Vicariato della Valpolicella

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Stemma del Vicariato della Valpolicella come raffigurato sul frontespizio di "Privilegia et iura Communitatis et Hominum Vallis Pulicellae" un saggio del XVI secolo scritto da Giangiacomo Pigari.

Il Vicariato della Valpolicella fu una entità amministrativa nata sotto la Repubblica di Venezia a seguito della dedizione di Verona a Venezia del 1405 comprendete i territori valpolicellesi che già costituivano la "contea della Valpolicella" istituita nel secolo precedente dai della Scala.

Per tutta la sua vita, il Vicariato poté godere di un particolare sistema fiscale, di una autonomia amministrativa e di alcuni privilegi, come poter eleggere da sé il proprio Vicario. Tali concessioni vennero fatte sia in virtù della ricchezza del territorio, sia per l'esigenza di poter contare sulla sua fedeltà essendo terra di confine; fedeltà che peraltro non venne mai meno. Nei suoi quattro secoli di vita la zona poté prosperare, come testimoniano le numerose ville venete che qui vennero realizzate, e venne solo marginalmente sfiorata dagli eventi bellici che si susseguirono nei territori vicini. Anche la fasce più deboli godettero di una relativa agiatezza, se paragonate alla media del tempo, ma non mancarono epidemie e casi di malnutrizione. L'aumento demografico fu pressappoco costante, se si fanno eccezione alcune epidemie di peste come in particolare quella del 1630 che uccise i due terzi degli abitanti.

A capo del Vicariato vi era un Vicario, eletto annualmente tra i cittadini patrizi di Verona, che si insidiava il primo giorno di febbraio dopo una processione che partiva da porta San Giorgio a Verona. Nel suo ufficio era coadiuvato da due Nodari da un Sindico e da quattro Ufficiali, tra gli altri. Il governo era, inoltre, retto dal Consiglio dei Diciotto, eletto per tre anni. La sede del Vicariato fu sempre nel comune di San Pietro in Cariano nella Domus Valli Pulicelle, tutt'oggi esistente e in cui si possono osservare gli stemmi dei più importanti Vicari incastonati nella facciata.

Con la caduta definitiva della Repubblica di Venezia e della pace di Presburgo, il 1º maggio 1806 Veneto tornò sotto il dominio dei Francesi che abrogarono i vicariati così anche quello della Valpolicella scomparse, come scomparsero le autonomie e i privilegi di cui la Valpolicella beneficiò per oltre quattro secoli.

Le fonti[modifica | modifica wikitesto]

Open book nae 02.svg Per approfondire, leggi il testo Ordini, e Consuetudini, che si osservano nell'Offitio del Vicariato della Valpolicella, 1731.
Miniatura presente nel saggio "Privilegia et iura Communitatis et Hominum Vallis Pulicellae".

Due sono le fonti primarie più importanti che permetto di ricostruire gli istituti, la vita amministrativa e giudiziaria del Vicariato della Valpolicella. Il primo è il "Privilegia et iura Communitatis et Hominum Vallis Pulicellae" un saggio scritto dal poeta e giurista negrarese Giangiacomo Pigari e pubblicato nel 1588 in cui si analizza sotto il profilo giuridico l'assetto del Vicariato. Il testo è accompagnato da una dedica al Vicario Orazio Maran oltre che da un carme intitolato "Ad Nimphas Pulcellidas". Al suo interno una pregevole miniatura, la cui realizzazione tradizionalmente si attribuisce a Giovanni Caroto, anche se vi sono non pochi dubbi a proposito.[1]

L'altra fonte primaria è una raccolta di regole ed istituti, chiamata Ordini, e Consuetudini, che si osservano nell'Offitio del Vicariato della Valpolicella, stampata in quattro edizioni con gli eventuali aggiornamenti nel 1635, nel 1676, nel 1678 e, infine, nel 1731.[2]

Inoltre, le notizie sull'organizzazione ecclesiale e sullo stato di chiese e parrocchie ci vengono dai resoconti delle visite pastorali fatte nella valle dai vescovi veronesi Ermolao Barbaro, della metà del XV secolo, e di Gian Matteo Giberti, del XVI secolo.

Storia del Vicariato[modifica | modifica wikitesto]

Le origini: la Contea della Valpolicella[modifica | modifica wikitesto]

Stemma degli Scaligeri, furono i signori di Verona a fondare la contea della Valpolicella che venne governata da Federico della Scala.

Terminato il sanguinoso dominio di Ezzelino III da Romano, la città di Verona nominò nel 1259 Leonardino della Scala, prima podestà e poi, nel 1259, capitano del popolo. Così, in breve tempo instaurò una signoria cittadina ponendosi a capo con il nome di Mastino I.[3]

Negli anni successivi i Della Scala ampliarono i loro possedimenti, raggiungendo la massima estensione con Cangrande della Scala andando a comprendere quasi l'intero Veneto, parte dell'Emilia Romagna e parte della Lombardia. Nonostante la potenza acquisita degli Scaligeri essi dovettero fare spesso i conti con le numerose lotte interne e con gli scontri con gli avversari della fazione guelfa.[4]

A partire dal 1276 la Valpolicella, allora divisa in diverse feudalità, venne posta sotto la dominazione degli Scaligeri. Essa andò così a far parte dei sette "Colonelli" in cui era diviso il Distretto di Verona, ovvero: Gardesana, Montagna, Valpantena, Tione, Zosana, Fiumenovo e, appunto, Valpolicella, ognuno dei quali governato da un diverso apparato.[5] Nel 1311 la Vallis Pulicella guadagnò ulteriore autonomia, sia in campo amministrativo che giudiziario, asserendosi al rango di "contea".[6]

Molti dei feudi valpolicellesi confiscati ai Sambonifacio, nemici degli scaligeri in quanto guelfi, vennero consegnati a Federico della Scala, podestà di Verona. Tra di essi vi furono Volargne e la Chiusa di Ceraino, Ponton che vantava un porto sul fiume Adige, Marano con il suo castello.[6] Federico, convintissimo sostenitore dell'Imperatore Arrigo VII, ricevette l'11 febbraio 1311 da quest'ultimo la conferma dei poteri su questi feudi, mentre il 15 settembre dello stesso anno si vide concedere il dominio su pressappoco tutto il territorio dell'odierna Valpolicella.[6]

Dopo aver restaurato e fortificato il castello di Marano, Federico iniziò la sua attività amministrativa, grazie all'aiuto di Ottonello da Ponton, sulla Contea.[7] Il 24 gennaio 1314 venne stipulato un trattato che regolava i rapporti tra la contea e Verona basandosi sui reciproci interessi.[8]

Avendo partecipato ad una congiura ai danni di Cangrande, Federico cadde in rovina tanto che il 14 settembre 1325 dovette partire in esilio per Trento. Con la sua caduta finì anche l'esperienza della Contea della Valpolicella i quali territori vennero inglobati nel Distretto di Verona venendo meno così, ma solo parzialmente, i suoi privilegi di indipendenza.[8]

L'arrivo della Repubblica di Venezia[modifica | modifica wikitesto]

Con Antonio della Scala si ebbe la caduta della signoria e il 20 ottobre 1388 iniziò il dominio visconteo di Gian Galeazzo Visconti che fece tornare la Valpolicella ad essere un Colonnello dotato comunque di alcune agevolazioni fiscali ed una indipendenza giuridica, seppur parziale.[9] Con la morte di Gian Galeazzo (1402) cadde anche la Signoria Viscontea in Verona e, grazie ad uno stratagemma, il potere venne preso da Francesco da Carrara che tuttavia lo mantenne brevemente. Infatti approfittando del malcontento dei veronesi verso il nuovo signore e dei disordini che continuavano dentro la città, l'esercito della Repubblica di Venezia, aiutato in parte dal popolo, riuscì ad entrare a Verona e metter in fuga il Carrara.[10]

Mappa della Valpolicella nel 1625 realizzata da Giovanni Nacchio.

Col passaggio sotto il dominio veneziano, e in seguito della dedizione di Verona a Venezia del 24 giugno 1405, in Valpolicella si ebbe l'istituzione del Vicariato. Con una bolla d'oro datata 16 luglio 1405 vennero dunque confermati i precedenti confini e tutti i diritti acquisiti a cui si ne aggiunsero di nuovi, come il privilegio di poter nominare da sé il proprio Vicario. Tuttavia, affinché il territorio arrivasse ad uno stabile assetto dovettero passare alcuni anni, in quanto rimanevano ancora delle vestigia del feudale; si ritiene che il primo Vicario che abbia potuto governare su tutto il territorio fosse stato Francesco Brognolino, eletto per l'anno 1414, ma sicuramente ciò avvenne a partire dal 1420 con il Vicario Ruffino Campagna.[11]

Tra gli altri vicariati in cui era diviso il territorio veronese, quello Valpolicellese fu certamente quello che godette per tutta la sua storia di una maggiore autonomia migliore situazione economica e sociale se raffrontata alla media di quei tempi.[12] Anche per estensione territoriale il vicariato Valpolicellese primeggiava con gli altri anche se gli esatti confini, oggetto di continue controversie con gli Asburgo d'Austria, furono stabiliti con esattezza solo nella metà del XVIII grazie al "trattato sopra le differenze de' confini" sottoscritto da Francesco Morosini per la Repubblica e da Paride Wolkenstein per l'Austria e pubblicato a Rovereto il 5 settembre 1753.[13] Oltre 100 cippi vennero posti ad indicare il confine occidentale il quale iniziava dalla sponda sinistra dell'Adige a nord di Ossenigo per salire al Corno d'Aquilio per arrivare al Dosso Sparvieri sull'altopiano lessinico dopo aver attraversato il Passo delle Fittanze, Castelberto e Podesteria.[14]

I quattro secoli sotto la Serenissima[modifica | modifica wikitesto]

L'Italia settentrionale nel 1494, poco prima della guerra della Lega di Cambrai.

Durante tutto l'arco della dominazione Veneziana, la Valpolicella vide un periodo di particolare splendore testimoniato anche dalle numerose ville venete che vennero costruite in questi secoli come dimora di campagna delle ricche famiglie patrizie che qui si recavano in villeggiatura o per seguire i proprio possedimenti terrieri. Pochi furono gli avvenimenti degni di nota che poterono incidere sulla vita della popolazione più agiata.

Nonostante fosse stata territorio di confine, la Valpolicella non divenne mai in questi quattro secoli teatro di cruenti scontri se non in rare eccezioni. Nel 1509, nel contesto della guerra della Lega di Cambrai, l'imperatore Massimiliano d'Austria attraversò con le sue truppe la Valpolicella alla volta della conquista di Verona, senza però provocare alcun particolare problema. La stessa cosa non si può dire quando, sette anni più tardi, le stesse truppe questa volta sconfitte dovettero far ritorno al nord, abbandonandosi a saccheggi e violenze durante la ritirata.[15]

Le terribili guerre del XVII secolo, come la guerra dei trent'anni non coinvolsero direttamente la Valpolicella ma la popolazione dovette subire le catastrofiche epidemie favorite dalle cattive condizioni igienico sanitarie che affiggevano in particolare i ceti più poveri.[16] La malnutrizione portò al diffondersi tra i contadini di malattie come la pellagra che solo l'introduzione in agricoltura del granoturco poté arginarla.[17] Come in quasi tutta Europa anche in Valpolicella la peste del 1630 infuriò portandosi via circa i due terzi dell'intera popolazione.

Benché Venezia si fosse dichiarata neutrale, la guerra di successione spagnola portò sul suo territorio cruente battaglie. Anche se fortunatamente la popolazione non subì particolari danni, la Valpolicella fu protagonista di una importante operazione militare quando il principe Eugenio di Savoia, nel tentativo di aggirare le truppe francesi comandante da Nicolas de Catinat asserragliate sulle pendici del Monte Baldo per sbarrargli la strada verso sud, condusse il suo esercito da Ala verso le alture dei Lessini raggiungendo il 5 giugno 1701 Verona scendendo attraverso le strade della Valpolicella.[18]

Il tramonto del Vicariato[modifica | modifica wikitesto]

La battaglia di Rivoli, a seguito della quale i francesi divennero padroni dell'Italia settentrionale

Nel 1796, durante la prima campagna d'Italia le armate francesi napoleoniche conquistarono Verona, ponendo anche la Valpolicella sotto il proprio dominio. Nonostante che il governo provvisorio francese avesse promosso libertà e continuità, la realtà si dimostrò ben diversa condannando le istituzioni veneziane ad incamminarsi verso un inesorabile declino.[19][20] Il 17 aprile 1797 vi fu una ribellione, passata alla storia come "Pasque veronesi", a cui presero parte molti nobili e popolani Valpolicellesi. Dopo pochi giorni la rivolta venne soffocata nel sangue tanto che, ad esempio la sola Pescantina vide l'uccisione di ben 18 suoi abitanti che tentarono di difendere le loro barche dai francesi che volevano impossessarsene.[21][22]

In seguito al trattato di Campoformio, che decretava la scomparsa della Repubblica di Venezia, venne soppresso il secolare Vicariato della Valpolicella, che tuttavia venne ristabilito per un breve periodo in seguito alla cessione del Veneto agli austriaci. Infatti, quest'ultimi presero provvedimenti affinché "venissero integralmente eseguite le Leggi vigenti all'epoca del primo gennaro 1796, riguardante il buon governo ed economia delli comuni...".[23]

Con la successiva pace di Presburgo del 26 dicembre 1805, ma che per i territori posti alla sinistra dell'Adige entrò in vigore solo a partire dal 1º maggio 1806, il Veneto tornò nuovamente sotto i Francesi che abrogarono definitivamente tutti i vicariati e così anche il Vicariato della Valpolicella scomparse per sempre così come scomparirono i privilegi e l'autonomia che questa valle poté godere per oltre quattro secoli.[24][25]

Organi e istituzioni[modifica | modifica wikitesto]

VICARIO
Ippolito Pindemonte, fu uno degli ultimi Vicari della Valpolicella.

Era la massima autorità della Valpolicella. Rimaneva in carica per un anno e veniva eletto tramite un ballottaggio che si teneva poco prima di Natale. La nomina veniva proposta dal Sindico, dal Consiglio dei Diciotto, da tutti i Massari della Valle e dal Vicario in carica che vantava il poter votare de volte al ballottaggio. La carica poteva essere ricoperta da cittadini nobili di Verona. Spesso appartenevano a casate con possedimenti o interessi particolari nella Valle.[26][27]

Una volta eletto, entro gennaio si recava, accompagnato dal Sindico e da sei Consiglieri, dal Podestà di Verona a prestare giuramento.[28] Entrava in carica il secondo giorno di febbraio a seguito di una sfarzosa e ben definita cerimonia: il corte del neoeletto partiva da Verona e precisamente dalla Porta San Giorgio per poi raggiungere la sede di San Pietro in Cariano dove il Vicario uscente gli consegnava la bacchetta del comando e l'insegna della valle. Infine, tutti si recavano alla chiesa di Santa Maria ad Ospedaletto di Pescantina per assistere ad una cerimonia religiosa di inaugurazione.[29][30]

Molteplici erano i suoi compiti: amministrava, fino alla seconda istanza, la giustizia sia civile che penale, controllava scorte e prezzi dei beni, presiedeva il Consiglio dei Diciotto, coordinava le attività amministrative, eseguiva gli estimi. Egli si doveva recare al proprio ufficio tutti i martedì e i venerdì, ma erano previsti giorni di ferie e periodi di sospensione dall'attività, ad esempio durante la vendemmia. Per i suoi servizi veniva ricompensato con 50 ducati, mentre per ogni estimo prendeva una gazeta.[31][32]

NODARI

Contribuivano all'amministrazione della giustizia con funzioni di segreteria. Ve ne era uno per il civile, il Nodaro del civile, e uno per il penale, il Nodaro del quasi maleficio", quest'ultimo si occupava di registrare le accuse, le querele, le denunce e le condanne emesse dal Vicario. (Uno per civile e uno per penale.[33][34]

SINDICO
Copertina di Ordini, e Consuetudini, che si osservano nell'Offitio del Vicariato della Valpolicella, dove sono descritte tutte le cariche istituite nel Vicariato.

Per occupare tale carica era necessaria l'esperienza di almeno tre anni nel Consiglio di Valle, avere un'età maggiore di 30 anni e esser “huomo discreto, prudente, di sufficiente esperienza nelle cose e di buona condizione e fama”. L'incarico durava 3 anni con la possibilità di rielezione. Egli rappresentava e difendeva gli interessi della Valpolicella e per espletare al meglio tale compito era tenuto, pena sanzioni, a "mantenere un cavallo in sella per tutte le occorrenze della valle". Il suo compenso era fissato dal Vicario.[35][36]

ESATTORE

Doveva essere scelto tra le persone di "ottima condittione e fama" e veniva nominato contestualmente al Vicario, Riscuoteva le tasse e imposte, effettuava pagamenti per conto del Consiglio o del Vicario.[37][38]

DEPUTATO DEI CONTI

Veniva eletto con le medesime modalità dell'Esattore. Redigeva i bilanci e teneva la contabilità a chi gliene avesse fatto richiesta.[39][40]

QUATTRO UFFICIALI

Erano incaricati di molte mansioni, tra cui seguire l'ufficio dei pegni. Erano obbligati a risiedere in Valpolicella e prima di assumere la carica dovevano giurare fedeltà al Vicario o al Nodaro.[41][42]

CONSIGLIO DEI DICIOTTO

Venivano eletti il primo giorno di settembre da tutte le autorità ma non potevano essere votati parenti. Ogni anno ne venivano eletti sei che, dopo aver giurato sulla Bibbia, rimanevano in carica per tre anni. La lro principale attività riguardava gli aspetti fiscali della Valle. Per ogni seduta a cui partecipavano venivano ricompensati con tre troni.[43][44]

MASSAR DEI PEGNI

La nomina proveniva dal Vicario che, tuttavia, doveva essere approvata dal Consiglio dei Diciotto. L'incarico era annuale e consisteva nel gestire una sorta di monte di pietà.[45][46]

Privilegi[modifica | modifica wikitesto]

Fin da quando venne istituita la contea, gli abitanti della Valpolicella poterono contare su alcuni privilegi che poi vennero confermati ed estesi durante l'epoca del Vicariato sotto la Serenissima. Molti di questi furono ottenuti grazie alla dimostrazione di "incorrotta fedeltà e verginale omaggio" del Vicario Jacopo da Marano durante la guerra veneto-viscontea del 1439. Tra questi vi furono dazi ridotti sul vino e sul bestiame, facilitazioni nell'importazione di sale ed esenzione da alcune tasse.[47]

Uno dei privilegi più importanti fu quello di poter eleggere autonomamente il proprio Vicario, a differenza degli altri territorio a cui veniva imposto dal Comune di Verona. Il Vicario e il Consiglio dei Diciotto, poi, rispondevano direttamente ai rettori Venziani.[48] Inoltre, il vicariato valpolicellese venne esonerato dal dover fornire truppe, seppur tuttavia avesse l'obbligo di ospitare quelle in transito e pagare eventuali tributi di guerra. Essendo una zona di confine, allo scopo di scoraggiare le attività di contrabbando gli abitanti della Valpolicella furono esentati dalle tasse sulla lana. Nonostante il fiume Adige scorresse per tutto il confine sud della Valle, il vicariato della Valpolicella non fu tenuto ad occuparsi di dover riparare gli argini. Il motivo di queste concessioni è da ricercarsi nella volontà dei veneziani di garantirsi la fedeltà dei valpolicellesi che, come abitanti di una terra di confine, potevano garantire la difesa di punti strategici, come la chiusa di Ceraino o i passi montani, della frontiera con il Trentino. Una fedeltà che non venne mai meno in tutta la storia del Vicariato.[49]

Economia[modifica | modifica wikitesto]

L'economia del Vicariato della Valpolicella fu, per tutta la sua esistenza, di tipo rurale. Principalmente i campi venivano affidati a lavoranti del luogo con una forma contrattuale detta "concessione livellatica" della durata di dieci anni rinnovabile oppure per un periodo fisso di 29 anni. I conduttori del fondo erano chiamati laboratores (lavoranti). In questo schema contrattuale il proprietario aveva il diritto di riscuotere canoni sia in natura che in denaro dal lavorante che, seppur libero nella conduzione del fondo, alla fine quello che gli rimaneva era al limite della propria sussistenza. In epoca successiva venne introdotto il contratti di "lavorenzia" caratterizzato dalla costituzione di una società tra il proprietario del fondo e chi lo lavorava; in pratica il contadino metteva nell'impresa il suo lavoro e quello della famiglia mentre la controparte gli forniva il fondo, la stalla e l'abitazione per lui e la sua famiglia. Il proprietario, poi, beneficiava di una cospicua parte dei prodotti del campo e dell'orto oltre che del poter usufruire di compiti accessori da parte del lavorante. Nell'ultimo scorcio della storia del Vicariato, si introdusse il contratto di "mezzadria". In alcune zone, in particolare in quelle collinari, erano più frequenti contratti parziali a breve scadenza. Oltre ai laboratores vi erano anche i bracenti (braccianti) pagati alla giornata e piccoli coltivatori proprietari denominati boari.[50]

Grappoli d'uva in un vigneto valpolicellese. Fin dall'epoca dei romani, i vini che qui si producevano vantarono una grande considerazione. Tale tradizione continuò anche nell'era del Vicariato quando le attività agricole furono centrali per l'economia.

Nonostante alcune crisi agricole che si verificarono nell'arco della vita del Vicariato, tra i secoli XVI e XVII si registrò un costante sviluppo dell'attività agraria che continuò a rappresentare un'ottima fonte di reddito per i grandi proprietari fondiari. Principalmente ci si concentrò sulla coltivazione dei cereali e dell'uva, soprattutto per quanto riguarda le zone di pianure e delle prime colline, mentre l'allevamento e la pastorizia caratterizzavano le località montane o delle colline più elevate.[51] A metà del XV secolo, grazie alla spinta dei veneziani, l'attività della produzione della lana venne soppiantata dalla coltivazione del gelso per la produzione dei bachi da seta, una scelta che si dimostrò molto redditizia. Il governo della Serenissima, inoltre, introdusse la coltivazione del mais e, dal XVII secolo, dei fagioli e della patata.[51] Di importanza minore, ma comunque rilevante, la presenza di frutteti, in particolare di mele e pesche. Come già detto vie fu anche una buona presenza di viti le quali risultano coltivate fin dalla preistoria; a Castelrotto sono stati trovati, in prossimità di vestigia di antiche abitazioni risalenti all'età del ferro, vinaccioli che sono risultati appartenere alla vitis vinifera. Con il passare dei secoli, la vocazione della Valpolicella per la produzione del vino prenderà sempre più spazio, fino a diventare un'attività fondamentale nel XX secolo tanto da rendere celebra la valle in tutto il mondo.[51]

Ruota di mulino in Adige a Pescantina. Nell'epoca del Vicariato sorsero molti mulini che sfruttavano le acque torrentizie e del fiume Adige.

Sebbene l'agricoltura fosse la principale attività, non mancarono artigiani come falegnami, macellai, fornai, carrettieri, maniscalchi, ricamatrici... La presenza di numerosi corsi d'acqua di natura torrentizia favorirono la comparsa di molti mulini, in particolare nella zona a nord di Fumane e di Marano, ma anche le acque dell'Adige furono largamente utilizzate a questo scopo, da Ponton a Settimo di Pescantina.[52]

In particolare a Sant'Ambrogio e a Negrar (dove vi furono le cave di Prun) vi furono delle importanti attività di estrazione del marmo, iniziate si dai temi dei romani e che continuano ancora oggi. Questi marmi furono utilizzati per la costruzione di molte chiese di Verona, di Venezia e di altre tra le più importanti città dell'Europa. Con questi marmi vennero realizzate molte chiese di Verona, Vennero aperte, anche se con scarso successo, miniere di ferro e manganese, mentre negli altopiani si esportava carbone da lega e legna adatta sia alla realizzazione di opere che da ardere.[52]

Società[modifica | modifica wikitesto]

Vita sociale[modifica | modifica wikitesto]

I principali insediamenti della gente comune che abitava il Vicariato intorno al XV e XVI secolo, consistevano in povere costruzioni in legno con tetto di paglia, raggruppate in corti rurali, talvolta protette da una torre colombara in cui si potevano custodire i prodotti alimentari al sicuro dal frequente brigantaggio. Nei secolo successivi, le corte rurali si ampliarono e gli edifici iniziarono ad essere realizzati in muratura, mentre una recinzione migliorava gli aspetti difensivi. Le corti più prestigiose presentavano anche un'aia con casa padronale, una cappella, i caseggiati dei lavoranti, depositi, stalle, portici, fienile, pollaio, porcilaia e la sempre più comune torre colombara. Alcune corti erano talmente autonome da essere dotate di un forno per il pane, di un pozzo e di una cantina.[53]

Nonostante la relativa ricchezza di questo territorio, le condizioni dei contadini furono comunque misere. Le abitazioni erano perlopiù costituite da un grande stanzone utilizzato come soggiorno e cucina e una camera da letto; si dormiva su tavolacci appoggiati su cavalletti su cui trovavano posto materassi di pagliericcio. La promiscuità era frequente con tutti i membri della famiglia, strettamente patriarcale, che condividevano lo stesso tetto. Il lavoro agricolo era duro e l'alimentazione dei contadini si basava quasi esclusivamente sugli alimenti autoprodotti. La dieta tipica consisteva in latte alla mattina, minestra di verdure a pranzo e polenta di grano o, più tardi, di mais alla sera. Raramente si poteva beneficiare di formaggio, verdura cotta, frutta e insaccati; il vino e il pane furono un lusso di cui la popolazione più povera eccezionalmente ne poteva avere disponibilità.[54]

La scarsa alimentazione accompagnata dalle cattive condizioni igieniche fu terreno fertile perché si diffondessero epidemie e malattie legate alla povertà, come: pellagra, scarlattina, tubercolosi, scrofola, difterite.

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Crescita demografica degli abitanti del Vicariato della Valpolicella

Tutti i dati demografici risalenti all'epoca della Serenissima ci sono giunti tramite i registri Parrocchiali. Rispetto al resto del territorio veronese, la popolazione appartenente al Vicariato della Valpolicella aumentò, nel corso dei decenni, maggiormente. A titolo di esempio, il distretto di San Pietro in Cariano comprendeva nel 1538 il 5,4% di tutta la popolazione veronese, mentre nel 1795 questo dato si attestò al 6,7%. Le più gravi crisi demografiche furono quelle legate alla peste del 1576 e a quella del 1630, come del resto accadde in praticamente tutta Europa.[55] La popolazione del Vicariato valpolicellese fu divisa in tre pievadeghi, facenti ovvero a capo a delle pievi; si stima che quello di san Floriano comprendesse il 52% circa dei residenti totali del Vicariato, quello di Negrar il 28% e il restante 20% in quello di San Giorgio.[56]

Organizzazione religiosa[modifica | modifica wikitesto]

Chiostro della pieve di San Giorgio di Valpolicella, a capo di uno dei tre piovadeghi in cui era diviso il territorio del Vicariato.

Il territorio del vicariato, da un punto di vista ecclesiastico, era diviso in tre piovadeghi relativi alle tre pievi principali: la pieve di San Floriano, quella di San Gorgio, e quella di Negrar.[57] Le pievi vantavano una giurisdizione sulle chiese minori a loro soggette e avevano diritto di decima sui raccolti dei territori a loro competenti.[58]

Il XV secolo vide la chiesa veronese vivere una profonda crisi in cui il clero faticava ad imporsi come guida spirituale credibile per la popolazione. I vescovi erano nominati tra gli appartenenti alla nobiltà e svolgevano tale ufficio più per il prestigio che lo accompagnava che per una reale vocazione. Anche i parroci non mostravano interesse verso la cura delle anime e sovente nemmeno risiedevano nella parrocchie a loro assegnate. Non vi era regolarità nella celebrazione di messe, nell'ufficio dei sacramenti e nel catechismo. Nel 1454 Ermolao Barbaro assunse la carica di vescovo di Verona e, resosi conto della situazione, iniziò una radicale trasformazione della diocesi. L'intervento più efficace fu l'istituzione di visite pastorali periodiche nelle parrocchie per verificare lo stato degli edifici e del clero presente che si concludevano con suggerimenti e disposizioni volte a migliorare la condizione riscontrata.[59]

Questa pratica venne seguita anche dai suoi successori, ed in particolare da Gian Matteo Giberti. Nominato vescovo nel 1528 svolse un'importante azione di riqualificazione non trascurando le parrocchie del Vicariato della Valpolicella. Le numerose visite effettuate nella valle da Giberti evidenziarono come, nonostante i molti edifici religiosi presenti, i pochi sacerdoti attivi non erano in grado di soddisfare i bisogni spirituali della popolazione. I verbali redatti in occasione delle visite di Barbaro e Giberti sono tutt'oggi una preziosa fonte per conoscere l'organizzazione ecclesiastica valpolicellese e ricostruire la storia dei vari edifici religiosi.[60]

La Domus Valli Pulicelle[modifica | modifica wikitesto]

Piazza Ara della Valle a San Pietro in Cariano. L'edifico a destra era l'antica sede del Vicariato (si notino gli stemmi e le epigrafi sulla facciata). Sulla sinistra la chiesa di Santa Chiara d'Assisi.

Nei primi anni di vita del Vicariato, la sua sede non era definita con precisione. Tuttavia, almeno dal 1452, quando il Vicario era un tale Agostino Guarino, si sa che era stata stabilita a San Pietro in Cariano in piazza Ara della Valle. L'edificio, tuttora esistente, venne costruito nel XIV secolo e alle origini possedeva una loggia, una grande sala, una corte interna e si innalzava su due piani.[61] Sulla facciata sono riportati non meno di trenta simboli ed epigrafi che ricordano i Vicari più importanti, accompagnati da una affresco raffigurante una "Madonna con Bambino".[62]

In questo edificio si tenevano tutti gli uffici amministrativi fiscali e giudiziari inerenti alla Valpolicella.[61] Esso rimase la sede del Vicario per quattro secoli, fino alla scomparsa del Vicariato stesso avvenuta nel 1805. Anche successivamente venne utilizzato come sede amministrativa e comunale, fino al 1980, quando il municipio è stato spostato poco distante.[61]

All'interno si possono ammirare diversi affreschi, tra cui una Madonna, attribuita Francesco Morone e altri di epoca seicentesca. Una lapide murata nell'atrio, in cui si legge: ".. La Valpolicella con i suoi 6.135 voti unanimi, si unì al resto d'Italia", ricorda il plebiscito del Veneto del 1866.[62]

L'ex sede del Vicariato come si presentava alla fine del XIX secolo.

Accanto all'edificio vicariale sorge una piccola cappella costruita tra il 1682 e il 1687, comunemente conosciuta come Chiesa dell'Ara ma dedicata nel 1692, come si legge da una targa del Vicario Carlo de Verità Poeta, a Santa Chiara d'Assisi. Il piccolo complesso religioso venne realizzato su volere del Consiglio della Valle probabilmente sui resti di un preesistente edificio medievale. Qui si tenevano le funzioni religiose per i Massari e i Sindici che si riunivano la domenica dopo la messa. All'esterno vi è un affresco attribuito a Giovanni Battista Lanceni mentre all'interno, a cui si accede attraverso un portale barocco è conservata una pala d'altare di Alessandro Marchesini raffigurante Santa Chiara che protegge la Valpolicella.[63]

La tradizione vuole che a fianco della Domus Vallis, precisamente alla sua sinistra, vi fossero le carceri. Ciò si spiega dal fatto che al Vicario era demandato anche il compito di amministrare la giustizia e di emettere le sentenze. Tuttavia, è più probabile che le celle fossero, in realtà, poste all'interno della stessa Domus.[63]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Bresaola, 1971, p. 29.
  2. ^ L'edizione del 1731 può essere visionata su Wikisource.
  3. ^ Dal Negro, 2003, p. 11.
  4. ^ Dal Negro, 2003, p. 11.
  5. ^ Dal Negro, 2003, pp. 12-13.
  6. ^ a b c Dal Negro, 2003, p. 13.
  7. ^ Dal Negro, 2003, p. 14.
  8. ^ a b Dal Negro, 2003, p. 15.
  9. ^ Dal Negro, 2003, p. 17.
  10. ^ Solinas, p. 320.
  11. ^ Dal Negro, 2003, p. 10.
  12. ^ Dal Negro, 2003, p. 23.
  13. ^ Dal Negro, 2003, p. 27.
  14. ^ Dal Negro, 2003, p. 28.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Francesco Bresaola, Negrar, Edizioni Contardi, 1971, ISBN non esistente.
  • Gian Maria Varanini, La Valpolicella nella prima età moderna (1500 c.-1630), Verona, Centro di documentazione per la storia della Valpolicella, 1987, ISBN 8895149785.
  • Giovanni Solinas, Storia di Verona, Verona, Centro Rinascita, 1981, ISBN non esistente.
  • Rinaldo Dal Negro, Contea e vicariato della Valpolicella, Banco popolare di Verona e Novara, 2003, ISBN non esistente.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]