Operazione Tempesta Invernale

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Operazione Tempesta Invernale
parte della battaglia di Stalingrado
Panzer IV F lang.jpg
Un Panzer IV tedesco in azione nell'inverno 1942-43
Data12 dicembre 1942 - 29 dicembre 1942
Luogoregione del Don e di Kotel'nikovo, Unione Sovietica
Esitovittoria sovietica
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
76 000 uomini, 250 carri armati[1] e 179 aerei[2]34 000 uomini e 77 carri armati[3] saliti a 115 000 uomini, 330 carri armati e 220 aerei[4]e poi a 149 000 e 635 carri armati[5]
Perdite
8 000 uomini tra morti, feriti e dispersi[6]
160 mezzi corazzati[6]
dati non disponibili
Voci di operazioni militari presenti su Wikipedia

Operazione Tempesta Invernale (in tedesco: Unternehmen Wintergewitter) era il nome in codice assegnato dalla Wehrmacht tedesca alla controffensiva sferrata dal Gruppo d'armate del Don, al comando del feldmaresciallo Erich von Manstein, per andare in soccorso della 6ª Armata, rimasta accerchiata in una grande sacca tra il Don e il Volga a seguito degli sviluppi sfavorevoli nel settore di Stalingrado.

Combattuta durante la campagna sul Fronte orientale nella seconda guerra mondiale, la controffensiva ebbe inizio il 12 dicembre 1942: inizialmente raggiunse alcuni successi e le Panzer-Division di rinforzo, dopo aspri combattimenti contro le forze corazzate sovietiche nel rigido clima invernale, giunsero fino a circa 50 km dal perimetro della sacca di Stalingrado.

Tuttavia, l'Operazione Tempesta Invernale si concluse con un totale fallimento strategico a causa dell'insufficienza dei mezzi a disposizione dei tedeschi, dell'afflusso di ingenti riserve meccanizzate dell'Armata Rossa e degli sviluppi catastrofici per l'Asse della situazione generale nel teatro meridionale del fronte orientale dopo lo sfondamento sovietico nell'area del Medio Don e il crollo dell'Armata italiana in Russia.

Il fallimento della controffensiva tedesca segnò definitivamente le sorti della 6ª Armata ormai completamente isolata e indebolita dalla mancanza di adeguati rifornimenti; le esauste formazioni sopravvissute vennero distrutte dopo un'ulteriore offensiva sovietica, che si concluse il 2 febbraio 1943 segnando la fine definitiva della cruenta battaglia di Stalingrado.

Situazione strategica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Stalingrado e Operazione Urano.

Le decisioni di Hitler[modifica | modifica wikitesto]

«Abbiamo pensato ad una nuova via d'uscita... Ne discuteremo personalmente domani.»

(Risposta di Adolf Hitler al generale Kurt Zeitzler durante una discussione telefonica del 23 novembre 1942 riguardo alla situazione a Stalingrado[7])

La battaglia di Stalingrado, in corso dall'estate 1942 sul Fronte orientale della seconda guerra mondiale, aveva avuto una svolta decisiva a partire dal 19 novembre 1942 con l'inizio dell'operazione Urano, la grande controffensiva a tenaglia dell'Armata Rossa che si era conclusa in pochi giorni con la distruzione di gran parte delle truppe rumene schierate a fianco dei tedeschi, e con l'accerchiamento completo, il 23 novembre 1942, della potente 6ª Armata tedesca che dall'agosto 1942 era impegnata in sfibranti combattimenti all'interno delle rovine della città di Stalingrado[8]. Le truppe tedesche accerchiate erano rimase ferme all'interno di una grande sacca, completamente isolate dal resto dello schieramento della Wehrmacht.

La decisione di Adolf Hitler di non concedere libertà d'azione al generale Friedrich Paulus, comandante della 6ª Armata, ordinandogli invece di mantenere il fronte sul Volga, organizzare una difesa in tutte le direzioni e attendere aiuto dall'esterno, era maturata ancor prima dell'effettivo verificarsi dell'accerchiamento: già il pomeriggio del 21 novembre 1942, infatti, il Führer aveva ordinato sia al generale Maximilian von Weichs, comandante del Gruppo d'armate B, sia al generale Paulus di rimanere sulle posizioni nonostante il pericolo di un temporaneo accerchiamento.[9]

Conferenza alla Tana del lupo; da sinistra: il feldmaresciallo Erich von Manstein, il generale Richard Ruoff, Hitler, il generale Kurt Zeitzler, il generale Ewald von Kleist, il generale Werner Kempf

Il giorno precedente aveva avuto un primo colloquio al Berghof di Berchtesgaden, dove al momento risiedeva, con il generale Hans Jeschonnek, capo di Stato maggiore della Luftwaffe, che probabilmente diede qualche ottimistica assicurazione sulla fattibilità di un ponte aereo per rifornire le truppe eventualmente accerchiate. Sempre il 21 novembre Hitler richiamò anche dal fronte di Leningrado il prestigioso feldmaresciallo Erich von Manstein per assegnargli il comando di un nuovo Gruppo d'armate schierato sul Don, con l'incarico di ristabilire la situazione nell'area del Don del Volga.

Tale decisione conferma che Hitler, invece di pensare a una ritirata, contava di ribaltare rapidamente la situazione e ottenere un nuovo successo.[10] Sempre il 21 novembre Hitler ebbe un colloquio telefonico con Hermann Göring che il giorno dopo si recò personalmente all'Obersalzberg e verosimilmente in queste occasioni il Reichmarshall, con la sua consueta leggerezza, diede ulteriori assicurazioni al Führer sulla fattibilità del ponte aereo. Il 23 novembre, il giorno della chiusura effettiva della sacca, Hitler ripartì in treno dall'Obersalzberg per ritornare al suo quartier generale di Rastenburg in Prussia Orientale, ma durante il viaggio mantenne contatti telefonici con il generale Kurt Zeitzler, capo di Stato maggiore generale dell'esercito tedesco, confermando la decisione di proibire una ritirata immediata della 6ª Armata e di mantenere le posizioni, organizzando un'ampia difesa circolare che comprendesse alcuni aeroporti, principalmente quelli di Gumrak e Pitomnik, utili per un ponte aereo.[11]

Il comandante della 6ª Armata, generale Friedrich Paulus

Nonostante i ripetuti appelli del generale Paulus, sostenuti sia dal generale von Weichs, comandante del Gruppo d'armate B, sia dal generale Wolfram von Richthofen, comandante della Luftflotte 4, che manifestò forti dubbi sulla fattibilità di un rifornimento prolungato delle truppe per via aerea[12], Hitler rimase irremovibile. Giunto a Rastenburg la sera del 24 novembre, il Führer prese la decisione definitiva, dopo un nuovo contrasto con il generale Zeitzler, e diramò alla 6ª Armata il suo Führerbefehl, l'ordine tassativo con cui riconfermava la decisione di non abbandonare Stalingrado e il fronte sul Volga, di organizzare una grande sacca difensiva a 360 gradi, di attivare prontamente un ponte aereo per assicurare rifornimenti adeguati e di costituire un nuovo raggruppamento strategico con l'afflusso di riserve, per sferrare una controffensiva e liberare le truppe accerchiate.[13]

Il generale Paulus, dopo alcuni contrasti con i suoi subordinati, in particolare con il generale Walther von Seydlitz-Kurzbach, decise di ubbidire agli ordini di Hitler: la 6ª Armata rimase quindi in una grande sacca, che divenne nota come il Kessel, il calderone, tra i soldati tedeschi e che venne identificata dalla propaganda nazista come la Festung Stalingrad, la "fortezza Stalingrado" secondo l'enfatica denominazione hitleriana. All'interno della sacca, che misurava circa 160 km di circonferenza, le truppe tedesche organizzarono una precaria difesa in tutte le direzioni, contando sui rifornimenti aerei e attendendo il soccorso dall'esterno.[14]

Il Kessel di Stalingrado[modifica | modifica wikitesto]

Le truppe accerchiate ammontavano a cinque corpi d'armata (XIV. Panzerkorps, IV. Armeekorps, VIII. Armeekorps, XI. Armeekorps e LI. Armeekorps), per un totale di venti divisioni (tre divisioni corazzate - 14. Panzer-Division, 16. Panzer-Division e 24. Panzer-Division, tre divisioni motorizzate - 3ª, 29ª e 60ª - quattordici divisioni di fanteria - 44ª, 71ª, 76ª, 79ª, 94ª, 100ª jäger, 113ª, 295ª, 297ª, 305ª, 371ª, 376ª, 384ª, 389ª). Nella sacca erano rimaste bloccate anche due divisioni rumene (1ª Divisione cavalleria e 20ª Divisione fanteria), un reggimento croato e alcune decine di italiani (reparti autieri del 127° e 248° autoreparto),[15] oltre a numerosi reparti logistici, di artiglieria pesante campale e contraerea (9ª Divisione FlaK del generale Pickert), del genio e battaglioni di pionieri d'assalto. Un totale variabile, secondo le fonti, tra i 250 000 e i 330 000 soldati.[16][17]

La sacca di Stalingrado con la dislocazione delle divisioni accerchiate della 6ª armata

La decisione di Hitler era motivata principalmente da ragioni di prestigio, dopo le ripetute assicurazioni di vittoria manifestate pubblicamente dal Führer in persona, ma anche da considerazioni di strategia. In particolare, veniva considerata di dubbia fattibilità una ritirata organizzata nel rigido clima russo da parte del gran numero di truppe e materiali accerchiati. Veniva inoltre considerato indispensabile il mantenimento delle posizioni sul Volga, in vista di future operazioni ma anche per salvaguardare le comunicazioni con il raggruppamento tedesco avventuratosi nel Caucaso.[18]

Un aereo da trasporto Junkers Ju 52 in atterraggio durante il tentativo di rifornimento della sacca di Stalingrado

Inoltre i precedenti rifornimenti aerei delle sacche a Demjansk e Cholm nell'inverno 1941-1942, coronati da pieno successo, davano speranza di poter sostenere e rifornire per un periodo indefinito le truppe accerchiate, anche se numericamente di consistenza tripla rispetto all'esperienza di Demjansk, in attesa di un soccorso dall'esterno in cui la consueta superiorità delle Panzer-Divisionen tedesche, opportunamente richiamate da altri fronti, avrebbe potuto nuovamente manifestarsi.[19] Queste concezioni non erano espresse solo da Hitler ma anche da molti esperti generali dell'OKW, dell'OKH (come si evidenzia dalle annotazioni presenti nel Diario di Guerra del OKW)[20] e soprattutto dallo stesso feldmaresciallo Erich von Manstein che, giunto al suo Quartier generale tattico di Novočerkassk il 26 novembre, manifestò inizialmente ottimismo e supportò la decisione di Hitler di mantenere la 6ª Armata nella sacca di Stalingrado.[21]

L'ottimismo del feldmaresciallo von Manstein, svanito molto presto di fronte alle oggettive difficoltà della situazione, si basava probabilmente sull'errata comprensione della reale forza delle formazioni sovietiche, delle difficoltà del ponte aereo, dei problemi posti dal terreno, dal clima e dalla difficoltà di organizzare in tempo utile la prevista controffensiva di salvataggio con le forze necessarie, pur inizialmente generosamente promesse da Hitler.[22]

I combattimenti dopo l'accerchiamento della 6ª Armata[modifica | modifica wikitesto]

Il nuovo Gruppo d'armate del Don era costituito inizialmente solo dai deboli resti delle forze tedesco-rumene appartenenti a quella parte della 4. Panzerarmee sfuggita all'accerchiamento e dei comandi di retrovia travolti dall'offensiva sovietica del 19 novembre, fortunosamente riorganizzati in kampfgruppen improvvisati grazie all'abilità tattica del generale Walther Wenck, nominato capo di stato maggiore dei resti della 3ª Armata rumena.[23] Le truppe di rinforzo promesse da Hitler, quattro divisioni corazzate, una divisione da montagna, quattro divisioni di fanteria e tre divisioni campali della Luftwaffe, arrivarono con grande lentezza e inoltre dovettero essere impiegate in parte per contenere la ulteriore avanzata sovietica.[24]

Equipaggi tedeschi di panzer si preparano a entrare in azione durante la campagna d'inverno 1942-43

L'eccellente 11. Panzer-Division, al comando del generale Hermann Balck, dotata di circa 70 carri armati[25] e proveniente dal settore centrale del fronte, arrivò nella retrovie della linea del Čir il 6 dicembre 1942 e venne assegnata al nuovo "Distaccamento d'armata Hollidt" che, al comando del generale Karl-Adolf Hollidt, aveva assunto il controllo delle forze sparse tedesco-rumene sopravvissute alla disfatta. La divisione corazzata dovette subito intervenire per fermare il nuovo attacco della 5ª Armata carri del generale P. L. Romanenko. Il generale Nikolaj Vatutin, comandante del Fronte Sud-Ovest, aveva rinforzato con numerosi mezzi corazzati l'armata del generale Romanenko che il 7 dicembre sferrò un'offensiva lungo il Čir tra Surovikino e Lisinskij con alcune divisioni di fucilieri, il 3º Corpo di cavalleria della Guardia e il 1º Corpo carri del generale Butkov, equipaggiato con circa 200 carri armati.[26] Mentre gli attacchi dei fucilieri e della cavalleria non raggiunsero risultati, i mezzi corazzati del generale Butkov avanzarono a sud del Čir per cercare di prendere alle spalle le difese tedesche dell'importante testa di ponte di Nižne Čirskaja.

Il mattino dell'8 dicembre i carri armati dell'11. Panzer-Division iniziarono un'abile manovra aggirante a ovest e a nord; i panzer del generale Balck sorpresero e distrussero le colonne motorizzate della fanteria sovietica e quindi arrivarono alle spalle delle brigate corazzate del 1º Corpo carri che, colte di sorpresa, bloccate a sud e attaccate da nord, si batterono tenacemente per tutto il giorno intorno alla Fattoria Statale n. 79[27]. Due brigate sovietiche furono distrutte e i superstiti dovettero ripiegare rapidamente durante la notte abbandonando il terreno conquistato. La 11. Panzer-Division del generale Balck rivendicò la distruzione di 53 mezzi corazzati nemici al costo di 10 carri armati distrutti o danneggiati[28].

Il generale Hermann Balck, comandante della 11. Panzer-Division sul fronte del Čir

L'Alto comando sovietico, nonostante gli insuccessi, era deciso a continuare gli attacchi lungo la linea del Čir; lo Stavka riteneva essenziale guadagnare importanti posizioni tattiche a sud del fiume e soprattutto mantenere impegnate le forze meccanizzate tedesche del XXXXVIII. Panzerkorps individuate nel settore di cui si temeva la partecipazione a un'eventuale controffensiva di sblocco in direzione della sacca di Stalingrado. Di conseguenza la 5ª Armata carri fu rapidamente rinforzata con l'afflusso del 5º Corpo meccanizzato, equipaggiato con 200 carri armati di produzione britannica, e venne costituita la nuova 5ª Armata d'assalto, affidata al generale Markian Popov con il compito di attaccare le teste di ponte tedesche sul Čir e sul Don di Ryčkovskij e Verčne Čirskaja.[29] Gli attacchi sovietici ripresero il 9 dicembre 1942.

Il 1º Corpo carri aveva subito pesanti perdite contro l'11. Panzer-Division l'8 dicembre e non fu quindi in grado di raggiungere risultati nel settore della testa di ponte sul Čir a Ostrovskij; i panzer tedeschi, insieme alla 336ª Divisione fanteria, contrattaccarono, inflissero altre perdite ai reparti nemici e guadagnarono terreno anche se non riuscirono a eliminare completamente la testa di ponte. Nel settore occidentale di Surovikino invece il 5º Corpo meccanizzato del generale Volkov e due divisioni di fucilieri sovietiche dopo alcuni attacchi falliti il 9 dicembre, il 10 dicembre riuscirono a costituire due nuove teste di ponte a sud del fiume dopo aver superato la resistenza del kampfgruppe Stahel.[30] L'11 dicembre i sovietici ripresero gli attacchi e guadagnarono altro terreno a sud del Čir; l'11. Panzer-Division fu quindi nuovamente costretta a intervenire. Dopo una marcia notturna, il generale Balck attaccò per primo all'alba del 12 dicembre le formazioni del 1º Corpo carri del generale Butkov e della 333ª e 47ª Divisione di fucilieri che avanzavano verso sud da Lisinskij e Ostrovskij e insieme alla 336ª Divisione fanteria riguadagnò il terreno perduto; quindi l'11. Panzer-Division si portò subito a nord-ovest e nel pomeriggio del 12 dicembre contrattaccò il 5º Corpo meccanizzato del generale Volkov. Dopo duri scontri i sovietici furono fermati ma la divisione corazzata tedesca, molto indebolita dopo i continui spostamenti e combattimenti, non poté eliminare le teste di ponte a sud del fiume Čir.[31]

La 11. Panzer-Division si esaurì per settimane nei logoranti scontri sulla linea del fiume Čir per respingere i ripetuti attacchi sovietici in quel settore sferrati dalla 5ª Armata carri e dalla 5ª Armata d'assalto del generale Popov che, pur fallendo con dure perdite, impedirono il suo impiego per la prevista controffensiva di salvataggio.[32]

La controffensiva tedesca[modifica | modifica wikitesto]

Piani e preparativi[modifica | modifica wikitesto]

Il feldmaresciallo Erich von Manstein e il generale Hermann Hoth al Quartier generale del Gruppo d'armate del Don prima dell'inizio dell'Operazione Tempesta Invernale per tentare di salvare la 6ª Armata

Il piano del feldmaresciallo von Manstein, infatti, prevedeva inizialmente una controffensiva a due punte con il XXXXVIII. Panzerkorps del generale Otto von Knobelsdorff che, ricostituito dopo le sconfitte dell'Operazione Urano intorno alla 11. Panzer-Division, avrebbe attaccato dalla testa di ponte sul fiume Čir di Nižne Čirskaja direttamente verso est; e con il LVII. Panzerkorps del generale Friedrich Kirchner che, richiamato dal Caucaso e costituito con la 23. Panzer-Division - circa 30 carri operativi[33] - e la molto più potente 6. Panzer-Division - con 159 panzer ultimo modello[34][35] - proveniente dalla Francia, sarebbe passato all'offensiva dalla regione di Kotel'nikovo in direzione nord verso la sacca.[36].

I contrattempi sul fronte del Čir, i ritardi nell'arrivo dei rinforzi promessi e la loro incompletezza costrinsero il feldmaresciallo von Manstein a rinviare l'inizio della sua offensiva con conseguente ulteriore logoramento delle truppe accerchiate - a causa del fallimento del ponte aereo - e rafforzamento delle difese sovietiche; il comandante del Gruppo d'armate del Don inoltre dovette modificare i suoi piani, cancellando l'attacco sul Čir e concentrando la spinta offensiva sul solo raggruppamento del generale Hermann Hoth schierato nell'area di Kotel'nikovo, costituito in pratica dal solo LVII. Panzerkorps del generale Kirchner con due Panzer-Division, debolmente supportato sul suo fianco destro dai resti delle divisioni rumene della 4ª Armata, disfatte durante l'operazione Urano. L'attacco avrebbe avuto inizio solo il 12 dicembre.[37] e venne preceduto da una serie di combattimenti preliminari da parte della 6. Panzer-Division che, appena arrivata per ferrovia nel settore di Kotel'nikovo, dovette subito affrontare i reparti del 4º Corpo di cavalleria sovietico che si erano audacemente spinti in profondità. Il 3-4 dicembre 1942 i carri armati tedeschi della 6. Panzer-Division contrattaccarono con successo e sconfissero a Pоčlёbin la cavalleria sovietica che perse 10 carri armati, 14 cannoni e 2 000 prigionieri[38].

In realtà le concezioni generali del feldmaresciallo von Manstein non concordavano affatto con le intenzioni di Hitler; la controffensiva di salvataggio in corso di preparazione, secondo il Fuhrer avrebbe dovuto consentire la riapertura dei collegamenti con la 6ª Armata che quindi non avrebbe dovuto evacuare le sue posizioni, ma al contrario sarebbe rimasta sul fronte del Volga e di Stalingrado. Secondo il comandante del Gruppo d'armate del Don invece, la situazione generale della Wehrmacht sul fronte orientale rendeva inevitabile dopo l'atteso successo della controffensiva, organizzare la ritirata metodica dell'armata del generale Paulus che quindi avrebbe potuto riprendere la sua posizione nello schieramento tedesco che sarebbe stato ritirato su posizioni più difendibli rinunciiando a Stalingrado e al Caucaso[39].

Durante il lungo periodo preparatorio, anche nel campo sovietico si era verificata una complessa discussione strategico-operativa tra Stalin, il generale Aleksandr Vasilevskij, capo di Stato maggiore dell'Armata Rossa, e i principali generali sul campo riguardo gli ulteriori sviluppi dell'offensiva e le possibili risposte tedesche. La pianificazione originale di Stalin e dell'Alto comando prevedeva un'immediata distruzione delle truppe tedesche accerchiate da parte delle forze dei fronti del generale Konstantin Rokossovskij e del generale Andrej Erëmenko e una prosecuzione verso ovest dell'avanzata del fronte del generale Nikolaj Vatutin per allontanare ancor di più il fronte tedesco principale dalle truppe accerchiate nella sacca di Stalingrado. Ottenuti questi risultati sarebbe scattata la nuova gigantesca operazione Saturno con obiettivo Rostov e quindi l'isolamento e la distruzione del Gruppo d'armate del Don e del Gruppo d'armate A, rimasto nel Caucaso su ordine di Hitler e passato al comando del generale Ewald von Kleist.[40]

Il generale Andrej Ivanovič Erëmenko, comandante del Fronte di Stalingrado, incaricato di bloccare la controffensiva tedesca

Questi piani erano troppo ottimistici e sottovalutavano ancora una volta l'abilità e la potenza dell'Esercito tedesco; non solo i tedeschi riuscirono a frenare nella prima settimana di dicembre l'avanzata sovietica sia verso Kotel'nikovo sia oltre il fiume Čir grazie all'abilità tattica dei reparti improvvisati e all'afflusso dei rinforzi della 6. Panzer-Division e della 11. Panzer-Division, ma soprattutto la 6ª Armata circondata nel Kessel mantenne il morale alto (sperando nelle assicurazioni del Führer) e una notevole capacità combattiva; quindi respinse tutti gli attacchi sovietici nei primi giorni di dicembre e mantenne saldamente le sue posizioni nonostante le prime difficoltà derivanti dalle enormi carenze del ponte aereo e dal peggioramento del clima.[41]

Di conseguenza Stalin e il generale Vasilevskij dovettero modificare profondamente i loro piani: i tentativi di schiacciare la sacca furono temporaneamente sospesi e le truppe del fronte del generale Rokossovskij e di parte del fronte del generale Erëmenko rimasero impegnate a bloccare saldamente le forze del generale Paulus e a impedire sortite; il piano "Saturno" venne rinviato; mentre venne potenziato lo schieramento sul Čir e sul fiume Aksaj, dato che erano ormai evidenti i primi segni di un tentativo controffensivo tedesco in direzione delle truppe accerchiate.[42]

In questa fase le discussioni più importanti nell'Alto comando sovietico verterono principalmente sull'impiego della potente 2ª Armata della Guardia di riserva che era stato inizialmente previsto nella seconda fase dell'operazione Saturno; per accelerare la distruzione delle truppe tedesche nella sacca, Stalin decise di impiegarla invece per rinforzare in modo decisivo il fronte del generale Rokossovskij incaricato di sferrare al più presto l'operazione Anello[43] A questo riguardo i tedeschi, sferrando l'attacco principale nella regione di Kotel'nikovo (sul fiume Aksaj), ottennero un certo effetto di sorpresa dato che, con l'eccezione del generale Erëmenko, Stalin e altri generali temevano maggiormente una minaccia sul fiume Čir, più vicino alla sacca di Stalingrado[44].

Di conseguenza l'attacco del 12 dicembre del raggruppamento del generale Hoth (35 000 uomini e circa 200 carri armati) colse di sorpresa le modeste forze del fronte del generale Erëmenko schierate nel settore dell'Aksaj (35 000 uomini e 77 carri armati) e sconvolse anche tutta la pianificazione dello Stavka e di Stalin[45].

Avanzata iniziale[modifica | modifica wikitesto]

La controffensiva tedesca, guidata dalle due Panzer-Division del LVII. Panzerkorps del generale Kirchner, iniziò con successo: la potente 6. Panzer-Division del generale Erhard Raus che attaccava al centro dello schieramento, concentrò i suoi panzer nel kampfgruppe von Hünersdorff al comando dell'abile colonnello Walther von Hünersdorff, e superò facilmente la resistenza di reparti del debole 4º Corpo di cavalleria e della 85ª Brigata carri. Il reparto corazzato deviò verso nord-est e raggiunse il villaggio di Čilekov, 35 chilometri a nord-est di Kotel'nikovo. Sull'ala destra il kampfgruppe Illig della 23. Panzer-Division sconfisse i reparti della 302ª Divisione fucilieri sovietica e nel primo pomeriggio occupò Nobykov[46].

Il colonnello Walther von Hünersdorff, comandante del kampfgruppe di testa della 6. Panzer-Division durante l'operazione Tempesta invernale

La 6. Panzer-Division sfruttò prontamente il successo iniziale e, dopo un'avanzata notturna, i carri armati tedeschi raggiunsero alle ore 08:00 del 13 dicembre il fiume Aksaj, attraversarono subito il corso d'acqua e costituirono una preziosa testa di ponte a Zalivskij. Il 13 dicembre il kampfgruppe von Hünersdorff, dopo qualche difficoltà causata dal crollo del ponte provvisorio sull'Aksaj provocato dal peso del carro armato del colonnello comandante[47], riprese l'avanzata con parte delle sue forze e occupò con poca difficoltà l'importante villaggio di Verčne Kumskij[48]. La 23. Panzer-Division era rimasta molto più indietro e si trovava ancora a sud dell'Aksaj nella regione a nord-est di Nobykov dove l'elemento di punta della divisione, il kampfgruppe Heydebreck, era in combattimento con un gruppo di carri armati sovietici[49].

Mentre l'operazione Wintergewitter procedeva apparentemente con pieno successo; le riserve sovietiche che il generale Erëmenko, giustamente allarmato, aveva richiamato con urgenza[50], stavano confluendo verso la linea dell'Aksaj; mentre i resti del 4º Corpo di cavalleria e delle divisioni fucilieri 302ª, 126ª e 91ª, cercavano di mantenere le loro posizioni sui fianchi del cuneo tedesco del LVII. Panzerkorps, erano in arrivo sotto il comando superiore del generale G. F. Zacharov, vice-comandante del Fronte di Stalingrado, il 4º Corpo meccanizzato, il 13º Corpo meccanizzato, la 234ª e la 235ª Brigata carri, la 20ª Brigata anticarro e la 87ª Divisione fucilieri[51]. Una parte di queste forze entrarono in combattimento già il 13 dicembre.

A Verčne Kumskij la 6. Panzer-Division, dopo aver respinto la cavalleria sovietica, fu impegnata in una serie di combattimenti contro la 234ª e la 235ª Brigata carri e contro i primi elementi del 55º reggimento carri del 4º Corpo meccanizzato. Secondo il resoconto del generale Raus, i panzer tedeschi del kampfgruppe von Hünersdorff ebbero la meglio in tre successive battaglie di carri e mantennero per il momento il possesso di Verčne Kumskij[52]. Anche la 23. Panzer-Division dovette fronteggiare duri contrattacchi il 13 dicembre: due brigate del 13º Corpo meccanizzato del generale Tanasčišin, equipaggiate con 49 carri armati[53], attaccarono il fianco destro della divisione mentre i reparti giunti sull'Aksaj a Krugliakov vennero attaccati da un'altra brigata meccanizzata. Dopo violenti scontri di carri la 23. Panzer-Division mantenne le sue posizioni ma non poté riprendere l'avanzata[54].

Battaglie di carri a Verčne Kumskij[modifica | modifica wikitesto]

«Non è esagerato dire che la battaglia sulle rive di questo oscuro fiumiciattolo, l'Aksaj, portò alla crisi del Terzo Reich, mise fine alle speranze di Hitler...e fu l'anello decisivo nella catena di avvenimenti che determinarono la sconfitta della Germania»

(Affermazione del generale Friedrich von Mellenthin, capo di stato maggiore del 48° Panzerkorps, riportata nelle sue memorie di guerra[55])

I combattimenti del 13 dicembre furono solo il preludio della vera battaglia di Verčne Kumskij che ebbe realmente inizio il 14 dicembre 1942 quando la 6. Panzer-Division entrò in combattimento con due brigate del 4º Corpo meccanizzato sovietico del generale Vasilij Timofeevič Vol'skij, appena giunto sul campo di battaglia ed equipaggiato con 156 carri armati in totale[56]. Fino al 19 dicembre 1942 si sarebbero succeduti attacchi e contrattacchi intorno a Verčne Kumskij che bloccarono momentaneamente l'avanzata tedesca e logorarono le forze impegnate nella controffensiva, trasformando la prevista rapidissima puntata corazzata verso la sacca di Stalingrado in una faticosa progressione verso nord, lenta e costosa in uomini e mezzi[57]. Il 14 dicembre i panzer del kampfgruppe von Hünersdorff furono attaccati da nord-est e da nord-ovest; i tedeschi vennero in parte accerchiati all'interno di Verčne Kumskij, ma riuscirono progressivamente a respingere gli attacchi dei carri sovietici e mantennero le posizioni; sull'Aksaj un'altra brigata sovietica del 4º Corpo meccanizzato avanzò da ovest verso est lungo la riva settentrionale in direzione della testa di ponte di Zalivskij. Sull'ala destra, la 23. Panzer-Division guadagnò terreno, respinse due brigate del 13º Corpo meccanizzato e il kampfgruppe Bachmann conquistò una testa di ponte sull'Aksaj a Krugliakov[58].

Il generale Vasilij T. Vol'skij

Nonostante gli apparenti successi tedeschi la battaglia per Verčne Kumskij era appena iniziata, il generale Vol'skij aveva completato il concentramento delle sue forze e il 15 dicembre 1942 sferrò un grande assalto coordinato; due brigate meccanizzate e un reggimento carri avrebbero attaccato il villaggio occupato dalla 6. Panzer-Division da tre direzioni, nord-ovest, nord e nord-est, mentre a sud la terza brigata del 4º Corpo meccanizzato, rinforzata da un altro reggimento carri, avrebbe ripreso la manovra lungo la riva settentrionale dell'Aksaj per raggiungere Zalivskij e intercettare le comunicazioni delle forze tedesche avanzate a nord del fiume[59]. Dopo una serie di confusi combattimenti, la battaglia del 15 dicembre si concluse con il successo dei sovietici; anche se il generale Raus, comandante della 6. Panzer-Division, descrive nelle sue memorie le manovre e gli scontri condotti dai suoi panzer e riferisce di vittorie tattiche locali contro le varie brigate meccanizzate nemiche, in realtà al termine della giornata il kampfgruppe von Hünersdorff della 6. Panzer-Division fu costretto a evacuare Verčne Kumskij e ripiegare a sud fino alla riva dell'Aksaj[60].

Il generale Vol'skij attaccò alle ore 09:00 del 15 dicembre da nord con una brigata meccanizzata che fece irruzione dentro Verčne Kumskij dopo violenti scontri tra carri; un tentativo di contrattacco tedesco venne respinto. A ovest del villaggio un'altra brigata meccanizzata sovietica e il 55º reggimento carri colpirono il fianco sinistro della 6. Panzer-Division e alle ore 14:00 superarono la resistenza dei panzer tedeschi. A est del villaggio il 4º Corpo meccanizzato del generale Vol'skij ricevette inoltre il sostegno del 1378º reggimento fucilieri, dei resti di due brigate carri e di una brigata anticarro[61]. Alla fine della giornata i sovietici, dopo aver liberato Verčne Kumskij, raggiunsero la riva settentrionale dell'Aksaj, mentre il kampfgruppe von Hünersdorff ripiegava verso la testa di ponte di Zalivskij che contemporaneamente era pericolosamente minacciata dalla terza brigata meccanizzata sovietica che stava avanzando da ovest; i panzer, appena arrivati, riuscirono a fermare questo attacco nemico. Il 15 dicembre la 6. Panzer-Division rivendicò la distruzione di 23 carri armati sovietici, ma dovette lamentare la perdita di 19 panzer, le fonti sovietiche invece riferiscono che i tedeschi persero almeno 40 carri armati[62]. Mentre la 6. Panzer-Division era costretta a evacuare le sue posizioni a Verčne Kumskij, sul fianco destro del LVII. Panzerkorps il kampfgruppe Heydebreck della 23. Panzer-Division riuscì a costituire a Šestakov, dieci chilometri a est di Zalivskij, una nuova testa di ponte sull'Aksaj. Il 13º Corpo meccanizzato sovietico ripiegò a nord del fiume per mantenere la coesione dello schieramento e rimanere collegato con il fianco sinistro del 4º Corpo meccanizzato[63].

Le divisioni corazzate tedesche durante il tentativo di avvicinamento alla sacca di Stalingrado

Il generale Vol'skij aveva riconquistato Verčne Kumskij ma era consapevole che i tedeschi avrebbero presto ripreso l'offensiva; egli, che disponeva ancora di circa 8 000 soldati e 70 carri armati, ritenne essenziale costituire una forte posizione difensiva per fermare i nuovi attacchi. Per consolidare le posizioni, la brigata meccanizzata che aveva attaccato lungo la riva settentrionale dell'Aksaj, venne lentamente ritirata verso nord per coprire il fianco destro sovietico. Nel frattempo il grosso del 4º Corpo meccanizzato organizzò le posizioni intorno a Verčne Kumskij; alcuni reparti corazzati vennero anche impiegati in attacchi diversivi per intralciare i preparativi tedeschi; infine il 1378º reggimento di fucilieri si schierò a difesa della linea di colline su un arco di circa 10 chilometri subito a sud del villaggio[64]. Le forze tedesche della 6. Panzer-Division erano state a loro volta rinforzate e il generale Raus disponeva ancora di circa 100 mezzi corazzati[63]. Il 16 dicembre il LVII. Panzerkorps riprese quindi gli attacchi, era decisivo per i tedeschi accelerare i tempi, superare al più presto la difesa sovietica e marciare in direzione della sacca di Stalingrado[65]. La situazione strategica globale stava ulteriormente evolvendo sfavorevolmente per la Wehrmacht; lo stesso giorno infatti l'Armata Rossa sferrava sul Medio Don l'operazione Piccolo Saturno contro la debole armata italiana di cui si temeva il cedimento. Nonostante i ripetuti attacchi dei carri armati della 6. Panzer-Division tuttavia anche il 16 dicembre i tedeschi non riuscirono a entrare a Verčne Kumskij; sulle colline a sud del villaggio il 1378º reggimento fucilieri sovietico organizzò una tenace resistenza e i cannoni anticarro inflissero dure perdite ai mezzi corazzati tedeschi del kampfgruppe von Hünersdorff; alcuni reparti si trovarono in forte difficoltà sotto il fuoco nemico[66]. Anche gli attacchi sul fianco destro da parte della 23. Panzer-Division fallirono a Krugliakov e a Kovalevka; due brigate del 13º Corpo meccanizzato sovietico respinsero gli attacchi e impedirono l'estensione delle teste di ponte a nord dell'Aksaj[67].

I combattimenti ripresero il 17 dicembre con un pericoloso contrattacco di una brigata meccanizzata sovietica che, rinforzata da reparti della 87ª Divisione fucilieri, attaccò la testa di ponte della 23. Panzer-Division a Krugliakov; solo grazie all'intervento di una parte dei carri armati della 6. Panzer-Division, i tedeschi riuscirono a respingere gli attacchi[68]. Dopo aver superato questa crisi, il kampfgruppe von Hünersdorff riprese l'assalto principale l'assalto principale verso nord in direzione ancora una volta di Verčne Kumskij dove si svolsero durante tutto il giorno battaglie di grande violenza dall'esito alterno. L'attacco tedesco, sostenuto dall'efficace intervento degli aerei della Luftwaffe, venne sferrato con forti gruppi di panzer lungo tutto il fronte difensivo del 4º Corpo meccanizzato che il generale Vol'skij aveva rinforzato con i resti della 85ª Brigata carri e con la 20ª e la 383ª Brigata anticarro[69]. Un tentativo di aggiramento del fianco destro sovietico da parte di un gruppo di panzer del colonnello von Hünersdorff venne neutralizzato dal 55º reggimento carri del tenente colonnello Azi Aslanov, i carristi sovietici combatterono con valore e abilità e respinsero l'attacco[68]. Anche le altre brigate meccanizzate sovietiche mantennero le posizioni mentre la 20ª Brigata anticarro difese accanitamente fino al tardo pomeriggio la quota 145.9 prima di essere costretta a ripiegare; infine il 1378º reggimento fucilieri del tenente colonnello Diasamidze respinse gli attacchi tedeschi contro le colline a sud di Verčne Kumskij[70]. La 6. panzer-Division del generale Raus perse altri 14 carri armati il 17 dicembre senza raggiungere alcun successo decisivo; le fonti sovietiche riferiscono di perdite nemiche ancora più alte[71].

Mentre si combattevano le aspre battaglie intorno a Verčne Kumskij, gli alti comando tedesco e sovietico erano impegnati a rafforzare con la massima urgenza le loro truppe per provocare una svolta decisiva delle operazioni; il 13 dicembre finalmente Adolf Hitler, dopo ripetute richieste, aveva assegnato al feldmaresciallo von Manstein la 17. Panzer-Division del generale Fridolin von Senger und Etterlin, per accelerare la controffensiva del 57º Panzerkorps in direzione della sacca[71]. La 17. Panzer-Division era un'unità esperta, ma era equipaggiata con solo 30 carri armati efficienti; il 15 dicembre la formazione corazzata si concentrò a Kotel'nikovo e il generale von Senger incontrò il generale Hoth che, pur consapevole della debolezza dell'equipaggiamento della divisione, espresse la sua fiducia sulle capacità e la combattività della 17. Panzer-Division[72]. La divisione corazzata entrò quindi in azione il 17 dicembre sul fianco sinistro della 6. Panzer-Division; dopo aver appoggiato le divisioni rumene, respinse una divisione di cavalleria sovietica, quindi raggiunse l'Aksaj e costituì una testa di ponte a nord del fiume a Generalovskij[73].

Carri armati tedeschi Panzer IV e Panzer III in azione durante l'operazione Tempesta Invernale

Il 18 dicembre quindi il generale Kirchner ritenne di poter sferrare un attacco coordinato decisivo con tutte e tre le sue Panzer-Division concentrate che disponevano nel complesso di circa 155 carri armati; egli prevedeva di sbaragliare finalmente il 4º Corpo meccanizzato e raggiungere il fiume Myškova[74]. Nonostante l'arrivo della 17. Panzer-Division e l'indebolimento delle forze del 4º Corpo meccanizzato e del 13º Corpo meccanizzato, che disponevano ancora di circa 60 mezzi corazzati, tuttavia gli attacchi del 18 dicembre si conclusero con un nuovo fallimento[75]. In un primo momento la 17. Panzer-Division avanzò a nord della testa di ponte sull'Aksaj a Generalovskij, superò la resistenza di una brigata meccanizzata nemica distruggendo 22 carri armati e minacciò pericolosamente il fianco destro del generale Vol'skij; l'intervento del 26º reggimento carri del maggiore Doroškevič riuscì a ristabilire la situazione e i sovietici, pur perdendo terreno, arrestarono la marcia della 17. Panzer-Division[76]. Mentre la 23. Panzer-Division, ridotta a soli 13 carri armati operativi, effettuava una manovra secondaria a nord di Klugliakov senza grandi risultati, il generale Raus sferrò l'attacco principale al centro contro Verčne Kumskij con la 6. Panzer-Division che disponeva ancora di circa 80 panzer[77]. Il settore delle colline era sempre difeso dalle posizioni anticarro del 1378º reggimento di fucilieri del tenente colonnello Diasamidze che si batterono accanitamente durante l'intera giornata; i tedeschi subirono forti perdite e, nonostante il sostegno della Luftwaffe, non riuscirono a sfondare[78]. una manovra aggirante del kampfgruppe von Hünersdorff mise in difficoltà una brigata meccanizzata sovietica ma un disperato contrattacco del 55º reggimento carri del tenente colonnello Aslanov con gli ultimi 17 mezzi corazzati disponibili permise di sventare la minaccia[76]. Quasi tutti i carri sovietici furono distrutti e la importante quota 137.2 venne temporaneamente conquistata dai tedeschi ma al cader della notte i sovietici contrattaccarono e ripresero la collina. Alla fine della giornata la 6. Panzer-Division aveva ancora 57 panzer operativi; i tedeschi persero, secondo le fonti sovietiche, circa 30 carri armati, nella battaglia del 18 dicembre[79].

Catastrofe sul Don[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Operazione Saturno, Operazione Piccolo Saturno e Seconda battaglia difensiva del Don.

L'aspra ed efficace resistenza del 4º Corpo meccanizzato aveva arrestato temporaneamente l'avanzata della 6. Panzer-Division e soprattutto aveva dato tempo all'alto comando sovietico di riorganizzare il suo schieramento e inviare potenti unità di riserva a sud del Don per sbarrare la via verso la sacca di Stalingrado. Mentre erano in corso i violenti combattimenti a Verčne Kumskij, fin dal 17 dicembre erano arrivati sulla linea del fiume Myškova le prime unità della 2ª Armata della Guardia al comando del generale Rodion Malinovskij; il grosso dell'armata con due corpi di fucilieri della Guardia e il 2º Corpo meccanizzato della Guardia era in avvicinamento e il generale Erëmenko modificò la catena di comando, assegnando al generale Malinovskij la responsabilità del fronte principale contro il LVII. Panzerkorps, con le sue formazioni in arrivo e il 4º Corpo meccanizzato e il 4º Corpo di cavalleria che erano già in linea, mentre il 13º Corpo meccanizzato sul fianco sinistro rimase alle dipendenze della 51ª Armata[80].

Nei giorni precedenti erano sorti forti contrasti tra Stalin, il generale Vasilevskij e i generali Nikolaj Vatutin, Konstantin Rokossovskij e Filipp Golikov, riguardo la pianificazione strategica e le decisioni da prendere per impedire il successo della controffensiva tedesca verso la sacca di Stalingrado. Il generale Vasilevskij si trovava sul posto fin dal 12 dicembre e, estremamente allarmato, aveva subito ritenuto essenziale fermare l'avanzata dei carri armati tedeschi; egli quindi diramò un primo ordine al generale Malinovskij di prepararsi a dirigere a sud del Don con tutta la sua armata[81]. La pianificazione originale sovietica tuttavia aveva previsto che la 2ª Armata della Guardia, la formazione piu potente dell'Armata Rossa, fosse assegnata al fronte del generale Konstantin Rokossovskij per prendere parte con un ruolo decisivo alla offensiva finale "Anello" contro le truppe accerchiate della 6ª Armata tedesca a Stalingrado. In alternativa si era anche studiato il suo impiego nella seconda fase della prevista operazione Saturno che avrebbe dovuto iniziare a metà dicembre con obiettivo la distruzione del fronte dell'Asse sul medio Don e l'avanzata fino a Rostov[82].

Il generale Vasilevksij aveva dato i primi ordini formali al generale Malinovskij, ma in realtà egli non aveva l'autorità per prendere una decisione strategica così importante; il capo di stato maggiore dovette contattare direttamente Stalin la notte del 12 dicembre e richiedere il trasferimento della 2ª Armata della Guardia e il rinvio dell'operazione Anello. Il dittatore replicò violentemente accusando il generale di abuso di autorità e rifiutandosi di dare una risposta immediata alle richieste del capo di stato maggiore. Finalmente alle ore 05:00 del mattino del 13 dicembre Stalin, dopo una sessione notturna del GKO, autorizzò il generale Vasilevskij a trasferire l'armata del generale Malinovskij al Fronte di Stalingrado del generale Erëmenko e richiese un piano dettagliato di impiego delle truppe; la sera del 14 dicembre Stalin e lo Stavka diramarono i nuovi ordini formali ai generali Rokossovskij, Erëmenko, Vatutin e Golikov[83].

Le direttive inviate ai generali Rokossovskij ed Erëmenko prescrivevano di serrare il cerchio intorno alla 6ª Armata circondata, continuando ad attaccare localmente per logorare ulteriormente le truppe nemiche accerchiate e impedire eventuali sortite dalla sacca; inoltre al generale Erëmenko era assegnata la 2ª Armata della Guardia rinforzata per contrattaccare il raggruppamento tedesco arrivato sulla Myškova e avanzare decisamente fino a Kotel'nikovo[84]. Le istruzioni per i generali Vatutin e Golikov invece indicavano che l'operazione Saturno sarebbe stata trasformata in operazione Piccolo Saturno; non essendo più disponibile l'armata del generale Malinovskij, sarebbe stata annullata la prevista avanzata verso Rostov mentre le unità corazzate sovietiche dopo lo sfondamento sul Don avrebbero dovuto deviare verso sud-est per attaccare le retrovie dell'Asse e raggiungere gli aeroporti da dove partivano gli aerei tedeschi diretti verso la sacca di Stalingrado[85]. Nonostante le proteste del generale Vatutin che avrebbe preferito seguire l'originario progetto "Saturno", Stalin e lo Stavka imposero la variazione dei piani e il 16 dicembre le armate del generale Vatutin e del generale Golikov diedero inizio alla devastante offensiva sul Medio Don diretta contro la Armata italiana in Russia che in pochi giorni venne completamente travolta[86].

I carri armati sovietici avanzano nella notte invernale durante l'operazione Piccolo Saturno

Entro tre giorni il catastrofico crollo dell'armata italiana provocò conseguenze strategiche decisive sul fronte orientale: almeno cinque corpi meccanizzati e corazzati sovietici furono liberi di avanzare quasi senza contrasto verso ovest, verso sud-est e verso sud sopravanzando le colonne in rotta delle truppe dell'Asse e mettendo immediatamente in pericolo le line di comunicazione del Gruppo d'armate del Don e i campi di aviazione degli aerei da trasporto della Luftwaffe. Il feldmaresciallo von Manstein e l'alto comando tedesco ebbero le prime indicazioni sulle dimensioni della disfatta italiana solo il 20 dicembre; vennero prese misure d'emergenza per guadagnare tempo facendo retrocedere il "Distaccamento d'armata Hollidt" dalla linea del Cir per coprire le retrovie tedesche; il comandante del Gruppo d'armate del Don era consapevole della gravità della situazione; egli avvertì l'alto comando che i sovietici avrebbero potuto raggiungere in pochi giorni Rostov con conseguenze disastrose per l'intero fronte orientale[87].

Grazie agli impressionati successi dell'operazione piccolo Saturno e alla tenace resistenza delle forze sovietiche a sud del Don contro il LVII. Panzerkorps, la situazione strategica stava quindi evolvendo in favore dell'Armata Rossa: Alle ore 12:50 del 18 dicembre il generale Vasilevskij presentò a Stalin il suo piano di operazioni in cui confermava l'arrivo entro la notte del 20-21 dicembre di tutti i rinforzi della 2ª Armata della Guardia, prevedeva di passare alla controffensiva il 22 dicembre e di raggiungere Kotel'nikovo il 24 dicembre; contemporaneamente la 5ª Armata d'assalto del generale Popov avrebbe conquistato la testa di ponte di Nižne Čirskaja e raggiunto Tormosin[88]. Il generale inoltre richiedeva l'invio di tre corpi carri e un corpo meccanizzato di rinforzo che avrebbe permesso di compensare le pesanti perdite subite dal 4º Corpo meccanizzato e di proseguire l'offensiva generale nel settore meridionale da Kotel'nikovo direttamente in direzione di Rostov. Alle ore 05:00 del 19 dicembre Stalin diede la sua approvazione scritta al piano di operazioni del generale Vasilevskij[89].

Avanzata tedesca fino al fiume Myškova[modifica | modifica wikitesto]

L'evoluzione della situazione strategica rendeva quindi per i tedeschi estremamente urgente affrettare le operazioni e riprendere a tutti i costi l'avanzata in direzione della sacca di Stalingrado; i carri armati del generale Hoth avevano non più di due giorni a disposizione per frantumare le difese sovietiche prima dell'arrivo dei massicci rinforzi dell'Armata Rossa[90]. Le tre Panzer-Division del LVII Panzerkorps quindi ripartirono all'attacco con il massimo impegno al mattino del 19 dicembre e questa volta finalmente raggiunsero il successo e finirono per superare l'accanita resistenza del 4º Corpo meccanizzato; la nuova offensiva venne supportata dall'intervento degli aerei della Luftwaffe che colpirono duramente le posizioni difensive sovietiche e ostacolarono le comunicazioni tra i reparti nemici colpendo le postazioni di comando e controllo[91]. Nonostante la potenza dell'attacco tedesco, i sovietici continuarono a combattere tenacemente e rallentarono l'avanzata nemica; di conseguenza la 17. Panzer-Division, schierata sulla sinistra, nel pomeriggio del 19 dicembre occupò Nižne Kumskij e raggiunse la riva meridionale della Myškova, ma dovette rinviare alla notte il tentativo di attraversare il fiume nel settore di Gromoslavka, mentre la 23. Panzer-Division venne fermata a nord-est di Krugliakov dal 13º Corpo meccanizzato sovietico[92].

Il piano della controffensiva tedesca

L'attacco principale venne sferrato ancora una volta dalla 6. Panzer-Division del generale Raus; i carri armati tedeschi avanzarono da tre direzioni, ovest, sud e est, contro Verčne Kumskij, mentre gli Junkers Ju 87 Stuka colpivano le difese sovietiche che a loro volta impiegarono forti concentrazioni di artiglieria e lanciarazzi. I combattimenti furono durissimi: a ovest i panzer tedeschi subirono perdite sotto il fuoco anticarro, ma la 158ª brigata carri e il 26º reggimento carri del maggiore Doroskevic vennero praticamente distrutti[93]. Dopo aver resistito fino al tardo pomeriggio, il generale Vol'skij dovette ordinare la ritirata da Verčne Kumskij; il suo centro di comando era stato distrutto, le comunicazioni con i reparti erano interrotti, due brigate carri erano quasi circondate, mentre il colonnello Aslanov sembrava disperso. Le unità meccanizzate della 6. Panzer-Division avevano superato la resistenza del 1378º reggimento d'artiglieria sulla collina 143.7 e avevano distrutto il reggimento carri del colonnello Aslanov che nella notte riuscì a rientrare nelle linee sovietiche a nord insieme a un piccolo gruppo di sopravvissuti[94].

La 6. Panzer-Division aveva finalmente occupato Verčne Kumskij e nella notte 20 carri armati del colonnello von Hunersdorff e due compagnie di panzergrenadier raggiunsero le rive della Myškova; il 4º Corpo meccanizzato aveva subito forti perdite, 6 000 morti, feriti, dispersi e 72 mezzi corazzati, ma il generale Vol'skij riuscì a ricostituire una linee difensiva sulla riva settentrionale del fiume con i 6 800 uomini e i 40 carri armati, 31 T-34 e 9 T-70, ancora disponibili[95]. La 6. Panzer-Division aveva ottenuto una vittoria di Pirro a Verčne Kumskij al costo di 1.700 morti e feriti e 25 carri totalmente distrutti, mentre l'intero LVII Panzerkorps del generale Kirchner il 20 dicembre era rimasto con 92 carri ancora operativi e altri 83 in fase di riparazione[96]. Il 4º Corpo meccanizzato e il 4º Corpo di cavalleria erano stati quasi distrutti ma i tedeschi avevano perso sei giorni durante i quali l'altro comando sovietico aveva avuto il tempo di concentrare potenti forze di riserva.

In realtà i generali Hoth e Kirchner erano ancora fiduciosi di poter completare la loro missione di salvataggio; la situazione sembrava finalmente favorevole ai tedeschi: il colonnello von Hunersdorff dopo aver raggiunto la Myškova nella notte del 19-20 dicembre riuscì con un colpo di mano a conquistare un ponte non danneggiato e costituì subito una piccola testa di ponte sulla riva settentrionale del fiume a Vasilevka; in questo modo i carri armati e i panzergrenadier della 6. Panzer-Division si trovarono a 48 chilometri dalla sacca di Stalingrado[97]; nel cielo erano visibili le luci dei proiettori delle truppe della 6ª Armata accerchiata[98]. Le altre divisioni del LVII. Panzerkorps tuttavia non riuscirono a collegarsi con la testa di ponte del colonnello von Hunersdorff: la 17. Panzer-Division rimase bloccata a Nižne Kumskij, mentre la 23. Panzer-Division si trovava molto più indietro sulla sinistra. Nella giornata del 20 dicembre i sovietici fermarono l'ulteriore avanzata tedesca: i resti del 4º Corpo meccanizzato vennero rinforzati dal 1º Corpo fucilieri della Guardia con tre divisioni fucilieri che contrattaccò le teste di ponte della 17. Panzer-Division a Nižne Kumskij e della 6. Panzer-Division a Vasilevka, impedendo ogni ulteriore avanzata tedesca in direzione della sacca[99].

Soldati tedeschi della 4. Panzerarmee del generale Hoth osservano le posizioni sovietiche durante la fase finale dell'operazione Tempesta Invernale

Il 21 dicembre 1942 la battaglia riprese violenta: la 6. Panzer-Division e la 17. Panzer-Division dovettero combattere duramente per mantenere le loro piccole teste di ponte mentre la 23. Panzer-Division continuò a subire gli attacchi sovietici sul fianco orientale del LVII. Panzerkorps; nel settore di Gromoslavka, alla fine della giornata la due divisioni corazzate tedesche riuscirono a entrare in collegamento respingendo le divisioni del 1º Corpo fucilieri della Guardia sulla riva settentrionale della Myškova, mentre la 23. Panzer-Division guadagnò terreno a Gnilo-Aksajskaja, ma la 6. Panzer-Division rimase ferma a Vasilevka dove erano concentrate tre divisioni fucilieri della Guardia[100]. Nonostante i successi tattici locali, a situazione strategica complessiva delle forze dell'Asse si stava ormai deteriorando completamente; erano giunte notizie dell'avvicinamento alla linea della Myškova del 7º Corpo carri sovietico trasferito dal fronte del Cir, mentre sul medio Don l'armata italiana sembrava in rotta; nella notte al quartier generale di Hitler si discusse l'evoluzione della situazione e si prese in considerazione la possibilità di rinforzare il raggruppamento del generale Hoth con la divisione SS "Wiking", trasferita dal Caucaso, o con la 7. Panzer-Division in arrivo dalla Francia, ma per il momento non fu presa alcuna decisione[101].

Il 22 dicembre la resistenza sovietica sulla linea della Myškova divenne ancora più efficace e il LVII. Panzerkorps dovette impegnarsi soprattutto in combattimenti difensivi nella testa di ponte di Vasilevka senza poter riprendere l'avanzata; i contrattacchi della 2ª Armata della Guardia vennero respinti e la 6. Panzer-Division mantenne le sue posizioni che nel corso della giornata vennero rinforzate con l'arrivo di una parte della 17. Panzer-Division che aveva rinunciato a espandere la sua piccola testa di ponte a Nižne Kumskij[102]. I combattimenti a Vasilevka ripresero anche il 23 dicembre ma, nonostante le asserzioni del generale Raus che nelle sue memorie scrive di "vittoria" tedesca lungo la linea della Myškova, vanificata dagli ordini dell'alto comando di non proseguire verso la sacca, in realtà le forze tedesche erano troppo deboli per poter affrontare con successo il raggruppamento sempre più potente dell'Armata Rossa. Il 23 dicembre il LVII. Panzerkorps era rimasto con meno di cento carri armati a disposizione: la 6. Panzer-Division aveva ancora 41 mezzi corazzati, mentre la 17. Panzer-Division e la 23. Panzer-Division ne avevano 36 tra tutte e due[103].

La situazione della 6. Panzer-Division diveniva sempre più difficile; i soldati tedeschi, consapevoli dell'importanza della loro missione per salvare migliaia di commilitoni accerchiati, mantenevano il morale alto ma la resistenza sovietica era in continuo aumento; il generale Hoth non esitò a comunicare ai comandi superiori che il tempo ancora disponibile era minimo, che sarebbe stato probabilmente costretto a retrocedere e che bisognava affrettare una sortita della 6ª Armata dalla sacca[104][105].

Sconfitta e ritirata tedesca[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Offensiva Ostrogorzk-Rossoš, Offensiva Voronež-Kastornoe e Operazione Anello.

«Oggi abbiamo finalmente fermato un formidabile nemico. Ora saremo noi ad attaccare»

(Affermazione del generale sovietico Rodion Malinovskij dopo il fallimento del contrattacco tedesco[106])

Contrasti nell'alto comando tedesco[modifica | modifica wikitesto]

Fin dal 19 dicembre 1942 il feldmaresciallo von Manstein comprese che la controffensiva del generale Hoth era destinata al fallimento e ritenne quindi che fosse essenziale che la 6ª Armata accerchiata partecipasse attivamente organizzando e sferrando nel più breve tempo possibile una sortita in forze per abbandonare la regione di Stalingrado e congiungersi con le forze di soccorso ferme a 50 chilometri di distanza. Fin dal 18 dicembre il feldmaresciallo von Manstein aveva invitato il generale Zeitzler, capo di stato maggiore dell'esercito tedesco, a intervenire con il generale Paulus per sollecitarlo a prendere l'iniziativa, mentre, per chiarire meglio la situazione al comandante dell'armata accerchiata, il comandante del Gruppo d'armate del Don inviò nella sacca in aereo il suo capo del servizio informazione, maggiore Eismann che tuttavia non ebbe successo nella sua missione[107]. Il generale Paulus apparve depresso e preoccupato e affermò che la sortita dell'armata sarebbe stata troppo rischiosa a causa soprattutto dell'indebolimento delle sue forze e delle carenze dei rifornimenti, mentre il capo di stato maggiore generale Arthur Schmidt fu ancora più negativo e concluse dicendo che lo sfondamento era "assolutamente impossibile in questo momento" e che l'armata avrebbe potuto resistere assediata ancora per mesi a condizione che fosse stata rifornita meglio per via aerea[108].

Il feldmaresciallo von Manstein, contrariato dal fallimento della missione del maggiore Eismann, considerò anche la possibilità di destituire i generali Paulus e Schmidt, ma poi rinunciò a questo proposito e il mattino del 19 dicembre contattò di nuovo il generale Zeitzler evidenziando che rimaneva pochissimo tempo a disposizione per salvare almeno in parte l'armata di Stalingrado e che era essenziale ordinare la sortita dalla sacca. Alle ore 18:00 del 19 dicembre il comandante del Gruppo d'armate del Don, non avendo ricevuto notizie positive dal quartier generale, prese la decisione di inviare autonomamente un ordine formale al generale Paulus di iniziare "al più presto possibile" l'attacco di sfondamento dalla sacca (nome in codice Wintergewitter, "tempesta invernale") a cui sarebbe seguita subito la sortita generale della 6ª Armata che avrebbe abbandonato il fronte di Stalingrado (nome in codice Donnerschlag, "colpo di tuono")[109]. Il 20 e il 21 dicembre il feldmaresciallo von Manstein e il generale Paulus entrarono ripetutamente in comunicazione diretta attraverso i messaggi per telescrivente; il comandante della 6ª Armata presentò una serie di giustificazioni per non eseguire gli ordini ricevuti; egli affermò che in ogni caso avrebbe avuto bisogno di almeno sei giorni per organizzare la sortita, che sarebbe stato molto difficile sganciare le truppe schierate nei settori settentrionali della sacca, che, a causa del grande indebolimento delle truppe e della "ridotta mobilità dei reparti", l'operazione Donnerschlag molto probabilmente non avrebbe avuto "buon esito"[110]. Inoltre il generale Paulus evidenziò che l'evacuazione totale della sacca ordinata dal feldmaresciallo von Manstein andava contro gli ordini tassativi di Hitler che prescrivevano, pur autorizzando un attacco di allegerimento verso sud, di mantenere il possesso del fronte di Stalingrado e di non abbandonare i settori settentrionali e la linea del Volga; infine il generale Paulus concluse le sue argomentazioni contrarie ai piani del Gruppo d'armate del Don affermando che a causa della carenza di carburante le sue truppe non avrebbero potuto percorrere più di 20-30 chilometri, non sufficienti per raggiungere le linee del generale Hoth sul fiume Myškova che distavano 50 chilometri[111].

Il feldmaresciallo von Manstein fece un ultimo tentativo di cambiare la situazione entrando in contatto il pomeriggio del 21 dicembre con il quartier generale di Rastenburg, ma Hitler non modificò le sue decisioni; il Fuhrer non solo confermò che i fronti settentrionali e orientali della sacca non dovevano essere abbandonati ma, facendo riferimento alle considerazioni tecniche presentate dal generale Paulus, affermò che la sortita della 6ª Armata in direzione della 4. Panzerarmee era sostanzialmente impossibile a causa delle carenze di carburante riferite dal comandante dell'armata accerchiata[112]. Nelle sue memorie il feldmaresciallo von Manstein tiene in considerazione le motivazioni che decisero il generale Paulus a rimanere fermo nella sacca secondo gli ordini di Hitler; egli afferma che un'operazione di evacuazione della sacca sarebbe stata effettivamente difficile ed estremamente rischiosa, esponendo l'armata alla distruzione in aperta campagna, ma ritiene che le truppe intrappolate avrebbero fatto sforzi disperati per raggiungere la salvezza[113]. Il comandante del Gruppo d'armate del Don afferma che il generale Paulus non ritenne possibile contravvenire agli ordini di Hitler e correre il rischio di una sortita generale e che in questo modo fu persa l'ultima occasione di salvare almeno una parte della 6ª Armata[114]. Il generale Paulus invece afferma nelle sue memorie che egli, pur considerando con profonda preoccupazione le sofferenze dei suoi soldati, ritenne che fosse impossibile non obbedire agli ordini del comando supremo che avevano sottolineato come la resistenza a Stalingrado dell'armata accerchiata fosse essenziale per guadagnare tempo e permettere la ricostituzione del fronte tedesco[115].

Il 23 dicembre in ogni caso era ormai troppo tardi per una sortita generale: la disfatta sul fronte del Don rischiava di trasformarsi in una catastrofe generale e il feldmaresciallo von Manstein fu costretto a dirottare verso ovest le forze mobili del "Distaccamento d'armata Hollidt" e soprattutto a richiedere al generale Hoth di sganciare una delle sue Panzer-Division per trasferirla con urgenza a nord del Don e cercare di frenare l'avanzata dei corpi carri sovietici del generale Vatutin che minacciavano le retrovie del Gruppo d'armate del Don e i preziosi campi d'aviazione di Tacinskaja e Morozovskja da cui partivano i trasporti aerei che rifornivano la sacca di Stalingrado[116].

Il raggruppamento del generale Hoth era rimasto agganciato sulla Myškova per giorni nonostante il continuo rafforzamento delle truppe sovietiche, resistendo sulle posizioni in attesa di un'eventuale sortita della 6ª Armata. Consapevole del pericolo per le retrovie del Gruppo d'armate del Don, il generale Hoth non esitò e decise di sganciare la 6. Panzer-Division, la più forte delle sue unità con 41 panzer operativi; i carri armati del generale Raus quindi abbandonarono le posizioni sulla Myškova e si misero in movimento, sotto una tempesta di neve, verso Potëmkinskaja, rinunciando alla missione di salvataggio della 6ª Armata[117]; sulla linea della Myškova rimasero solo la 17. Panzer-Division e la 23. Panzer-Division.

Controffensiva sovietica in direzione di Rostov[modifica | modifica wikitesto]

Al centro il generale Rodion Malinovskij, comandante della 2ª Armata della Guardia; a destra il generale Aleksandr Vasilevskij, capo di stato maggiore dell'Armata Rossa e rappresentante dello Stavka sul fronte di Stalingrado. Nella foto, scattata nell'estate 1945, entrambi i generali hanno il grado di maresciallo dell'Unione Sovietica.

Il potente raggruppamento sovietico coordinato personalmente dal generale Vasilevskij, radunato sulla Myškova per contrastare le forze del generale Hoth, passò all'offensiva al mattino del 24 dicembre 1942; la fanteria del 1º e del 13º Corpo fucilieri della Guardia attaccarono nel settore di Nižne Kumskij e di Ivanovka, e i carri armati del 7º Corpo carri del generale Pavel Rotmistrov, equipaggiato con 92 mezzi corazzati, entrarono in azione alle ore 12:00 in supporto del 1º Corpo fucilieri; il 2º Corpo meccanizzato della Guardia del generale Karp Sviridov avanzò con 220 carri armati in appoggio del 13º Corpo fucilieri della Guardia[118].

Il piano del generale Vasilevskij approvato dallo Stavka, prevedeva un attacco principale sferrato da quattro corpi della 2ª Armata della Guardia del generale Malinovskij direttamente in direzione di Kotel'nikovo, mentre la 51ª Armata avrebbe condotto una manovra secondaria con il 4º Corpo meccanizzato e il 13º Corpo meccanizzato sul fianco destro tedesco in direzione di Zavetnoe e Dubovskoe. Il LVII. Panzerkorps tedesco sarebbe stato attaccato frontalmente e aggirato sul fianco destro e alle spalle. Le forze sovietiche erano ora nettamente superiori: circa 149 000 soldati, 1 728 cannoni, 635 carri armati e 294 aerei avrebbero attaccato 50 000 soldati tedeschi con solo 36 carri armati ancora operativi[119].

Il raggruppamento tedesco del generale Kirchner era già preparato a ripiegare su posizioni più arretrate e quindi riuscì a evitare la totale distruzione ma fin dai primi giorni la 2ª Armata della Guardia ottenne successi decisivi: la testa di ponte sulla Myškova a Vasilevka venne rapidamente conquistata e il villaggio di Verčne Kumskij tornò in possesso dei sovietici il 24 dicembre, mentre il giorno seguente il 7º Corpo carri e il 2º Corpo meccanizzato della Guardia raggiunsero la riva dell'Aksaj e la 51ª Armata avanzò sull'ala sinistra sovietica. La 17. Panzer-Division e la 23. Panzer-Division si batterono validamente per guadagnare tempo ma alla fine della giornata erano scese ad appena 19 carri armati disponibili tra tutte e due, mentre sul fianco destro del LVII. Panzerkorps era entrato in azione dalla tarda mattinata del 25 dicembre anche il potente 6º Corpo meccanizzato del generale Semën Il'ič Bogdanov in rinforzo delle altre formazioni del generale Malinovskij[120].

Il 26 dicembre crollò facilmente la linea tedesca dell'Aksaj e le forze sovietiche poterono avvicinarsi frontalmente a Kotel'nikovo; il generale Malinovskij sollecitò le truppe del 1º e del 13º Corpo fucilieri della Guardia ad accelerare l'avanzata e inviò reparti di sciatori in profondità per disorganizzare le retrovie tedesche, mentre i mezzi corazzati del generale Bogdanov, appena entrati in azione, aggirarono il fianco destro tedesco e sbaragliarono le deboli forze rumene del generale Popescu che coprivano il fronte dell'Asse verso sud-est[121]. Il 27 dicembre i generali Vasilevskij ed Erëmenko fecero intervenire anche i due corpi mobili della 51ª Armata schierati sul fianco sinistro della 2ª Armata della Guardia. Il 4º Corpo meccanizzato del generale Vol'skij[122] e il 13º Corpo meccanizzato del generale Tanasčišin, ognuno equipaggiato con circa 100 mezzi corazzati, superarono agevolmente la resistenza delle truppe rumene della 1ª e della 14ª Divisione fanteria e avanzarono verso sud-ovest in direzione di Dubovskoe e Zimovniki, contrastate solo da un reggimento appena arrivato della 16ª Divisione motorizzata tedesca proveniente dalla steppa di Ėlista[123].

Il feldmaresciallo von Manstein ancora il 26 dicembre non sembrò valutare realisticamente la situazione; nonostante la disfatta sul medio Don e la ritirata del LVII. Panzerkorps, egli riteneva possibile riprendere il tentativo di raggiungere la sacca di Stalingrado con l'intervento del III. Panzerkorps ritirato dal Caucaso, e della 16ª Divisione motorizzata, ma in pochi giorni la disfatta tedesca a sud del Don divenne completa e definitiva[124]. Il mattino del 27 dicembre ebbe inizio la battaglia per Kotel'nikovo; il primo attacco del 7º Corpo carri sovietico tuttavia non ebbe successo e i combattimenti furono aspri e prolungati; negli altri settori del fronte i sovietici invece ottennero nuovi successi: sul fianco orientale, il 13º Corpo meccanizzato respinse i reparti della 16ª Divisione motorizzata e il 3º Corpo meccanizzato della Guardia raggiunse e liberò Zavetnoe, mentre sul fianco occidentale il generale Malinovskij al mattino del 28 dicembre fece avanzare il 1º Corpo fucilieri a nord del Don per costituire una testa di ponte per il passaggio del 2º Corpo meccanizzato della Guardia[125]. Per coprire le retrovie del raggruppamento del generale Hoth, il feldmaresciallo von Manstein fece affluire d'urgenza la Divisione SS "Wiking", proveniente dal Caucaso, che avrebbe dovuto schierarsi a Zimovniki[126].

La battaglia per Kotel'nikovo, difesa da una trentina di carri armati tedeschi e da fanteria e cannoni anticarro, riprese al primo mattino del 28 dicembre 1942[127]. Il 7º Corpo carri del generale Rotmistrov attaccò frontalmente con due brigate corazzate, mentre un'altra brigata corazzata e una brigata motorizzata effettuarono una manovra aggirante sul fianco sinistro tedesco, tagliarono le vie di comunicazione di Kotel'nikovo verso ovest e sud-ovest e occuparono di sorpresa un aeroporto tedesco situato a ovest della città[128]. La sera del 28 dicembre i sovietici fecero irruzione dentro Kotel'nikovo da nord e da ovest; gli scontri finali si prolungarono anche il 29 dicembre e furono violenti e accaniti; alla fine della giornata le brigate corazzate del generale Rotmistrov, supportate anche dai fucilieri del 13º Corpo della Guardia, liberarono completamente la città[129]. Le truppe tedesche, minacciate di accerchiamento anche dall'arrivo delle prime unità mobili del 6º Corpo meccanizzato, evacuarono la città e ripiegarono verso sud[130].

Contemporaneamente al successo delle operazioni sovietiche a sud del Don; l'Armata Rossa raggiunse un altro successo anche a nord del fiume con la liberazione di Tormošin da parte di unità della 5ª Armata d'assalto e del 2º Corpo meccanizzato della Guardia che il generale Malinovskij aveva abilmente deviato verso nord-ovest[131].

Conseguenze strategiche[modifica | modifica wikitesto]

La vittoria sovietica a Kotel'nikovo, località di partenza della fallita controffensiva tedesca in direzione della sacca di Stalingrado, completava il ciclo di operazioni iniziato all'inizio di dicembre nel settore a sud del Don e suggellava definitivamente la rovina dei piani della Wehrmacht per salvare l'armata del generale Paulus. Alla fine dell'anno 1942 la situazione generale dell'esercito tedesco nel settore meridionale del fronte orientale era divenuta veramente critica[132].

Soldati dell'Armata Rossa in marcia durante l'offensiva dell'inverno 1942-43.

Nei giorni precedenti Hitler e l'alto comando tedesco ritenevano ancora possibile stabilizzare la situazione mantenendo il possesso di Kotel'nikovo come base di operazione per un nuovo tentativo di liberare la sacca di Stalingrado, e riconquistando a nord del Don le basi aeree della Luftwaffe; una nuova direttiva del Führer del 27 dicembre 1942 prevedeva inoltre l'invio di notevoli rinforzi al Gruppo d'armate del Don: oltre alla Divisione motorizzata SS "Wiking" in arrivo dal Caucaso, la famosa 7. Panzer-Division, equipaggiata con 146 carri armati[133], sarebbe stata trasferita d'urgenza dalla Francia , la 26ª Divisione fanteria sarebbe stata richiamata del Gruppo d'armate B, la 320ª e 302ª Divisioni fanteria dalle riserve dell'OKH; infine sarebbe stato assegnato il 503º battaglione carri pesanti equipaggiato con i nuovi carri Panzer VI Tiger I[134]. L'arrivo di queste valide riserve tuttavia sarebbe iniziato solo dopo alcuni giorni e nel frattempo, con la caduta di Kotel'nikovo, la disfatta tedesca divenne evidente e le sue conseguenze strategiche misero in pericolo tutto lo schieramento della Wehrmacht a sud.

Il 28 dicembre Hitler fu costretto ad ammettere la sconfitta: le speranze di salvare la 6ª Armata erano definitivamente svanite e, inoltre, in mancanza dell'arrivo accelerato dei rinforzi promessi, lo stesso raggruppamento del generale Hoth rischiava, dopo la sconfitta a Kotel'nikovo, di essere totalmente annientato scoprendo la via di Rostov a sud del Don e mettendo quindi in pericolo le comunicazioni del Gruppo d'armate A sempre fermo nel Caucaso. Dopo lunghe discussioni, il generale Zeitzler riuscì a strappare al Führer l'autorizzazione a sottrarre forze mobili dal raggruppamento del generale Ewald von Kleist per rinforzare il generale Hoth, e anche a iniziare la ritirata dell'intero Gruppo d'armate nel Caucaso[135].

La resa del generale Friedrich Paulus il 30 gennaio 1943 al termine della battaglia di Stalingrado.

Il fallimento totale dell'operazione Tempesta Invernale segnò un momento decisivo della battaglia di Stalingrado e costituì una grande vittoria per l'Armata Rossa che riuscì finalmente a fermare un attacco di alcune delle migliori Panzer-Division tedesche. Nonostante i successi iniziali, in realtà le possibilità di successo per i tedeschi furono vanificate soprattutto dall'insufficienza delle forze concentrate per questa importantissima missione di salvataggio e dalla sottovalutazione da parte dell'alto comando della Wehrmacht delle capacità sovietiche e della potenza delle loro armate[136]. Il 23 dicembre 1942, giorno della partenza della 6. Panzer-Division dalla linea della Myškova, in realtà l'operazione Tempesta Invernale era già fallita a causa delle dure perdite subite in pochi giorni dalle unità corazzate tedesche e soprattutto del grande concentramento di riserve mobili completato con successo dall'alto comando sovietico che aveva ormai raggiunto una schiacciante superiorità sul nemico; verosimilmente l'esito della battaglia non sarebbe cambiato anche nel caso in cui la 6. Panzer-Division fosse rimasta a sud del Don[137]. La controffensiva sovietica e la liberazione di Kotel'nikovo, segnarono la sconfitta tedesca e misero in pericolo tutto lo schieramento dell'Asse nel settore meridionale già minacciato anche a nord del Don dall'avanzata dei corpi meccanizzati sovietici dopo l'operazione Piccolo Saturno.

Per molte settimane il feldmaresciallo von Manstein avrebbe dovuto guadagnare tempo per frenare l'offensiva sovietica sia a nord del Don con le truppe del "Distaccamento d'armate Hollidt", sia a sud del grande fiume con i resti delle forze del generale Hoth rinforzate con la Divisione SS "Wiking" e la 3. Panzer-Division ritirate immediatamente dal Caucaso, per permettere al Gruppo d'armate A di ripiegare ordinatamente e porsi in salvo attraverso Rostov[138]. Nella prima settimana di febbraio 1943 Il feldmaresciallo sarebbe riuscito a portare a termine questa missione ma nel frattempo la situazione nel settore meridionale del fronte orientale era mutata per sempre: la 6ª Armata aveva cessato la resistenza il 2 febbraio 1943 dopo un'ultima sanguinosa battaglia invernale e i sovietici avevano proseguito la loro offensiva estendendola ancora e ottenendo nuove importanti vittorie lungo l'Alto Don (offensiva Ostrogorzk-Rossoš) e nella regione di Voronež (offensiva Voronež-Kastornoe)[139].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 106-107.
  2. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, p. 1145.
  3. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 106.
  4. ^ G.Scotoni, L'Armata Rossa e la disfatta italiana, p. 233.
  5. ^ J.Erickson, The road to Berlin, p. 23.
  6. ^ a b D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 327.
  7. ^ D. Irving, La guerra di Hitler, p. 639.
  8. ^ A. Clark, Barbarossa, pp. 236-265.
  9. ^ D. Irving, La guerra di Hitler, pp. 638-639.
  10. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1031 e 1034.
  11. ^ D. Irving, La guerra di Hitler, pp. 639-640.
  12. ^ F.Paulus/W.Görlitz, Stalingrado, pp. 268-269.
  13. ^ E.Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. IV, p. 279.
  14. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 3-4.
  15. ^ A.Caruso, Noi moriamo a Stalingrado, p. 7.
  16. ^ J. Erickson, The road to Berlin, pp. 2-4.
  17. ^ A. Beevor, Stalingrado, pp. 473-478.
  18. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1131 e 1139.
  19. ^ AA.VV., Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. IV, pp. 279-281.
  20. ^ D. Irving La guerra di Hitler, pp. 640-641.
  21. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1134-1136.
  22. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1136-1140
  23. ^ P. Carell, Operazione Barbarossa, pp. 714-717.
  24. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1140-1144.
  25. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 54 e 615. I panzer della 11. Panzer-Division scesero a 58 il 10 dicembre 1942. Le fonti non concordano sulle reali forze corazzate della 11. Panzer-Division; in H.Heiber (a cura di) I verbali di Hitler, volume I, p. 132, si parla di 75 carri armati disponibili, scesi a 47 a metà dicembre 1942.
  26. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 44-46.
  27. ^ A. Clark, Barbarossa, pp. 278-279.
  28. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 49-56.
  29. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 44 e 58-59.
  30. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 60-64.
  31. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 65-69.
  32. ^ Y.Buffetaut, Objectif Kharkov!, pp. 12-13.
  33. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, p. 619; nel dettaglio la 23. Panzer-Division disponeva di 4 Panzer II, 17 Panzer III, 9 Panzer IV.
  34. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, p. 619; nel dettaglio la 6. Panzer-Division disponeva di 21 Panzer II, 73 Panzer III con cannone lungo 50 mm, 32 Panzer III con cannone corto 75 mm, 24 Panzer IV con cannone lungo 75 mm e 9 carri comando.
  35. ^ E.Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. IV, pp. 283-284; in H.Heiber (a cura di) I verbali di Hitler, volume I, p. 131 , la 23. Panzer-Division viene data a 96 carri armati e la 6. Panzer-Division a 138.
  36. ^ AA.VV., Germany and the second world war, pp. 1141-1143.
  37. ^ AA.VV., Germany and the second world war, pp. 1143-1145.
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  39. ^ R. Cartier, La seconda guerra mondiale, vol. II, pp. 99-100.
  40. ^ J. Erickson, The road to Berlin, pp. 5-7.
  41. ^ J. Erickson, The road to Berlin, pp. 4-8.
  42. ^ J. Erickson, The road to Berlin, pp. 8-10.
  43. ^ J. Erickson, The road to Berlin, pp. 8-9.
  44. ^ J. Erickson, The road to Berlin, p. 11.
  45. ^ G. Scotoni, L'Armata Rossa e la disfatta italiana, pp. 224-225, 233.
  46. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 110.
  47. ^ A. Kluge, Organizzazione di una disfatta, pp. 148-149.
  48. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 112-115.
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  50. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 11-12.
  51. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 114 e 117.
  52. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 118-119.
  53. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 113.
  54. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 120-121.
  55. ^ A. M. Samsonov, Stalingrado fronte russo, p. 357.
  56. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 622; il 4º Corpo meccanizzato disponeva di 79 carri T-34 e 77 carri T-70.
  57. ^ AA.VV., Germany and the second world war, pp. 1145-1146.
  58. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 123-124.
  59. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 124.
  60. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 125.
  61. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 128-129.
  62. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 129-131.
  63. ^ a b D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 131.
  64. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 134-135.
  65. ^ A. M. Samsonov, Stalingrado, fronte russo, pp. 360-361.
  66. ^ A. M. Samsonov, Stalingrado, fronte russo, p. 360.
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  71. ^ a b D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 142.
  72. ^ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. IV, pp. 285-286.
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  79. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 146-147.
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  81. ^ J.Erickson, The road to Berlin, p. 12.
  82. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 7-9.
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  85. ^ J. Erickson, The road to Berlin, pp. 13-14.
  86. ^ J. Erickson, The road to Berlin, p. 14.
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  90. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 148.
  91. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 148 e 152.
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  97. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 297-300.
  98. ^ R. Cartier, La seconda guerra mondiale, vol. II, p. 101.
  99. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 301-302.
  100. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 302-305.
  101. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 306.
  102. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 306-310.
  103. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 310-314.
  104. ^ R. Cartier, La seconda guerra mondiale, vol. II, p. 103.
  105. ^ P.Carell, Operazione Barbarossa, pp. 720-721. Secondo F. Kurowski in: Panzer aces, pp. 41-46, le forze della 6. Panzer-Division sarebbero scese a 51 carri armati operativi il 19 dicembre e addirittura a 24 panzer il 24 dicembre, risaliti a 41 alla fine dell'anno.
  106. ^ K. Macksey, Carri armati. Le battaglie decisive, p. 109.
  107. ^ A. Clark, Barbarossa, pp. 288-289.
  108. ^ A. Clark, Barbarossa, pp. 289-290.
  109. ^ A. Clark, Barbarossa, p. 290.
  110. ^ A. Clark, Barbarossa, pp. 290-291.
  111. ^ A. Clark, Barbarossa, p. 291.
  112. ^ A. Clark, Barbarossa, pp. 291-292.
  113. ^ E. von Manstein, Vittorie perdute, pp. 256-257.
  114. ^ E. von Manstein, Vittorie perdute, p. 257.
  115. ^ H. Michel, La seconda guerra mondiale, vol. I, p. 459.
  116. ^ E. von Manstein, Vittorie perdute, pp. 259-260.
  117. ^ R. Cartier, La seconda guerra mondiale, vol. II, p. 103.
  118. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, pp. 320-321.
  119. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, pp. 318-321.
  120. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, pp. 320-323. Il 6º Corpo meccanizzato era equipaggiato con oltre 200 mezzi corazzati.
  121. ^ A. Samsonov, Stalingrado, fronte russo, p. 382.
  122. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 23-24. Il 4º Corpo meccanizzato, su decisione dello Stavka, venne ridenominato per la sua valorosa condotta sul campo, 3º Corpo meccanizzato della Guardia.
  123. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, p. 326.
  124. ^ E. von Manstein, Vittorie perdute, pp. 261-262.
  125. ^ A. Samsonov, Stalingrado, fronte russo, pp. 382-383.
  126. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, p. 326.
  127. ^ A. Samsonov, Stalingrado, fronte russo, pp. 382-383.
  128. ^ A. Samsonov, Stalingrado, fronte russo, pp. 382-383.
  129. ^ A. Samsonov, Stalingrado, fronte russo, p. 383.
  130. ^ Questa vittoria avrebbe guadagnato al 7º Corpo corazzato la denominazione onorifica di 3º Corpo corazzato della Guardia "Kotel'nikovskij".
  131. ^ A. Samsonov, Stalingrado, fronte russo, pp. 383-384.
  132. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 331.
  133. ^ Y. Buffetaut, Objectif Kharkov!, p. 25.
  134. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 327-330.
  135. ^ D. Irving La guerra di Hitler, pp. 651-654.
  136. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 331-332.
  137. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 332.
  138. ^ P. Carell Terra bruciata, pp. 135-159.
  139. ^ AA.VV. Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1173-1180.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • (FR) Yves Buffetaut, Objectif Kharkov!, Histoire&Collections, 1997.
  • Paul Carell, Operazione Barbarossa, RCS Libri, 2000.
  • Paul Carell, Terra bruciata, RCS Libri, 2000.
  • Alfio Caruso, Noi moriamo a Stalingrado, Longanesi, 2006.
  • Alan Clark, Barbarossa, Garzanti, 1966.
  • (EN) John Erickson, The road to Berlin, Cassell, 2003.
  • (EN) Glantz David; House, Jonathan;, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, Lawrence, University press of Kansas, 2014, ISBN 978-0-7006-1955-9.
  • Walter Görlitz/Friedrich Paulus, Stalingrado, Garzanti, 1964.
  • Helmut Heiber, I verbali di Hitler, LEG, 2009.
  • David Irving, La guerra di Hitler, Edizioni Settimo Sigillo, 2001.
  • Alexander Kluge, Organizzazione di una disfatta, Rizzoli, 1967
  • Aleksandr M. Samsonov, Stalingrado fronte russo, Garzanti, 1961
  • Giorgio Scotoni, L'Armata Rossa e la disfatta italiana (1942-43), Casa editrice Panorama, 2007.

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