Mu'ammar Gheddafi

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Muʿammar Muḥammad Abū Minyar al-Qadhdhāfī
معمر محمد أبو منيار القذافي
Muammar al-Gaddafi at the AU summit.jpg

Guida e Comandante della Rivoluzione della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista
Durata mandato 1º settembre 1969 –
20 ottobre 2011
Presidente Abdul Ati al-Obeidi
Muhammad az-Zaruq Rajab
Mifta al-Usta Umar
Abdul Razzaq as-Sawsa
Muhammad al-Zanati
Miftah Muhammed K'eba
Imbarek Shamekh
Mohamed Abu al-Qasim al-Zwai
Capo del governo Jadallah Azzuz at-Talhi
Muhammad az-Zaruq Rajab
Jadallah Azzuz at-Talhi
Abuzed Omar Dorda
Abdul Majid al-Qa′ud
Muhammad Ahmad al-Mangoush
Imbarek Shamekh
Shukri Ghanem
Baghdadi Mahmudi
Predecessore -
Successore Muṣṭafā ʿAbd al-Jalīl (Presidente del Consiglio Nazionale di Transizione)

Presidente del Consiglio del Comando Rivoluzionario di Libia
Durata mandato 1º settembre 1969 –
2 marzo 1977
Capo del governo Mahmud Sulayman al-Maghribi
Abdessalam Jalloud
Abdul Ati al-Obeidi
Predecessore -
Successore se stesso (Segretario generale del Congresso Generale del Popolo)

Segretario generale del Congresso Generale del Popolo
Durata mandato 2 marzo 1977 –
2 marzo 1979
Capo del governo Abdul Ati al-Obeidi
Predecessore se stesso (Presidente del Consiglio del Comando Rivoluzionario di Libia)
Successore Abdul Ati al-Obeidi

Primo ministro della Libia
Durata mandato 16 gennaio 1970 –
16 luglio 1972
Predecessore Maḥmūd Sulaymān al-Maghribī
Successore ʿAbd al-Ḥafīẓ Ghōqa

Presidente dell'Unione Africana
Durata mandato 2 febbraio 2009 –
31 gennaio 2010
Predecessore Jakaya Mrisho Kikwete
Successore Bingu wa Mutharika

Dati generali
Partito politico Unione Socialista Araba Libica (1971-1977)
Indipendente (1977-2011)
Università Università di Libia
Accademia Militare Universitaria di Bengasi
Firma Firma di Muʿammar Muḥammad Abū Minyar al-Qadhdhāfīمعمر محمد أبو منيار القذافي
Mu'ammar Muhammad Abu Minyar 'Abd al-Salam al-Qadhdhafi
Gaddafi 1972.jpg
Gheddafi nel 1972 in uniforme
7 giugno 1942 – 20 ottobre 2011 (69)
Nato a Qaṣr Abū Hādī
Morto a Sirte
Cause della morte Linciaggio
Luogo di sepoltura Deserto libico
Etnia caucasica-semitica
Religione musulmana sunnita
Dati militari
Paese servito Libia Regno Unito di Libia (1961-1969)
Flag of Libya (1972–1977).svg Repubblica Araba Libica (1969-1977)
Flag of Libya (1977-2011).svg Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista (1977-2011)
Forza armata Esercito libico
Anni di servizio 1961-2011
Grado Colonnello
Battaglie Colpo di Stato Libico del 1969
Guerra libico-egiziana
Guerra libico-ciadiana
Guerra ugandese-tanzaniana
Operazione El Dorado Canyon
Prima guerra civile in Libia
Comandante di Esercito libico
Decorazioni Gran Maestro dell'Ordine della Repubblica
Gran Maestro dell'Ordine del Coraggio
Gran Maestro dell'Ordine del Jihad
Gran Maestro dell'Ordine del Grande Conquistatore
"fonti citate nel corpo del testo"
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Mu'ammar Muhammad Abu Minyar 'Abd al-Salam al-Qadhdhafi, semplificato come Mu'ammar Gheddafi (in arabo: Muʿammar Muḥammad Abū Minyar ʿAbd al-Salām, معمر محمد أبو منيار القذافي, ascolta[?·info]; Qaṣr Abū Hādī, 7 giugno 1942Sirte, 20 ottobre 2011), è stato un militare e politico libico.

Fu la guida ideologica del colpo di stato militare che il 1º settembre 1969 portò alla caduta della monarchia (accusata di essere corrotta ed eccessivamente filo-occidentale[1]) del re Idris I di Libia e del suo successore Hasan. Senza ricoprire stabilmente alcuna carica ufficiale, ma fregiandosi soltanto del titolo onorifico di Guida e Comandante della Rivoluzione della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, Gheddafi fu, per i successivi quarantadue anni, la massima autorità della Libia. All'inizio instaurò una dittatura militare; in seguito, avvicinandosi al socialismo arabo di Gamal Abd el-Nasser, proclamò la "repubblica delle masse", basata su una nuova ideologia, da lui stesso teorizzata nel "Libro Verde" e nota come "Terza Via Universale", che al tempo stesso rifiutava capitalismo e lotta di classe a favore di un socialismo di ispirazione nazionale.

Il ventisettenne Gheddafi incontra nel 1969 il cinquantunenne Raʾīs egiziano Gamal Abd al-Nasser, suo modello ideologico, cui rimarrà sempre devoto

Tra il febbraio e l'ottobre del 2011 ebbe luogo la prima guerra civile in Libia che vide opposte le forze lealiste di Mu'ammar Gheddafi e quelle dei rivoltosi, riunite nel Consiglio nazionale di transizione. Il paese, dopo aver vissuto una prima fase di insurrezione popolare sull'onda della cosiddetta primavera araba conobbe in poche settimane lo sbocco della rivolta in conflitto civile. Gheddafi fu alla fine catturato e ucciso senza un regolare processo dai ribelli del CNT segnando con la sua morte, almeno formalmente, la fine della guerra civile.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini e infanzia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque il 7 giugno del 1942 in una tenda presso Qasr Abu Hadi, un villaggio della Tripolitania[2] sito a circa 20 km da Sirte, all'epoca parte della provincia italiana di Misurata, da una modesta famiglia islamica facente parte della tribù dei Qadhadhfa, di cui, però, si hanno ben poche notizie.[3] All'età di sei anni, Gheddafi rimane coinvolto in un incidente durante il quale perde due suoi cugini e resta ferito ad un braccio, a causa dell'esplosione di una mina risalente al periodo bellico.[4] Tra il 1956 e il 1961 frequenta la scuola coranica di Sirte, in cui viene a contatto con le idee panarabe del Presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser, alle quali aderisce con entusiasmo. Nel 1961 decide di iscriversi all'Accademia Militare di Bengasi. Una volta concluso il corso (1966) e, dopo aver svolto un breve periodo di specializzazione in Gran Bretagna, comincia la propria carriera nelle file dell'esercito libico, ricevendo la nomina al grado di capitano all'età di 27 anni.

I matrimoni[modifica | modifica wikitesto]

La prima moglie di Gheddafi, Fātiḥa, è un'insegnante, sposata nel 1969. Cronache del tempo raccontano come i due non si fossero mai incontrati prima della data dello sposalizio. Dalla loro unione nasce un solo figlio e, dopo sei mesi di matrimonio, Gheddafi decide di separarsi per sposare la seconda moglie Ṣāfiya Farkash, nata al-Brasai ed ex-infermiera di origini ungheresi (Farkas in ungherese vuol dire "lupo" ed è un cognome assai diffuso); i due si conoscono in Bosnia, a Mostar, città di origine della donna dove la famiglia si era trasferita ai tempi in cui il nonno di lei era direttore scolastico.[5]

La rivoluzione del 1969[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista.
L'espulsione degli italiani

Tra le primissime iniziative del regime di Gheddafi, c'è l'adozione di misure sempre più restrittive nei confronti della popolazione italiana che era rimasta a vivere in quella che era stata la ex-colonia, limitazioni che culminano con il decreto di confisca del 21 luglio 1970 emanato per "restituire al popolo libico le ricchezze dei suoi figli e dei suoi avi usurpate dagli oppressori". Gli italiani vengono pertanto privati di ogni loro bene, compresi i contributi assistenziali versati all'INPS e da questo trasferiti, in base ad un accordo, all'istituto libico corrispondente, e sono sottoposti a progressive restrizioni che culminano con la costrizione a lasciare il Paese entro il 15 ottobre del 1970.[6]

Dal 1970, ogni 7 ottobre in Libia si celebrava il “Giorno della vendetta”, in ricordo del sequestro di tutti i beni e dell'espulsione di 20.000 italiani.

Insoddisfatto del governo guidato dal re Idris I, giudicato da Gheddafi e da altri ufficiali troppo servile nei confronti di Stati Uniti e Francia, il 26 agosto 1969 si pone alla guida del colpo di Stato organizzato contro il sovrano, che porta, il 1º settembre dello stesso anno, alla proclamazione della Repubblica guidata da un Consiglio del Comando della Rivoluzione composto da 12 militari di tendenze panarabe filo-nasseriane. Una volta al potere, Gheddafi, nel frattempo autonominatosi colonnello, fa approvare dal Consiglio una nuova costituzione e abolisce le elezioni e tutti i partiti politici. La Libia di quel periodo non si può infatti considerare una democrazia, non essendovi concesse molte libertà politiche (tra cui, per esempio, il multipartitismo).

Il primo ventennio al potere (1969-1989)[modifica | modifica wikitesto]

La politica della prima parte del governo Gheddafi viene definita dai suoi sostenitori una "terza via" rispetto al comunismo e al capitalismo, nella quale cerca di coniugare i principi del panarabismo con quelli della socialdemocrazia. Gheddafi decide di esporre le proprie visioni politiche e filosofiche nel suo Libro verde (esplicito ammiccamento al Libretto rosso di Mao Tse-tung), che pubblica nel 1976. In nome del Nazionalismo arabo, decide di nazionalizzare la maggior parte delle proprietà petrolifere straniere, di chiudere le basi militari statunitensi e britanniche, in special modo la base "Wheelus", ridenominata "ʿOqba bin Nāfiʿ" (dal nome del primo conquistatore arabo-musulmano delle regioni nordafricane) e di espropriare tutti i beni delle comunità italiana ed ebraica, espellendole dal paese.

In politica estera, il regime libico diventa finanziatore dell'OLP di Yasser Arafat nella sua lotta contro Israele, inoltre, si fa spesso propugnatore di un'unione politica tra i tanti Stati islamici dell'Africa, caldeggiando in particolare, nei primi anni settanta, un'unione politica con la Tunisia; la risposta interlocutoria (ma sostanzialmente negativa) dell'allora presidente tunisino Bourguiba fa però tramontare questa ipotesi.[7] Sempre nel medesimo periodo, e per molti anni successivi, Gheddafi è uno dei pochissimi leader internazionali che continuano a sostenere i dittatori Idi Amin Dada e Bokassa (quest'ultimo però soltanto nel periodo in cui si dichiarò musulmano), mentre non verrà mai dimostrato un suo coinvolgimento nella misteriosa scomparsa in Libia, nel 1978, dell'Imam sciita Musa al-Sadr (di cui non apprezza i tentativi di pacificazione del Libano) e neppure il suo fattivo sostegno al combattente palestinese Abū Niḍāl e alla sua organizzazione para-militare, organizzatori, tra l'altro, della Strage di Fiumicino nel 1985. In quest'ultimo caso la Libia smentisce ogni suo coinvolgimento ma non manca di rendere ufficialmente onore ai terroristi autori di tale attentato.

Dal 16 gennaio 1970 al 16 luglio 1972 Gheddafi è anche primo ministro libico ad interim, prima di lasciare il posto a ʿAbd al-Salām Jallūd. Nel 1977, grazie ai maggiori introiti derivanti dal petrolio, il regime decide di effettuare alcune opere a favore della propria nazione, come la costruzione di strade, ospedali, acquedotti e industrie. Proprio sull'onda della popolarità di tale politica, nel 1979, Gheddafi rinuncia a ogni carica ufficiale, pur rimanendo di fatto l'unico vero leader del paese, serbandosi solo l'appellativo onorifico di "Guida della Rivoluzione".

Negli anni ottanta avviene un'ulteriore radicalizzazione nelle scelte di politica internazionale. La sua ideologia anti-israeliana e anti-statunitense lo porta a sostenere gruppi terroristi, tra cui l'IRA irlandese e il Settembre Nero palestinese. Viene anche accusato dall'Intelligence statunitense di essere l'organizzatore degli attentati in Sicilia, Scozia e Francia, anche se per questi atti si è sempre proclamato estraneo. Si rende, altresì, sicuramente responsabile del lancio di due missili SS-1 Scud contro il territorio italiano di Lampedusa, come rappresaglia per il bombardamento della Libia da parte degli Stati Uniti nell'operazione El Dorado Canyon. I missili fortunatamente non provocano danni, cadendo in acqua a 2 km dalle coste siciliane.

All'inizio del 1986 la Marina Militare degli Stati Uniti sta effettuando alcune operazioni di addestramento al largo della costa libica, nelle vicinanze del Golfo della Sirte, in quelle che secondo le autorità statunitensi sono acque internazionali. Gheddafi intima agli americani di allontanarsi da quelle che considera "acque libiche" e, dopo aver incassato un rifiuto, decide di passare all' azione. I libici lanciano sei missili contro alcuni aerei U.S.A., e la marina statunitense reagisce affondando tre navi pattuglia libiche e distruggendo una postazione missilistica. Sempre nel 1986, la notte del 4 aprile, l'esplosione di un ordigno in una discoteca di Berlino Ovest usualmente frequentato da militari statunitensi provoca la morte di 3 persone (tra cui 2 militari americani) e il ferimento (in molti casi molto grave) di altre 229. Le attività di intelligence U.S.A., anche a seguito dell'intercettazione di un telex inviato dalla sede dell'ambasciata Libica in Germania Est, attribuiscono l'attentato alle forze terroristiche legate a Gheddafi.[8]

Il suo regime è ormai divenuto il nemico numero uno degli Stati Uniti d'America ed è progressivamente emarginato dalla NATO. Questa tensione prelude, il 15 aprile 1986, al blitz militare sulla Libia per volere del presidente statunitense Ronald Reagan. Un massiccio bombardamento raggiunge anche il suo compound di Bāb al-ʿAzīziyya, che è raso al suolo. Gheddafi ne esce incolume ma dichiara che la propria figlia adottiva Hanna è rimasta uccisa. Tale versione si dimostrerà tuttavia falsa poiché la ragazza comparirà un paio d'anni più tardi - viva - in un video insieme allo stesso Colonnello, il quale si scoprirà essere stato preventivamente avvertito delle intenzioni statunitensi da Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio italiano.[9] Quando Gheddafi scopre che l'Inghilterra ha fornito le basi agli aerei americani per il blitz, decide di aumentare gli aiuti all'IRA.[10] Il 21 dicembre 1988 esplode un aereo passeggeri sopra la cittadina scozzese di Lockerbie, dove periscono tutte le 259 persone a bordo e 11 cittadini di Lockerbie: prima dell'11 settembre 2001, questo è l'attacco terroristico più grave mai avvenuto.

L'ONU attribuisce alla Libia la responsabilità dell'attentato aereo, chiedendo al governo di Tripoli l'arresto di due suoi cittadini accusati di esservi direttamente coinvolti. Al netto e insindacabile rifiuto di Gheddafi, le Nazioni Unite approvano la Risoluzione 748, che sancisce un pesante embargo economico contro la Libia, la cui economia si trova già in fase calante. Solo nel 1999, con la decisione da parte libica di cambiare atteggiamento nei confronti della comunità internazionale, Tripoli accetta di consegnare i sospettati di Lockerbie: 'Abd al-Baset 'Ali Mohamed al-Megrahi viene condannato all'ergastolo nel gennaio 2001 da una corte scozzese, mentre al-Amin Khalifa Fhimah viene assolto.[11] Nel febbraio 2011, intervistato dal quotidiano svedese Expressen, l'ex ministro della giustizia Muṣṭafā ʿAbd al-Jalīl ha ammesso le responsabilità dirette del colonnello Gheddafi nell'ordinare l'attentato del 1988 al Volo Pan Am 103.[12][13]

Il coinvolgimento nella strage di Ustica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Strage di Ustica e Relazioni bilaterali tra Italia e Libia.
Mu'ammar Gheddafi in una foto degli anni ottanta

Il 27 giugno 1980 un aereo di linea Douglas DC-9, codice I-TIGI, appartenente alla compagnia aerea italiana Itavia, in volo da Bologna a Palermo si squarciò all'improvviso e scomparve in mare nei pressi dell'isola di Ustica. Persero la vita 81 persone e non ci furono superstiti. Inizialmente le cause maggiormente accreditate furono il "cedimento strutturale" e la "bomba". A distanza di molti anni in cui si sono susseguiti innumerevoli depistaggi, falsi indizi e morti sospette, sembrerebbe invece affermarsi la tesi più plausibile ma altrettanto scomoda, quella cioè dell'abbattimento. Un missile aria/aria sarebbe stato lanciato da un velivolo militare francese all'indirizzo di un caccia libico MiG-23 che, in sorvolo non autorizzato nei cieli italiani, avrebbe tentato di nascondersi nella traccia radar del DC-9. Il missile però anziché colpire il MiG, avrebbe raggiunto e abbattuto l'aereo passeggeri italiano.

Un secondo missile avrebbe invece centrato l'aereo libico che si sarebbe poi schiantato in Calabria, più precisamente nel territorio del comune di Castelsilano (KR), con il conseguente decesso del pilota.

All'origine dell'intervento francese vi sarebbe stata la convinzione da parte di Alexandre de Marenches, capo dello SDECE servizi di spionaggio transalpini, che sul velivolo libico si trovasse il colonnello Gheddafi, personaggio particolarmente inviso al presidente francese Valéry Giscard d'Estaing, dal 1974 al 1981. Il presidente francese voleva la morte di Gheddafi, perché era entrato in guerra contro il governo del Ciad per annettersi il territorio della Striscia di Aozou nel nord del Ciad, ritenuto ricco di giacimenti di uranio. Invece Giscard, appoggiava il governo centrale ciadiano del presidente François Tombalbaye.
Inoltre il Presidente della Repubblica Francese Giscard D'Estaing aveva un motivo personale per volere la morte di Gheddafi. Giscard D'Estaing era stato coinvolto nello scandalo dei diamanti di Bokassa[14] (la rivelazione la fece il giornale Le Canard Enchaîné, ma venne ripresa anche da Le Monde).[15] Dietro la soffiata ai giornali si scoprì che c'era Gheddafi.[16]. Perciò Giscard D'Estaing avrebbe tentato con questa operazione militare di realizzare l'eliminazione fisica di Gheddafi.

Ad avvalorare questa versione dei fatti vi è una dichiarazione pubblicata nel febbraio 2007 da Francesco Cossiga, presidente del Consiglio all'epoca della strage: ad abbattere il DC-9 sarebbe stato un missile «a risonanza e non a impatto», lanciato da un velivolo dell'Aéronavale decollato dalla portaerei Clemenceau. Sempre secondo quanto dichiarato da Cossiga, furono i servizi segreti italiani ad informare lui e l'allora ministro dell'Interno Giuliano Amato dell'accaduto. Infine aggiunse: «i francesi sapevano che sarebbe passato l'aereo di Gheddafi, che si salvò perché il Sismi lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro». Mentre fu il SIOS, il servizio segreto dell'aeronautica italiana, comandato dal generale Zeno Tascio, che diede in tempo reale, ad Alexandre de Marenches, il piano di volo dell'aereo di Gheddafi. I piani di volo internazionali provenienti da paesi potenzialmente nemici sono vagliati e approvati dal SIOS: il pilota di Gheddafi aveva presentato ai controllori di volo, un piano di volo del Tupolev da Tripoli a Brindisi, Belgrado e Varsavia, che è la via aerea sull'Adriatico di minor attraversamento del territorio italiano. Ma questo piano di volo era stato cambiato dal Controllo Radar Nazionale, in una nuova rotta Tripoli, Palermo, Ponza, Ancona, Belgrado, Varsavia. Proprio nella aerovia Ambra 23 sul Mediterraneo, dove nel Punto Condor, avrebbe dovuto scattare l'imboscata.[17]

Contemporaneamente un informatore dell'aeronautica, dice Demetrio Cogliandro,[18] vice capo del SISMI, gli soffiò in tempo reale, la notizia dell'imboscata, che fu passata al generale Santovito, capo del SISMI, il quale in tempo reale, avvisò dell'imboscata Gheddafi, che ritornò indietro e riparò a Malta.[19]

Lotta all'Apartheid; rapporto con Nelson Mandela[modifica | modifica wikitesto]

Gheddafi contribuì fortemente alla sconfitta dell'Apartheid in Sud Africa, dando sostegno sia economico che militare all'Anc di Nelson Mandela. Dopo la sua scarcerazione, Mandela si apprestò a visitare la Libia (sotto embargo ONU) come ringraziamento nei confronti di Gheddafi considerandolo come un fratello. Inoltre Mandela a causa delle reazioni internazionali (USA) negative nei confronti della visita a Gheddafi dichiarò: “Coloro che ieri erano gli amici dei nostri nemici, ora hanno la sfacciataggine di propormi di non visitare il mio fratello Gheddafi, ci consigliano di mostrarci ingrati e di dimenticare i nostri amici di ieri.” Inoltre sempre lo stesso Mandela dichiarò: "Ho tre amici nel mondo, e sono Yasser Arafat, Mu'ammar Gheddafi e Fidel Castro".

Dal 1990 al 2010: il secondo ventennio di potere[modifica | modifica wikitesto]

A partire dai primi anni novanta, Gheddafi decide un ulteriore cambiamento del ruolo del suo regime all'interno dello scacchiere internazionale; condanna l'invasione dell'Iraq ai danni del Kuwait nel 1990 e successivamente sostiene le trattative di pace tra Etiopia ed Eritrea. Quando anche Nelson Mandela fa appello alla "Comunità Internazionale", a fronte della disponibilità libica di lasciar sottoporre a giudizio gli imputati libici della strage di Lockerbie e al conseguente pagamento dei danni provocati alle vittime, l'ONU decide di ritirare l'embargo alla Libia (primavera del 1999). Nei primi anni duemila, proprio questi ultimi sviluppi della politica libica, portano Gheddafi a un riavvicinamento agli USA e alle democrazie europee, con un conseguente allontanamento dall'integralismo islamico.

A seguito degli attacchi terroristici agli U.S.A. dell'11 settembre 2001, Gheddafi condanna pubblicamente gli attentati e il suo principale artefice - Osama Bin Laden - sulla cui cattura mette addirittura una taglia. Il leader libico diviene sempre più ostile al fondamentalismo islamico, che ormai considera una potenziale minaccia anche al suo potere. In conseguenza di ciò, abiura il suo passato di fiancheggiatore e inizia a fornire informazioni di intelligence alla CIA e al governo statunitense riguardo ad Al-Qaeda e ad altri gruppi terroristici.[8]

Grazie a questi passi il presidente statunitense George W. Bush decide di togliere la Libia dalla lista degli Stati Canaglia (di cui fanno parte Iran, Siria e Corea del Nord) portando al ristabilimento di pieni rapporti diplomatici tra Libia e Stati Uniti. Gli anni 2000 vedono Gheddafi protagonista del riavvicinamento tra Italia e Libia, sancito da diverse visite ufficiali del capo libico in Italia della controparte italiana in Libia. Nel 2004, il Mossad, la CIA e il Sismi individuano una nave che trasporta la prova che il regime libico sia in possesso di un arsenale di armi di distruzione di massa. Invece di rendere pubblica la scoperta e sollevare uno scandalo, Stati Uniti e Italia pongono a Gheddafi un ultimatum che viene accettato.[20]

Dichiarazione di Sirte del 9 settembre 1999[21]

Gheddafi fu un forte sostenitore e principale artefice della fondazione dell'Unione africana così come si evince dalla dichiarazione firmata a Sirte (sua città natale). Ha speso molte risorse per la concretizzazione di uno stato panafricano che permettesse l'emancipazione e l'autodeterminazione africana nei confronti del colonialismo e neocolonialismo dei paesi occidentali; ha svolto numerose attività per l'Africa come ad esempio il primo satellite africano per le telecomunicazioni, eliminando così il giogo delle potenze occidentali[22]; fino alla sua uccisione è stato promotore di una moneta unica panafricana denominata "Dinaro d'oro" che doveva servire ad eliminare il dollaro nelle contrattazioni commerciali, a programmare una Banca Africana e a promuovere una Unione Economica dei paesi poveri per rendere l'Africa un continente più forte ed emancipato[23]. Dal 2 febbraio 2009[24] al 31 gennaio 2010 è stato Presidente dell'Unione africana, partecipando al G8 dell'Aquila come rappresentante della stessa[25].

Discorso all'Onu del 2009[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2009 nel suo discorso all'ONU come Presidente dell'Unione Africana ha messo in discussione il ruolo del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dichiarando che dopo la seconda guerra mondiale nonostante il consiglio di sicurezza ci siano state 65 guerre, che i 5 membri permanenti del consiglio di sicurezza ONU non rappresentano tutti i paesi e hanno il "potere" di decidere le sorti di una nazione sovrana a seconda dei loro interessi, e chi ha avuto un ruolo nelle guerre dopo la seconda guerra mondiale debba risarcire ed essere processato dal Tribunale internazionale; ha poi aggiunto che il diritto di veto è ingiusto perché non garantisce la parità tra ogni singolo Stato sovrano, si è persa fiducia nei confronti del consiglio di sicurezza ONU perché ogni paese e comunità ha istituito il proprio consiglio di sicurezza e che quindi il Consiglio di Sicurezza si è sempre più isolato; ha criticato l'Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dichiarando che non è giusto che i Paesi più potenti non siano sotto la sua giurisdizione e che viene usata solo contro i paesi più deboli, e che se fosse veramente un'organizzazione internazionale tutti i paesi dovrebbero essere membri dell'IAEA.

Ha rivendicato un seggio permanente per l'Africa; ha preteso un risarcimento di 777 miliardi di dollari dai paesi colonizzatori, citando inoltre l'accordo italo-libico in cui l'Italia si impegna a versare 250 milioni di dollari all'anno di risarcimento per i prossimi vent'anni[26] e ha reclamato la costruzione di un ospedale per i libici mutilati in seguito alle mine collocate in territorio libico durante la Seconda Guerra Mondiale. Inoltre ha sottolineato l'importanza delle mine anti-uomo e messo in discussione la convenzione di Ottawa. Le mine sono armi difensive, se vengono piazzate lungo il confine di un Paese e qualcuno vuole invaderlo, perché si sta invadendo uno Stato sovrano e sarebbe più logico eliminare le armi di distruzione di massa che armi difensive come le mine. La Convenzione dovrebbe essere riconsiderata, l'arma difensiva non viene piazzata in un altro Paese ed è il nemico che invade.

Ha avuto parole di elogio per il presidente Obama definendo come un evento storico la sua vittoria come presidente degli Stati Uniti d'America, perché, in un Paese in cui i neri un tempo non potevano stare assieme ai bianchi in caffè o ristoranti o sedersi vicino a loro in autobus. Le vaccinazioni e le medicine non dovrebbero essere vendute. Nel suo Libro Verde, sostiene che i medicinali non dovrebbero essere venduti né soggetti alla commercializzazione. I medicinali devono essere gratuiti e i vaccini dati gratuitamente ai bambini, ma le aziende capitalistiche producono i virus e le vaccinazioni e vogliono realizzare un profitto.

Ha messo in discussione la sede dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiarando che sia meglio scegliere un luogo che sia più centrale rispetto a tutti i Paesi del mondo, in modo da evitare lunghi viaggi per i componenti dell'Assemblea e evitare che sia preso di mira per attacchi terroristici. Ha criticato il ruolo delle Nazioni Unite avuto durante gli omicidi politici o le condanne a morte di altri capi di Stato presso i tribunali, ha messo a confronto la guerra del Kuwait con l'invasione dell'Iraq dichiarando che nel primo caso l'ONU è intervenuta mentre nel secondo caso l'ONU non ha rispettato la propria carta dei diritti.

Grande fiume artificiale[modifica | modifica wikitesto]

Il Grande fiume artificiale (o GMR, acronimo della traduzione inglese Great Man-made River, in arabo: النهر الصناعي العظيم‎, al-Nahr al-Ṣināʿī al-ʿAẓīm) è un acquedotto libico che preleva acqua dolce dal Sahara libico per condurlo ai paesi della costa dello Stato africano. Tale opera è stata voluta da Mu'ammar Gheddafi per portare acqua potabile e distribuirla alle città costiere del proprio Paese. Per fare ciò ha sfruttato l'enorme quantità di acqua fossile, presente a grande profondità nel Sahara libico, trasportandola per centinaia di chilometri verso le città costiere di Tripoli, Bengasi, Sirte, Tobruk, dove risiede il 70% della popolazione. Tale idea nacque negli anni ottanta e il progetto fu redatto dalla società americana Brown and Rooth. La realizzazione dell'opera venne affidata all'impresa sudcoreana Dong Ha.

Guerra civile del 2011, la cattura e la morte[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra civile libica.

Nel febbraio del 2011 anche la Libia, sull'onda della cosiddetta Primavera Araba, vide l'insorgere di moti di insurrezione popolare, che ben presto sfociarono in una guerra civile, nella quale la Nato avrebbe in seguito fatto il suo ingresso fiancheggiando le forze ribelli, che avrebbero infine rovesciato il regime di Gheddafi.[27]

Gli scontri, sin dalle prime sollevazioni, si rivelarono molto cruenti. Le forze del regime misero in atto una dura repressione armata che causò la morte di numerosi civili, sui quali veniva spesso indiscriminatamente aperto il fuoco, con attacchi sommari e violenti sia nelle case che in luoghi e uffici pubblici. Per tali ragioni il 16 maggio del 2011, sulla base delle numerose prove raccolte, il procuratore del Tribunale Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, chiese alla corte penale l'incriminazione di Gheddafi per crimini contro l'umanità, insieme al figlio Sayf al-Islam Gheddafi e al capo dei servizi segreti libici Abd Allah al-Sanussi.[28]

Nel corso del mese di agosto le forze ribelli erano in procinto di conquistare Tripoli e Gheddafi veniva localizzato presso la sua città natale, Sirte.[29]

Il 20 ottobre 2011, risultando vana ogni ulteriore resistenza nella difesa di Sirte, nella quale si era asserragliato contestualmente alla caduta di Tripoli, Muʿammar Gheddafi tentò di guadagnare il deserto per continuare la lotta, ma il convoglio in cui viaggiava fu individuato dai droni inviati dal Presidente degli Stati Uniti Obama[30] e attaccato da parte di aerei militari francesi.

Raggiunto da elementi del CNT, Gheddafi fu ferito alle gambe e catturato vivo. Dopo essere stato ripetutamente pestato e brutalizzato, fu ucciso con un colpo di pistola alla testa; i suoi ultimi momenti di vita furono registrati dai presenti all'avvenimento in numerosi video. Successivamente il suo cadavere fu trasportato a Misurata, esposto al pubblico e, quindi, sepolto in una località segreta nel deserto libico.[31][32] La sua eredità politica e la guida della Giamahiria furono raccolte dall'altro figlio Sayf al-Islam Gheddafi, il quale, il 23 ottobre 2011, per mezzo della Tv siriana al-Rāʾī (L'opinione), dichiarò in un breve messaggio audio di voler vendicare la morte del padre e di continuare la resistenza contro il CNT, le forze della NATO e l'esercito francese sino alla fine: "Io vi dico, andate all'inferno, voi e la NATO dietro di voi. Questo è il nostro Paese, noi ci viviamo, ci moriamo e stiamo continuando a combattere".[senza fonte] Il CNT decise poi di aprire un'inchiesta sulla morte di Mu'ammar Gheddafi.

In cerca di vendetta per l'uccisione, i simpatizzanti di Gheddafi rapirono, torturarono per 50 giorni e infine assassinarono uno dei suoi catturatori, il ventiduenne Omran Shaaban, nei pressi di Bani Walid nel settembre 2012.[33]

Secondo Amnesty internazionale, non esisterebbe nessuna prova degli stupri di cui sono stati accusati le forze di Kadhafi e che al contrario la sua inchiesta ha constatato che molti di queste accuse erano delle invenzioni. Human Rights Watch anche detto che non ha trovato evidenza di accuse di stupri.[34]

Sequestri patrimoniali dopo l'assassinio[modifica | modifica wikitesto]

Nel marzo 2012 la Guardia di Finanza ha sequestrato beni in Italia della famiglia Gheddafi per oltre un miliardo di euro. Tra questi l'1,256% di Unicredit (pari ad un valore di 611 milioni di euro), il 2% di Finmeccanica, l'1,5% della Juventus, lo 0,58% di Eni, pari a 410 milioni, lo 0,33% di alcune società del gruppo Fiat, come Fiat SpA e Fiat Industrial.

Oltre alle quote azionarie, le Fiamme Gialle hanno apposto i sigilli anche a 150 ettari di terreno nell'isola di Pantelleria, due moto (una Harley Davidson e una Yamaha) e un appartamento in via Sardegna, a Roma. Diversi anche i conti correnti posti sotto sequestro: il deposito più consistente, 650.000 euro in titoli, è quello presso la filiale di Roma della Ubae Bank, una joint venture italo-libica.[35] Oltre a ciò, in numerosi altri paesi sono stati sequestrati beni di vario tipo e conti bancari, per un totale di duecento miliardi di dollari. Ciò avrebbe fatto di Gheddafi l'ottava persona più ricca della storia.[36]

I figli[modifica | modifica wikitesto]

Gheddafi ha avuto otto figli:

Il figlio maggiore è Muḥammad al-Qadhdhāfī, l'unico nato dalla sua prima moglie Fatiha; ricopriva la carica di presidente del Comitato Olimpico Nazionale ed era presidente di Libyana, una dei due operatori di telefonia mobile posseduta dalla General Post and Telecommunication Company. Dopo essere fuggito in Algeria, al 2015 risulta essere rifugiato in Oman insieme alla matrigna Safia Farkash e ai fratellastri Hānnībāl, ʿĀʾisha e Hanna.

Il secondogenito è Sayf al-Islām al-Qadhdhāfī, nato nel 1972 dalla seconda moglie e ritenuto colui che sarebbe dovuto diventare il delfino del colonnello. Laureato in Architettura, collaboratore politico del padre dopo esserne stato designato erede alla presidenza nel 1995, nel 2006, avendo criticato il regime del padre, con la richiesta di attuare riforme in senso democratico, cade momentaneamente in disgrazia e va a vivere all'estero, a Londra, dove consegue un master presso la London School of Economics (LSE) con una tesi, che poi si scopre essere stata copiata (gettando forti ombre anche sul modo di conseguimento della sua precedente laurea), inerente alla natura anti-democratica della governance globale. Ritorna in Libia insediandosi inizialmente alla presidenza della Fondazione caritatevole di famiglia ma, nonostante nel 2008 dichiari di non volere avvicendare il padre nella guida del paese, ritorna a ricoprire via via incarichi sempre più importanti all'interno del regime fino al 2011, quando gli viene dato il compito di portavoce del regime e di lavorare alla realizzazione di una nuova costituzione. Dal 19 novembre dello stesso anno risulta detenuto nel carcere di Zintan. Il 28 luglio 2015 viene condannato alla pena di morte con l'accusa di genocidio.

Il terzogenito è il figlio maschio al-Saʿādī al-Qadhdhāfī, sposato con la figlia di un generale dell'esercito libico e ha come principale interesse il calcio (ha giocato con scadenti risultati in Serie A con il Perugia, esordendo in un incontro contro la Juventus, e ha militato, sempre in Italia, anche nell'Udinese e nella Sampdoria). Fuggito in Niger, il 6 ottobre 2014 viene estradato in Libia e attualmente è detenuto nel carcere di Tripoli accusato di aver ucciso nel 2006 il calciatore Bashir al-Riani.

Il quartogenito è Hānnībāl al-Qadhdhāfī, incaricato alla gestione dell'export del petrolio libico, si rende protagonista di alcuni incidenti in Italia (dove ha aggredito nel 2001 tre agenti di polizia), Francia (dove ha aggredito una ragazza a Parigi) e Svizzera. In quest'ultimo paese viene anche arrestato per aver aggredito due camerieri alle sue dipendenze a Ginevra, causando una crisi diplomatica fra Libia e Svizzera.[37] Dopo essere fuggito in Algeria, al 2015 risulta essere rifugiato in Oman insieme alla madre, al fratellastro Muḥammad e alle sorella ʿĀʾisha e Hanna.

Il quintogenito è al-Muʿtaṣim bi-llāh al-Qadhdhāfī (chiamato Mutassim o Motassim Gheddafi), ritenuto dall'intelligence americana confidente del padre[38] e unica seria alternativa a Sayf al-Islām al-Qadhdhāfī per la successione. Alcune voci però lo descrivono coinvolto in un tentativo di colpo di Stato contro il padre e in una successiva sua fuga in Egitto.[39] Dopo qualche anno di esilio gli viene però concesso di rientrare in Libia, dove diventa consigliere per la sicurezza nazionale e comandante di un'unità speciale dell'Esercito. Viene catturato e ucciso a Sirte insieme al padre il 20 ottobre 2011.

Il sesto figlio è Sayf al-ʿArab al-Qadhdhāfī, studia a Monaco di Baviera presso la Technische Universität (dove nel 2008 si narra che la polizia tedesca gli sequestra l'automobile a seguito di gravi infrazioni). Nel 2011, viene nominato a capo di alcune milizie dell'esercito libico durante le ribellioni e il 2 ottobre dello stesso anno perde la vita nel corso di un raid della NATO.

Il settimo figlio è Khamīs al-Qadhdhāfī, molto fedele al padre, anche lui ufficiale dell'esercito libico. Si narra che a tre anni, nel 1986, durante il blitz americano su Tripoli a cui Gheddafi riesce a scampare, viene ferito. Si laurea prima presso l'accademia militare di Tripoli, ottenendo un diploma in arte e scienza militare, in seguito all'Accademia Militare di Mosca e all'Accademia di Stato Maggiore dell'Accademia delle Forze Armate della Federazione Russa. Dall'aprile 2010 si iscrive ad un master in economia presso la IE Business School di Madrid, venendone però successivamente espulso nel marzo 2011 a causa dei "suoi collegamenti agli attacchi contro la popolazione libica". La guerra civile libica infatti, durante la quale viene soprannominato "Muʿammar il giovane" dai propri miliziani e "macellaio" dai rivoltosi di Bengasi, lo vede al comando delle brigate che sparano per reprimere le prime rivolte scoppiate il 17 febbraio in Cirenaica. Viene più volte dato per morto, ma al 12 aprile 2013, data in cui ha guidato un commando all'atto di un commissariato, risulta essere ancora latitante.

Unica figlia, prediletta dal padre, è ʿĀʾisha al-Qadhdhāfī, un'avvocatessa che ha difeso, tra gli altri, Ṣaddām Ḥusayn e il giornalista iracheno Muntazar al-Zaydi. Dopo essere fuggita in Algeria, al 2015 risulta essere rifugiata in Oman insieme alla madre, al fratello Hānnībāl, al fratellastro Muḥammad e alla sorella adottiva Hanna.

Gheddafi ha adottato anche due bambini, Hanna e Milad. Hanna, data per uccisa durante il bombardamento statunitense del 1986, compare insieme a lui in un filmato, probabilmente del 1988, e sarebbe ancora viva, come testimoniato da alcune foto rinvenute nella residenza-bunker di Gheddafi, e da non meglio precisate testimonianze. Hanna risulterebbe essere fuggita anch'essa in Algeria e da lì in Oman insieme alla madre Safia Farkash e ai fratellastri Muḥammad al-Qadhdhāfī, Hānnībāl e ʿĀʾisha.[40] Invece di Milad non si hanno più notizie.

Nella cultura di massa[41][modifica | modifica wikitesto]

Nel corso della sua carriera politica Gheddafi si è auto attribuito numerosi appellativi allo scopo di magnificare la sua statura come figura simbolo dell'Islam e delle popolazioni musulmane e africane Tra questi:

Gheddafi soleva apparire in pubblico abbigliato in maniera molto eccentrica, vistosa e sgargiante. Alternava pompose uniformi militari a camicie variopinte, non disdegnando elaborati abiti tradizionali beduini. La sua tendenza all'istrionismo era molto marcata. Capitava spesso che si cambiasse diverse volte al giorno e ha dichiarato di essere colui che dettava la moda nel suo Paese. La cura maniacale della sua immagine lo ha spinto a ricorrere svariate volte alla chirurgia estetica. La sua effigie era raffigurata su grandi cartelloni in tutte le città della Libia, era l'immagine stessa della Libia.

Una sua caricatura, sotto forma di pupazzo, compare brevemente nella clip del brano del 1986 Land of Confusion della band rock inglese dei Genesis.

Rapporto con le donne e con il sesso[41][42][43][44][45][modifica | modifica wikitesto]

Gheddafi ha formato una guardia personale composta esclusivamente da donne, che lo accompagnava dappertutto nel corso dei suoi numerosi viaggi internazionali. Pubblicamente si è proclamato uno strenuo difensore dei diritti delle donne e ha asserito con convinzione di voler elevare la condizione della donna araba. Il suo esercito di Amazzoni, formate nell'Accademia militare femminile da lui voluta, era la testimonianza vivente della sua volontà e del suo impegno.

La realtà, tuttavia, secondo alcune testimonianze fornite da ex membri della milizia femminile e da ex esponenti di spicco del regime, sarebbe stata molto differente. Tali testimonianze avrebbero portato alla luce il fatto che quel corpo speciale fosse soprattutto un harem ad uso personale del Colonnello, del quale avrebbero fatto parte anche alcune giovani donne rapite e strappate per anni alle proprie famiglie. Le ragazze avrebbero subito soventi pestaggi e stupri, e sarebbero state obbligate a partecipare a sessioni di sesso estremo e di gruppo. Sarebbero state spinte e costrette a fumare, a bere alcolici e a sniffare cocaina, e sarebbero state tenute prigioniere in una sorta di bunker a Bab-el-Aziza in attesa di essere chiamate a soddisfare gli appetiti sessuali del loro Leader. Talvolta, Gheddafi avrebbe usato le sue soldatesse, anche minorenni, per sedurre e poi ricattare potenti diplomatici esteri allo scopo di poterli manovrare. Qualunque congiunto delle giovani vittime avesse osato ribellarsi al destino delle proprie familiari sarebbe stato eliminato, anche in modo brutale.

Sempre secondo tali testimonianze Gheddafi, nelle visite ufficiali alle scuole del suo Paese, avrebbe scelto con cura molte giovani vittime (spesso tra i 13 e i 14 anni, sia femmine che maschi), carezzandone il capo come segnale per gli incaricati che avrebbero dovuto, in un secondo momento, prelevarle. In alcuni casi le giovani vittime sarebbero state restituite alla famiglia dopo lo stupro; in altri sarebbero state rapite e aggregate alla guardia delle Amazzoni, benché senza aver mai ricevuto un addestramento militare.

Infine, sempre secondo queste testimonianze, tra le prede sessuali di Gheddafi vi sarebbero state, oltre alle giovani studentesse, anche modelle, hostess, infermiere, impiegate e donne sposate. In più circostanze, allo scopo di umiliarne i mariti per fini politici, avrebbe consumato rapporti sessuali (sia consenzienti che non consenzienti) con mogli o figlie di alti dignitari e potenti libici, nonché di Capi di Stato africani.

La situazione della Libia dopo la caduta del regime[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'uccisione di Gheddafi e la conseguente caduta del suo decennale regime, la Libia è sprofondata in una nuova e cruenta fase di guerra civile, della quale a tutt'oggi non è possibile scorgere all'orizzonte una fine. L'uscita di scena del Colonello, che per lunghissimo tempo era stato in grado di fungere da collante tra tutte le confessioni tribali libiche, ha drammaticamente condotto il Paese in una spirale senza fine di scontri tra tribù e fazioni rivali, che stanno dilaniando la Libia soprattutto in ragione del controllo dei numerosi giacimenti petroliferi e delle più importanti vie commerciali. Nondimeno, l'escalation delle forze islamiste, in gran parte (ma non solo) legate allo Stato Islamico del neo proclamato califfo Abū Bakr al-Baghdādī, che hanno approfittato della guerra civile per appropriarsi di numerosi arsenali militari presenti sul suolo libico e per conquistare città e regioni su cui estendere il proprio dominio, ha portato con sé, con il ripristino della Shari'a, la persecuzione di Cristiani e minoranze religiose.[46][47][48][49]

Dal canto loro, le potenze occidentali che han rivestito un ruolo fondamentale nel determinare la caduta del regime (Stati Uniti e Francia in primis) si sono rivelate incapaci tanto di prevedere le potenziali conseguenze disastrose del loro intervento armato, quanto di garantire che le lotte intestine tra opposte fazioni e l'escalation dei gruppi jihadisti potessero cessare.[46][47][50][51]

La realtà del Paese, a pochi anni di distanza dalla caduta del regime di Gheddafi, vede la contemporanea e parallela presenza di due governi e di due parlamenti (di cui uno riconosciuto dalla comunità internazionale); di oltre 140 tribù; di oltre 200 milizie armate; e dello Stato Islamico.[52] Il governo legittimo (quello riconosciuto dalla comunità internazionale) si è dovuto trasferire nell'agosto del 2014 per ragioni di sicurezza in Cirenaica, ed è sostenuto dall'esercito regolare (oltre che principalmente dall'Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti); il governo parallelo "Fajr Libya", issatosi a Tripoli dopo la battaglia di Zintan dell'agosto 2014 e principalmente composto dagli ex ribelli di Misurata, è guidato da esponenti del gruppo jihadista dei Fratelli Musulmani, ed è sostenuto dalla Turchia e, si ritiene, dagli aiuti militari del Qatar.[53][54][55][56]

La situazione drammatica in cui versa la Libia, tra lacerazioni interne, instabilità, guerre, guerriglie, gruppi jihadisti, milizie armate, Stato islamico, povertà, persecuzioni, porta con sé anche un ulteriore risvolto inquietante con cui gli Stati europei, con l'Italia in prima fila, stanno facendo i conti. Il traffico di esseri umani, profughi in fuga alla disperata ricerca della salvezza, ha fatto registrare un'escalation di approdi clandestini sulle nostre coste che, almeno fino ad ora, è stato impossibile contenere e regolarizzare.[57] Il più delle volte i flussi clandestini sono gestiti da trafficanti con pochi scrupoli che sono parte di vere e proprie organizzazioni criminali, spesso legate all'ISIS o ad altri gruppi islamisti, che considerano il traffico di esseri umani come uno dei business maggiormente remunerativi (ancor più dei rapimenti a scopo estorsivo) per finanziare le loro attività propagandistiche, terroristiche e militari. L'Italia, così come l'Europa d'altronde, non appaiono nemmeno lontanamente vicini all'aver trovato una soluzione.[58][59][60]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

I, La soluzione del problema della democrazia. Il potere del popolo, Milano, Mursia, 1976.
II, La soluzione del problema economico. Il socialismo, Palermo, Palumbo, 1978.
  • Il libro bianco (Risoluzione del problema israelo-palestinese e del medio oriente)
  • Fuga all'inferno e altre storie, Roma, manifestolibri, 2006. ISBN 88-7285-416-4

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze libiche[modifica | modifica wikitesto]

Gran Maestro dell'Ordine della Repubblica - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine della Repubblica
Gran Maestro dell'Ordine del Coraggio - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine del Coraggio
Gran Maestro dell'Ordine del Jihad - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine del Jihad
Gran Maestro dell'Ordine del Grande Conquistatore - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine del Grande Conquistatore

Onorificenze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Membro Onorario del Xirka Ġieħ ir-Repubblika (Malta) - nastrino per uniforme ordinaria Membro Onorario del Xirka Ġieħ ir-Repubblika (Malta)
— 5 dicembre 1975, revocata
Gran Cordone dell'Ordine al Merito della Repubblica di Polonia (Polonia) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Cordone dell'Ordine al Merito della Repubblica di Polonia (Polonia)
— 1978
Gran Croce dell'Ordine della Buona Speranza (Sudafrica) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Croce dell'Ordine della Buona Speranza (Sudafrica)
— Zawara, 28 ottobre 1997[61]
Cavaliere di grande stella dell'Ordine della grande stella di Iugoslavia (Iugoslavia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di grande stella dell'Ordine della grande stella di Iugoslavia (Iugoslavia)
— Belgrado, 27 ottobre 1999
Ordine di Jaroslav il Saggio di I Classe (Ucraina) - nastrino per uniforme ordinaria Ordine di Jaroslav il Saggio di I Classe (Ucraina)
— 2003
Compagno Onorario d'Onore con Collare dell'Ordine Nazionale al Merito (Malta) - nastrino per uniforme ordinaria Compagno Onorario d'Onore con Collare dell'Ordine Nazionale al Merito (Malta)
— 8 febbraio 2004
Gran Commendatore dell'Ordine della Repubblica di Gambia (Gambia) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Commendatore dell'Ordine della Repubblica di Gambia (Gambia)
— 2009
Gran Collare dell'Ordine del Liberatore (Venezuela) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Collare dell'Ordine del Liberatore (Venezuela)
— Isola Margarita, 28 settembre 2009
Cavaliere di I Classe dell'Ordine del Leone Bianco (Repubblica Ceca) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di I Classe dell'Ordine del Leone Bianco (Repubblica Ceca)
Ordine di Bogdan Chmel'nyc'kyj di I Classe (Ucraina) - nastrino per uniforme ordinaria Ordine di Bogdan Chmel'nyc'kyj di I Classe (Ucraina)
— Kiev
immagine del nastrino non ancora presente "Victoire historique" Medal
— 7 ottobre 2008
immagine del nastrino non ancora presente Medaille de l'Afrique
— 14 febbraio 2009
immagine del nastrino non ancora presente Medaglia d'Oro dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" - Italia
— Roma, 10 giugno 2009
immagine del nastrino non ancora presente Medaglia d'Onore Speciale dell'Observatoire du Sahara et du Sahel - Tunisia
«Per il suo impegno per lo sviluppo sostenibile in Africa»
— Tripoli, 31 marzo 2008

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Biografia di Mu'ammar Gheddafi - Biografieonline.it
  2. ^ Blundy, David; Lycett, Andrew (1987). Qaddafi and the Libyan Revolution. Boston and Toronto: Little Brown & Co. ISBN 978-0-316-10042-7.
  3. ^ A tal riguardo, nel 2009, un'anziana signora israeliana di origine libica, tal Rachel Tammam, ha affermato senza poter fornire alcuna prova che Gheddafi avrebbe anche una discendenza ebraica in quanto figlio di sua zia Razale Tammam (un'ebrea di Bengasi che, poco dopo la maggiore età, avrebbe sposato un uomo musulmano, scontrandosi contro la volontà del padre). Cfr. La Stampa.it: "Gheddafi ha origini ebraiche" del 7 ottobre 2009. Questa voce relativa alle possibili origini ebraiche del leader libico, che ha circolato ormai da tempo, non è però mai stata dimostrata in modo inequivocabile dagli storici, dando adito al dubbio che si tratti di una pura e semplice fantasia o di un gossip sottilmente anti-ebraico, visto che nel mondo islamico, dopo la nascita dello Stato d'Israele, realizzata per il forte impulso dell'ideologia sionista, l'affermazione che qualcuno abbia origini ebraiche suona per lo più come una sorta di denigrazione di una certa gravità.
  4. ^ Intervista di Tommaso Di Francesco ad Angelo Del Boca, il manifesto, 31 agosto 2008, p. 5.
  5. ^ http://www.pestiside.hu/20110414/omg-gaddafis-wife-is-hungarian/
  6. ^ Documento senza titolo
  7. ^ Claudio Lo Jacono, "Sul progetto d'unione fra Tunisia e Libia", in: Oriente Moderno, (Studi in onore di F. Gabrieli), LIV, 1974, pp. 117-122.
  8. ^ a b History, Sky 407. "L' evoluzione del male: il colonnello Gheddafi."
  9. ^ I libici rivelano 20 anni dopo: «Così Craxi salvò Gheddafi». Corriere della Sera. Politica. 31 ottobre 2008.
  10. ^ casarrubea.files.wordpress.com
  11. ^ Il terrorismo libico e la risposta di Reagan. Corriere della Sera, 11 giugno 2009.
  12. ^ Vedi: (SE) http://www.expressen.se/nyheter/1.2341356/khadaffi-gav-order-om-lockerbie-attentatetl
  13. ^ Libia: Gheddafi ordinò strage Lockerbie, in Ansa, 23 febbraio 2011. URL consultato il 23 febbraio 2011.
  14. ^ (FR) Les grandes affaires. Le Canard Enchaîné. 10 octobre 1979.
  15. ^ (FR) L'affaire des diamants, 10 octobre 1979. Le Monde du 12 mars 1981.
  16. ^ La storia della guerra dell'80. Agora Vox Italia.
  17. ^ Strage di Ustica, nuove indagini. Sentito Cossiga: un missile francese, Corriere della Sera. Archivio storico. 22 giugno 2008.
  18. ^ Ustica, guerra in cielo, il SISMI sapeva. Repubblica. Archivio. 5 gennaio 1996.
  19. ^ Strage di Ustica. Sentenza ordinanza del Giudice Priore. 1999. (PDF) Libro 2°. Le posizioni singole. pag. 5342
  20. ^ Libero (28-8-2009
  21. ^ teleborsa.it, http://www.teleborsa.it/Accadde-Oggi/9-settembre/1999-tutta-l-africa-si-stringe-in-un-unione-2.html .
  22. ^ globalist.it, http://www.globalist.it/intelligence/articolo/2306/le-bugie-colonialiste-su-libia-e-africa.html .
  23. ^ lastampa.it, http://www.lastampa.it/2015/12/15/blogs/underblog/libia-il-nodo-della-banca-centrale-libica-loro-di-gheddafi-i-beni-congelati-dalle-megabanche-la-sorte-del-dinaro-Pbwcg8f5Y7i1xWJ4J01P3M/pagina.html .
  24. ^ vita.it, http://www.vita.it/it/article/2009/02/02/gheddafi-a-capo-dellunione-africana/86136/ .
  25. ^ repubblica.it, http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/esteri/g8-vertice-5/scheda-riunioni/scheda-riunioni.html .
  26. ^ Ecco il testo dell'accordo Va ratificato dal Parlamento - esteri - Repubblica.it, su www.repubblica.it. URL consultato il 17 agosto 2015.
  27. ^ Libia, quello che resta di una "rivoluzione", repubblica.it.
  28. ^ Mandato d'arresto per Gheddafi e il figlio "Colpevole di crimini contro l'umanità" - Repubblica.it, la Repubblica, 16 maggio 2011
  29. ^ Liberati i giornalisti italiani. Onu, via libera allo sblocco dei beni., repubblica.it.
  30. ^ Libia: Obama approva uso di droni contro forze Gheddafi. Repubblica. 21 aprile 2011.
  31. ^ Libia, Cnt: "Ucciso Gheddafi" Confermata la morte del rais - La Repubblica
  32. ^ (EN) Muammar Gaddafi killed as Sirte falls - Al Jazeera
  33. ^ (EN) Libyan behind Gaddafi capture dies in France - Al Jazeera
  34. ^ (EN) Amnesty questions claim that Gaddafi ordered rape as weapon of war, in The Independent.
  35. ^ Sequestro record a patrimonio Gheddafi Bloccati beni per oltre un miliardo di euro | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano
  36. ^ Sebastian Cap, L’uomo più ricco della storia, in Altervista.com, 19 ottobre 2012. URL consultato il 24 gennaio 2013.
  37. ^ «Noi, schiavi di Hannibal Gheddafi» - Corriere della Sera
  38. ^ Redazione, Gheddafi, arrestati 3 dei suoi 7 figli: Catturato il "delfino" Seif, in Umbria Left.it, 21 agosto 2011. URL consultato il 24 gennaio 2013.
  39. ^ Barbara Ciolli, I fedeli della banda del buco, in Lettera43.it, 20 ottobre 2011. URL consultato il 24 gennaio 2013.
  40. ^ Libia: al-Arabiya, Hana Gheddafi è viva, fuggita in Algeria
  41. ^ a b History, Sky 407: "L'evoluzione del male: il colonnello Gheddafi
  42. ^ repubblica.it, http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/28/news/stupri_libia_amazzoni-20980520/ .
  43. ^ huffingtonpost.it, http://www.huffingtonpost.it/2013/04/08/sesso-con-first-ladies-e-_n_3036326.html .
  44. ^ tgcom24.mediaset.it, http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/2013/notizia/le-perversioni-nell-harem-di-gheddafi-stupri-droga-e-alcol_2005526.shtml .
  45. ^ corriere.it, http://www.corriere.it/sette/12_novembre_07/2012-45-bossi-fedrigotti-gheddafi_818a92c2-28f1-11e2-9e66-88ac4e174519.shtml .
  46. ^ a b repubblica.it, http://www.repubblica.it/esteri/2015/02/16/news/scheda_i_quattro_anni_terribili_della_libia-107440078/ .
  47. ^ a b ilpost.it, http://www.ilpost.it/2016/12/01/cosa-rimane-della-libia/ .
  48. ^ ilpost.it, http://www.ilpost.it/2013/03/19/due-anni-dopo-in-libia/ .
  49. ^ ansa.it, http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/01/24/libia-gli-orrori-della-sharia-nel-buco-nero-di-derna_fcb7946a-c0cf-4b1d-bbba-0d8be7df7723.html .
  50. ^ ilsole24ore.com, http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-03-20/coalizione-anti-gheddafi-ecco-194526.shtml .
  51. ^ ilgiornale.it, http://www.ilgiornale.it/news/politica/mio-pi-grande-errore-non-avevo-piano-libia-1244534.html .
  52. ^ huffingtonpost.it, http://www.huffingtonpost.it/2015/02/20/libia-isis_n_6721170.html .
  53. ^ ansa.it, http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/03/03/libia-nel-caos-tra-milizie-isis-e-due-governi_f530fe45-0667-452b-b880-261b5841a217.html .
  54. ^ ricerca.repubblica.it, http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/07/21/libia-governi-e-milizie-in-guerra-cosi-lis-va-tripoli04.html .
  55. ^ ilfattoquotidiano.it, http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/25/libia-blindati-a-tobruk-inviati-da-egitto-ed-emirati-paese-sempre-piu-diviso-in-2/2669506/ .
  56. ^ ilgiornale.it, http://www.ilgiornale.it/news/mondo/egitto-emirati-arabi-uniti-libia-attacchi-aerei-1046787.html .
  57. ^ ilfattoquotidiano.it, http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/13/libia-giudici-amministrativi-verso-bocciatura-del-protocollo-di-intesa-con-litalia-sarraj-destinato-a-uscire-di-scena/3387630/ .
  58. ^ ilpost.it, http://www.ilpost.it/2015/04/27/traffico-migranti-scafisti-mediterraneo/ .
  59. ^ lastampa.it, http://www.lastampa.it/2016/08/04/italia/cronache/uomini-dellisis-dietro-i-flussi-dei-migranti-dalla-libia-IzihUagr92IqBfUZkLEoNI/pagina.html .
  60. ^ Loretta Napoleoni, ISIS. Lo Stato del terrore, La Feltrinelli, 2014.
  61. ^ Elenco dei premiati dell'anno 1997.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Capo del Comando del Consiglio Rivoluzionario Successore Flag of Libya (1969–1972).svg
Idris I di Libia
(come Re di Libia)
1º settembre 1969 - 2 marzo 1977 Mu'ammar Gheddafi
(come Presidente della Libia)
Predecessore Presidente della Libia Successore Flag of Libya (1977-2011).svg
Mu'ammar Gheddafi (come Capo del Comando del Consiglio Rivoluzionario) 2 marzo 1977 - 2 marzo 1979 Mu'ammar Gheddafi
(come Guida della Rivoluzione Libica)
Predecessore Guida della Rivoluzione Libica Successore Flag of Libya (1977-2011).svg
Mu'ammar Gheddafi
(come Presidente della Libia)
2 marzo 1979 - 20 ottobre 2011 Mustafa Abd al-Jalil
(come Capo di Stato ad interim)
Predecessore Primo ministro della Libia Successore Flag of Libya (1969–1972).svg
Mahmud Sulayman al-Maghribi 16 gennaio 1970 – 16 luglio 1972 ʿAbd al-Salām Jallūd
Predecessore Presidente dell'Unione Africana Successore
Jakaya Mrisho Kikwete 2 febbraio 2009 - 31 gennaio 2010 Bingu wa Mutharika
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