Arte informale

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Categoria:Storia dell'arte
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L’arte informale è, più o meno consapevolmente, la risposta artistica che l'Europa dà alla profonda crisi morale, politica e ideologica conseguente agli orrori messi in luce dalla seconda guerra mondiale. Per sua stessa natura non è un movimento artistico omogeneo e in esso, pertanto, si raccolgono tendenze tra le più svariate e, a volte, anche contrapposte. Sviluppatosi nel decennio tra gli anni cinquanta e sessanta, l'Informale si pone in forte polemica con tutto ciò che, in qualche modo, può essere riconducibile ad una forma, sia essa figurativa o anche puramente astratta. L'Informale, dunque, nega in modo esplicito ogni forma e con essa la conoscenza razionale che ne deriva.

Il concetto di "informale" racchiude in se' il disagio intrinseco nei superstiti della seconda guerra mondiale, formato da una perdita di fiducia nella razionalità, nel dialogo e in ogni forma di conoscenza, che si concretizza nel rifiuto di qualsiasi forma logica all'interno di un contesto artistico. Da ciò deriva l'abitudine di dipingere seguendo procedimenti strettamente pittorici e senza studi o strutture preliminari, ma soprattutto il tentativo di concretizzazione del processo creativo. Si tratta di una corrente artistica il cui fulcro è rappresentato dal concetto di "azione", legato a quello di "libertà" e di "incontrollata espressione del se'". All'interno del movimento possono individuarsi varie matrici, che traggono soprattutto origine dal movimento Dada, dall'Espressionismo e dal Surrealismo. Da questo esplosivo miscuglio delle principali tematiche delle avanguardie storiche scaturisce una concezione dell'arte ironica e provocatoria, costantemente tesa a negare qualsiasi valore ad ogni attività che presupponga il filtro della ragione. Passioni, tensioni e disagi devono pertanto essere espressi nel modo più libero, spontaneo e violento possibile, al di fuori di qualsiasi schema precostituito e contro ogni regola normalmente accettata.

L'evento artistico, svuotato da qualsiasi residuo valore formale, si esaurisce pertanto con l'atto stesso della creazione. In questo nuovo contesto assumono fondamentale importanza i materiali impiegati. Essi non sono più un semplice mezzo del quale l'artista fa uso al fine di esprimere le proprie idee ma, al contrario, diventano i veri protagonisti dell'opera d'arte. Superfici rugose e butterate, ad esempio, richiameranno alla mente sensazioni di spiacevolezza o di conflitto, mentre superfici morbide e levigate indurranno più facilmente alla dolcezza e alla serenità.

Nell'uno e nell'altro caso le due componenti fondamentali dell'informale si precisano nel gesto e nella materia. Il primo viene fortemente enfatizzato, come già aveva fatto il Dada, in quanto lo si ritiene unico momento veramente creativo. Arte non è dunque la pittura eseguita ma l'atto di eseguirla. E se arte è eseguire un gesto, il valore artistico sta nel gesto stesso, non più nel prodotto di quel gesto. Ecco allora che il gesto può essere un gesto qualsiasi, non necessariamente un gesto pittorico. Può essere un gesto simbolico, ad esempio, come quello di tagliare una tela, o un gesto di provocazione, come quello di apporre la propria firma (una firma d'artista!) sul corpo nudo di una modella o, ancora, un gesto di protesta, come quello di realizzare macchie più o meno informi.

La materia, infine, si trova improvvisamente in primo piano. È nella sua scelta e in quella di tutti i possibili accostamenti tra materie diverse che l'artista manifesta la propria energia creativa. Un ruvido sacco, un lucido rottame d'acciaio, un morbido pezzo di gomma, una fredda luce al neon, una tagliente scheggia di vetro, altro non sono che altrettanti atti artistici. In questo senso l'arte diventa soprattutto scelta e questa nuova visione ne allarga il campo praticamente all'infinito. Tutto, allora, può diventare arte, così come è possibile che nulla effettivamente lo sia.

La pittura materica consiste nella distribuzione di spessi strati di colore sovrapposti, come facevano gli artisti Jean Fautrier e Wols (Wolfgang Schulze) nelle loro opere; oppure veniva concretizzato nella combinazione di diversi tipi di materiali. A partire dagli anni Cinquanta Alberto Burri realizzò numerose opere utilizzando la tecnica della sovrapposizione e della disposizione casuale: i dipini astratti realizzati erano stati creati attraverso l'utilizzo di sacchi di juta, pezzi di plastica in parte bruciati, pezzi di legno e di tela ricoperta da spessi strati di colore. Lo spagnolo Antoni Tàpies diede vita alla sua opera accostando i materiali più diversi (malta, sabbia, gommalacca, pietra, ecc) alla sua tipica pittura ad olio; Riopelle copriva la tela applicando densi strati di colore utilizzando una spatola, fino a coprire completamente la superficie della tela.

L'artista informale, dunque, non è più colui che crea nuovi eventi, ma colui che sa lasciarli accadere, limitandosi magari a favorirne l'attuazione con la spontaneità del caso o la fantasia del sogno. Emblematica in questo senso è la produzione del tedesco Wols (1913-1951), che si avvicina alle tematiche informali fin dagli ultimissimi anni della guerra. Nella tela dal titolo significativo di "Pittura", realizzata nel 1945-1946, troviamo già espresse tutte le principali tematiche dell'Informale. I vortici e le macchie di colore fanno evidente riferimento ad un'impostazione di tipo surrealista. Le esperienze più profonde della psiche emergono con spontanea casualità. La trascrizione delle sensazioni avviene con un automatismo slegato da qualsiasi intento descrittivo. Il disagio esistenziale dell'artista si fa direttamente materia, impastandosi con colori misti a sabbia, e saltando del tutto ogni passaggio di tipo figurativo. L'Informale, comunque, non è un fenomeno circoscritto alla sola Europa. Non solo l'Europa, infatti, era stata coinvolta dalla guerra, e la generazione dei sopravvissuti nutriva, a livello mondiale, lo stesso disagio profondo e la stessa incapacità di comunicare. L'Informale è proprio l'arte dell'incomunicabilità o, se vista da una prospettiva meno pessimista, l'arte del tentativo di comunicare di nuovo.

Molti e interessanti sono dunque i risvolti informali che maturano sia in Giappone, che l'alleanza alla Germania nazista aveva coinvolto in una terribile crisi di valori e d'identità, in modo particolare dopo il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, sia, soprattutto, negli Stati Uniti. Questi ultimi uscivano vittoriosi dalla guerra, ma con la consapevolezza che era necessario ricostruire al più presto un fruttuoso rapporto di dialogo politico, economico e culturale con il Vecchio.

La pittura segnica[modifica | modifica wikitesto]

Nella pittura segnica ciò che acquista valore non è più il segno dell'artista in quanto opera, ma l'impronta calligrafica dell'artista: il pittore traccia un segno distintivo sulla propria tela fino a coprirla parzialmente o interamente. Questa tecnica è certamente più meditata di quella gestuale e di quella materica. Gli artisti utilizzano una scrittura quanto più automatica, tanto che talvolta il segno si identifica con la traccia di un semplice gesto casuale, mentre a volte costituisce un vero e proprio segno distintivo e peculiare dell'artista, come nell'opera di Henri Michaux. Numerosi sono i casi di pittori che traducono questa tecnica come una vera e propria pittura-scrittura: Giuseppe Capogrossi, Gastone Novelli, Carla Accardi, Antonio Sanfilippo e lo statunitense Cy Twombly.

Dubuffet e Fontana[1][modifica | modifica wikitesto]

Un altro artista che sfrutta le diverse potenzialità dei vari materiali è Jean Dubuffet (1901-1985): le sue opere sono caratterizzate dall'uso di spessi strati di colore, fango, terra, sabbia e catrame per poi ottenere una spessa superficie su cui intervenire con l'ultilizzo di ulteriori strumenti. A differenza di altri artisti, l'arte che ci propone Dubuffet è una forma spontanea e ingenua, lontana dall'astratto e vicina ai disegni semplici di un bambino. Con i suoi quadri l'artista ci chiarisce che ciò che conta è il procedimento utilizzato, il valore attribuito al gesto, al segno o alla materia.

Anche la produzione di Lucio Fontana (1899-1968) è classificabile come Arte Informale, in particolare nell'ambito materico e gestuale. L'artista interviene sulla tela monocroma incidendola e creandovi uno o più tagli mediante l'uso di taglierini o punteruoli. Il suo intento è quello di permettere allo spazio esterno di attraversare la tela. Questo movimento artistico è noto come Spazialismo.

L'Action Painting e Pollock[modifica | modifica wikitesto]

"Non v'è dubbio che la presenza degli artisti americani nelle posizioni più avanzate dell'Informale dipenda in gran parte dal fatto che la spinta alla produzione industriale non è stata rallentata o contrastata, negli Stati Uniti, dalla resistenza di una precedente organizzazione artigianale"[2].

L'arte informale americana, legata alle diverse e più pragmatiche tradizioni di quel popolo, si identifica con la cosiddetta Action Painting, che potremmo forse tradurre come "pittura d'azione". Si tratta di una pittura gestuale così detta poiché il suo scopo era quello di lasciare una chiara traccia all'interno dell'opera del movimento e della tecnica utilizzata dall'artista nel comporla. Precoce anticipatrice di alcune tematiche europee, essa si sviluppa nel primo decennio del dopoguerra e per le caratteristiche che assume viene anche definita Espressionismo astratto, in quanto in essa si coniugano la virulenza espressiva e l'assenza di forme immediatamente riconoscibili. La tecnica utilizzata più di frequente è quella del dripping: l'artista fa gocciolare dal pennello il colore direttamente sulla tela in maniera casuale; in questo modo il gesto unico ed irripetibile dell'artista acquistava valore e importanza. Il maggior esponente dell'Action Painting è senza dubbio lo statunitense Jackson Pollock (1912-1956), la cui vita sregolata, stroncata da un incidente d'auto, si riallaccia a quella degli artisti bohémien del pieno Ottocento o dei primi anni del Novecento; ma sono degni di nota anche artisti come Franz Kline, Willem de Kooning e l'italiano Emilio Vedova, autore di opere caratterizzate dalle grandi dimensioni e dalla violenza con cui il colore ha colpito le tele. Dall'unione dell'action painting di Pollock e lo spazialismo di Fontana nasce la corrente artistica denominata Sferismo&Creazionimo. L'artista non è più di fronte all'opera ma muovendosi all'interno di essa, imitando i gesti di Dio Creatore,rappresenta l'atto della creazione.L'artista nell'esecuzione non si preoccupa dell'estetica ma solo dell'esecuzione come se fosse sintonizzato sulle frequenze della creazione. Simboli-archetipi muovendosi nello spazio creano l'immagine viva dell'inizio dell'universo e quanto più questa immagine risulta bella tanto più ci avviciniamo alla VERITA'. L ' estetica ne diventa quindi la cartina di tornasole in quanto la VERITA' è bella ma tutto ciò che è bello non è necessariamente VERO. Anche l'arte oltre la religione e la scienza si occupa della creazione con la corrente artistica Sferismo-creazionismo. L'arte vicina alla religione è servita per illustrare il racconto vicina alla scienza a donarle anima e bellezza. Nella rappresentazione della creazione vive di vita propria in quanto se per il racconto religioso vale l'assunzione a priori dello stato di fede,nella scienza il metodo scientifico, per l'arte vale la BELLEZZA. Ciò che è vero è BELLO.

Pollock, uno dei pochi artisti-mito dell'ultimo dopoguerra, ha una formazione abbastanza irregolare, trascinata di malavoglia tra varie accademie e scuole d'arti applicate americane. Fin dall'inizio risente molto del fascino della pittura popolare messicana e di quella che gli indiani d'America praticavano secondo riti antichissimi a scopo magico-propiziatorio. Nel 1937, neanche trentenne, Pollock è già gravemente affetto dall'alcolismo e deve sottoporsi a varie terapie psicoanalitiche. Proprio nell'ambiente medico e culturale il giovane artista ha modo di conoscere le ultime avanguardie europee, dalle quali rimane immediatamente affascinato. Nel 1947, infine, Pollock mette a punto la tecnica del dripping, consistente nel sopprimere il pennello e sostituirlo con sgocciolature più o meno regolari di colori sintetici puri su tele o cartoni distesi al suolo. In questo modo si ottengono risultati quasi assolutamente casuali, generando grovigli filamentosi di colore che si sovrappongono gli uni agli altri in un caotico intreccio di schizzi, gocce e colature, come ben si vede in "Foresta Incantata", dove tecnica e soggetto si amalgamano in un'unica ragnatela di segni. Scrive Pollock: "Io dipingo per terra ma non è una cosa anomala. Gli orientali lo facevano. Il colore che uso quasi sempre è liquido e molto fluido. Utilizzo i pennelli più come bastoni che come veri pennelli. Il pennello non tocca mai la superficie della tela, resta al di sopra".

Nel celebre "Pali Blu", infine, realizzato dall'artista nel 1953, si ha un'idea abbastanza precisa di cosa sia il dripping. Lavorando concitatamente intorno alla tela disposta per terra, Pollock la schizza con batuffoli di cotone, con pennelli da verniciatore e con pezzi di legno; poi vi cola sopra fili sottili di colore che, a seconda del movimento della mano, si distribuiscono o si addensano creando zone di maggiore o minore concentrazione. Quel che ne nasce è un caotico labirinto di segni e colore all'interno del quale è lecito che ciascuno immagini ciò che più desidera o, al contrario, che più teme. I pali blu del titolo corrispondono agli otto segmenti variamente inclinati che percorrono l'intero dipinto. Essi rappresentano gli ultimi elementi geometrici residui, attorno ai quali si addensa il convulso assedio delle sgocciolature variopinte. È il grido disperato della ragione sopraffatta dall'urlo dell'irrazionale. È la testimonianza più tragica dell'intimo tormento di Pollock, l'eterno ribelle che amava ripetere: "ogni buon artista dipinge solo ciò che è". L'artista entra definitivamente nella leggenda nel 1956, quando muore in un incidente stradale.

Acclamato come artista maledetto per eccellenza, come talento giovane, illimitato e autodistruttivo, Pollock può ben collocarsi tra quelle celebrità "ribelli" a lui contemporanee: l'attore James Dean, anch'egli morto vittima di un incidente stradale a ventiquattro anni, e lo scrittore Jack Kerouac, per il quale il ricorso all'alcool diventa sempre più sistematico fino al 1969 quando un attacco di ernia non curata chiude un'esperienza umana che sembra segnata dal riconoscimento del primo e fondamentale principio del buddhismo: che la vita umana è essenzialmente dolore.

Artisti informali[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ L'Arte Informale nel secondo Novecento | L'arte con kigeiblog
  2. ^ C. G. Argan, Salvezza e caduta nell'arte moderna, p. 59

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giulio Carlo Argan, Salvezza e caduta nell'arte moderna (1961), in Salvezza e caduta nell'arte moderna, Milano, Il Saggiatore di Alberto Mondadori, 1964.
  • Umberto Eco, L'Informale come opera aperta, in "Il Verri", V (1961), n. 3, pp. 98-127; riedito col titolo L'opera aperta nelle arti visive, nel vol. Opera aperta. Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee, Milano, Bompiani, 1962; III ed. ivi, pp. 153-209.
  • Renato Barilli, L'informale e altri studi, Milano, Scheiwiller, 1964.
  • Enrico Crispolti, L'informale. Storia e poetica, Roma, Carucci, 1971.
  • Roberto Pasini, L'Informale. Stati Uniti, Europa, Italia, Bologna, Clueb, 1995.
  • Angela Vettese, L'espressionismo astratto americano e L'informale europeo, in Capire l'arte contemporanea dal 1945 ad oggi, Torino, Umberto Allemandi & C., 2006 (ed. aggiornata), pp. 19-49, 50-78.
  • Microsoft Encarta Enciclopedia 2007, Arte, Arte Informale

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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