Operazione Tempesta Invernale

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Operazione Tempesta Invernale
Il piano della controffensiva tedesca (Operazione Tempesta invernale).
Il piano della controffensiva tedesca (Operazione Tempesta invernale).
Data 12 dicembre 1942 - 29 dicembre 1942
Luogo regione del Don e di Kotelnikovo, Unione Sovietica
Esito vittoria sovietica
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
124.000 uomini (settore del Čir e di Kotelnikovo), 650 carri armati (48º Panzerkorps e 57º Panzerkorps), circa 500 aerei[1] 115.000 uomini, 330 carri armati e 220 aerei[1] saliti a 149.000 e 635 carri armati[2]
Perdite
dati non disponibili dati non disponibili
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Operazione Tempesta invernale (Unternehmen Wintergewitter) era il nome in codice assegnato dai tedeschi alla controffensiva sferrata a partire dal 12 dicembre 1942 dal Gruppo d'Armate del Don, al comando del feldmaresciallo Erich von Manstein, durante la battaglia di Stalingrado, per cercare di venire in soccorso della 6ª Armata, accerchiata in una grande sacca tra il Don e il Volga fin dal 24 novembre 1942, sbloccare le truppe accerchiate e riguadagnare il terreno perduto.

Dopo un iniziale successo, l'attacco, giunto fino a circa 50 km dal perimetro della sacca di Stalingrado, si concluse con un fallimento alla fine dell'anno a causa dell'insufficienza dei mezzi a disposizione dei tedeschi, dell'afflusso di potenti riserve sovietiche e degli sviluppi catastrofici per l'Asse della situazione generale nel teatro meridionale del fronte orientale dopo lo sfondamento sovietico nell'area del Medio Don (Operazione Piccolo Saturno).

Situazione strategica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Stalingrado e operazione Urano.

Le decisioni di Hitler[modifica | modifica sorgente]

« Abbiamo pensato ad una nuova via d'uscita...ne discuteremo personalmente domani »
(Risposta di Adolf Hitler al generale Kurt Zeitzler durante una discussione telefonica del 23 novembre 1942 riguardo la situazione a Stalingrado[3])

La decisione di Adolf Hitler di rifiutare libertà d'azione al comandante della 6ª Armata, generale Friedrich Paulus, e di imporre di mantenere il fronte sul Volga, organizzare una difesa in tutte le direzioni e attendere aiuto dall'esterno era maturata ancor prima dell'effettivo verificarsi dell'accerchiamento; già il pomeriggio del 21 novembre infatti il Führer aveva ordinato al generale Maximilian von Weichs (comandante del Gruppo d'armate B) e a Paulus di rimanere sulle posizioni "nonostante il pericolo di un temporaneo accerchiamento"[4].

Il giorno precedente aveva avuto un primo colloquio al Obersalzberg di Berchtesgaden dove al momento risiedeva, con il generale Hans Jeschonnek, capo di SM della Luftwaffe, che forse diede incautamente qualche assicurazione sulla fattibilità di un ponte aereo per rifornire le truppe eventualmente accerchiate. Sempre il 21 novembre Hitler richiamò anche dal fronte di Leningrado il prestigioso feldmaresciallo Erich von Manstein per assegnargli il comando di un nuovo Gruppo d'Armate del Don con l'incarico di ristabilire la situazione nell'area Don-Volga (il che prova che Hitler lungi dal pensare a una ritirata contava di ribaltare rapidamente la situazione e ottenere un nuovo successo)[5].

Sempre il 21 novembre Hitler ebbe un colloquio telefonico con Hermann Göring che il giorno dopo si recò personalmente all'Obersalzberg e verosimilmente in queste occasioni il Reichmarshall, con la sua consueta leggerezza, diede ulteriori assicurazioni al Führer sulla fattibilità del ponte aereo. Il 23 novembre, il giorno della chiusura della sacca, Hitler ripartì in treno dall'Obersalzberg per ritornare al suo Quartier generale di Rastenburg in Prussia Orientale; durante il viaggio mantenne contatti telefonici con il generale Kurt Zeitzler, capo di SM Generale dell'Esercito tedesco, confermando la decisione di impedire una ritirata immediata della 6ª Armata e di mantenere le posizioni, organizzando una ampia difesa circolare che comprendesse alcuni aeroporti, principalmente quelli di Gumrak e Pitomnik, utili per un ponte aereo[6].

Nonostante i ripetuti appelli del generale Paulus, sostenuti anche dal comandante del Gruppo d'armate B, generale von Weichs, ed anche dal generale Wolfram von Richthofen, il comandante della 4ª Luftflotte che manifestò forti dubbi sulla fattibilità di un rifornimento prolungato delle truppe per via aerea[7], Hitler rimase irremovibile. Giunto a Rastenburg il 24 novembre sera, il Führer prese la decisione definitiva, dopo un nuovo contrasto con il generale Zeitzler, e diramò alla 6ª Armata il suo "Ordine tassativo" (Führerbefehl) in cui riconfermava la decisione di non abbandonare Stalingrado e il fronte sul Volga, di organizzare una grande sacca difensiva a 360 gradi, di organizzare un ponte aereo per assicurare rifornimenti adeguati, di costituire un nuovo raggruppamento strategico con l'afflusso di riserve, per organizzare una controffensiva e liberare le truppe accerchiate[8].

Il generale Paulus, dopo alcuni contrasti con i suoi subordinati (specialmente il generale Walther von Seydlitz-Kurzbach) decise di ubbidire agli ordini di Hitler; la 6ª Armata quindi si seppellì in una grande sacca (Kessel - calderone - per i soldati tedeschi; Festung Stalingrad, "Fortezza Stalingrado", secondo la enfatica denominazione hitleriana) di circa 160 km di circonferenza, organizzando una precaria difesa in tutte le direzioni, contando sui rifornimenti aerei e attendendo il soccorso dall'esterno[9].

Il kessel di Stalingrado[modifica | modifica sorgente]

Le truppe accerchiate ammontavano a 5 corpi d'Armata (14º Panzerkorps, 4º, 8º, 11º e 51º Corpo d'Armata), 20 divisioni tedesche, di cui tre corazzate - 14. Panzer-Division, 16. Panzer-Division, e 24. Panzer-Division, tre motorizzate - 3ª, 29ª e 60ª, quattordici di fanteria - 44ª, 71ª, 76ª, 79ª, 94ª, 100ª jäger, 113ª, 295ª, 297ª, 305ª, 371ª, 376ª, 384ª, 389ª Divisione fanteria. Nella sacca erano rimaste bloccate anche due divisioni rumene (1ª Divisione cavalleria e 20ª Divisione fanteria), un reggimento croato e alcune decine di italiani (reparti autieri del 127° e 248° autoreparto[10]), oltre a numerosi reparti logistici, di artiglieria pesante campale e contraerea (9ª Divisione FlaK del generale Pickert), del genio e battaglioni di pionieri d'assalto. Un totale variabile, secondo le fonti, tra i 250.000 e i 330.000 soldati[11][12].

La decisione di Hitler era motivata principalmente da ragioni di prestigio, dopo le ripetute assicurazioni di vittoria manifestate pubblicamente dal Führer in persona, ma anche da considerazioni di strategia. In particolare veniva considerata dubbia la fattibilità di una ritirata organizzata nel clima russo da parte del gran numero di truppe e materiali accerchiati e veniva considerato indispensabile, in vista di future operazioni e anche per salvaguardare le comunicazioni con il raggruppamento tedesco avventuratosi nel Caucaso, il mantenimento delle posizioni sul Volga[13].

Inoltre i precedenti rifornimenti aerei della sacca di Demjansk e della sacca di Cholm nell'inverno 1941-42 (coronati da pieno successo) davano speranza di poter sostenere e rifornire per un periodo indefinito le truppe accerchiate, anche se numericamente di consistenza tripla rispetto all'esperienza di Demjansk, in attesa di un soccorso dall'esterno in cui la consueta superiorità delle Panzer-Division tedesche (opportunamente richiamate da altri fronti) avrebbe potuto nuovamente rifulgere[14]. Queste concezioni non erano manifestate solo da Hitler ma anche da molti esperti generali dell'OKW, dell'OKH (come si evidenzia dalle annotazioni presenti nel Diario di Guerra del OKW[15]) e soprattutto dallo stesso feldmaresciallo Erich von Manstein che, giunto al suo Quartier generale tattico di Novocerkassk il 26 novembre, manifestò inizialmente ottimismo e supportò la decisione di Hitler di mantenere la 6ª Armata nella sacca di Stalingrado[16].

L'ottimismo del feldmaresciallo von Manstein, svanito molto presto di fronte alle oggettive difficoltà della situazione, si basava probabilmente su una errata comprensione della potenza delle forze sovietiche, delle difficoltà del ponte aereo, dei problemi posti dal terreno e dal clima e anche della difficoltà di organizzare in tempo utile la prevista controffensiva di salvataggio con le forze necessarie, pur inizialmente generosamente promesse da Hitler[17].

La controffensiva tedesca[modifica | modifica sorgente]

Piani e preparativi[modifica | modifica sorgente]

Il feldmaresciallo Erich von Manstein ed il generale Hermann Hoth al Quartier generale del Gruppo d'Armate del Don prima dell'inizio dell'Operazione per tentare di salvare la VI Armata

Il nuovo Gruppo d'armate del Don era costituito inizialmente solo dagli sparuti resti delle forze tedesco-rumene e dei comandi di retrovia travolti dall'offensiva sovietica del 19 novembre, fortunosamente riorganizzati in kampfgruppen improvvisati grazie alla abilità tattica del generale Walther Wenck, nominato capo di stato maggiore dei resti della 3ª Armata rumena[18]. Le truppe di rinforzo promesse da Hitler, quattro Panzer-Division, una divisione da montagna, quattro divisioni di fanteria e tre divisioni campali della Luftwaffe, arrivarono con grande lentezza e inoltre dovettero essere impiegate in parte per contenere la ulteriore avanzata sovietica[19].

In particolare la eccellente 11. Panzer-Division al comando del generale Hermann Balck, dotata di quasi 100 carri armati[20] e proveniente dal settore centrale del fronte, si esaurì per settimane nei logoranti scontri sulla linea del fiume Čir per respingere i ripetuti attacchi sovietici in quel settore sferrati dalla 5ª Armata corazzata del generale P.L.Romanenko e dalla nuova 5ª Armata d'assalto del generale M.M.Popov che, pur fallendo con dure perdite, impedirono il suo impiego per la prevista controffensiva di salvataggio[21].

Il piano del feldmaresciallo von Manstein ("Operazione Tempesta invernale") infatti inizialmente prevedeva una controffensiva a due punte con il 48º Panzerkorps del generale Otto von Knobelsdorff che, ricostituito dopo le sconfitte dell'Operazione Urano intorno alla 11. Panzer-Division, avrebbe attaccato dalla testa di ponte sul fiume Čir di Nižne Čirskaja direttamente verso est; e con il 57º Panzerkorps del generale Friderich Kirchner che, richiamato dal Caucaso e costituito con la 23. Panzer-Division - circa 70 carri - e la molto più potente 6. Panzer-Division - con 160 panzer ultimo modello[22] - proveniente dalla Francia, sarebbe passato all'offensiva dalla regione di Kotelnikovo in direzione nord verso la sacca[23]. I contrattempi sul fronte del Čir, i ritardi nell'arrivo dei rinforzi promessi e la loro incompletezza costrinsero il feldmaresciallo von Manstein a rinviare l'inizio della sua offensiva con conseguente ulteriore logoramento delle truppe accerchiate - a causa del fallimento del ponte aereo - e rafforzamento delle difese sovietiche; il comandante del Gruppo d'armate del Don inoltre dovette modificare i suoi piani, cancellando l'attacco sul Čir e concentrando la spinta offensiva sul solo raggruppamento del generale Hermann Hoth schierato nell'area di Kotelnikovo (57º Panzerkorps del generale Kirchner). L'attacco ebbe inizio solo il 12 dicembre[24].

Durante questo lungo periodo preparatorio, anche nel campo sovietico si era verificata una complessa discussione strategico-operativa tra Stalin, il capo di Stato maggiore, generale Aleksandr Vasilevskij e i principali generali sul campo riguardo agli ulteriori sviluppi dell'offensiva e alle possibili risposte tedesche. La pianificazione originale di Stalin e dell'Alto comando prevedeva una immediata distruzione delle truppe tedesche accerchiate da parte delle forze dei fronti del generale Konstantin Rokossovskij e del generale Andrej Erëmenko e una prosecuzione verso ovest dell'avanzata del fronte del generale Nikolaj Vatutin per allontanare ancor di più il fronte tedesco principale dalle truppe accerchiate nella sacca di Stalingrado. Ottenuti questi risultati sarebbe scattata la nuova gigantesca Operazione Saturno con obiettivo Rostov e quindi l'isolamento e la distruzione del Gruppo d'Armate del Don e del Gruppo d'armate A(rimasto nel Caucaso su ordine di Hitler), passato al comando del generale Ewald von Kleist[25].

Le Panzer-Division tedesche durante il tentativo di avvicinamento alla sacca di Stalingrado

Questi piani erano chiaramente troppo ottimistici e sottovalutavano ancora una volta l'abilità e la potenza dell'Esercito tedesco; non solo i tedeschi riuscirono a frenare l'avanzata sovietica sia verso Kotelnikovo sia oltre il fiume Čir grazie all'abilità tattica dei reparti e all'afflusso dei primi rinforzi, ma soprattutto la 6ª Armata circondata nel kessel mantenne il morale alto (sperando nelle assicurazioni del Führer) e una notevole capacità combattiva; quindi respinse tutti gli attacchi sovietici nei primi giorni di dicembre e mantenne saldamente le sue posizioni nonostante le prime difficoltà derivanti dalle enormi carenze del ponte aereo e dal peggioramento del clima[26].

Di conseguenza Stalin ed il generale Vasilevskij dovettero modificare profondamente i loro piani: i tentativi di schiacciare la sacca furono abbandonati e le truppe del fronte del generale Rokossovskij e di parte del fronte del generale Erëmenko rimasero impegnate a bloccare saldamente le forze di Paulus ed a impedire sortite; il piano Saturno venne rinviato; mentre venne potenziato lo schieramento sul Čir e sul fiume Aksaj, dato che erano ormai evidenti i primi segni di un tentativo controffensivo tedesco in direzione delle truppe accerchiate[27].

In questa fase le discussioni più importanti nell'Alto comando sovietico verterono principalmente sull'impiego della potente 2ª Armata della Guardia di riserva (inizialmente previsto nell'Operazione Saturno ma ora ipotizzato anche sul fronte della sacca) e sul prevedibile settore di attacco dei tedeschi[28]. A questo riguardo i tedeschi sferrando l'attacco principale nella regione di Kotelnikovo (sul fiume Aksaj) ottennero un certo effetto di sorpresa dato che, con l'eccezione del generale Erëmenko, Stalin e altri generali temevano maggiormente una minaccia sul fiume Čir, più vicino alla sacca di Stalingrado[29].

Di conseguenza l'attacco del 12 dicembre del raggruppamento del generale Hoth (35.000 uomini e circa 300 carri armati) colse di sorpresa le modeste forze del fronte del generale Erëmenko schierate nel settore dell'Aksaj (35.000 uomini e 77 carri armati) e sconvolse anche tutta la pianificazione dello Stavka e di Stalin[30].

Fallimento del contrattacco tedesco[modifica | modifica sorgente]

La controffensiva tedesca, guidata dalle due Panzer-Division del 57º Panzerkorps del generale Kirchner, iniziò con successo: i carri armati attraversarono facilmente il fiume Aksaj, respinsero le deboli forze sovietiche e nella serata del 12 dicembre la potente 6. Panzer-Division del generale Erhard Raus raggiunse l'importante cittadina di Verchne Kumskij. Anche la 23. Panzer-Division, operando più a est, fece buoni progressi. Fin dal giorno successivo (13 dicembre), tuttavia, la 6. Panzer-Division venne violentemente contrattaccata dal 4º Corpo meccanizzato sovietico (con quasi 140 carri armati), proveniente dalle riserve che il generale Erëmenko, giustamente allarmato, aveva prontamente dirottato verso il fiume Aksaj[31].

Il generale Rodion Jakovlevič Malinovskij, comandante della 2. Armata della Guardia

Per tre giorni si succedettero attacchi e contrattacchi intorno a Verchne Kumskij che bloccarono momentaneamente l'avanzata tedesca e logorarono le forze impegnate nella controffensiva, trasformando la prevista rapidissima puntata corazzata verso la sacca di Stalingrado in una faticosa progressione verso nord, lenta e costosa in uomini e mezzi[32]. I contrattacchi russi vennero alla fine respinti ma a costo di forti perdite e grazie anche all'intervento di una terza divisione corazzata (la 17. Panzer-Division, proveniente dal Gruppo d'armate Centro, con circa 50 carri armati) a partire dal 17 dicembre. Nei giorni successivi le forze corazzate tedesche, rallentate sempre dalla tenace resistenza sovietica e anche dalle intemperie climatiche, proseguirono ancora in direzione della sacca: il 20 dicembre raggiunsero il fiume Myskova e costituirono teste di ponte sulla riva settentrionale a Nizhne Kumskij e a Vasilevka: le esauste avanguardie corazzate della 6. Panzer-Division (kampfgruppe von Hünersdorff al comando dell'abile oberst Walther von Hünersdorff) erano giunte ora a circa 50 km dal perimetro della sacca (le cui luci erano visibili all'orizzonte), ma la via non era libera, le riserve sovietiche erano arrivate sul posto e impedivano ogni ulteriore avanzata tedesca[33].

In realtà la situazione generale sul teatro meridionale del fronte orientale ormai stava precipitando per i tedeschi: fin dal 16 dicembre era iniziata l'offensiva sovietica sul Medio Don (Operazione Piccolo Saturno) che avrebbe provocato in pochi giorni il crollo delle difese dell'Asse e l'irruzione dei corpi meccanizzati sovietici in profondità minacciando le retrovie del raggruppamento del feldmaresciallo von Manstein impegnato nel tentativo di salvare la 6ª Armata. Inoltre Stalin ed il generale Vasilevskij, peraltro dopo grossi disaccordi iniziali[34], avevano deciso di dirottare potenti riserve sul fronte dell'Aksaj e della Myskova per bloccare l'attacco tedesco e passare quindi all'offensiva.

La potente 2ª Armata della Guardia del generale Rodion Malinovskij, costituita da due corpi di fucilieri (1º Corpo della Guardia e 13º Corpo) e dal 2º Corpo meccanizzato della Guardia del generale Sviridov, venne fatta affluire d'urgenza, ed inoltre il 7º Corpo corazzato del generale Pavel Rotmistrov, impegnato nella testa di ponte di Nižne Čirskaja alle dipendenze della 5ª Armata d'assalto del generale Markian M. Popov, venne trasferito a sud del Don e aggregato alle forze del generale Malinovskij insieme al 6º Corpo meccanizzato del generale Sëmen Bogdanov. Infine il 4º Corpo meccanizzato e il 13º Corpo meccanizzato, duramente impegnati nei giorni precedenti, vennero raggruppati sul fianco sinistro alle dipendenze della 51ª Armata[35].

Fin dal 19 dicembre il feldmaresciallo von Manstein comprese che la controffensiva del generale Hoth era destinata al fallimento e pertanto fece pressioni su Hitler per autorizzare una sortita generale delle forze ancora efficienti della 6ª Armata accerchiata in direzione delle truppe tedesche sulla Myskova (cosiddetta "operazione Colpo di Tuono", Donnerschlag ). Questa ipotesi, forse considerata anche da von Manstein con scetticismo e inutile ai fini di una solida ricostituzione del fronte tedesco a causa dell'inutilizzabilità delle residue truppe tedesche che sarebbero sopravvissute, senza mezzi, ad una sortita allo scoperto in inverno, venne avversata da Hitler (che allegò le insufficienti disponibilità di carburante della 6ª Armata) convinto di poter sferrare un seconda controffensiva a febbraio 1943 con l'afflusso di due Panzer-Division Waffen-SS a pieno organico dalla Francia (prevista "operazione Dietrich"), ed anche dal generale Paulus, timoroso di un fallimento e comprensibilmente restio a prendere una simile responsabilità senza ordini diretti dei comandi superiori[36].

Infuriarono lunghe discussioni tra Hitler, von Manstein e Paulus (per telescrivente) che non portarono ad alcuna decisione definitiva[37]; il 23 dicembre era ormai troppo tardi: la catastrofe sul fronte del Don contringeva il feldmaresciallo von Manstein a ritirare dal fronte della Myskova l'ancora solida 6. Panzer-Division e a dirottarla in aiuto della 11. Panzer-Division per frenare i corpi corazzati sovietici che stavano minacciando le retrovie tedesche ed i campi di aviazione che rifornivano la sacca. Di conseguenza le residue forze tedesche del generale Hoth passarono sulla difensiva e, minacciate dal nuovo e poderoso concentramento sovietico sulla Myskova, rischiavano di essere ributtate indietro lontano dal kessel di Stalingrado[38].

Sconfitta e ritirata tedesca[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi offensiva Ostrogorzk-Rossoš, offensiva Voronež-Kastornoe e operazione Anello.
Il generale Pavel Rotmistrov, comandante del 7º Corpo corazzato sovietico, in piedi di fianco ad un carro armato T-34

Controffensiva sovietica[modifica | modifica sorgente]

Il 25 dicembre il potente raggruppamento sovietico coordinato personalmente dal generale Vasilevskij, radunato sulla Myskova per contrastare le forze del generale Hoth (ormai indebolite e ridotte alle sole 17. e 23. Panzer-Division con circa 60 carri armati[39]) sferrava la sua offensiva generale che, entro la fine dell'anno, avrebbe completato la sconfitta tedesca, il fallimento del tentativo di salvataggio della 6ª Armata e il destino delle truppe tedesche accerchiate[40]. Le forze ammassate da Stalin e Vasilevskij erano ora nettamente superiori: quasi 150.000 soldati scelti e 635 carri armati, divisi in tre armate del Fronte di Stalingrado del generale Erëmenko (5ª Armata d'assalto, 51ª Armata e soprattutto la potente 2ª Armata della Guardia). Le forze sovietiche disponevano di un corpo corazzato - il 7º Corpo corazzato -, quattro corpi meccanizzati - 2º e 3º Corpo meccanizzato della Guardia, 6º e 13º Corpo meccanizzato - e due corpi di cavalleria - 3º Corpo di cavalleria della Guardia e 4º Corpo di cavalleria[41].

Il raggruppamento tedesco venne attaccato frontalmente dal 7º Corpo corazzato del generale Rotmistrov e dal 6º Corpo meccanizzato del generale Bogdanov, e minacciato d'aggiramento sul fianco destro in direzione del fiume Sal dal 3º Corpo meccanizzato della Guardia del generale Volskij[42] e dal 13º Corpo meccanizzato del generale Tanascicin. La sproporzione di forze era grande, e quindi i tedeschi vennero respinti indietro e i russi forzarono il fiume Aksaj già il 27 dicembre. Il raggruppamento del generale Malinovskij (comandante della 2ª Armata della Guardia) proseguì in direzione di Kotelnikovo, che venne liberata con una abile manovra dal 7º Corpo corazzato del generale Rotmistrov il 29 dicembre[43], di Zavietnoie sul fianco destro tedesco ed anche a nord del Don (conquista di Tormošin il 31 dicembre da parte del 2º Corpo meccanizzato della Guardia)[44].

Conseguenze strategiche[modifica | modifica sorgente]

Il 30 dicembre Hitler fu costretto ad ammettere la sconfitta: le speranze di salvare la 6ª Armata erano definitivamente svanite e, inoltre, in mancanza di rinforzi lo stesso raggruppamento del generale Hoth rischiava di essere sopraffatto scoprendo la via di Rostov a sud del Don e mettendo quindi in pericolo le comunicazioni del Gruppo d'armate A sempre fermo nel Caucaso. Dopo lunghe discussioni, il generale Zeitzler riuscì a strappare al Führer l'autorizzazione a sottrarre forze mobili dal raggruppamento del generale von Kleist per rinforzare Hoth, ed anche a iniziare la ritirata (da effettuare metodicamente e salvando il massimo dei materiali) dell'intero Gruppo d'armate nel Caucaso[45].

Per molte settimane il feldmaresciallo von Manstein avrebbe dovuto frenare l'offensiva sovietica sia a nord del Don (con la 6. Panzer-Division e la 11. Panzer-Division, rinforzate dall'arrivo dalla Francia della 7. Panzer-Division) sia a sud del grande fiume con i resti delle forze di Hoth e con la 5. divisione Waffen-SS 'Wiking' e la 3. Panzer-Division ritirate immediatamente dal Caucaso, per permettere al Gruppo d'armate A di ripiegare ordinatamente e porsi in salvo attraverso Rostov[46]. Nella prima settimana di febbraio 1943 Il feldmaresciallo sarebbe riuscito nell'impresa ma nel frattempo la situazione nel settore meridionale del fronte orientale era mutata per sempre: la 6ª Armata aveva cessato la resistenza il 2 febbraio 1943 dopo un'ultima sanguinosa battaglia invernale e i sovietici avevano proseguito la loro offensiva estendendola ancora e ottenendo nuove importanti vittorie lungo l'Alto Don (offensiva Ostrogorzk-Rossoš) e nella regione di Voronež (offensiva Voronež-Kastornoe)[47].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b G.Scotoni, L'Armata Rossa e la disfatta italiana, p. 233.
  2. ^ J.Erickson, The road to Berlin, p. 23.
  3. ^ D. Irving, La guerra di Hitler, p. 639.
  4. ^ D. Irving, La guerra di Hitler, pp. 638-639.
  5. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1031 e 1034.
  6. ^ D.Irving, La guerra di Hitler, pp. 639-640.
  7. ^ F.Paulus/W.Görlitz, Stalingrado, pp. 268-269.
  8. ^ E.Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. IV, p. 279.
  9. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 3-4.
  10. ^ A.Caruso, Noi moriamo a Stalingrado, p. 7.
  11. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 2-4.
  12. ^ A.Beevor, Stalingrado, pp. 473-478.
  13. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1131 e 1139.
  14. ^ AA.VV., Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. IV, pp. 279-281.
  15. ^ D.Irving La guerra di Hitler, pp. 640-641.
  16. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1134-1136.
  17. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1136-1140
  18. ^ P.Carell, Operazione Barbarossa, pp. 714-717.
  19. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1140-1144.
  20. ^ Le fonti non concordano sulle reali forze corazzate della 11. Panzer-Division; in H.Heiber (a cura di) I verbali di Hitler, volume I, p. 132, si parla di 75 carri armati disponibili, scesi a 47 già a metà dicembre 1942.
  21. ^ Y.Buffetaut, Objectif Kharkov!, pp. 12-13.
  22. ^ E.Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. IV, pp. 283-284; in H.Heiber (a cura di) I verbali di Hitler, volume I, p. 131 , la 23. Panzer-Division viene data a 96 carri armati e la 6. Panzer-Division a 138.
  23. ^ AA.VV., Germany and the second world war, pp. 1141-1143.
  24. ^ AA.VV., Germany and the second world war, pp. 1143-1145.
  25. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 5-7.
  26. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 4-8.
  27. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 8-10.
  28. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 8-9.
  29. ^ J.Erickson, The road to Berlin, p. 11.
  30. ^ G.Scotoni, L'Armata Rossa e la disfatta italiana, pp. 224-225 e 233.
  31. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 11-12.
  32. ^ AA.VV., Germany and the second world war, pp. 1145-1146.
  33. ^ P.Carell, Operazione Barbarossa, pp. 720-721. Secondo F.Kurowski in: Panzer aces, pp. 41-46, le forze della 6. Panzer-Division sarebbero scese a 51 carri armati operativi il 19 dicembre e addirittura a 24 panzer il 24 dicembre, risaliti a 41 alla fine dell'anno.
  34. ^ J.Erickson, The road to Berlin, p. 12.
  35. ^ J.Erickson, The road to Berlin, p. 13.
  36. ^ AA.VV., Germany and the second world war, pp. 1147-1154.
  37. ^ P.Carell, Operazione Barbarossa, pp. 724-728.
  38. ^ J.Erickson The road ot Berlin, pp. 22-23.
  39. ^ E.Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. IV, p. 290.
  40. ^ G.Scotoni L'Armata Rossa e la disfatta italiana, p. 230.
  41. ^ G.Scotoni, L'Armata Rossa e la disfatta italiana, pp. 220 e 230.
  42. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 23-24. Il 4º Corpo meccanizzato era stato, su deciisone dello Stavka, ridenominato per la sua valorosa condotta sul campo, 3º Corpo meccanizzato della Guardia.
  43. ^ Questa vittoria avrebbe guadagnato al 7º Corpo corazzato la denominazione onorifica di 3º Corpo corazzato della Guardia "Kotelnikoskij".
  44. ^ G.Scotoni L'Armata Rossa e la disfatta italiana, pp. 230-231.
  45. ^ D.Irving La guerra di Hitler, pp. 651-654.
  46. ^ P.Carell Terra bruciata, pp. 135-159.
  47. ^ AA.VV. Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1173-1180.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • AA. VV., Germany and the Second World War, Volume VI: the global war, Oxford press, 1991.
  • Eddy Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, Mondadori, 1971.
  • Antony Beevor, Stalingrado, Milano, Rizzoli, 1998.
  • Yves Buffetaut, Objectif Kharkov!, Histoire&Collections, 1997.
  • Paul Carell, Operazione Barbarossa, RCS Libri, 2000.
  • Paul Carell, Terra bruciata, RCS Libri, 2000.
  • Alfio Caruso, Noi moriamo a Stalingrado, Longanesi, 2006.
  • John Erickson, The road to Berlin, Cassell, 2003.
  • Walter Görlitz/Friedrich Paulus, Stalingrado, Garzanti, 1964.
  • Helmut Heiber, I verbali di Hitler, LEG, 2009.
  • David Irving, La guerra di Hitler, Edizioni Settimo Sigillo, 2001.
  • Giorgio Scotoni, L'Armata Rossa e la disfatta italiana (1942-43), Casa editrice Panorama, 2007.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]