Anna Frank

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Statua commemorativa di Anna Frank a Barcellona

Annelies Marie Frank, detta Anne, nome italianizzato in Anna Frank, pronuncia[?·info] (Francoforte sul Meno, 12 giugno 1929Bergen-Belsen, marzo 1945), è stata una ragazza ebrea tedesca, divenuta un simbolo della Shoah per il suo diario scritto nel periodo in cui lei e la sua famiglia si nascondevano dai nazisti e per la sua tragica morte nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Visse parte della sua vita ad Amsterdam nei Paesi Bassi, dove la famiglia si era rifugiata dopo l'ascesa al potere dei nazisti in Germania. Fu privata della cittadinanza tedesca nel 1935, divenendo così apolide e nel proprio diario scrisse che ormai si sentiva olandese e che dopo la guerra avrebbe voluto ottenere la cittadinanza dei Paesi Bassi, Paese nel quale era cresciuta..

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni[modifica | modifica wikitesto]

La casa di Anna Frank ad Amsterdam

Seconda figlia di Otto Heinrich Frank (12 maggio 1889 - 19 agosto 1980) e di sua moglie Edith Frank (16 gennaio 1900 - 6 gennaio 1945) nata Holländer, apparteneva ad una famiglia di patrioti tedeschi che prestarono servizio durante la Prima guerra mondiale. Aveva una sorella maggiore, Margot Elisabeth Frank (16 febbraio 1926 - marzo 1945). Nel 1933, Adolf Hitler vinse le elezioni in Germania. Il crescente numero di manifestazioni antisemite al seguito della vittoria di Hitler indussero Otto Frank a cogliere al volo l'occasione di trasferirsi ad Amsterdam, in Olanda. Lì avviò una ditta producente pectina per la realizzazione di marmellate, la Opekta Works. Nel 1938 Otto avviò una seconda ditta, per la distribuzione di sale da conservazione, erbe e spezie, la Pectacon.

La clandestinità[modifica | modifica wikitesto]

Il 10 maggio 1940, l'esercito tedesco invase l'Olanda. I Frank furono costretti a sottostare alle leggi razziali. Il 12 giugno 1942, Anne ricevette per il suo tredicesimo compleanno un quadernino a quadretti bianco e rosso[1], sul quale inizierà a scrivere il Diario. Meno di un mese dopo, il 6 luglio 1942 dovette nascondersi con la famiglia nell'Achterhuis (alloggio segreto, letteralmente "retrocasa" dall'olandese), un piccolo spazio a due piani posto sopra i locali della Opekta di Otto, in seguito ad un invito a comparire inviato alla sorella di Anne, Margot, da parte della polizia tedesca. L'alloggio segreto era situato in un vecchio - ed abbastanza tipico - edificio sul Canale Prinsengracht, nella parte ovest di Amsterdam, a circa un isolato dalla Westerkerk.[2] La porta d'ingresso dell'Achterhuis venne in seguito nascosta dietro una libreria girevole.

Nel nascondiglio trovarono rifugio otto persone:

  • i quattro componenti della famiglia Frank (il padre Otto, la madre Edith, Anne e la sorella Margot);
  • Fritz Pfeffer, un dentista ebreo (30 aprile 1889 - 20 dicembre 1944) (chiamato Albert Dussel nel Diario);
  • Hermann Van Pels (31 marzo 1898 - 6 settembre 1944), un macellaio dipendente della Pectacon di Otto Frank;
  • Auguste Van Pels (29 settembre 1900 - 9 aprile 1945), moglie di Hermann Van Pels;
  • Peter Van Pels (8 novembre 1926 - 5 maggio 1945), figlio di Hermann e Auguste Van Pels.

La famiglia Van Pels raggiunse i Frank il 13 luglio 1942; il dentista Pfeffer arrivò il 16 novembre 1942.

I clandestini erano aiutati da persone esterne: Miep Gies, Jan Gies, Johannes Kleiman, Victor Kugler, Bep Voskuilj, il signor Voskuilj (padre di Bep) e la moglie di Kleiman, quasi tutti collaboratori nelle ditte del padre di Anne. Portavano ai clandestini cibo, notizie e ogni cosa di cui avessero bisogno, rischiando la vita. Tali persone erano anche le uniche ad essere al corrente del nascondiglio dei clandestini. Durante il periodo di clandestinità, Anne scrive il celeberrimo Diario, descrivendo con considerevole talento le paure causate dal vivere in clandestinità, i sentimenti per Peter, i conflitti con i genitori e gli altri compagni di sventura e le sue aspirazioni di diventare scrittrice.

L'arresto[modifica | modifica wikitesto]

Il 4 agosto 1944 la Gestapo fa irruzione nell'alloggio segreto, in seguito ad una segnalazione da parte di una persona che non è mai stata identificata. Tra i sospettati vi è un magazziniere della ditta di Otto Frank, Willem Van Maaren. Anne nel Diario, in data giovedì 16 settembre 1943, afferma esplicitamente che Van Maaren nutriva dei sospetti sull'Alloggio segreto, e lo descrive come "una persona notoriamente poco affidabile, molto curiosa e poco facile da prendere per il naso". Gli otto clandestini vennero arrestati insieme a Kugler e Kleiman e trasferiti al quartier generale della SD, in Euterpestraat ad Amsterdam poi nella prigione di Weteringschans e dopo tre giorni l'8 agosto al campo di smistamento di Westerbork. Kleiman e Kugler vennero trasferiti nella prigione in Amstelveenseweg e successivamente deportati nel campo di concentramento di Amersfoort. Miep Gies e Bep Voskuilj, presenti al momento dell'arresto, scapparono mentre la polizia arrestava i clandestini (restando nei paraggi della palazzina); dopo la partenza della polizia tornarono alla palazzina mettendo al sicuro più materiale possibile (tra cui il Diario), prima del ritorno della polizia per la perquisizione. È possibile che alcuni scritti di Anne - oltre ad un diario tenuto dalla sorella Margot, di cui Anne fa menzione - siano andati perduti.

Il delatore[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante le ricerche fatte dopo la guerra, la persona (o forse le persone) che avvisarono la Gestapo della presenza di otto persone negli uffici di Prinsengracht non fu mai individuata con certezza. Otto Frank scrisse a Kugler, già negli anni Sessanta, che, in base alle ricerche da lui effettuate, la telefonata alla Gestapo che portò al loro arresto sarebbe stata fatta da una donna la mattina stessa del 4 agosto 1944. L'agente che arrestò gli otto rifugiati, Josef Karl Silberbauer non seppe o non volle fornire l'identità del delatore, anche se ammise che non era pratica abituale mandare immediatamente una pattuglia subito dopo una delazione anonima, a meno che la denuncia non provenisse da informatori già noti e, pertanto, affidabili[3]. In base alle annotazioni sul diario di Anne ed ai sospetti dei dipendenti della ditta, che dopo la guerra ne misero a parte Otto Frank, il delatore fu inizialmente identificato nel magazziniere Willem van Mareen. Emerse che l'uomo, prima di essere assunto dalla Opekta, era stato licenziato dal precedente lavoro con l'accusa di furto. La giovane impiegata Bep Voskuijl affermò che van Mareen le incuteva timore e tanto lei quanto gli altri benefattori ricordarono numerosi comportamenti del magazziniere quantomeno sospetti. In più occasioni, l'uomo era stato notato aggirarsi all'interno dell'edificio, anche al di fuori del magazzino dove teoricamente svolgeva la propria attività e, almeno in un caso, avrebbe chiesto al direttore Kugler se un tal Otto Frank avesse precedentemente lavorato per la Opekta, domanda a cui Kugler rispose evasivamente, lasciando intendere che Frank e la famiglia erano riusciti a fuggire clandestinamente in Svizzera e da allora non avevano più dato notizie.[4] Altre volte, van Maaren avrebbe interrogato con curiosità Kleiman chiedendo a chi appartenessero le stanze ubicate ai piani superiori dell'edificio e come mai mancasse un accesso diretto a detti locali. Kugler sorprese spesso van Mareen piazzare quelle che definì "trappole" (farina sul pavimento dove sarebbero rimaste impronte, oggetti in disordine sui tavoli) nei locali della ditta poco prima dell'orario di chiusura dell'ufficio ma, alla richiesta di spiegazioni, si giustificò asserendo, non del tutto a torto, che stava solo cercando di smascherare i ladri che avevano ripetutamente saccheggiato i magazzini. Un giorno, inoltre, van Mareen consegnò a Kugler un borsellino vuoto (appartenente ad Hermann van Pels) sostenendo di averlo rinvenuto il mattino presto nel magazzino e chiedendogli se fosse suo. Van Pels confidò a Kugler di essersi effettivamente recato in detto locale la notte prima per esaminare dei documenti e che in tale occasione il borsellino, contenente una notevole somma di denaro e tagliandi alimentari, doveva essergli scivolato di tasca; tuttavia, quando van Mareen rese l'oggetto al direttore, i soldi mancavano.[5] Dopo l'arresto dei rifugiati, i furti nel magazzino continuarono ed in alcune occasioni furono completamente saccheggiate anche riserve di provviste (spezie, conservanti ed altro) e denaro prima di allora rimasti nascosti. A detta di Miep Gies, van Mareen si sarebbe vantato di poter fare qualcosa per ottenere il rilascio degli arrestati e la donna rimase ancor più contrariata quando scoprì che la Gestapo aveva incaricato proprio lui di vigilare sulla ditta. Solo dopo la guerra Kleiman riuscì a licenziare van Mareen, avendolo colto in flagranza nell'atto di rubare[6]. Van Mareen non negò mai esplicitamente di aver rubato merce sul posto di lavoro; deve comunque notarsi che gli ultimi anni dell'occupazione tedesca in Olanda furono particolarmente pesanti per la popolazione locale a causa delle requisizioni di viveri e del razionamento anche dei beni di prima necessità e che episodi di furto e vandalismo non erano affatto rari. L'ex magazziniere comunque negò con forza di aver tradito lui i rifugiati, anche se il suo collega, tal Lammert Hartog, dichiarò che, al massimo due settimane prima del l'irruzione della Gestapo, van Mareen gli avrebbe detto in confidenza che nell'edificio si nascondevano degli ebrei. Van Maaren fu indagato due volte per le sue presunte responsabilità nel tradimento dei rifugiati, la prima volta nel 1948 e quindi nel 1963. Tuttavia, non emersero mai prove concrete contro di lui. L'ex nazista Silberbauer, all'epoca ancora in vita, dichiarò che il magazziniere non era noto come informatore della Gestapo e negò di conoscerlo[7]. L'uomo si dichiarò estraneo ai fatti, sostenendo che la sua curiosità al limite dell'indiscrezione era dovuta semplicemente al desiderio di allontanare i sospetti di furto dalla sua persona ed aggiunse, smentendo il collega Hartog (ormai deceduto) di non aver mai avuto sospetti sulla presenza di clandestini nell'edificio, pur ammettendo di aver notato "una certa aria di segretezza" ma asserendo che la notizia dell'arresto lo aveva lasciato sconvolto. Emerse, inoltre, che, durante la guerra, l'uomo aveva tenuto nascosto in casa uno dei propri figli, che, studente universitario, aveva rifiutato di arruolarsi al seguito degli invasori nazisti; tale circostanza parve deporre a suo favore. Willem van Maaren morì ad Amsterdam il 28 novembre 1971 all'età di 76 anni, professando la propria innocenza fino all'ultimo.

Nel suo libro Anne Frank: The Biography la scrittrice Melissa Müller puntò l'attenzione contro la moglie del magazziniere Hartog, tal Lena Hartog-van Bladeren. La donna aveva lavorato per diverso tempo, come donna delle pulizie e collaboratrice domestica, anche presso gli uffici di Prinsengracht, anche se inspiegabilmente aveva nascosto tale circostanza agli inquirenti. Nel mese di luglio 1944, Lena Hartog avrebbe avuto un colloquio con Bep Voskuijl, chiedendole spiegazioni sulla presenza di ebrei che si nascondevano nell'edificio; l'impiegata non ammise alcunché, limitandosi a suggerire alla donna di guardarsi bene dal fare certe affermazioni, considerato il pericolo cui simili chiacchiere potevano esporre tutto il personale della Opekta. Nello stesso periodo , Lena Hartog aveva prestato servizio presso una famiglia di conoscenti di Otto Frank e Johannes Kleiman, tali Anne e Petrus Genot, quest'ultimo collega di lavoro del fratello di Kleiman. La Hartog si sarebbe più volte lamentata con Anne Genot del fatto che alcuni ebrei si nascondevano in Prinsengracht e che ciò avrebbe provocato guai a lei ed al marito se la circostanza fosse stata di dominio pubblico.[8]

Emerse in seguito che, nel vicinato, non pochi abitanti ed impiegati di ditte vicine avevano nutrito sospetti sulla presenza dei rifugiati al numero 263, ma in generale era prevalso un atteggiamento di solidarietà, tanto più che in zona si nascondevano anche altri ebrei[9].

Prigionia e destino dei rifugiati[modifica | modifica wikitesto]

Statua situata ad Amsterdam dedicata ad Anna Frank

Il 3 settembre 1944 Anna Frank e gli altri clandestini vennero caricati sull'ultimo treno merci in partenza per Auschwitz, dove giunsero tre giorni dopo. Edith Frank-Holländer, che già durante la clandestinità aveva manifestato segni di depressione, morì di inedia ad Auschwitz-Birkenau il 6 gennaio 1945, secondo alcune testimoni provata dall'essere stata separata dalle figlie. Hermann Van Pels morì in una camera a gas di Auschwitz il giorno stesso dell'arrivo, secondo la Croce Rossa, o poche settimane più tardi, secondo Otto Frank, a causa di una ferita infetta. Auguste Van Pels passò tra Auschwitz, Bergen-Belsen (dove per qualche tempo riuscì a stare vicina ad Anna e Margot e addirittura a far incontrare Anna con la sua amica Hanneli Goslar, anch'ella internata nel lager), e Buchenwald arrivando a Theresienstadt il 9 aprile 1945. Deportata altrove, non si conosce la data del decesso.

Peter Van Pels, pur consigliato da Otto Frank di nascondersi con lui nell'infermeria di Auschwitz durante l'evacuazione, non riuscì a seguirlo e fu aggregato ad una Marcia della morte il 16 gennaio 1945 che lo portò da Auschwitz a Mauthausen (Austria), dove morì il 5 maggio 1945, appena tre giorni prima della liberazione. Fritz Pfeffer, a quanto sembra fisicamente e psicologicamente provato, dopo essere passato per i campi di concentramento di Sachsenhausen e Buchenwald, morì nel campo di concentramento di Neuengamme il 20 dicembre 1944.

Margot e Anna passarono un mese ad Auschwitz-Birkenau e vennero poi spedite a Bergen-Belsen, dove morirono di tifo esantematico, prima Margot ed alcuni giorni dopo Anna, attorno al marzo 1945, solo tre settimane prima della liberazione del campo. Una giovane infermiera olandese, Janny Brandes Brilleslijper, che nel lager aveva stretto amicizia con le due ragazze ed assistito alla morte di Anna, seppellì personalmente i cadaveri in una delle fosse comuni del campo e, subito dopo la liberazione, scrisse ad Otto Frank comunicandogli la tragica notizia. Kleiman fu liberato per intervento della Croce Rossa un mese dopo l'arresto, il 18 settembre 1944, a causa delle gravi ulcere che lo affliggevano da anni. È morto ad Amsterdam nel 1959, mentre lavorava negli uffici di Prinsengracht, dove aveva ripreso le sue funzioni di procuratore della ditta. Kugler venne deportato in più campi di concentramento, sino al termine della guerra. Riuscì ad evadere durante un bombardamento ed a fare ritorno ad Hilversum, dove la moglie, malata terminale, lo nascose nell'ultimo mese di guerra. Nel dopoguerra, Kugler si risposò e si trasferì in Canada; minato dal morbo di Alzheimer, morì a Toronto nel 1981.

Solo il padre di Anna, tra i clandestini, sopravvisse ai campi di concentramento. Rimase sempre ad Auschwitz; il campo venne poi liberato dall'esercito russo il 27 gennaio 1945; il 3 giugno 1945 Otto tornò ad Amsterdam dopo tre mesi di viaggio, dove si stabilì presso Miep Gies ed il marito Jan Gies, assistendo alla nascita del loro figlio, Paul. Una volta appresa la notizia della morte di Anna e Margot, Miep consegnò ad Otto il diario della ragazza, che lei stessa aveva conservato nel proprio ufficio con l'intento di restituirlo solo alla legittima proprietaria ed egli, superato l'iniziale sconforto per la perdita della propria famiglia, mostrò gli scritti della figlia a diversi amici che lo convinsero a darlo alle stampe. Otto stesso, in sede di revisione del manoscritto, ne modificò la grammatica e la sintassi, omettendo alcune parti perché considerate troppo private e poco rispettose dei compagni di sventura, in modo da renderlo adatto per la pubblicazione.

Il diario venne pubblicato nel 1947 con il titolo di Het Achterhuis ("L'alloggio segreto" in olandese). Otto Frank, che nel frattempo si era risposato con una superstite di Auschwitz, la viennese Elfriede Markovits, madre di un'amica di scuola di Anna, morì di cancro ai polmoni a Basilea, in Svizzera dove si era stabilito da tempo, il 19 agosto 1980.

Il diario di Anna Frank[modifica | modifica wikitesto]

Inizia come una espressione privata dei propri pensieri intimi, manifestando l'intenzione di non permettere mai che altri ne prendessero visione. Descrive candidamente la sua vita, la propria famiglia ed i propri amici, e del ragazzo di cui si innamorò nonché appunto la sua vocazione a diventare un giorno scrittrice affermata di racconti. Durante l'inverno del 1944, le capitò di ascoltare una trasmissione radio di Gerrit Bolkestein— membro del governo Olandese in esilio — il quale diceva che, una volta terminato il conflitto, avrebbe creato un registro pubblico delle oppressioni sofferte dalla popolazione del Paese sotto l'occupazione nazista. Menzionò la pubblicazione di lettere e diari, cosa che spinse Anna a riscrivere sotto altra forma, e con diversa prospettiva, il proprio.

Esistono quindi tre versioni del diario:

  1. la versione A, l'originale di Anna, che va dal 12 giugno 1942 al 1 agosto 1944, della quale non è stato ritrovato il quaderno che copriva il periodo 6 dicembre 1942 - 21 dicembre 1943;
  2. la versione B, la seconda redazione di Anna, su fogli volanti, in vista della pubblicazione, che copre il periodo 20 giugno 1942 - 29 marzo 1944;
  3. la versione C, scritta da Otto Frank basandosi sulla versione B, apportando modifiche e cancellazioni.

Una recente edizione critica del diario compara queste tre versioni. La casa dove Anna e la famiglia si nascondevano è ora un museo. Si trova al 263 di Prinsengracht, nel centro della città, raggiungibile a piedi dalla stazione centrale, dal palazzo reale e dal Dam.

Nel 1956 il diario venne adattato in un'opera teatrale che vinse il Premio Pulitzer, nel 1959 ne venne tratto un film, nel 1997 ne fu tratta un'opera di Broadway con materiale aggiunto dal diario originale.

Autenticità del diario[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni negazionisti dell'Olocausto hanno messo in dubbio l'autenticità del diario; sulla base di ciò, Simon Wiesenthal si è interessato personalmente della vicenda e ha ritrovato come testimone il poliziotto che aveva eseguito l'arresto. Nel 1976, Otto Frank denunciò Heinz Roth di Francoforte, che aveva pubblicato un pamphlet nel quale asseriva che il diario era falso. Il giudice sentenziò che se Roth avesse pubblicato altre opere sarebbe stato sottoposto ad una multa di 500.000 marchi tedeschi e a sei mesi di prigione. Roth fece ricorso contro la decisione della corte, ma morì poco dopo, nel 1978. L'anno dopo, il suo appello venne respinto.[10]

Con la morte di Otto Frank nel 1980, il diario originale, lettere incluse, venne ereditato dall'Istituto Olandese per la Documentazione di Guerra,[11] che commissionò una perizia forense del diario attraverso il Ministero della Giustizia Olandese nel 1986. Confrontando la calligrafia con altri esempi dell'epoca e analizzando la carta, la colla e l'inchiostro, l'istituto affermò che i materiali erano disponibili all'epoca e che quindi il diario era autentico, allegando tale ricerca a quella che oggi è nota come "Edizione Critica" del diario. Il 23 marzo 1990, la Corte Regionale di Amburgo reiterò la sua autenticità.

Nel 1991, i negazionisti Robert Faurisson e Siegfried Verbeke hanno scritto un libello intitolato Il diario di Anna Frank: Un approccio critico. In esso hanno affermato che il diario sarebbe stato scritto da Otto Frank, dato che l'opera conterrebbe diverse contraddizioni, che lo stile di prosa e la calligrafia di Anna Frank non sembrerebbero quelle di un'adolescente e che nascondersi nell'Achterhuis sarebbe stato impossibile[12]. La Casa Anna Frank (la fondazione che cura il museo) e la Fondazione Anna Frank di Basilea hanno quindi iniziato una causa civile nel dicembre 1993, per proibire la distribuzione del libello di Faurisson e Verbeke in Olanda. Il 9 dicembre 1998, la Corte Distrettuale di Amsterdam sentenziò a favore dei richiedenti, vietando ogni futura negazione dell'autenticità del diario nonché la distribuzione sul territorio nazionale di pubblicazioni che ne affermassero la falsità, imponendo inoltre una sanzione di 25000 fiorini olandesi per ogni eventuale futura violazione di tale sentenza[13].

Edizioni in italiano degli scritti di Anna Frank[modifica | modifica wikitesto]

  • Diario, prefazione di Natalia Ginzburg, traduzione di Arrigo Vita, Torino, Einaudi, 1954. ISBN 88-06-00281-3.
  • Il diario di Anna Frank, traduzione di Arrigo Vita, Milano, A. Mondadori, 1959.
  • Il saggio mago e altri racconti, Rocca San Casciano, Cappelli, 1959.
  • Racconti dell'alloggio segreto, Torino, Einaudi, 1983.
  • Diario. L'alloggio segreto, 12 giugno 1942 - 1 agosto 1944, a cura di Otto Frank e Mirjam Pressler, traduzione di Laura Pignatti, edizione italiana e appendice a cura di Frediano Sessi, Torino, Einaudi, 1993. ISBN 88-06-13130-3.
  • I diari di Anne Frank, a cura dell'Istituto per la documentazione bellica dei Paesi Bassi, introduzione di David Barnouw, Harry Paape e Gerrold van der Stroom, sintesi della relazione del laboratorio forense di H .J. J. Hardy, testo olandese stabilito da David Barnouw e Gerrold van der Stroom, edizione italiana a cura di Frediano Sessi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 88-06-14730-7.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

  • Anna Frank è un punto di riferimento nel film Freedom Writers.
  • In un episodio della prima serie del telefilm Fame, viene citato e confrontato il diario di Anna Frank.
  • In un episodio della seconda serie del telefilm American Horror Story, compare Anna Frank, dopo essere riuscita a fuggire negli Stati Uniti, grazie a un marine dopo la seconda guerra mondiale.
  • Nel libro e nel film Colpa delle stelle i protagonisti vanno ad Amsterdam e visitano la casa di Anna Frank.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Nuova sala del diario. URL consultato l'11 maggio 2011.
  2. ^ La casa di Anna in Prinsengracht; coordinate geografiche: 52°22′32.09″N 4°53′03.84″E / 52.37558°N 4.8844°E52.37558; 4.8844
  3. ^ Carol Ann Lee, Storia di Anna Frank. Rizzoli, 1998
  4. ^ Carol Ann Lee, Storia di Anna Frank. Rizzoli, 1998
  5. ^ Melissa Müller, Anne Frank. Una biografia. Einaudi, 2004
  6. ^ Carol Ann Lee, Storia di Anna Frank. Rizzoli, 1998
  7. ^ Carol Ann Lee, Storia di Anna Frank. Rizzoli, 1998
  8. ^ Melissa Müller, Anne Frank. Una biografia. Einaudi, 2004
  9. ^ Carol Ann Lee, Storia di Anna Frank. Rizzoli, 1998
  10. ^ (EN) Internet Archive Wayback Machine
  11. ^ Lee 2000, p. 233
  12. ^ (EN) Robert Faurisson, The Diary of Anne Frank: is it genuine?, Journal of Historical Review, novembre–dicembre 2000. URL consultato il 13 dicembre 2007.
  13. ^ (EN) Anne Frank Stichting, Publicity about Anne Frank and her Diary. Ten questions on the authenticity of the diary of Anne Frank. URL consultato il 17 luglio 2012.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Ernst Schnabel, La tragica verità su Anna Frank, Milano-Verona, Mondadori, 1958.
  • Frances Goodrich e Albert Hackett, Il diario di Anna Frank. Commedia in 2 tempi e 10 quadri tratta dal libro omonimo, Milano, Bompiani, 1958.
  • Rita D'Amelio, Un'adolescente allo specchio. Il significato del Diario e dei Racconti di Anna Frank, Bari, Adriatica Editrice, 1968.
  • Lina Tridenti, Anna Frank, Milano, Fabbri, 1982.
  • Alessandra Jesi Soligoni, Una ragazza contro l'odio: Anna Frank, Milano, Figlie di S. Paolo, 1986. ISBN 88-215-1010-7.
  • Miep Gies, Si chiamava Anna Frank, Milano, A. Mondadori, 1987. ISBN 88-04-30506-1.
  • Willy Lindwer, Gli ultimi 7 mesi di Anna Frank. La drammatica fine dell'autrice del Diario, raccontata da sette compagne di prigionia, testimoni oculari di ciò che seguì il suo arresto: la vita nei lager e la tragica morte, Roma, Newton Compton, 1989.
  • Ruud van der Rol e Rian Verhoeven, Anna Frank. Album di famiglia, Vimercate, La spiga Meravigli-Fondazione Anna Frank, 1992. ISBN 88-7100-247-4.
  • Alison Leslie Gold, Mi ricordo Anna Frank. Riflessioni di un'amica d'infanzia, Milano, Bompiani, 1999. ISBN 88-452-4022-3.
  • Alessandra Jesi Soligoni, Storia di Anna Frank, Milano, Tascabili La spiga, 2000. ISBN 88-468-1361-8.
  • Melissa Müller, Anne Frank. Una biografia, Torino, Einaudi, 2004. ISBN 88-06-16834-7.
  • Josephine Poole, Anne Frank, San Dorligo della Valle, Emme, 2005. ISBN 88-7927-750-2.
  • Ann Kramer, Anna Frank. Un raggio di sole negli anni bui del nazismo, Trezzano sul Naviglio, IdeeAli, 2007. ISBN 978-88-6023-090-4.
  • Ernst Schnabel, Anne Frank. Un racconto-documento, Milano, Modern Publishing, 2008. ISBN 978-88-493-0511-1.
  • Francine Prose, Anne Frank. La voce dell'Olocausto. [La storia di una ragazza ebrea e del diario più celebre di tutti i tempi], Roma, Castelvecchi, 2011. ISBN 978-88-7615-423-2.
  • Sid Jacobson, Ernie Colón, Anne Frank. La biografia a fumetti, Milano, Rizzoli Lizard, 2011. ISBN 978-88-17-04736-4.
  • Aidan Chambers, La penna di Anne Frank, Modena, EquiLibri, 2011. ISBN 978-88-905808-0-2.
  • Casa di Anne Frank, Menno Metselaar, Ruud van der Rol, La storia di Anne Frank, Milano, Mondadori, 2011. ISBN 978-88-04-60680-2.
  • Theo Coster, I nostri giorni con Anna. Il racconto dei compagni di classe di Anna Frank, Milano, Rizzoli, 2012. ISBN 978-88-17-05511-6.
  • Sharon Dogar, La stanza segreta di Anna Frank, Roma, Newton Compton, 2012. ISBN 978-88-541-3540-6.
  • Jacqueline van Maarsen, A Friend Called Anne. One girl's story of war, peace, and a unique friendship with Anne Frank, New York, Puffin Books, 2005. ISBN 978-0-14-240719-6.
  • Jacqueline van Maarsen, My Name Is Anne, She Said, Anne Frank. The Memoirs of Anne Frank's Best Friend, London, Arcadia, 2007. ISBN 978-1-905147-10-6.
  • Jacqueline van Maarsen, Inheriting Anne Frank, London, Arcadia, 2009. ISBN 978-1-906413-27-9.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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