva ».[24]

Gli eventi italiani andarono nel frattempo accelerando, e anche oltre oceano l'incipiente Guerra di secessione americana suscitava gli interessi della politica francese. Nella primavera del 1861 il marito di Clotilde si imbarcò alla volta del Nuovo Mondo, deciso ad ottenere vantaggi commerciali per il suo paese. Quando seppe che sullo yacht era salita anche la giovane principessa, Vittorio Emanuele si lasciò andare ad una certa perplessità, preoccupato per il lungo viaggio, che doveva comunque condurre la primogenita solo fino a Lisbona.[25]

Tuttavia Clotilde volle accompagnare Napoleone fino in America. Ottenuto il consenso del consorte, dopo oltre due mesi di navigazione sbarcò con lui a New York, dove fu lasciata qualche tempo da sola, mentre Plon Plon si dirigeva verso gli Stati del Nord e verso il Canada. Nella grande città la donna ricominciò a seguire regolarmente la Messa e riprese le pratiche di pietà, da cui durante la traversata si era astenuta per non irritare il marito. A New York frequentò anche con assiduità il convento del Sacro Cuore.[26]

Un ricordo della madre superiora del convento rivela in modo emblematico la riservatezza con cui Clotilde amava vivere le pratiche religiose e il suo desiderio di solitudine: « Una volta riuscirono a sapere che essa sarebbe venuta da noi al Sacro Cuore per la benedizione, ed ecco un buon numero di signore [...] introdursi nella Cappella, ma per quanto guardassero da ogni parte, non riuscirono a vedere S. A. Imperiale e se ne andarono molto deluse, poiché la principessa, con un semplice velo bianco, si era mischiata alle alunne ».[27]

Fu, il viaggio americano, uno dei rari momenti di intimità con il coniuge. Al ritorno in Francia, Clotilde era incinta per la prima volta. Tuttavia, la distanza tra marito e moglie non tardò a manifestarsi nuovamente: Napoleone premeva affinché il potere temporale della Chiesa venisse ridimensionato, mentre la nobildonna, la cui mentalità non poteva accettare uno stato laico, si raccoglieva in preghiera, impetrando la conversione del consorte. Numerosi sono i destinatari, nella sua corrispondenza, cui chiedeva di fare altrettanto, mostrandosi preoccupata per l'anima del Bonaparte.[28]

Il 18 luglio 1862 nacque il primogenito della coppia, Vittorio Napoleone, battezzato privatamente e senza cerimonia ufficiale. La madre volle occuparsi personalmente del bambino, che dovette abbandonare per un breve periodo nel mese di ottobre. Il matrimonio della sorella Maria Pia con il re portoghese Luigi la richiamò infatti a Torino, dove dai tempi delle nozze non era più tornata. Per la prima volta rivide così il padre, i fratelli e i luoghi dell'infanzia. Dopo la festa, Clotilde si imbarcò con il marito alla volta dell'Egitto, dove si concedette una breve crociera. La donna sperava che il viaggio la potesse portare in Terra Santa, ma il suo desiderio non si realizzò.[29]

La caduta dell'Impero[modifica | modifica wikitesto]

Caduto il Secondo Impero, nel settembre del 1870, Clotilde decise di rimanere nella città in rivolta, malgrado le insistenze del padre perché rientrasse in patria. Clotilde gli rispose con una famosa lettera, che riassumeva tutta la sua vita, improntata ai doveri di una principessa di Casa Savoia. Fuggiti tutti i Bonaparte (l'imperatrice Eugenia lasciò la capitale travestita e fuggì in Inghilterra) e proclamata la repubblica, Clotilde di Savoia lasciò per ultima, sola, il 5 settembre in pieno giorno, Parigi, con la sua carrozza scoperta e le sue insegne. La guardia repubblicana le rese gli onori.

« Dopo Sedan, proclamata a Parigi la decadenza della dinastia napoleonica, fuggita il 4 settembre 1870 l'imperatrice reggente, la principessa Clotilde, sdegnando i consigli di chi le raccomandava di allontanarsi immediatamente, non volle partire che l'indomani mattina, dopo ascoltata la sua solita messa, dopo fatta ai suoi prediletti infermi del vicino ospedale la sua solita visita; ed al suggerimento di fare alzare i cristalli della carrozza perché la gente affollata nelle vie non la riconoscesse, rispose con le nobili parole: Peur et Savoie ne se sont jamais rencontrées, "La paura e i Savoia non si sono mai incontrati"; e a fronte alta, nella sua vettura, [...], da principessa e non da fuggitiva, partiva dalla città insorta, senza che alcuno osasse farle affronto, anzi inchinata da tutti. »
(Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, X ed. riveduta e aumentata, Hoepli, Milano, 1989, p. 374[30])
« Il giorno dopo, tutte le tracce dell'impero erano scomparse [...]. Dell'imperatrice, non si sapeva nulla [...]. La principessa Clotilde era rimasta al palazzo reale. Fu l'ultima a partire, senz'affrettarsi, nella sua carrozza, come una vera principessa, che non vuole né sfidare né temere »
(Pierre de La Gorce, Histoire du second empire, tomo VII, Parigi, 1905, p. 430 [traduzione dal francese])

Profondamente religiosa, subì i comportamenti libertini e la vita dissipata del marito, che in seguito l'abbandonò, lasciandola in ristrettezze economiche. Il 10 luglio 1942 ebbe inizio la sua causa di beatificazione[31]. Fu detta "la santa di Moncalieri", dal nome del castello dove s'era ritirata.

Fu sepolta nella basilica di Superga, insieme agli altri prìncipi e duchi di Savoia.

Nella chiesa di Santa Maria a Moncalieri le fu innalzato un monumento, opera di Pietro Canonica, che la rappresenta inginocchiata in estasi mistica.

La lettera di Clotilde a Vittorio Emanuele II[modifica | modifica wikitesto]

«L'assicuro che non è il momento per me di partire [...]. la mia partenza farebbe il più pessimo e deplorevole effetto. Non ho la minima paura: non capisco nemmeno ch'io possa aver paura. Di che? E perché? Il mio dovere è il rimanere qui tanto che lo potrò, dovessi io restarci e morirci: non si può sfuggire davanti al pericolo [...]. Quando mi sono maritata, quantunque giovane, sapevo cosa facevo, e se l'ho fatto è perché l'ho voluto. Il bene di mio marito, dei miei ragazzi, del mio Paese è ch'io rimanga qui. L'onore persino del mio nome; l'onor suo, caro Papà, se così posso esprimermi, l'onore della mia Patria nativa. Tutto questo glie lo dico, dopo aver riflettuto molto. Lei mi conosce, caro Papà, nulla mi farà mancare al mio dovere. E ci mancherei se io partissi in questo momento. Non tengo al mondo, alle ricchezze, alla posizione che ho; non ci ho mai tenuto, caro Papà, ma tengo ad adempiere, sino alla fine, il mio dovere. Quando non potrò più far diverso, partirò [...]. Lei non partirebbe, i fratelli non partirebbero. Non sono una Principessa di Casa Savoia per niente! Si ricorda cosa si dice dei Principi che lasciano il loro Paese? Partire, quando il Paese è in pericolo, è il disonore e l'onta per sempre. Se parto, non abbiamo più che da nasconderci. Nei momenti gravi bisogna avere energia e coraggio; li ho, il Signore me l'ha dati e me li dà. Mi scusi, caro Papà, se forse le parlo troppo liberamente, ma mi è impossibile di non dirle ciò che sento, ciò che ho in cuore. Sia convinto che Mammà mi approva dal cielo.»

Figli[modifica | modifica wikitesto]

Dal matrimonio di Clotilde col principe Girolamo Bonaparte nacquero:

  1. Vittorio (18621926), che sposò la principessa Clementina del Belgio;
  2. Luigi (18641932);
  3. Letizia (18661926), che sposò lo zio Amedeo (18451890), re di Spagna, poi duca d'Aosta.

Albero genealogico[modifica | modifica wikitesto]

Maria Clotilde di Savoia Padre:
Vittorio Emanuele II di Savoia
Nonno paterno:
Carlo Alberto di Savoia
Bisnonno paterno:
Carlo Emanuele di Savoia-Carignano
Trisavolo paterno:
Vittorio Amedeo II di Savoia-Carignano
Trisavola paterna:
Giuseppina Teresa di Lorena-Armagnac
Bisnonna paterna:
Maria Cristina di Sassonia-Curlandia
Trisavolo paterno:
Carlo di Sassonia
Trisavola paterna:
Francesca von Corvin-Krasinska
Nonna paterna:
Maria Teresa d'Asburgo-Toscana
Bisnonno paterno:
Ferdinando III di Toscana
Trisavolo paterno:
Leopoldo II d'Asburgo-Lorena
Trisavola paterna:
Maria Ludovica di Borbone-Napoli
Bisnonna paterna:
Luisa Maria Amalia di Borbone-Napoli
Trisavolo paterno:
Ferdinando I di Borbone
Trisavola paterna:
Maria Carolina d'Asburgo-Lorena
Madre:
Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena
Nonno materno:
Ranieri Giuseppe d'Asburgo-Lorena
Bisnonno materno:
Leopoldo II d'Asburgo-Lorena
Trisavolo materno:
Francesco I di Lorena
Trisavola materna:
Maria Teresa d'Asburgo
Bisnonna materna:
Maria Ludovica di Borbone-Napoli
Trisavolo materno:
Carlo III di Spagna
Trisavola materna:
Maria Amalia di Sassonia
Nonna materna:
Maria Elisabetta di Savoia-Carignano
Bisnonno materno:
Carlo Emanuele di Savoia-Carignano
Trisavolo materno:
Vittorio Amedeo II di Savoia-Carignano
Trisavola materna:
Giuseppina Teresa di Lorena-Armagnac
Bisnonna materna:
Maria Cristina di Sassonia-Curlandia
Trisavolo materno:
Carlo di Sassonia
Trisavola materna:
Francesca von Corvin-Krasinska

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Dama di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Dama di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Dama Nobile dell'Ordine della regina Maria Luisa - nastrino per uniforme ordinaria Dama Nobile dell'Ordine della regina Maria Luisa
Dama dell'Ordine della Croce Stellata - nastrino per uniforme ordinaria Dama dell'Ordine della Croce Stellata

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ C. Tessaro, Clotilde di Savoia, Milano 2012, pp. 14-15
  2. ^ C. Tessaro, cit., pp. 25-26
  3. ^ M. M. Favero, Maria Clotilde di Savoia-Napoleone, Torino 1943, p. 10
  4. ^ M. M. Favero, cit., p. 16
  5. ^ C. Tessaro, cit., p. 33
  6. ^ « Non dimenticherò mai per tutto il tempo della mia vita quella camera. mamma coricata e le sue ultime parole le sento ancora risuonarmi all'orecchio », scrisse all'epoca nel suo diario la dodicenne Clotilde; cfr. M. M. Favero, cit., p. 22
  7. ^ Per tutto il paragrafo cfr. C. Tessaro, pp. 38-41
  8. ^ C. Tessaro, cit., pp. 41-43
  9. ^ A. Biancotti, Maria Clotilde di Savoia, Torino 1955, p. 32
  10. ^ C. Tessaro, cit., pp. 53-54
  11. ^ C. Tessaro, cit., p. 62
  12. ^ M. Ragazzi, Clotilde di Savoia Napoleone, Assisi 1942, p. 70; la missiva fu scritta il 12 agosto
  13. ^ M. M. Favero, cit., p. 42
  14. ^ Gli eventi nelle lettere di Costanza D'Azeglio, a cura di Maria Luisa Badellino. URL consultato il 20 gennaio 2014.
  15. ^ C. Tessaro, cit., pp. 81-83
  16. ^ C. Tessaro, cit., pp. 84-87
  17. ^ M. Ragazzi, cit., p. 92
  18. ^ C. Tessaro, cit., pp. 94-95
  19. ^ M. Ragazzi, cit., p. 90
  20. ^ C. Tessaro, cit., p. 88; Napoleone III, al contrario, aveva accolto subito con simpatia la moglie del cugino
  21. ^ A. Biancotti, cit., p. 125
  22. ^ Vedere le missive riportate in M- Ragazzi, cit., alle pp. 96-98
  23. ^ C. Tessaro, cit., p. 105
  24. ^ C. Tessaro, cit., pp. 114-117
  25. ^ « Ma chiel-là a l'è matt! » (Ma quello è matto!), avrebbe esclamato Vittorio Emanuele in dialetto piemontese, riferendosi al genero; C. Tessaro, c it., p. 125
  26. ^ C. Tessaro, cit., pp. 126-127
  27. ^ A. Biancotti, cit., p. 131
  28. ^ C. Tessaro, cit., pp. 129-130
  29. ^ C. Tessaro, cit., pp. 131-133
  30. ^ Cfr. anche Lodovico (Giuseppe) Fanfani, O. P., La principessa Clotilde di Savoia: biografia e lettere, Grottaferrata, 1913, p. 29.
  31. ^ Serva di Dio Maria Clotilde di Savoia

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Maria Ragazzi, Clotilde di Savoia Napoleone, Assisi, Pro Civitate Christiana, 1942
  • Michele M. Favero, Maria Clotilde di Savoia-Napoleone, Torino, L.i.c.e.-R. Berrutti & C., 1943.
  • Angiolo Biancotti, Maria Clotilde di Savoia, Torino, Società editrice internazionale, 1955
  • Tommaso Gallarati Scotti, Interpretazioni e memorie, Milano, Mondadori, 1960.
  • Valentino Brosio, Due principesse fra Torino e Parigi, Torino, Fògola editore, 1978 (biografie di Clotilde e della figlia Letizia Bonaparte).
  • Giulio Vignoli, Donne di Casa Savoia, Genova, Ecig, 2002.
  • Cristina Tessaro, Clotilde di Savoia. Il "sì" che fece l'Italia, Milano, Paoline, 2012.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]