Mafalda di Savoia

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« Italiani, io muoio, ricordatevi di me non come di una principessa, ma come di una vostra sorella italiana »
(Mafalda di Savoia)
Mafalda di Savoia
Ritratto fotografico di Mafalda di Savoia
Ritratto fotografico di Mafalda di Savoia
Trattamento Sua Altezza Reale
Onorificenze Principessa reale
Nascita Roma, 19 novembre 1902
Morte Buchenwald, 28 agosto 1944
Sepoltura Cappella del castello di Kronberg (Germania)
Dinastia Savoia
Padre Vittorio Emanuele III d'Italia
Madre Elena del Montenegro
Consorte di Filippo d'Assia
Religione cattolicesimo

Mafalda di Savoia (Roma, 19 novembre 1902Buchenwald, 28 agosto 1944) nata principessa d'Italia, Etiopia e d'Albania, divenne Langravia titolare d'Assia-Kassel per matrimonio.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Foto di Mafalda di Savoia da bambina
Regno di Sardegna
(1831-1861)
Regno d'Italia
(1861-1946)
Casa Savoia

Great coat of arms of the king of italy (1890-1946).svg

Dinastia dei Savoia-Carignano

L'adolescenza[modifica | modifica sorgente]

Figlia di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro, Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana, soprannominata Muti era di indole docile e obbediente. Ereditò dalla madre Elena il senso della famiglia, i valori umani, la passione per la musica e per l'arte. Trascorse la sua infanzia nell'ambiente familiare accanto alla madre e alle sorelle Giovanna, Jolanda e Maria Francesca; le vacanze si svolgevano a Sant'Anna di Valdieri, a Racconigi e a San Rossore con la partecipazione di tutta la famiglia. Durante la prima guerra mondiale, con le sorelle, seguì la madre nelle sue frequenti visite ai soldati e agli ospedali, venendo così coinvolta nelle attività materne di conforto e cura alle truppe.

Il matrimonio[modifica | modifica sorgente]

Si sposò a Racconigi, il 23 settembre 1925, con il principe tedesco Filippo, Langravio d'Assia-Kassel, figlio del Langravio Federico Carlo d'Assia-Kassel, che fu per pochi mesi del 1918 re di Finlandia e Carelia.
Come dono di nozze ebbero una pianta carnivora e un casale, situato tra i Parioli e la villa Savoia, a cui gli sposi dettero il nome di Villa Polissena, in memoria della principessa Polissena Cristina d'Assia-Rotenburg, seconda moglie di Carlo Emanuele III di Savoia.

Dal matrimonio ebbe quattro figli:

  • Maurizio d'Assia (Racconigi, 6 agosto 1926 - Francoforte, 23 maggio 2013), il quale sposò il 1º giugno 1964 la principessa tedesca Tatjana di Sayn-Wittgenstein-Berleburg (31 luglio 1940), da cui divorziò nel 1974; da questa unione nacquero 4 figli:
    • Mafalda (6 luglio 1965),
    • Enrico (17 ottobre 1966),
    • Elena (8 novembre 1967)
    • Filippo (17 settembre 1970);
  • Enrico d'Assia (Roma, 30 ottobre 1927 - Langen, 18 novembre 1999).
  • Ottone d'Assia (Roma, 3 giugno 1937 - Hannover, 3 gennaio 1998), il quale sposò il 5 aprile 1965 Angela von Doering (12 agosto 1940), dalla quale divorziò nel 1969; seconde nozze nel 1988 con la cecoslovacca Elisabeth Bönker, dalla quale divorziò nel 1994;
  • Elisabetta d'Assia (Roma, 8 ottobre 1940), la quale sposò il 28 febbraio 1962 Friedrich Karl, conte von Oppersdorff (30 gennaio 1925 - 1985); da questa unione sono nati due figli:
    • Federico Carlo (1º dicembre 1962)
    • Alessandro (3 agosto 1965).
Mafalda di Savoia con i figli Enrico (a sinistra), Otto (in braccio) e Maurizio

Fu il periodo dell'ascesa in Italia del fascismo, visto da Mafalda con simpatia. Per la nascita dei suoi figli, Hitler le conferì la croce al merito (come a tutte le mamme di numerosa prole). Pur non riconoscendo alcun titolo nobiliare, il partito nazista assegnò a suo marito Filippo un grado nelle SS e vari incarichi.

Nel settembre del 1943, alla firma dell'armistizio con gli alleati, i tedeschi organizzarono il disarmo delle truppe italiane. Badoglio e il re fuggirono al Sud, ma Mafalda, partita per Sofia per assistere la sorella Giovanna, il cui marito Boris III era in fin di vita, non fu messa al corrente dei pericoli, forse per paura che informasse il langravio suo marito, che era agli ordini del Führer. Seppe quindi dell'armistizio mentre era in Romania. Ne venne informata nel suo viaggio di ritorno, alla stazione ferroviaria di Sinaia, in piena notte, dalla regina Elena di Romania, che aveva fatto fermare appositamente il treno e aveva tentato di farla desistere dal rientro in Italia. Consiglio che Mafalda decise di non seguire.

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Dopo i funerali del cognato Boris III, la principessa Mafalda decise di rientrare a Roma per congiungersi con i figli e la famiglia, incurante dei rischi: benché fosse figlia del Re d'Italia, e legatissima alla sua famiglia di origine, era anche e soprattutto cittadina tedesca, principessa tedesca, moglie di un ufficiale tedesco, quindi sicura che i tedeschi l'avrebbero rispettata.

Dopo Sinaia, la prima tappa fu l’Ambasciata Italiana di Budapest. Lasciato il treno, l’11 settembre, la principessa prese un aereo procurato dai diplomatici italiani con destinazione Bari. Ma l’aereo si fermò a Pescara. Per otto giorni la principessa alloggiò a Chieti, in un palazzo vicino alla Prefettura.

Con mezzi di fortuna, il 22 settembre 1943 riuscì a raggiungere Roma e fece appena in tempo a rivedere i figli, custoditi in Vaticano da Monsignor Montini (il futuro Papa Paolo VI), escluso il maggiore, Maurizio, che era già in Germania, come il padre.

Il 23 mattina, all'improvviso, venne chiamata al comando tedesco con tutta calma, per l'arrivo di una telefonata del marito da Kassel in Germania. Un tranello: in realtà il marito era già nel campo di concentramento di Flossenbürg.[1] Mafalda venne subito arrestata e imbarcata su un aereo con destinazione Monaco di Baviera, fu trasferita poi a Berlino e infine deportata nel Lager di Buchenwald, dove venne rinchiusa nella baracca n. 15 sotto falso nome (Frau von Weber).

Le venne fatto divieto di rivelare la propria identità segreta (per scherno i nazisti la chiamano Frau Abeba). Nel campo di concentramento le venne riconosciuto un particolare riguardo: occupava una baracca ai margini del campo insieme ad un ex-ministro socialdemocratico e sua moglie; aveva lo stesso vitto degli ufficiali delle SS, molto più abbondante e di migliore qualità rispetto agli altri internati. Le venne assegnata come compagna di camera la signora Maria Ruhnan, Testimone di Geova[2] deportata per motivi religiosi; questa fu una figura molto importante per la principessa, la quale in punto di morte chiese che il suo orologio le fosse regalato come segno di riconoscenza. "Mettendola accanto a Mafalda, le SS erano sicure che, interrogandola, avrebbe riferito tutto quanto la principessa le avesse confidato."[3][4] Il regime, pur privilegiato rispetto a quello di altri prigionieri, fu comunque duro: la vita del campo e il freddo invernale intenso la provarono molto. Malgrado il tentativo di segretezza attuato dai nazisti la notizia che la figlia del Re d'Italia si trovava a Buchenwald si diffuse.

Dalle testimonianze si apprende che i prigionieri italiani avevano sentito dire di una principessa italiana reclusa e che un medico italiano lì rinchiuso le aveva prestato soccorso. Si sa anche che mangiava pochissimo e che quando poteva faceva in modo che quel poco che le arrivava in più fosse distribuito a chi aveva più bisogno di lei.[5]

Nell'agosto del 1944 gli anglo-americani bombardarono il lager; la baracca in cui era prigioniera la principessa fu distrutta e lei riportò gravi ustioni e contusioni varie su tutto il corpo. Fu ricoverata nell'infermeria della casa di tolleranza dei tedeschi del lager, ma senza cure le sue condizioni peggiorarono. Dopo quattro giorni di tormenti, a causa delle piaghe insorse la gangrena e le fu amputato un braccio. L'operazione ebbe una lunghissima, sconcertante durata. Ancora addormentata, Mafalda venne abbandonata in una stanza del postribolo, privata di ulteriori cure e lasciata a sé stessa. Morì dissanguata, senza aver ripreso conoscenza, nella notte del 28 agosto 1944.

L'opinione del dottor Fausto Pecorari, radiologo internato a Buchenwald, è che Mafalda sia stata intenzionalmente operata in ritardo (seppur con procedura in sé impeccabile) per provocarne la morte. Il metodo delle operazioni esageratamente lunghe o ritardate era già stato applicato a Buchenwald, ed eseguito sempre dalle SS su altre personalità di cui si desiderava sbarazzarsi.

Il suo corpo, grazie al prete boemo del campo, padre Tyl, non venne cremato, ma messo in una bara di legno e seppellito in una fossa comune. Solo un numero: 262 eine unbekannte Frau (una donna sconosciuta). Trascorsi alcuni mesi, sette italiani, già appartenenti alla regia marina Giovanni Colaruotolo, Corrado Magnani, Antonio Mitrano, Erasmo Pasciuto, Antonio Ruggiero, Apostolo Fusco e Giosuè Avallone, tutti originari di Gaeta catturati al deposito militare di Pola, dopo l’8 settembre 1943 furono deportati a Weimar, dove rimasero fino al luglio 1945, quando furono liberati dagli Americani. Nelle vicinanze del loro campo, c’era il lager di Buchenwald dove, avevano saputo, era prigioniera, insieme ad ebrei e politici, la principessa Mafalda di Savoia. Dopo la liberazione, i marinai di Gaeta decisero di recarsi al campo di concentramento di Buchenwald per mettersi alla ricerca della principessa e rinchiusi come lei nei campi di concentramento nazisti, non appena liberi, seppero trovare fra mille la sua tomba anonima e si tassarono per apporvi una lapide identificativa.

Il dottor Fausto Pecorari, subito dopo essere rientrato a Trieste, si recò personalmente a Roma dal Regio Luogotenente principe Umberto per comunicargli la triste notizia del decesso per assassinio della principessa Mafalda.

La principessa Mafalda riposa oggi nel piccolo cimitero degli Assia, nel castello di Kronberg im Taunus vicino a Francoforte sul Meno.

«Italiani, ricordatevi di me come di una vostra sorella»[modifica | modifica sorgente]

Alessandria, zona "Pista" - Piazza Mafalda di Savoia. Busto in bronzo realizzato dal figlio Principe Enrico d'Assia e fuso nella Fonderia Cavallari in Roma. Inaugurato domenica 27 maggio 2001 dall'allora sindaco Francesca Calvo alla presenza delle Principesse Maria Gabriella di Savoia e Mafalda d'Assia.
Busto in bronzo di Mafalda di Savoia nell'omonima piazza in Alessandria

Dopo essere stata diseppellita dalle macerie, causate dal bombardamento alleato, Mafalda venne stesa su una scala a pioli per essere trasportata nella squallida casa che era stata adibita a infermeria. Nel tragitto notò due italiani dalla "I" che avevano cucita sulla giubba. Fece segno di avvicinarsi col braccio non ferito e disse loro: «Italiani, io muoio, ricordatevi di me non come di una principessa, ma come di una vostra sorella italiana».[6]

I ricordi di due sopravvissuti al lager di Buchenwald[modifica | modifica sorgente]

Luigi Varrasso[modifica | modifica sorgente]

Luigi Varrasso, nato il 1º marzo 1922 a Castiglione a Casauria e morto a Pescara, all'età di 81 anni, il 24 agosto 2003, ha trascorso gran parte della sua vita nel silenzio di ricordi atroci. Il suo volto si illuminava solo quando le labbra pronunciavano il nome della "dolce principessa" Mafalda di Savoia, la quale, segregata in una baracca accanto, condivise con lui quella dura esperienza nel campo di Buchenwald. Nel campo di Buchenwald, nei pressi di Weimar, in Turingia, Varrasso arrivò nell'autunno del 1943. «Mi trovavo da più di un anno in Grecia, ero militare (artigliere della contraerea addetto ai gruppi elettrogeni) a Kalamata, nel Peloponneso sud occidentale - raccontava Varrasso - avevo 21 anni e di lì a poco, dopo l'armistizio dell'8 settembre, la mia vita sarebbe cambiata per sempre». Fu arrestato dai tedeschi, di sera, mentre si trovava al cinema con il comandante della divisione e un gruppo di commilitoni. Ricordando la sua prigionia Varrasso parla della terribile mansione che gli fu affidata: «Accatastati su un carretto, conducevo i miei compagni morti, ai forni. Ripiegavo quei mucchietti di ossa e li infilavo in quell'inferno di fuoco, stretto e violento».

Qualcuno di quei corpi ammucchiati e rinsecchiti dalla fame e dal freddo, però, aveva ancora il sangue caldo. «I moribondi mi imploravano di non portarli a morire». Varrasso ricorda come la notizia della presenza della principessa Mafalda a Buchenwald fosse un elemento di malinconica dolcezza, in quell'inferno. La principessa e l'ex caporal maggiore non si incontrarono mai da vicino, ma Varrasso sapeva che lei era lì, reclusa in una baracca a pochi metri da lui. «La vidi solo una volta. Era bella. Indossava spesso veli viola che le coprivano il volto e passeggiava sotto il tiro dei fucili delle guardie. Mi accorsi che aveva problemi ad un braccio, poi di lei non seppi più nulla». Dopo moltissimi anni, il 23 settembre 1997, Varrasso scrisse una lettera ai discendenti dei Savoia per testimoniare quella comune esperienza con uno dei membri dell'ex Real Casa, il principe Enrico d'Assia, figlio di Mafalda. Questi, il 18 ottobre 1997, rispose con una missiva di "solidarietà" che Varrasso custodiva gelosamente. Nella lettera, il principe Enrico d'Assia esprime «comprensione per il trauma da lei subito in seguito alla drammatica esperienza vissuta nel lager» ma nel contempo, poiché ogni testimonianza che riguarda la Madre lo coinvolge «emotivamente rinnovando quel terribile passato» preferisce non tornare più su quel periodo «che tanto profondamente ha inciso sulla mia vita».[7]

Giovanni Colone[modifica | modifica sorgente]

«Aveva indosso una vestaglia bianca allacciata alla vita con una cintura, dove era appeso un barattolo per il cibo. Sulla fronte aveva una fascia bianca. Era alta circa un metro e sessanta. Aveva le scarpe molto rovinate». È questo il ricordo che Giovanni Colone, di Roccavivi (L'Aquila), morto nel 2003 all'età di 95 anni, conservava della principessa Mafalda. Colone incontrò la principessa il 28 aprile 1944, alle 9 del mattino, nel campo di concentramento di Buchenwald, dove la donna era stata deportata. Fu uno degli ultimi italiani a vederla viva. «Quella domenica mattina» aggiunge Colone «ci mandarono a prendere della legna per fare alcuni lavori. Eravamo tre, tutti italiani. Ad un certo punto arrivarono migliaia di prigionieri (circa 40 mila) quasi tutti ebrei. Questi provenivano da Budapest ed erano diretti ad un altro campo di concentramento. Erano disposti su più file e i tedeschi li circondavano con i mitra spianati. Intorno alla terza fila notai una ragazza che mi guardava attentamente, probabilmente perché, come tutti gli italiani, avevo una grossa "I" sulla gamba. 'Sei italiano, tu?' - mi chiese - 'Sì, lo sono' - risposi io, e lei mi disse - 'Io sono Mafalda di Savoia'. - Poi non poté più continuare, perché i tedeschi la minacciarono. Quello che mi rimase più impresso è che mi chiese erba da mangiare, portandosi la mano alla bocca». Giovanni Colone visse l'esperienza dei campi di concentramento per quattro anni. Alla fine della guerra tornò alla sua attività di agricoltore, e nel suo gregge ebbe sempre un'agnella di nome Mafalda, in ricordo della principessa[8].

Film[modifica | modifica sorgente]

Nel 2005 è stata girata e prodotta una fiction televisiva in due puntate sulla vita della Principessa Mafalda. La fiction è stata liberamente tratta dalla biografia storica di Cristina Siccardi (Paoline Editoriale Libri, Milano, 1999 - Fabbri Editori-RCS Libri, Collana Le grandi biografie, Milano, 2000)

La produzione si è avvalsa della consulenza storica di Maria Gabriella di Savoia, per ricostruire al meglio gli scenari e le atmosfere dell'epoca.

Dediche e riconoscimenti[modifica | modifica sorgente]

In Italia esiste un comune, Mafalda (in provincia di Campobasso, Molise), che nel 1903 assunse questo nome proprio in omaggio alla neonata erede di casa Savoia, mentre in Sicilia un tipo di pane, la mafalda appunto, prese dalla principessa il nome. Il piroscafo Principessa Mafalda del 1908 fu così chiamato in suo onore. Il giorno 1º gennaio 1933, la Principessa Mafalda di Savoia ricevette la tessera di socia onoraria della S.S. Lazio.[9] Nella chiesa detta "Tempio dell'Internato Ignoto" a Padova, è stato eretto nella navata di sinistra un altare dedicato alla Principessa Mafalda opera dello scultore Vucotich. Molte città hanno intitolato vie e piazze ed eretto ricordi e monumenti a Mafalda (Roma, Milano, Genova, Alessandria, Rapallo, Adria, Sassari, ecc.). A Roma le è stata intitolata una scuola elementare. La Casa di Riposo di Solbiate Comasco è stata intitolata alla Principessa e così il padiglione maternità dell'Ospedale Mauriziano di Torino. Lo scrittore Riccardo Bacchelli scrisse di lei: «Da lieto inizio di secolo al cupo fondo di immane tragedia storica. Mafalda di Savoia oltraggio di bieco odio e di spietato destino confermò lei nelle strenue virtù delle pie e forti antenate regali la mita fortitudine, la gentile bontà della donna, dell'italiana, della cristiana, vittima innocente, illuminarono di luce spirituale l'orrenda prigione, la fine atroce». Lo scrittore svedese Axel Munthe ha dedicato a Mafalda di Savoia il libro La storia di San Michele, considerato il suo capolavoro. Il libro prende il nome dalla sua villa, ora museo, di Anacapri. Nel 1997 un francobollo col suo ritratto usci in Italia. Ad Adria (RO), appunto in via Mafalda di Savoia, le è stata intitolata una stele in suo omaggio e ricordo il giorno 20 aprile 2010. Nel comune di Rivoli (TO) sono stati ultimati nel mese di novembre 2013 i lavori di pedonalizzazione del piazzale intitolato a Mafalda di Savoia, alla quale è stato dedicato un busto in bronzo.

Ascendenza[modifica | modifica sorgente]

Mafalda d'Italia Padre:
Vittorio Emanuele III d'Italia
Nonno paterno:
Umberto I d'Italia
Bisnonno paterno:
Vittorio Emanuele II d'Italia
Trisavolo paterno:
Carlo Alberto di Savoia
Trisavola paterna:
Maria Teresa d'Asburgo-Toscana
Bisnonna paterna:
Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena
Trisavolo paterno:
Ranieri Giuseppe d'Asburgo-Lorena
Trisavola paterna:
Maria Elisabetta di Savoia-Carignano
Nonna paterna:
Margherita di Savoia
Bisnonno paterno:
Ferdinando di Savoia-Genova
Trisavolo paterno:
Carlo Alberto di Savoia
Trisavola paterna:
Maria Teresa d'Asburgo-Toscana
Bisnonna paterna:
Elisabetta di Sassonia
Trisavolo paterno:
Giovanni I di Sassonia
Trisavola paterna:
Amalia Augusta di Baviera
Madre:
Elena del Montenegro
Nonno materno:
Nicola I del Montenegro
Bisnonno materno:
Granduca Mirko Petrović-Njegoš
Trisavolo materno:
Stanko Petrović-Njegoš
Trisavola materna:
Christine Vrbitsa
Bisnonna materna:
Anastasija Martinović
Trisavolo materno:
Drago Martinović
Trisavola materna:
Stana Martinović
Nonna materna:
Milena Vukotić
Bisnonno materno:
Petar Vukotić
Trisavolo materno:
Peter Perkov Vukotić
Trisavola materna:
Stana Milić
Bisnonna materna:
Jelena Vervodić
Trisavolo materno:
Tadija Vervodić
Trisavola materna:
Milica Pavičević

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Dama di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Italia) - nastrino per uniforme ordinaria Dama di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Italia)
Dama dell'Ordine della Croce Stellata (Impero austriaco) - nastrino per uniforme ordinaria Dama dell'Ordine della Croce Stellata (Impero austriaco)
Dama di Gran Croce d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria Dama di Gran Croce d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Anche se non vi è prova di un'effettiva infedeltà politica di Filippo d'Assia, egli era divenuto inviso al regime nazista, sia in quanto imparentato con quei Savoia che avevano deposto Benito Mussolini, sia perché ritenuto complice di una cospirazione contro Hitler. Ciò nonostante, Filippo ebbe senz'altro miglior fortuna della sua consorte: come abbiamo scritto poco sopra, morirà, infatti, nel 1980.
  2. ^ La principessa e la testimone di Geova nell’orrore del campo. Mafalda di Savoia e Maria Ruhnau compagne di baracca a Auschwitz
  3. ^ Mafalda di Savoia, di Cristina Siccardi, Fabbri, 2001 Pag.272
  4. ^ Cristina Siccardi - Mafalda di Savoia
  5. ^ vedi: Santi, beati e testimoni-Mafalda di Savoia
  6. ^ Deposizione giurata dei fratelli Vittorio e Rino Rizzo, depositata nel 1945 presso il notaio Conti di Udine
  7. ^ Tratto da www.quotidianiespresso.repubblica.it «Quei forni sempre accesi»
  8. ^ Notizie tratte da Quell'incontro con Mafalda - di Adriana Curini, pubblicato sul n. di settembre 2003 di FERT (www.rigocamerano.org)
  9. ^ Tratto da www.sslazionews.it «Nel museo della Lazio. Campioni e cimeli: 111 anni di emozioni»

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Renato Barneschi, Frau von Weber. Vita e morte di Mafalda di Savoia a Buchenwald, Rusconi, Milano, 1982.
  • Enrico d'Assia, Il lampadario di cristallo, Rizzoli, Milano, 1992.
  • Cristina Siccardi, Mafalda di Savoia. Dalla reggia al lager di Buchenwald, Paoline Editoriale Libri, Milano, 1999
  • Massimo de Leonardis, Giuseppe Tarò, Giulio Vignoli, La figura storica di Mafalda di Savoia nella vicenda italo-tedesca, De Ferrari, Genova, 1996.
  • (DE) Jobst Knigge, Prinz Philipp von Hessen - Hitlers Sonderbotschafter für Italien, Humboldt Universität, Berlin, 2009
  • Giulio Vignoli, Scritti politici clandestini. Politicamente scorretti, ECIG, Genova, 2000.
  • (ES) Ovidio Lagos, Principessa Mafalda, historia de dos tragedias, El Ateneo, Buenos Aires, 2009.
  • Carlo Delcroix, Quando c'era il Re, Rizzoli, Milano, 1959, pag. 149 ss.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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