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Olimpiade d'Epiro

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Olimpiade (in greco antico: Ὀλύμπιας, Olýmpias; 375 a.C. circa – 316 a.C.) è stata una principessa epirota, moglie di Filippo II di Macedonia e madre di Alessandro Magno.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini familiari[modifica | modifica wikitesto]

Nacque con il nome di Myrtale[1], nel 375 a.C. da Neottolemo I re dell'Epiro erede della stirpe di Molosso, a sua volta diretto discendente di Neottolemo e di Andromaca[2][3].

Orfana del padre, il fratello di questi, Aribba, suo successore, a suggello di accordi diplomatici, diede in sposa la nipote ormai sedicenne a Filippo II di cui sarebbe divenuta la terza moglie.

Matrimonio con Filippo e rapporti con i figli[modifica | modifica wikitesto]

Istruita da Aristotele, Olimpiade fu esiliata dal marito nel 357 a.C.; poco dopo, tuttavia, ella fu richiamata a Pella perché incinta. Avrebbe dato due figli: il loro primogenito Alessandro (nato nel 356 a.C.) e Cleopatra.

Nello stesso anno (356 a.C.), Filippo II le impose il nome Olimpiade, con cui è universalmente nota, a seguito della sua vittoria nei giochi olimpici tenuti proprio in quel periodo[1].

Quanto alla nascita del primogenito, cui fu molto legata, si riportano numerose leggende, esposte sinteticamente da Plutarco, secondo cui Olimpiade non avrebbe generato Alessandro da Filippo bensì da Zeus, in forma di serpente o che, in ogni caso, fosse solita praticare riti orfici e dionisiaci tipici delle popolazioni degli Edoni e dei Traci e che nelle processioni portasse grandi serpenti addomesticati[2][4]. Sempre Plutarco ricorda quanto Alessandro fosse solito propagandare tale diceria e che, a tale proposito, Olimpiade protestava: "Quando la smetterà Alessandro di calunniarmi di fronte a Era?"[5].

Se il rapporto con il marito Filippo non fu mai positivo, sia per la poligamia[1] da questi tenuta, sia dai riti dionisiaci, cui Olimpiade era devota, quello con il figlio primogenito fu estremamente profondo: quest'ultimo, infatti, mutuò da lei la spiritualità intrisa di passionalità, la tensione mistica, l'ansia sempre inappagata di spingersi 'oltre'[6]

Ritorno in Epiro e assassinio di Filippo[modifica | modifica wikitesto]

In ogni caso, la situazione famigliare degenerò quando Filippo decise di sposare Euridice, figlia del generale Attalo ed in quanto tale membro della più antica nobiltà macedone.

Al matrimonio, Attalo offese Alessandro il quale prese apertamente le parti della madre e con costei fuggì alla corte dello zio Alessandro I, fratello minore di Olimpiade. Durante la permanenza in Epiro, la regina, dopo aver tentato di indurre il fratello ad impegnarsi in un conflitto con la Macedonia, continuò a capeggiare gli interessi della fazione vicina al figlio per poi negoziare un matrimonio con la figlia di Pissodaro, sovrano di Alicarnasso che irritò non poco Filippo, impegnato nei preparativi della spedizione in Asia[7].

Dopo un anno, Alessandro fu richiamato mentre Olimpiade continuò a risiedere in Epiro finché, nel 336 a.C., al matrimonio tra Alessandro I d'Epiro e Cleopatra, figlia di Olimpiade e Filippo II, il re non fu ucciso da una sua guardia del corpo, Pausania di Orestide.

Tale delitto, certamente premeditato data la presenza di cavalli che avrebbero dovuto permettere la fuga di Pausania[8], vide forse la connivenza di Olimpiade[9][10] come suggerisce apertamente lo storico Diodoro Siculo ricordando che Olimpiade stessa commissionò un monumento in onore di Pausania[11].

Durante il regno di Alessandro[modifica | modifica wikitesto]

Zeus seduce Olimpiade, assunta la forma di un serpente. Affresco di Giulio Romano, Mantova, Palazzo Te.

Alla morte del padre, Alessandro venne acclamato dall'esercito come nuovo re di Macedonia. Olimpiade collaborò con il figlio all'eliminazione dei possibili rivali al trono: furono uccisi circa quindici presunti rivali; Olimpiade costrinse al suicidio la nuova moglie del marito, Euridice, e ne fece eliminare i figli[12][13][14].

Quando le città greche si ribellarono, Olimpiade ebbe contrasti con il figlio per ragioni non chiare tanto che, anche quando, nel 335 a.C., lo aiutò a reprimere la ribellione, Alessandro decise comunque di allontanare dal potere la madre.

Infatti, nei dodici anni in cui Alessandro fu impegnato in Asia fino alla sua morte, il re affidò il governo del regno di Macedonia ad un reggente, Antipatro e, sebbene intrattenesse frequenti rapporti epistolari con la madre, rifiutò di ascoltare i consigli in merito ai propri amici personali, specialmente Efestione, né le permise di interferire nelle competenze di Antipatro.

In ogni caso i rapporti tra la regina madre ed il reggente erano pessimi e assai spesso riportavano ad Alessandro pressanti lamentele sul conto dell'altro e che Alessandro cercava di ignorare sebbene un giorno, dopo aver letto una missiva di Antipatro, particolarmente aspra nei confronti di Olimpiade, esclamasse: "Antipatro non sapeva che una sola lacrima di madre cancella diecimila lettere (come quella)"[15]

Negli ultimi mesi di vita, però, il re cominciò a diffidare dei propri amici[16] e per fare cessare le frizioni continue tra Antipatro e Olimpiade che, spalleggiata dalla figlia Cleopatra, lo aveva esautorato dal governo[17], decise di sostituirlo con Cratero.

La morte di Alessandro, tuttavia, il 10 o l'11 giugno del 323 a.C., in cui, peraltro, la regina sospettava un coinvolgimento di Antipatro (tramite il figlio Iolao, capo dei coppieri di corte)[18], causò un inatteso e profondo cambio di regime che permise ad Antipatro di conservare il proprio potere[19][20].

Dopo la morte del figlio[modifica | modifica wikitesto]

Alla morte di Alessandro, infatti, i suoi generali, anche per via dei dissensi sorti tra la truppa, con l'accordo di Babilonia, nominarono come sovrano, Filippo Arrideo, fratellastro di Alessandro Magno ed, essendo questi debole di mente, elessero come reggente Perdicca[18] per poi dividersi il governo delle diverse satrapie.

Guerra lamiaca[modifica | modifica wikitesto]

Con tale accordo, Antipatro ottenne il controllo completo della Macedonia e della Grecia e pertanto Olimpiade ritenne prudente rifugiarsi in Epiro presso suo cugino Re Eacida (il padre di Pirro). Nel 322 a.C., allo scoppio della Guerra lamiaca, tentò di indurre Eacida ad unirsi alla lega greca contro Antipatro; non avendo successo, indusse Leonnato, dietro la promessa della mano della principessa Cleopatra, sorella di Alessandro Magno ad ostacolare Antipatro.

La vittoria di Antipatro e Cratero sui greci e la morte di Leonnato indussero la regina a cambiare progetti e a volgere la propria attenzione su Perdicca cui fece la stessa promessa fatta a Leonnato per impedire che questi si maritasse con Nicea, figlia di Antipatro. Anche questo progetto, tuttavia, fallì per la morte di Perdicca (321 a.C.) per mano dei suoi stessi ufficiali mentre era intento in una spedizione militare contro Tolomeo che cercava divincolarsi dal potere centrale.

Appoggio a Poliperconte[modifica | modifica wikitesto]

Pertanto Olimpiade fu costretta a restare in Epiro fino alla morte dell'ormai anziano Antipatro, avvenuta nel 319 a.C.. In ogni caso il suo nome contava ancor molto in Macedonia ed il nuovo reggente, Poliperconte, tentò di rafforzare la propria posizione, insidiata da Cassandro, figlio di Antipatro, invitando la regina a tornare a Pella insieme al nipote Alessandro, il figlio di Rossane. Olimpiade, però, seguendo il consiglio di Eumene di Cardia, rimase in Epiro anche se non lesinò appoggi a Poliperconte e allo stesso Eumene[21].

Ritorno in Patria[modifica | modifica wikitesto]

Dopo tre anni di stasi, tuttavia, la regina decise di scendere in campo personalmente, alla testa di un esercito fornitole dal cugino Eacida, contro Cassandro e Filippo Arrideo: l'esercito macedone rifiutò di combattere la madre di Alessandro Magno e così Olimpiade poté catturare ad Anfipoli Arrideo e la moglie Euridice che prontamente furono assassinati insieme a Nicanore, fratello di Cassandro e a centinaia dei loro seguaci[22][23][24][25].

Assedio di Pella e morte[modifica | modifica wikitesto]

Il suo successo fu di breve durata poiché la feroce repressione di ogni opposizione alienò il consenso dei macedoni ed indusse Cassandro, intento ad assediare la città di Tegea, a ritornare in Macedonia. Olimpiade, allora, insieme a Rossane e Alessandro IV, si rinchiusero nella capitale, Pella, confidando di resistere fino all'arrivo di rinforzi.

Cassandro, tagliate tutte le vie di soccorso, pose l'assedio a Pella finché la popolazione della città, dopo aver subito un durissimo inverno ed una forte carestia, indusse Olimpiade ad arrendersi nella primavera del 316 a.C. alla condizione di aver salva la vita[26].

Cassandro, tuttavia, violando i patti, convocò un'assemblea affinché giudicasse la regina madre per il regicidio di Filippo Arrideo. L'assemblea, senza aver fissato ad Olimpiade alcuna udienza per discolparsi delle accuse, la condannò a morte. La regina, protestò duramente e chiese di poter essere ascoltata, ma Cassandro, temendone l'ascendente, inviò un drappello di soldati e di parenti di coloro che Olimpiade aveva fatto giustiziare.

Secondo alcuni, allora, vista l'impossibilità di salvezza, Olimpiade scelse il suicidio ma Giustino, in disaccordo, afferma che avrebbe affrontato con grande dignità sia la folla dei Macedoni aizzatale contro da Cassandro, sia i sicari inviati da questi ad ucciderla, i quali, cedendo al suo contegno e al rispetto per lei si rifiutarono di eseguire l'ordine, sia i parenti di coloro che aveva fatto uccidere, i quali mandati anch'essi da Cassandro infine la assassinarono per strangolamento.[25][27].

Infine, per ordine di Cassandro, non ebbe pubblici funerali[28].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Olimpia sull'Enciclopedia Britannica.
  2. ^ a b Plutarco, 2.
  3. ^ Diodoro, XIX, 51.
  4. ^ Un'altra testimonianza di tali riti si riscontra in Euripide, Baccanti, v. 698
  5. ^ Plutarco, 3.
  6. ^ Lorenzo Braccesi: L'Alessandro occidentale: il Macedone e Roma, Roma 2006, p. 16.
  7. ^ Domenico Musti, Storia Greca, 3a, Laterza, 2006. p. 639
  8. ^ Giustino, IX, 7.9-11.
  9. ^ Aristotele, Politica 5.10, 1311b.
  10. ^ Ateneo di Naucrati, 13.557c.
  11. ^ Diodoro, XVI, 93-94.
  12. ^ Giustino, IX, 7.
  13. ^ Plutarco, 10.
  14. ^ Pausania, VIII, 7.7.
  15. ^ Plutarco, 39.
  16. ^ Plutarco, 74.
  17. ^ Plutarco, 68.
  18. ^ a b Plutarco, 77.
  19. ^ Giustino, XII, 14.
  20. ^ Diodoro, XVII, 114-118.
  21. ^ Diodoro, XVIII, 49, 57-62.
  22. ^ Diodoro, XIX, 11.
  23. ^ Pausania, I, 11.4.
  24. ^ Ateneo, XIII, 560.
  25. ^ a b Giustino, XIV, 6.
  26. ^ Diodoro, XIX, 35.
  27. ^ Diodoro, XIX, 49-51.
  28. ^ Pausania, IX, 7.2.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti secondarie

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