Via Julia Augusta

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando la strada romana con lo stesso nome che andava da Aquileia al Norico, vedi Via Iulia Augusta.
Via Julia Augusta
Viae Julia Augusta Aemilia-Scauri Aurelia.jpg
In viola la via Julia Augusta. Da Piacenza (Piacentia) per raggiungere Roma, ci si collegava a Lucca (Luca) alla via Aurelia (blu), attraverso la Via Emilia Scauri (rosso).
Localizzazione
StatoImpero Romano
Stato attualeItalia Italia, Monaco Monaco, Francia Francia
Regionein Italia: Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Liguria
Informazioni generali
Tipostrada romana
Inizio costruzione13 a.C.
CostruttoreAugusto
InizioPiacenza (Placentia)
FineArles (Arelate)
Informazioni militari
UtilizzatoreImpero romano
Funzione strategicacollegamento con la Gallia
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La via Julia Augusta è una via consolare romana la cui costruzione iniziò nel 13 a.C. per volere dell'imperatore Augusto onde completare il collegamento stradale tra Roma e la costa meridionale della Gallia, giungendo fino ad Arles. Nelle città di Tortona e di Voghera è erroneamente definita via Emilia.

Il suo percorso iniziava a Placentia (Piacenza) e, passando per Dertona (Tortona) e Aquae Statiellae (Acqui Terme), si concludeva presso il trofeo di Augusto della Turbie, eretto dall'imperatore nel 7-6 a.C. fra Mentone e Nizza (Francia). Successivamente fu prolungata fino ad Arelate (Arles), per collegarsi alla via Domitia (via Domizia).

Lungo il suo tragitto attraversava, fra gli altri, i centri romani di Vada Sabatia (Vado Ligure), Albingaunum (Albenga), e Albintimilium (Ventimiglia).

In pratica non era altro che il proseguimento della già esistente via Aurelia/via Aemilia Scauri che fino ad allora terminavano a Vada Sabatia. Una volta completato, l'intero sistema stradale Aurelia-Aemilia-Augusta era lungo 962 km.

Nel territorio ligure i resti del tracciato stradale originario sono individuabili solo in pochi casi, come tra Albenga ed Alassio, dove rimangono tracce del selciato antico, e nel finalese. Più numerosi, invece, sono i ponti sopravvissuti fino ai nostri giorni, così come i monumenti funebri visibili nel comune di Albenga e i cippi militari conservati presso il Museo civico archeologico Girolamo Rossi di Ventimiglia[1].
Molto probabilmente il suo percorso, nel tratto ligure, era quasi sempre parallelo alla costa, ma molti sono i dubbi riguardo al tracciato litoraneo tra Vado e Finale, dove doveva affrontare e valicare massicci montuosi e promontori a picco sul mare. Per superare questa zona avrebbe dovuto arretrare notevolmente, ma va presa in considerazione la possibilità che, per evitare i tratti più accidentati, si ricorresse alla navigazione di piccolo cabotaggio.

La via Julia Augusta, rimase attiva ancor più della via Postumia sotto il controllo dei monaci della potente Abbazia di San Colombano di Bobbio per i collegamenti lungo le vie marenche (vie commerciali con scambi di merci varie, denominate anche vie del sale, per il commercio lungo la pianura e verso la marittima ligure) nei vari possedimenti liguri e piemontesi gestiti da vari monasteri dipendenti o con cui aveva rapporti, come l'Abbazia di Lerino ed i suoi possedimenti fino a Ventimiglia, il principato monastico di Villaregia di Santo Stefano al Mare e le dipendenze liguri dell'abbazia di Santo Stefano di Genova, l'abbazia di San Martino dell'isola Gallinara e di Albenga, l'Abbazia di San Pietro in Varatella di Toirano, l'abbazia di San Salvatore di Giusvalla ed i suoi possedimenti liguri, l'Abbazia di Ferrania di Cairo Montenotte, il monastero di San Colombano a Lodisio di Piana Crixia, l'abbazia di Santa Giustina di Sezzadio ed i suoi possedimenti liguri, l'abbazia di San Pietro di Precipiano, ed i possedimenti piacentini con i magazzini ed i porti fluviali di collegamento sul Po[2].

Fu in parte ripresa, con qualche modifica, dalla Repubblica di Genova che ampliò l'intero sistema viario ligure.

Tratto Albenganese[modifica | modifica wikitesto]

Tra Albenga e Alassio resta chiaramente visibile una parte dell'antico percorso della via che è cosparso di numerose costruzioni romane e forma una passeggiata archeologica anche di interesse panoramico e ambientale. L'abbandono in cui è rimasta la zona, già intensamente coltivata e trasformata a fasce di vigne e di olive dai Benedettini, che la possedettero per secoli, consente la conservazione di lunghi tratti della via, la quale corre per vari chilometri a mezza costa fino al promontorio e alla chiesa di Santa Croce, che si affaccia sulla baia di Alassio. Il sicuro percorso romano termina ad Alassio, dalla chiesetta di S.Croce, che è menzionata per la prima volta in una bolla di papa Alessandro III del 1169, come priorato appartenente al monastero benedettino dell’Isola Gallinara. Lungo tutto il percorso ci accompagna la visione dell’inconfondibile sagoma dell’isola Gallinaria, così chiamata già in epoca romana per la presenza di galline selvatiche. In alcuni brevi tratti si apprezza ancora l’originale lastricato romano caratterizzato dalla presenza dei margines ai lati e di tagli trasversali per lo scolo delle acque. Dalle rovine di San Calocero si percorre per un breve tratto la carrozzabile Albenga-Villanova, per imboccare più a valle, la strada di costruzione moderna che sale sulla collina del Monte. La via Romana invece saliva direttamente da San Calocero in direzione della chiesa di San Martino, ma il tratto di collegamento è scomparso. Da questo punto è possibile salire al Monte per la carrozzabile privata che raggiunge l'abbazia di San Martino oppure raggiungendo l'antica via romana che passa presso l'ex-chiesa di San Martino, entrando di qui nella proprietà privata dell'ex-abbazia. Proseguendo si passa davanti al Pilone Romano restaurato da d'Andrade, e quindi si giunge ad una vasta spianata ellittica, oggi magnificamente alberata, che racchiudeva l'anfiteatro della romana Albingaunum, costruito come al solito fuori dalle mura ma qui in posizione inconsueta sull'alto della collina.

Sul margine a ovest dell'anfiteatro si conservano gli avanzi della Chiesa e dell'abbazia di San Martino, la prima incorporata in una casa colonica, la seconda trasformata in villa e molto restaurata. Esse sono l'ultimo residuo della vasta tenuta monastica che nel medioevo i monaci di San Benedetto organizzarono in terraferma dall'abbazia all'Isola Gallinara, che sta dirimpetto. La chiesa, di cui si conserva l'abside quadrangolare, non è anteriore al XIV secolo, e pure tardo-medievale sembra la costruzione dell'adiacente casa monastica, le cui bifore gotiche sono in massima parte frutto di un restauro dei primi del '900. In alcuni tratti è presente un ciottolato in cotto di epoca medievale.

Il Pilone Funerario[modifica | modifica wikitesto]

Il pilone al suo stato originale a fine '800

Il pilone funerario è un monumento funerario del II secolo d.C. . Situato sul monte Bignone, domina il paesaggio sulla piana albenganese a nord e verso il mare e l'isola Gallinara ad est. Esso fu restaurato nel 1892 da Alfredo D'Andrade, che completò con eccessiva abbondanza per un monumento romano, tutto il paramento antico in piccoli quadrelli spaccati, inframezzati da cornici di mattoni che dividono i tre ordini architettonici della costruzione. Questa appartiene al tipo delle tombe a torre dette Pile fin dall'antichità, e consta di tre corpi leggermente rientranti, coronati in alto da un attico che formava due nicchie, con le statue dei defunti (la parte alta è stata demolita dai tedeschi nel 1944, ed il monumento è rimasto così mutilato di qualche metro). Sulla fronte principale, verso il mare, si apre una nicchia a volta, entro la quale esistono due loculi laterali destinati ad accogliere le urne cinerarie dei due personaggi a cui era dedicato il sepolcro, certo cittadini albingaunensi d'alto rango, proprietari della zona. Il Pilone, pur avendo subito un restauro alquanto criticabile e oggi anche

mutilato, costituisce il modello meglio conservato dei monumenti di questo tipo. Un altro simile, ridotto al solo corpo inferiore, esiste lungo la via Albenga-Garessio, la torre dei Seraceni presso Cisano sul Neva. Posto sul margine scosceso della propaggine più orientale del Monte di San Martino, a breve distanza dell'anfiteatro romano e dalla via Iulia Augusta, il pilone è uno dei più antichi edifici romani rimasto in vista nei secoli. Venne identificato come monumento sepolcrale da D'Andrade allora direttore dell'Ufficio Regionale per la conservazione dei monumenti della Liguria e del Piemonte.

Il pilone restaurato in una cartolina del 1908

Il pilone appartiene alla categoria dei monumenti funerari diffusi dal I e gli inizi del II secolo nell'antico impero Romano. Dalle fotografie eseguite prima dei lavori, e dalle relazioni di D'Andrade, si può arrivare alla conclusione che il restauro da lui fatto fu ricercato per essere il più possibile fedele all'originale: ricostruì e integrò il rudere con gli stessi materiali, identici sia dal punto di vista mineralogico che petrografico. Malte e blocchetti utilizzati avevano la stessa identica provenienza locale come i ciottoli fluviali, l'arenaria di quarzite, le sabbie del Centa e la pietra di Cisano sul Neva.

La leggenda voleva che vicino a tale pilone attraccassero la navi romane del porto, in realtà, ad oggi, nessun elemento portuale è stato rinvenuto, anche se è possibile, che tale costruzione potesse essere messa sul promontorio vista mare, come accaduto in altri luoghi.

Tratto francese[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Trofeo delle Alpi.
Vista di La Turbie con il Trofeo di Augusto e la sottostante chiesa di San Michele

Il Trofeo delle Alpi è un imponente monumento romano che si trova a 480 metri di altitudine nel comune di La Turbie, nel dipartimento francese delle Alpi Marittime, a breve distanza dal Principato di Monaco. Il monumento venne eretto, sulla via Julia Augusta, negli anni 7-6 a.C. in onore dell'imperatore Augusto per commemorare le vittorie riportate dai suoi generali (tra cui i figliastri Druso maggiore e Tiberio) e la definitiva sottomissione di 46 tribù alpine. Servì inoltre a demarcare la frontiera tra l'Italia romana e la Gallia Narbonese lungo la Via Julia Augusta.

Questo trofeo nel tempo segue, nelle Gallie, il trofeo di Pompeo, in Summum Pyrenaeum, quello di Briot (ora al museo di Antibes) e altri[3].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://www.marventimiglia.it/reperti
  2. ^ Gabriella Airaldi Storia della Liguria vol. II - Il caso di Bobbio e delle "vie marenche", Ed. Marinetti 1820 - Genova ottobre 2009, pag.110-120 - ISBN 978-88-211-8032-3
  3. ^ Frova, pp. 485-486.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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