Isola Gallinara

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Isola Gallinara
17031 Albenga, Province of Savona, Italy - panoramio.jpg
Geografia fisica
LocalizzazioneMar Ligure
Coordinate44°01′31.472″N 8°13′39.983″E / 44.025409°N 8.227773°E44.025409; 8.227773Coordinate: 44°01′31.472″N 8°13′39.983″E / 44.025409°N 8.227773°E44.025409; 8.227773
Superficie0,21 km²
Dimensioni470 m × 450 m
Altitudine massima87 m s.l.m.
Geografia politica
StatoItalia Italia
RegioneLiguria Liguria
ProvinciaSavona Savona
ComuneCoA Comune di Albenga.png Albenga
Cartografia
Mappa di localizzazione: Liguria
Isola Gallinara
Isola Gallinara
voci di isole d'Italia presenti su Wikipedia
Isola Gallinara
Isola Gallinara-regione Monti.jpg
Tipo di areaSIC
Class. internaz.IT1324908
StatiItalia Italia
RegioniLiguria Liguria
ProvinceSavona Savona
ComuniCoA Comune di Albenga.png Albenga
Superficie a terrakm2 0,21 ha
Provvedimenti istitutivilegge regionale n. 28/2009 della Regione Liguria (10/7/2009) "Disposizioni per la tutela e valorizzazione della biodiversità"[1]
GestoreComune di Albenga
Mappa di localizzazione

L'isola Gallinara o isola Gallinaria[2] (A Gainâa in ligure, Insula Gallinaria o Gailiata in latino) è un'isola situata nei pressi della costa ligure, nella Riviera di Ponente, di fronte al comune di Albenga al quale appartiene. L'isola dista 1,5 km dalla costa, dalla quale è separata da un canale profondo in media 12 m; essa costituisce la Riserva naturale regionale dell'Isola di Gallinara.

Geologia e geomorfologia[modifica | modifica wikitesto]

L'isola Gallinara si trova davanti alla punta del quartiere Ingauno di Vadino, staccatasi dalla terraferma a causa di un innalzamento marino avvenuto nel quaternario.

Il canale tra la terraferma e l'Isola è largo circa 1400 m nel punto più stretto, ha una profondità tra gli 11 ai 20 m e presenta un fondale sabbioso. La morfologia dei fondali riprende il terreno dell'Isola con a sud che fondali raggiungono rapidamente i 50 m di profondità, mentre a nord non superano i 10 m.

Le falesie, cioè le coste rocciose a picco sul mare che circondano l'Isola, sono di quarziti di colore grigio, in banchi dello spessore di alcuni decimetri, con conglomerati che affiorano nella parte rivolta a nord. La direzione degli strati è la stessa dell'antistante capo di Santa Croce, da cui l'isola si è sicuramente separata. L'erosione marina ha determinato una morfologia a costa alta, più accentuata nei versanti meridionali e orientali più esposti al mare. Le falesie per questa caratteristica di irraggiungibilità ospitano i nidi dei gabbiani reali.

Origini del nome[modifica | modifica wikitesto]

L'isola prende il nome dalle galline selvatiche che la popolavano in passato, come riportano Catone e Varrone, oltre che Lucio Columella. Le gallina erano selvatiche, oppure sfuggite da qualche stiva di un'imbarcazione e poi liberamente riprodottesi. Ribatezzare le isole con i nomi di animali era un usanza romana, come Caprera, Capri e Capraia, oppure la Cunicularia. Come gli antichi ingauni chiamassero l'isola prima dell'arrivo dei romani resta un mistero. Il nome che troviamo sui documenti romani è Insula Gallinaria o Gailiata.[3]

Ambiente[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Riserva_naturale_regionale_dell'Isola_di_Gallinara § Ambiente.

Ha le coste frastagliate e tra queste è situato un porticciolo. E' sede di una delle più grandi colonie di nidificazione dei gabbiani reali nel mar Ligure[4]. Rispetta dei caratteri di naturalità importanti tale da essere stata considerata Riserva Naturale.

Ecosistema marino[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Riserva_naturale_regionale_dell'Isola_di_Gallinara § Ecosistema_marino.

I fondali marini dell'Isola Gallinara sono in buone condizioni tale da poter trovare vita diverse specie protette creando un habitat diversificato per molte specie, tra cui la posidonia oceanica.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

(LA)

«Spes et fortuna, valete / Sat me luditis, ludite nunc alios»

(IT)

«Mi hai già fatto divertire abbastanza / diverti ora qualcun altro»

(Da un'epigrafe presente in Villa Diana)


L'isola prende il nome dalle galline selvatiche che la popolavano in passato, come riportano Catone e Varrone[3]. Ha rivestito nell'antichità un ruolo fondamentale per le rotte da e per la Gallia e la penisola Iberica; compare nella Tabula Peutingeriana con il nome di Gailiata. Sono state rinvenute testimonianze sporadiche di vario materiale a partire dal V secolo a.C. (anfore massaliote)[5].

Particolare della Tabula Peutingeriana con Albingauno e Gailiata segnati

L'Isola è legata alla figura di San Martino di Tours, impegnato nella lotta contro l'eresia ariana, venne per questo anche frustato (nella nativa Pannonia) e cacciato, prima dalla Francia, poi da Milano, dove erano stati eletti vescovi ariani.[6] Nel 357 si recò quindi sull'Isola Gallinara, dove condusse quattro anni di vita in eremitaggio parziale, poiché non del tutto solo, visto che le cronache segnalano che sarebbe stato in compagnia di un prete, uomo di grandi virtù, e per un periodo con Ilario di Poitiers; su quest’isola si cibava di elleboro, una pianta che ignorava fosse velenosa. Una leggenda narra che trovandosi in punto di morte per aver mangiato quest’erba, pregò e venne miracolato. Lasciò l'Isola per tornare quindi a Poitiers. Per ricordare il pellegrinaggio da lui fatto a piedi da Sabaria, oggi Szombathely in Ungheria fino all'Isola, si è costituito in seno al progetto europeo New Pelgrim Age, la Via Sancti Martini [7].

Di questo periodo trascorso sull'Isola si ha la rappresentazione di Sant'Ilario di Poitiers mentre scaccia un drago dall'Isola Gallinara: il drago rappresenta l'eresia ariana.[8] In quest'epoca passa sull'isola anche San Gaudenzio[9].

Venne fondato nel V secolo il monastero di San Martino fondato dai monaci colombaniani di San Colombano d'Irlanda[10], sepolto nell'abbazia di Bobbio che porta il suo nome, in epoca longobarda e successivamente confluito con Bobbio alla regola benedettina. Dopo le invasioni saracene del IX e X secolo l'edificio monastico venne ricostruito dai benedettini. Nel 940 il vescovo di Albenga Ingolfo assegnò ai monaci il monastero di San Martino in Albenga, che divenne la sede in terraferma dell'abbazia, assieme alla basilica di San Calocero e alla chiesa di S. Anna ai Monti e in seguito anche la Chiesa di Santa Maria in Fontibus e altri possedimenti dei dintorni. Nel 1011 l'abbazia è documentata e denominata come monastero dei santi Maria e Martino con vasti possedimenti e del feudo del contado ingauno, un territorio che va da Sanremo a Finale Ligure, con capoluogo Albenga. Nel 1044 ottenne da papa Benedetto IX l'esenzione dalla giurisdizione vescovile e ottenne diverse proprietà e munificenze in Italia, in Catalogna e Barcellona, in Provenza specie nella zona di Fréjus (fra cui la chiesa di San Leonzio)[11] e in Corsica[12]. Nel 1064 la marchesa Adelaide di Susa donò il monastero e i suoi possedimenti ingauni e di Porto Maurizio all'abbazia di Abbadia Alpina di Pinerolo. Nel 1163 sull'Isola approdò Papa Alessandro III in fuga da Federico Barbarossa; per la protezione ricevuta dai monaci, il pontefice nel 1169 con una bolla papale fece diventare l'abbazia autonoma e indipendente e venne posta sotto la diretta protezione della Santa Sede. A partire dal XIII secolo, il monastero subisce una progressiva decadenza finendo sotto il controllo genovese. Nel 1473, con la morte dell'abate Carlo Del Carretto, l'abbazia venne trasformata in commenda e assegnata alla famiglia Costa che la mantennero per i successivi due secoli. Tra il 1542 e il 1547 Simone Carlone di Savona, podestà genovese ad Albenga fece erigere sull'isola una torre di avvistamento a difesa della costa, ristrutturata nel 1586 ad opera della Repubblica di Genova, realizzata in forma circolare con muratura strombata contenente una cisterna. Nel XVII secolo la commenda passò ai vescovi di Albenga. Nel gennaio del 1866, un nordico Fraz Salsig, entra nella grotta di San Martino e scriverà che al suo interno restano ancora dei calcinacci e una specie di altare dell’antica cappella, su cui sono deposti gli ossami di uno scheletro umano[13], nello stesso anno [14] il monastero e l'intera l'isola vennero venduti dal Vescovo Raffaele Biale, suscitando lamentele tra la popolazione, ad un banchiere di Porto Maurizio, Leonardo Gastaldi, che si definì Signore dell'Isola., passando poi più volte di proprietà nel tempo[15].

Nel 1905 viene acquistata da Michele Riccardi che realizzaa una chiesa, con stile neoromanico, dedicata a San Martino[14]. Durante l'attività edilizia del nuovo proprietario Riccardo Diana, nel 1936 sono stati portati alla luce i resti di una chiesa di modeste dimensioni, circa 5 m per 9 di lunghezza, fondata sulla roccia con l'abside semicircolare rivolto a occidente. Nino Lamboglia attribuiva le mura al periodo altomedievale, e supponeva che le abitazioni dei monaci si trovassero dove sorge ora l'abitazione; tuttavia tale ipotesi non è mai stata collaborata da nessuna analisi stratigrafica; tale ipotesi era basata sul fatto che vennero trovati delle tegole ad embrice della tradizione romana oltre che una serie di sepolture di monaci[16]. Il proprietario fa costruire la villa con ampi saloni per i ricevimenti e una piscina davanti ad essa, con i terrazzini in stile liberty, dei balconi aperti sul mar Ligure, le giare messe un po' ovunque, il salone sono presenti quattro grandi anfore recuperate dall'Artiglio.

Durante la seconda guerra mondiale sull'isola venne realizzata una base della Wehrmacht, che vi edificò alcune strutture adibite a deposito[15]. Nel luglio 1947 le sue acque furono teatro della tragedia di Albenga, dove morirono affogate 48 persone, in massima parte bambini[15]. Negli anni '60 l'isola fu venduta ad un industriale genovese, che realizzò la darsena, l'allacciamento al servizio elettrico e dell'acqua potabile, i cui collegamenti negli anni sono però stati danneggiati, e una villa (Villa Diana)[15][14]. Alla fine degli anni '70 la proprietà dell'isola e la villa vennero frazionate tra più proprietari[15][17]. Nino Lamboglia effettuò qui il primo[3] recupero subacqueo della storia nel 1950 nelle acque circostanti l'Isola, con la motonave Artiglio grazie alla quale riuscì a recuperare più di 1000 anfore romane che erano sul fondale; queste trasportavano vino proveniente dalla zona di Napoli e dirette probabilmente verso la Gallia. Nel 2017-8 è stata rifatta un'importante studio sul tipo di nave e sul materiale che trasportava.[18]

Nel 1989 l'isola è stata dichiarata riserva naturale, vi soggiorna sempre un guardiano per preservarla dagli incendi e curarne gli oltre dieci chilometri di sentieri che l'attraversano. Le spese per la sua salvaguardia sono a carico della proprietà privata dell'isola, la Gallinaria S.r.l. con sede a Torino.[19]

Nei fondali circostanti l'isola sono stati trovati[20] vari relitti e manufatti, risalenti in alcuni casi al V secolo a.C. e identificati come provenienti dalla zona di Marsiglia, per via dei commerci avvenuti in passato. Svariati reperti sono conservati nel Museo navale romano di Albenga presso il palazzo Peloso Cepolla, tra cui molte anfore di epoca romana dal periodo repubblicano fino al VII secolo.

L'Isola Gallinara vista da Alassio

Tra il 1994 e il 1995 l'Isola subì una importante campagna di scavi archeologi coordinati da Bruno Massabò. Tale campagna portò a scavare sul versante sud-est, sotto la Grotta di San Martino dove la tradizione genericamente vuole che fosse il rifugio eremitico del Santo. Il primo scavo venne fatto nelle vicinanze su un pendio scosceso; portarono alla luce una tomba alla cappuccina collocata su un pendio scosceso in prossimità della grotta; era priva di corredo e materiali datanti, e venne ritenuta una sepoltura tardo antica di un monaco. Nella grotta venne ritrovata la tomba a cassa in muratura di forma trapezoidale rivestita internamente dal cocciopesto, risalente tra il VI e il VIII secolo; mentre gli scheletri rinvenuti erano del XIV secolo come da analisi radiometrica. Vennero rinvenuti anche dei resti di un lampada vitrea a sospensione, databile tra il IV e il VII secolo; tali scoperti sono state interpretate che tale tomba era un segnaculum, cioè un luogo di sepoltura privilegiata il cui prestigio era sottolineato dalla scelta della grotta legata a San Martino.[21]

Nel 2009 vennero realizzati dei lavori edilizi, e venne richiesta la sorveglianza archeologica, che fece per la prima volta un'analisi dettagliata sul sito, anche se di limitata area di scavo. Confermò l'attività tardomedievale legata alle ultime fasi di vita del cenobio benedettino, ma anche la frequentazione romana con frammenti ceramici consistenti rinvenuti, quali ceramiche a vernice nera, pareti sottili, terra sigillata, ceramica comune e numerosi contenitori da trasporto, inquadrabili tra l'età repubblica e quella imperiale. Lo scavo avvenne nel salone al pian terreno della villa, che portò alla luce dei muri realizzati con boccette decimetriche legata da tenace malta, oltre che una traccia ormai spogliata, che danno segno della presenza di strutture murate ma di difficile identificazione temporale. Un altro saggio ha portato alla luce strutture di carattere costruttivi di epoca basso medievale, come zeppature e mensiocronologia dei mattoni; lo scavo ha prodotto anche uno strato sottostante livellato in terra battuta trasportata in loco di epoca romana repubblicana. Tali scavi hanno prodotto la certezza che la villa si basi sull'antico monastero benedettino

Nell'agosto 2020 i media hanno dato la notizia che l'isola dovrebbe essere venduta per 30 milioni di Euro all'ingegnere ucraino Olexandr Boguslayev[22][17], assistito dagli avvocati Alberto Cortassa e Yannick Le Maux, segnando anche l'inizio di una campagna mediatica atta a convincere le pubbliche amministrazioni a far valere il diritto di prelazione e acquistare l'Isola[17][23]. Il 19 settembre il MiBACT dà la notizia che lo Stato vuole esercitare il diritto di prelazione per rendere l'Isola pubblica[24] ma, di fatto, la prelazione dello Stato è stata esercitata il 17 settembre solo su Villa Diana, senza accesso al mare, lasciando l'isola, il porto e gli altri edifici, tra cui la chiesa e i resti del monastero, ai privati proprietari.

Gallerie per gli armamenti durante la seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Sull'isola sono presenti due gallerie scavate dai prigionieri di guerra quando l'isola venne occupata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Sono alte circa due metri e hanno una larghezza di circa tre metri, sezione quadrata piuttosto irregolare, poiché non rifinita. Si incrociano con un angolo di 90°, consentendo un controllo marittimo a 360° sulla zona di mare antistante. Alle estremità delle gallerie si trovano delle piazzole di quindici metri per quindici metri, ormai coperte dalla vegetazione, sulle quali i cannoni provenienti dai binari collocati nelle gallerie potevano brandeggiare comodamente. Nelle gallerie venivano stoccati i proiettili. Alla fine della guerra il tutto venne smantellato e portato presso l'Arsenale di La Spezia[25].

Attività subacquea[modifica | modifica wikitesto]

Isola Gallinara panoramica a 180°

L'attività subacquea presso l'isola era stata proibita[26] per via della presenza di ordigni bellici inesplosi sul fondale e per via della presenza di un relitto (44°01′00.7″N 8°13′00.5″E / 44.016861°N 8.216806°E44.016861; 8.216806) risalente al XVIII secolo.

Una successiva ordinanza[27] ha consentito le immersioni subacquee accompagnate dalle guide locali dei diving center convenzionati. Sui fondali e sulle pareti si possono trovare margherite di mare, spugne gialle (talvolta anche di grosse dimensioni[28]), rare Chaetaster longipes[28] e una grande abbondanza[28] di vita bentonica.

In particolare l'isola presenta due punti di immersione:

Archeologia subacquea[modifica | modifica wikitesto]

L'Isola era approdo di imbarcazioni fin dall'antichità e per la sciagura di coloro che si interruppero nel viaggio, si trovano oggi diverse testimonianza di imbarcazioni nei d'intorni dell'Isola, soprattutto due relitti di navi onerarie romane del I secolo a. C. cariche di anfore. Le navi sono conosciute come Relitto A e Relitto B. Nel 1999 è stato istituito il Nucleo Operativo per l'Archeologia Subacquea in seno alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, che ha svolto un'intensa attività di ricerca, studio e valorizzazione utilizzando sistemi sperimentali di tipo pionieristico in questo tipo di ricerca.

  • Il Relitto A è il più grande del Mediterraneo indagato dal 1950 con la motonave Artiglio e con la prima ricerca archeologia subacquea della storia coordinata da Nino Lamboglia. Rinvennero alla luce delle anfore (Dressel 1B) e del vasellame a vernice nera, detto Campana perché proveniente dalla Campania; sono state rinvenute anche parti lignee dello scafo e dell'albero grazie al quale si hanno avute maggiori notizie riguardo alla nave, riuscendo perfino a ricostruirne un modello in miniatura. I reperti rinvenuti sono esposti al Museo navale romano in Palazzo Peloso Cepolla ad Albenga.
  • Nel 2003 venne rinvenuto un altro relitto (B) più piccolo del precedente a 53 m di profondità e per questo poco studiato, che portava delle anfore Dressel 1C.

Geografia antropica[modifica | modifica wikitesto]

L'Isola è costeggiata di punti indicativi, dove i marinai hanno dato dei nomi legati alla tradizione della parlata ligure, che sono:

  • Porto nuovo
  • Dalla Madonnina (Da a madunina)
  • Sotto i leggi (Suttu i erxi)
  • La cappella (A capellua)
  • Soffiatore (Sciuscaù)
  • San Martino (San Martin)
  • L'archetto (L'archettu)
  • Le nasse (E togne)
  • Sotto la torre (Suttu ture)
  • La grotta (A grotta)
  • La falconara (A fulcunara)
  • La nave
  • Le pietre (E Ciappe)
  • Lo scoglio bianco (U scoeggiu giancu)
  • La coda della rete (A coa da rea)

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Isola Gallinara

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Bollettino Ufficiale Regione Liguria n.13 del 15-7-2009; allegato con i SIC su lrv.regione.liguria.it Archiviato il 5 marzo 2016 in Internet Archive. (accesso: luglio 2014)
  2. ^ Isola Gallinara o Gallinaria sul portale Summagallicana.it
  3. ^ a b c d e f g Alberto Balbi, Gallinara, la dimenticata dal tempo, in SvbAqva, III-22, aprile 2007, pp. 62-70.
  4. ^ Regione Liguria Archiviato il 20 marzo 2008 in Internet Archive., Riserva naturale regionale della Gallinara.
  5. ^ Archeologia in Liguria - Indagini stratigrafiche sull'Isola Gallinara, Angiolo del Lugghese
  6. ^ Socci.
  7. ^ Via sancti martini, su icaminantes.com. URL consultato il 19/09/2020.
  8. ^ Le statue di San Gaudenzio, su novartestoria.wordpress.com. URL consultato il 22/09/2020.
  9. ^ Alla Scoperta della panoramica di Ceriale, su liguriaedintorni.it. URL consultato il 22/09/2020.
  10. ^ L'Isola Gallinara, il monastero di San Martino di Tours e il monaci benedettini di San Colombano sul portale saintcolumban.eu
  11. ^ L.T. Belgrano e A. Neri, Giornale ligustico di archeologia, storia e letteratura, Anno X - Fascicolo I, Genova, gennaio 1883, p. 236
  12. ^ Luciano L. Calzamiglia, L'isola Gallinaria e il suo monastero, Dominici Editore, Imperia 1992, p. 50-51
  13. ^ saintcolumban.eu, https://www.saintcolumban.eu/sito/b-il_santo/b_06-il_cammino_di_san_colombano/b_06_09-siti_geografici/documenti/03-l_isola_gallinara.pdf. URL consultato l'08/10/2020.
  14. ^ a b c Scheda sull'Isola della Gallinara], dal sito parks.it
  15. ^ a b c d e Liguria, l’isola Gallinara venduta a un ricco ucraino per oltre 10 milioni, articolo de Il Corriere della Sera online, del 3 agosto 2020
  16. ^ Lamboglia, 1937
  17. ^ a b c L’isola della Gallinara a un Paperone ucraino: terreno per 10 milioni e altri 15 per le case, articolo de Il Secolo XIX, del 4 agosto 2020]
  18. ^ Conferenza la nave romana di Albenga, nascita e sviluppi dell'archeologia subacquea, su ivg.it.
  19. ^ GALLINARIA S.R.L., vedi www.icribis.com
  20. ^ Archeologia marina Archiviato il 12 agosto 2008 in Internet Archive.
  21. ^ Massabò, 2003
  22. ^ Giò Barbera, Venduta a un magnate ucraino l’isola Gallinara, valore 10 milioni di euro, La Stampa, 3 agosto 2020. URL consultato il 3 agosto 2020.
  23. ^ Gallinara, Franceschini: «Faremo tutto il possibile perché un’isola di tale bellezza sia fruibile da tutti», articolo de Il Corriere della Sera, del 4 agosto 2020
  24. ^ Liguria, l'Isola Gallinara diventa pubblica, su repubblica.it. URL consultato il 19/09/2020.
  25. ^ Copia archiviata, su maurodogliani.it. URL consultato il 12 ottobre 2012 (archiviato dall'url originale l'8 luglio 2012).
  26. ^ Divieti sulla zona di mare circostante l'isola Gallinara
  27. ^ Regolamentazione subacquea Archiviato il 27 settembre 2007 in Internet Archive.
  28. ^ a b c Paolo Fossati, Le sorprese della Gallinara, in Sub, n. 261, giugno 2007, pp. 52-56.
  29. ^ Immersioni nei pressi dell'isola Archiviato il 27 settembre 2007 in Internet Archive..

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • L. Giordano, L'isola pittoresca, in ID. Memorie Liguri, II, Sanremo 1949, pp. 9-10
  • F. Orsino, Flora e vegetazione delle isole Gallinara e Bergeggi (Liguria occ.), Webbia 29, 595, 1975
  • AA. VV., Atti del Convegno: Un'isola come parco naturale, Alassio 24 marzo 1990
  • E. Riccardi, e F. Ciciliot, Un "latino" chargé d'ardoise coulé à l'Ile Gallinaria (Albenga, Italie), in «Cahiers d'Archéologie Subaque», XII, 1994, pp. 53-61
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  • AA. VV., Aree protette regionali della costa ligure. Villa Hanbury Isola Gallinara Rio Torsero Bergeggi Porto Venere, Genova, Erredi Grafiche Editoriali, 2006, pp. 16
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  • F. Salzig, L'isola Gallinaria presso Albenga, in «Rivista delle Alpi», anno III, 1866, fasc. 1, pp. 5-11, ed in estratto, Albenga, Stalla, 1988
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  • Nino Lamboglia, La nave romana di Albenga, in «Rivista di Studi Liguri», a. XVIII, 1952, pp. 131-236
  • Nino Lamboglia, I monumenti medioevali della Liguria di Ponente, Torino, Istituto Bancario San Paolo di Torino, 1970, p. 101
  • G. Penco, Il monastero dell'isola Gallinaria e le sue vicende medioevali, in «Rivista Ingauna e Intemelia», n.s., a. XVIII, 1963, nn. 1-4, pp. 10-21
  • A. Siccardi, Un documento ignorato sui rapporti tra l'isola Gallinaria e la Catalogna nel secolo XII, in AA. VV., Atti del Congresso Storico Liguria-Catalogna, Bordighera, 1974
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  • I. Raimondo, Il Monastero dell'Isola Gallinara ad Albenga, tesi inedita c/o l'Archivio Diocesano di Albenga (SV), Roma 1985
  • Luciano L. Calzamiglia, L'Isola Gallinaria ed il soggiorno di S. Martino, in «Il Menabò Imperiese», a. VI, 1988, II, pp. 1-6
  • Luciano L. Calzamiglia, L'isola Gallinaria e il suo monastero, Collana di Storia e Letteratura, V, Dominici Editore, Imperia 1992
  • B. Massabò, Scavi nella grotta di S. Martino, nell'isola Gallinaria, ad Albenga, in AA. VV., Les îles du litoral provençal et de la côte ligure. Actes du Seminaire d'Archeologie, Bordighera, 12-13 dicembre 1997, «Bulletin Archeologique de Provence», 1998
  • Dellù Elena Rosangela, Bulgarelli Francesca, Dell'Amico Piero, Roascio Stefano, Recenti interventi sull’Isola Gallinara di Albenga (SV). Stratigrafie dal cenobio benedettino all'occupazione “laica” dell'isola, in Atti VI Congresso Società Archeologi Medievisti Italiani, (l'Aquila, 12-15 September 2012), All'Insegna del Giglio, Firenze 2012, pp.228-232
  • A. Maestri, Il culto di San Colombano in Italia, Archivio storico di Lodi, 1939 e segg.
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Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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