Femminicidio

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Il termine femminicidio (più raramente chiamato anche femmicidio o femicidio[1]) è un neologismo che identifica i casi di omicidio doloso o preterintenzionale in cui una donna viene uccisa da un individuo di sesso maschile per motivi basati sul genere[2]. Esso costituisce dunque un sottoinsieme della totalità dei casi di omicidio aventi un individuo di sesso femminile come vittima. Il significato di tale neologismo è per estensione definito come «qualsiasi forma di violenza esercitata in maniera sistematica sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione di genere e di annientare l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico della donna in quanto tale, fino alla schiavitù o alla morte»,[3][4] in linea quindi con la definizione di violenza di genere.[5] In questi termini è oggetto dell'attenzione mediatica[6] e di interventi istituzionali.[7][8]

Origine, significato e diffusione del termine[modifica | modifica wikitesto]

Il termine è composto dal sostantivo femminile femmina con l’aggiunta del confisso -cidio[9], sul modello di omicidio, fratricidio, regicidio, deicidio. In Italia non esiste una categoria giuridica specifica per questo tipo di omicidio.

Jakub Schikaneder, Omicidio in casa (1890)

La prima citazione del termine nella sua accezione moderna, come "uccisione di una donna da parte di un uomo per motivi di odio, disprezzo, piacere o senso di possesso delle donne" è del 1990, per opera della docente femminista di Studi Culturali Americani Jane Caputi e dalla criminologa Diana E. H. Russell[10]. Successivamente il termine è stato utilizzato dalla stessa Russell nel 1992, nel libro scritto insieme a Jill Radford Femicide: The Politics of woman killing. La Russell identificò nel femminicidio una categoria criminologica vera e propria: una violenza estrema da parte dell'uomo contro la donna «perché donna», in cui cioè la violenza è l'esito di pratiche misogine.

In una ricerca sulle origini del termine la Russell ha rintracciato il primo uso generico della parola femicide (femicidio), con accezione diversa da quella moderna, nel libro "The Satirical Review of London at the Commencement of the Nineteenth Century", pubblicato nel 1801 in Inghilterra. In tale volume, il termine veniva usato per indicare la condotta di un uomo che induce una donna a perdere la propria illibatezza, paragonandolo quindi ad un omicida.[11] Nella medesima ricerca è stato riportato l'uso del termine riguardo all'omicidio di una donna in un romanzo di William MacNish del 1827 e quindi in un manuale di diritto inglese del 1848 ad indicare l'uccisione di una donna, senza riferimenti alla violenza di genere.[12].

L'antropologa Marcela Lagarde, rappresentante del femminismo latinoamericano e tra le prime teorizzatrici del concetto di femminicidio[13], ha scritto nel 1997:

(ES)

«El feminicidio implica normas coercitivas, políticas expoliadoras y modos de convivencia enajenantes que, en conjunto, componen la opresión de género, y en su realización radical conducen a la eliminación material y simbólica de mujeres y al control del resto. Para que el feminicidio se lleve a cabo con el conocimiento social y no provoque la ira social, ni siquiera de la mayoría de las mujeres, requiere una complicidad y el consenso que acepte varios principios concatenados: interpretar el daño a las mujeres como si no lo fuera, tergiversar sus causas y motivos y negar sus consecuencias. Todo ello es realizado para sustraer la violencia dañina contra las mujeres de las sanciones éticas, jurídicas y judiciales que enmarcan otras formas de violencia, exonerar a quienes inflingen el daño y dejar a las mujeres sin razón, sin discurso y sin poder para desmontar esa violencia. En el feminicidio, hay voluntad, hay decisiones y hay responsabilidad social e individual.»

(IT)

«Il femminicidio implica norme coercitive, politiche predatorie e modi di convivenza alienanti che, nel loro insieme, costituiscono l'oppressione di genere, e nella loro realizzazione radicale conducono alla eliminazione materiale e simbolica delle donne e al controllo del resto. Per fare in modo che il femminicidio si compia nonostante venga riconosciuto socialmente e senza perciò provocare l'ira sociale, fosse anche della sola maggioranza delle donne, esso richiede una complicità ed un consenso che accetti come validi molteplici principi concatenati tra loro: interpretare i danni subiti dalle donne come se non fossero tali, distorcerne le cause e motivazioni, negarne le conseguenze. Tutto ciò avviene per sottrarre la violenza contro le donne alle sanzioni etiche, giuridiche e giudiziali che invece colpiscono altre forme di violenza, per esonerare chi esegue materialmente la violenza e per lasciare le donne senza ragioni, senza parola, e senza gli strumenti per rimuovere tale violenza. Nel femminicidio c'è volontà, ci sono decisioni e ci sono responsabilità sociali e individuali.»

(Marcela Lagarde, Identidades de género y derechos humanos. La construcción de las humanas, VII curso de verano, Educación, democracia y nueva ciudadanía, Universidad Autónoma de Aguascalientes, 1997, dal sito della Cátedra UNESCO de Derechos Humanos de la UNAM.)

Il termine è stato ripreso da studi di diritto, sociologia, antropologia, criminologia[14] e utilizzato negli appelli internazionali lanciati dalle madri nel caso del Femminicidio a Ciudad Juárez.

Fenomeno[modifica | modifica wikitesto]

Vittime di femminicidio ogni 100.000 donne (2017)[15]

     Femminicidi compiuti da membri di famiglia

     Femminicidi compiuti da partner

Il femminicidio è diffuso a livello mondiale ma ha forme ed incidenza diverse in ogni paese: sono i paesi dell'America centrale e America del Sud quelli in cui è più studiato e si è dato più spazio nella discussione politica.

Una valutazione della portata del fenomeno è stata effettuata dall'Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC) confrontando i dati di 32 paesi europei e nordamericani per i quali si dispone di dati affidabili per gli anni dal 2004 al 2015, periodo nel quale si è registrata un'incidenza di 1,23 morti ogni 100.000 donne residenti.[16]

Nel mondo[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2017 l'Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine ha attivato la piattaforma di monitoraggio e raccolta dati dei femminicidi in tutto il mondo.[17] Nel 2018 una ricerca a livello mondiale: Gender related killing of women and girls ha dimostrato che ogni anno nel mondo vengono uccise 87.000 donne per motivi di genere.[18]

America[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni ordinamenti giuridici sud-americani (ad es. Costa Rica e Cile) prevedono il femminicidio come reato autonomo.

Europa[modifica | modifica wikitesto]

L'11 maggio 2011 è stata sottoscritta a Istanbul dai membri del Consiglio d'Europa la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.[19] La convenzione prevede che divenga vincolante per gli stati membri del Consiglio d'Europa quando almeno 10 stati membri l'avranno ratificata. È stato firmato da 32 paesi e il 12 marzo 2012 la Turchia è diventata il primo paese a ratificare la Convenzione, seguito dai seguenti paesi nel 2015: Albania, Portogallo, Montenegro, Moldavia, Italia, Bosnia-Erzegovina, Austria, Serbia, Andorra, Danimarca, Francia, Finlandia, Spagna, Svezia, Bulgaria, Irlanda.[20][21]

Italia[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ordinamento penale italiano il termine ha fatto la sua comparsa con il decreto legge 14 agosto 2013, n. 93 (convertito nella legge 15 ottobre 2013, n. 119) recante "Nuove norme per il contrasto della violenza di genere che hanno l'obiettivo di prevenire il femminicidio e proteggere le vittime". L'incidenza del fenomeno in Italia nel periodo 2004-2015 è di 0,51 morti per 100.000 donne residenti, il valore più basso tra tutti i 32 paesi europei e nordamericani del citato rapporto UNODC, un dato inferiore alla metà della media dei 32 paesi osservati (1,23 su 100.000)[16]. Il dato italiano è il migliore anche per ciò che riguarda i femminicidi di cui è autore il partner o l’ex partner, con un'incidenza di 0,23 uccisioni ogni 100.000 donne residenti, minore della metà del dato medio riferito ai dodici paesi per cui erano disponibili dati confrontabili[16].

La Polizia di Stato ha pubblicato degli opuscoli informativi[22] denominati ...Questo non è amore. Da essi emerge che l'incidenza percentuale delle vittime di sesso femminile dei reati di violenza di genere è cresciuta dal 67,90% del 2016 ad oltre il 70% negli anni 2018-2019[23]. I dati sono ulteriormente cresciuti durante la pandemia del COVID-19[24]

Una ricostruzione delle vittime tra il 2000 e il 2011 è stata operata anche da EURES e ANSA con l'indagine "Il femminicidio in Italia nell'ultimo decennio".[25]. Dal 2005 la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, raccoglie i dati delle donne uccise dai casi riportati dalla stampa e pubblica annualmente i rapporti online.[26]

Nel giugno 2013, il parlamento italiano ha ratificato la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica e nell'agosto 2013 il governo Letta ha emanato il decreto legge 93/2013[27], poi convertito nella legge 15 ottobre 2013 n. 119[28], contenente norme penali che aggravano le ipotesi di atti persecutori od omicidio contro il coniuge o il convivente, sia quando l'omicida è donna sia quando si tratta di un uomo, tramite specifiche aggravanti dei reati.

L'avvocata femminista di origine sudafricana Rashida Manjoo.[29], all'epoca Special Rapporteur delle Nazioni Unite, nel rapporto[30][31] sulla visita effettuata nel gennaio 2012 in Italia per verificare l'applicazione CEDAW ha rilevato 127 femminicidi in Italia nel 2010. Secondo Manjoo, fino a quel momento vi era stato uno sforzo limitato da parte del governo e della società civile nel raccogliere dati sulla violenza contro le donne, incluso il femminicidio[31][32]

Nel 2017 è uscito uno studio sugli orfani di vittime di femminicidio[33] di Anna Costanza Baldry, in cui è stato stimato che in Italia in 15 anni (dal 2000-2014) ci sono stati 1.600 nuovi casi di orfani che hanno perso la madre perché uccisa dal padre. Con il padre o in carcere o suicida, i sopravvissuti minori o già maggiorenni, sono definiti "orfani speciali" data l'entità dei loro problemi, connessi all'essere senza genitori e spesso testimoni di violenze passate. La ricerca è stata realizzata grazie al progetto europeo Switch-off[34], svolto in cooperazione con la rete DiRe. Donne in Rete contro la violenza[35]. In seguito alla pubblicazione di questi dati mai prima rilevati in Italia è stata messa in discussione una legge[36] che tratta il tema degli orfani delle vittime di femminicidio.

Nel 2018 è stata istituita dal Senato la "Commissione d'inchiesta parlamentare sul femminicidio, nonché altre forme di violenza di genere", per analizzare il fenomeno in Italia e per trovare soluzioni per arginare il problema. La presidente Francesca Puglisi insieme a 19 senatrici e senatori hanno svolto i lavori nell'ambito della delibera istitutiva del 18 gennaio 2017 e il lavoro è stato terminato con la relazione finale del 6 febbraio 2018.[37]

Il fatto che si estenda a fattispecie e casistiche penali tra loro molto diverse ha dato origine a diverse critiche, su natura e applicazione del femminicidio.[38]

Tipi di femminicidio e cause[modifica | modifica wikitesto]

Analisi antropologiche e sociologiche[modifica | modifica wikitesto]

Gli antropologi concordano sul fatto che non tutti gli omicidi di donne sono dei femminicidi: per esempio se una donna viene uccisa durante una rapina in banca, da un rapinatore che non conosce, non si parla di femminicidio. Invece, il concetto di femminicidio è collegato all'idea di una "violenza strutturale" contro le donne, che si traduce in un continuum di gesti violenti, sia nella dimensione pubblica che in quella privata (come nei nuclei famigliari)[39].

Le analisi antropologiche sono nate osservando le proporzioni dell'omicidio di donne nella città di Ciudad Juárez in Messico"[40]. Tra la metà degli anni '90 e il 2006 - quando Marcela Lagarde ha articolato la sua definizione di femminicidio - ci sono stati più di 300 omicidi di donne, una percentuale più alta che in città con un profilo equivalente. Gli omicidi di Ciudad Juárez hanno presto lasciato il segno nell'immaginario collettivo, soprattutto perché: i corpi sono stati trovati in terreni liberi o nel deserto, le donne sono state violentate e torturate, e i loro corpi sono stati crudelmente mutilati. È stato fatto notare che nel periodo fra il 1993 e il 2018 gli autori di questi omicidi non hanno praticamente avuto conseguenze legali, ragion per cui l'antropologa Julia Monárrez Fragoso ha proposto la definizione di "femminicidio sessuale sistemico"[41].

Secondo Anthropen, un dizionario di antropologia contemporanea, il femminicidio è "il punto finale di un continuum di violenza [...] specificamente diretto alle donne". In altre parole, possiamo parlare di femminicidio quando lo stupro, la schiavitù sessuale, l'incesto, l'eterosessualità forzata, le mutilazioni genitali o quelle effettuate in nome della bellezza, come la chirurgia estetica, causano la morte di una donna"[42].

Secondo il sessuologo Philippe Brenot, nella specie umana la struttura della coppia è basata sul riconoscimento della paternità. Quando il maschio pretende di avere la certezza di essere il padre della prole, questa sicurezza[43]

«può essere ottenuta solo con l'imprigionamento delle femmine (donne) in quello che viene chiamato 'matrimonio', essenzialmente destinato a impedire l'incontro delle femmine con altri maschi. Questo recinto "protettore" della purezza della prole diventa il luogo di tutti i drammi e degli omicidi. La macchina della dominazione maschile è all'opera nel quadro giuridico del matrimonio, e la gelosia è un meccanismo di vigilanza»

.

Femminicidio intimo[modifica | modifica wikitesto]

Una delle categorie più note di femminicidio è quello dove un uomo uccide la sua compagna: si parla di "femminicidio causato da partner intimo" (intimate partner femicide o intimate femicide in inglese, féminicide intime in francese). Spesso quando si parla di femminicidio ci si riferisce al solo 'femminicidio intimo'.

Le cause che portano un uomo a uccidere la sua compagna sono multifattoriali. Una delle ragioni deriva dall'incapacità di sopportare la rottura della coppia, sia perché questa rottura si riferisce ad un trauma precedente, sia perché questi uomini hanno come unico modello interno gli stereotipi della virilità[44]. Un rapporto dell'Ispettorato generale della giustizia in Francia nell'ottobre 2019 ha rilevato che il 74% degli omicidi sono motivati dalla separazione (43%) o dalla gelosia (31%)[45].

Il femminicidio intimo può essere il punto estremo di un'escalation di violenza domestica e più in generale inquadrarsi una relazione tossica, detta anche di dipendenza affettiva. Mentre nei casi di omicidio l'assassino può cercare di punire la donna per essersi sottratta al suo controllo[46], nei casi di omicidio-suicidio l'assassino realizza il suo sogno di fondersi completamente con la sua compagna in un delirio autodistruttivo[47]. Alcuni ricercatori osservano un fenomeno di transfert psicologico che l'omicida proietterebbe sulla figura materna, replicando sulla compagna quello che non può fare sulla madre tanto odiata[48].

In alcuni casi, anziché colpire direttamente la moglie che chiede la separazione, il marito uccide i figli, incolpando la moglie del suo gesto[49][50][51][52][53][54][55][56][57]. Si è parlato a questo proposito di femminicidio indiretto[58].

Alcune aree chiave per lo studio del femminicidio intimo sembrano essere il narcisismo maligno e lo stalking[46][59]. Per questo motivo molti psicologi e specialisti di violenza domestica e stalking premono per un'educazione affettiva nelle scuole e una formazione per identificare i segnali di pericolo per riconoscere uno stalker in anticipo o alle prime fasi di una relazione[60][61].

Delitto d'onore[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Delitto d'onore.

Il delitto d'onore viene fatto rientrare nella categoria del femminicidio in quanto una donna viene uccisa perché è uscita dal "recinto di controllo" maschile nel matrimonio, di cui parla il sessuologo Philippe Brenot. In questa tipologia di femminicidio, l'autore materiale può non essere solo il marito della donna, bensì anche uno dei famigliari di lui o di lei, o addirittura coinvolgere l'intera comunità.

La dicitura "d'onore" deriva dal fatto che questa tipologia di omicidio vuole salvare la reputazione della famiglia, con particolare riferimento a taluni ambiti relazionali come ad esempio i rapporti sessuali, matrimoniali o comunque di famiglia. Nelle legislazioni in cui è contemplato, l'onore, cioè la reputazione sociale, è riconosciuto come un valore socialmente rilevante di cui si possa e si debba tener conto anche a fini giuridici, e specialmente se ne parla quindi in ambito penale.

Nel mondo, i delitti d'onore avvengono principalmente quando la donna viene accusata di[62]:

In Italia, fino al 1981, chi commetteva un delitto d'onore godeva di un considerevole sconto di pena[65]. Il caso contemplato dal legislatore italiano era quello della "moglie adultera", cioè la donna che tradiva il marito intrattenendo una relazione extra-coniugale: si supponeva infatti che la persona che avesse sorpreso una donna della sua famiglia nell'atto di tradire, sarebbe caduto in uno "stato d'ira" vedendo macchiato l'onore della famiglia. Questo stato d'ira avrebbe reso l'omicida meno lucido e dunque meno responsabile del delitto.
La cosa interessante è che il Codice penale italiano ha avuto un'evoluzione: nel Codice Zanardelli del 1889 questa riduzione di pena era prevista sia per i parenti maschi che per le parenti femmine, nello specifico la sorella del marito tradito[66]. Il Codice Rocco del 1930 ha ristretto la riduzione della pena a tre categorie di uomini: marito, padre, fratello della donna uccisa[67]. Da notare anche che la situazione inversa non era contemplata: una moglie non poteva denunciare suo marito per adulterio, in quanto era considerato reato solo per la moglie[68], e anche l'omicidio del marito per causa d'onore non era un'eventualità presa in considerazione[69].
Nel 1968 l'adulterio venne depenalizzato e l'articolo 559 del Codice Rocco che lo disciplinava venne abrogato in quanto incostituzionale. Ma la clausola del delitto d'onore rimase appunto valida fino al 1981[70].

Morte per dote (Dowry Crimes)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Morte per dote.

La morte per dote (o omicidio di dote) è l'uccisione o l'induzione al suicidio delle donne attraverso tortura e molestie da parte di mariti o suoceri per una disputa sulla loro dote. Le morti per dote avvengono principalmente nel Subcontinente indiano, e più precisamente in Bangladesh[71], India[72], Pakistan[73], nonché in Iran[74].

In questa regione, per tradizione la ragazza da sposare deve portare alla famiglia dello sposo una dote consistente al proprio status sociale e livello economico. Una volta si trattava di un kg di gioielli in oro, ora di beni di consumo, come una televisione, l'aria condizionata, un motorino. Per procurare una dote alla figlia, le famiglie arrivano a indebitarsi[75]. Il governo indiano ha reso illegale la pratica della dote con il "Dowry Prohibition Act" nel 1961, ciononostante la pratica continua e non di rado produce forti tensioni fra i due sposi e fra le due famiglie.
Nel 2018, una donna bengalese denunciò il marito e la famiglia di lui per averla convinta a sottoporsi a un'operazione chirurgica in cui le è stato asportato un rene senza informarla: il marito aveva venduto il rene della moglie sul mercato nero degli organi, al prezzo della dote che la famiglia della sposa non riusciva a pagare[76][77].

Quando la dote non viene pagata, si può arrivare all'uccisione. Ci sono casi documentati in cui la famiglia dello sposo, scontenta della dote corrisposta dalla famiglia della sposa, ha ucciso la donna, simulando un incidente domestico, di preferenza bruciando viva la sposa ai fornelli o facendola affogare nel pozzo o al fiume[78]. Spesso del femminicidio si incarica la suocera.

Aborto selettivo e infanticidio[modifica | modifica wikitesto]

In alcuni paesi dell'Asia, in particolare Afghanistan[79], Subcontinente indiano cioè Bangladesh[80], India, Pakistan, nonché in Cina[81] la nascita di una donna è ostacolata per vari motivi, tramite la pratica dell'infanticidio o dell'aborto.
Si tratta di gesti operati in primo luogo da donne[82], quindi escono dalle definizioni di femminicidio dove si parla di omicidio per mano di un uomo[83]. Tuttavia, in quanto eliminazione fisica di una donna per motivi di genere, a livello internazionale il fenomeno viene spesso fatto rientrare in questa fenomenologia e nelle relative statistiche. Si è parlato a questo proposito di "genocidio femminile" o di "genericidio"[84].

In India, si considera che il figlio maschio è la "luce della casa" perché ci si aspetta che porti avanti il nome della famiglia e si crede che nell'oltretomba solo l'anima di un figlio maschio possa prendersi cura dell'anima del padre[85]. C'è inoltre una ragione strettamente economica, cioè la pratica della dote: è tradizione che sia la sposa a portare la dote di un matrimonio, e la famiglia della sposa spesso si indebita per questo. Quindi, dare alla luce una bambina è considerata una disgrazia o più banalmente, come "annaffiare un fiore nel giardino del vicino di casa" secondo un proverbio tamil[86].
Una pratica diffusa prima degli anni Ottanta era quella di avvelenare le neonate[87], poi con la diagnostica prenatale si è passati all'aborto selettivo dei feti femmina.
Si è calcolato che sommando gli aborti selettivi, gli infanticidi delle femmine, gli omicidi legati alla dote e la mancanza di cure per la madre nel periodo dopo il parto, in India mancano all'appello circa 50 milioni di donne solo fino agli anni 2000[88][89].
Malgrado l'avvio di alcune campagne di opinione governative, la situazione sembra peggiorare: l'aborto selettivo delle femmine sarebbe cresciuto del 60% tra il 2007 e il 2016[90]. Secondo alcune ricerche, il fenomeno non sarebbe proporzionale alle restrizioni economiche in cui vive la famiglia, bensì al contrario: è una scelta delle donne più emancipate del paese, cioè aumenta con il livello di istruzione della madre[91][92]. Alcuni ricercatori hanno osservato una correlazione fra le oscillazioni nel prezzo dell'oro e le percentuali di aborto selettivo femminile[93][94].

In Cina è l'uomo che porta la dote alla sposa[95], ciononostante la preferenza dei ragazzi rispetto alle ragazze risale al Confucianesimo. La pratica dell'infanticidio e aborto selettivo è aumentata considerevolmente con la "politica del figlio unico" iniziata nel 1979 dalla Repubblica Popolare Cinese: per ridurre lo sviluppo demografico della Cina, il governo vietò a tutte le famiglie di avere più di un figlio. Dato che per la società cinese avere un figlio maschio è considerato preferibile ad avere una femmina, le famiglie hanno boicottato la nascita di figlie femmine. La politica del figlio unico è stata abbandonata nel 2015 e ha portato a un importante deficit demografico di donne nel paese[96][97].
Questo squilibrio demografico sta avendo degli effetti sulla tratta di esseri umani, in quanto in Cina si è creato un racket internazionale di vendita di promesse spose per i numerosi scapoli che non riescono a pagare una dote. Le donne provengono principalmente dall'Ucraina, dall'Uzbekistan e dal sud-est asiatico[98].

Note[modifica | modifica wikitesto]

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  3. ^ Devoto-Oli, Vocabolario della lingua italiana, 2013
  4. ^ "Femminicidio: i perché di una parola", Accademia della Crusca
  5. ^ In quanto «manifestazione delle relazioni di potere storicamente disuguali tra uomini e donne, che ha portato alla dominazione e alla discriminazione contro le donne da parte degli uomini e ha impedito il pieno avanzamento delle donne, e che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini,», "Dichiarazione sull'eliminazione della violenza contro le donne", 1993. url consultato il 29 novembre 2014
  6. ^ 86 occorrenze tra quotidiani, tra cui Il Messaggero, La Repubblica, Il Fatto quotidiano, Huffington post, Il secolo XIX, agenzie di stampa e televisione (ad esempio RAI, TGCOM24), Url consultato il 29/11/2014
  7. ^ "Violenza di genere, approvato il decreto legge" Archiviato il 24 settembre 2015 in Internet Archive. sito Pari Opportunità
  8. ^ ddl764 "Introduzione del reato di femminicidio"
  9. ^ Femmicidio su Enciclopedia Treccani
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  13. ^ Perché si chiama femminicidio - la 24ª ora
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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