Infanticidio femminile

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L'infanticidio femminile (in arabo: ﻭﻋﺪ ﺍﻟﺒﻨﺎﺕ‎, waʿd al-banāt) si riferisce a una pratica di oscura origine[1] e dagli imprecisati contorni religiosi o cultuali, presente nella Penisola Araba in epoca preislamica.[2]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

In arabo, la pratica di sopprimere le bambine, non sempre in età infantile,[3] e le modalità di esecuzione prevedevano il seppellimento non consenziente della vittima[4], cui veniva lasciata fuori dal terreno la sola testa per il breve periodo precedente la morte, verosimilmente abbastanza rapida, non tanto per inedia ma per il clima particolarmente severo della bādiya (caldo diurno e gelo notturno), senza tener contro dell'azione letale degli animali feroci alla continua ricerca di cibo.

Varie sono state le ipotesi sulla genesi di questo istituto, ma certamente esso non può essere riferito alle condizioni economiche, visto che al waʿd al-banāt ricorse anche il Sayyid ahl al-wabar, o capo dei beduini Banū Muqāʿis, Qays b. ʿĀṣim al-Minqarī, che parlò allo stesso Maometto del recente doloroso seppellimento della sua figliola adolescente, che si appellava in modo straziante al genitore che la stava abbandonando dopo averla sotterrata.[5]

La condanna dell'Islam è in proposito netta, ed è sottolineata dall'avverbio "ignominiosamente" (hawnin) con cui detta pratica viene bollata e abolita dal Corano.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Si è ipotizzato un fine utilitaristico, come un imprecisato "onore" da salvare, e la condizione economica miserevole del genitore che procedeva alla pratica. Decisamente non condivisibile l'ipotesi di Padre Henri Lammens (su Le berceau de l’Islam, Roma, 1914, p. 26) secondo la quale si sarebbe trattato forse di un metodo di controllo delle nascite.
  2. ^ Si veda Cor. VI:137; XVI:68-69; XVII:140 e LXXXI:8-9.
  3. ^ Si veda ad esempio Claudio Lo Jacono, "La religiosità in Arabia nel VII secolo", in: Islam. Storia e civiltà. 40, XI/3, 1992, pp. 149-169)
  4. ^ Toufiq Fahd, La divination arabe, Parigi, Sindbad, 19872, pp. 7-8
  5. ^ Cfr. Abū l-Faraj al-Iṣfahānī, Kitāb al-aghānī, XIV, pp. 70-71.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Oltre ai lavori citati nel lemma, si possono vedere:

  • (AR) Ibn Qutayba, ʿUyūn al-akhbār [Le fonti delle notizie], Beirut, Dār al-kutub al-ʿilmiyya, 1406/1986, III, p. 234
  • (AR) Abū l-Faḍl Aḥmad b. Muḥammad al-Nīsābūrī al-Maydanī, Majmaʿ al-amthāl [Raccolta di proverbi], Būlāq (al-Qāhira), 1284 H., I, p. 373.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]