Sofonisba

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La morte di Sofonisba di Giambattista Pittoni
La morte di Sofonisba di Anatole Devosge

Sofonisba (? - Cirta, 203 a.C.) fu una nobile cartaginese, figlia di Asdrubale Giscone e moglie di Siface, re dei Numidi, che avrebbe spinto ad allearsi con i cartaginesi contro i romani. Fece molto per mantenere il marito a fianco della patria cartaginese in difficoltà. Fatta prigioniera da Gaio Lelio insieme con il marito dopo la sconfitta nella battaglia dei Campi Magni (203 a.C.), Massinissa se ne innamorò e la sposò dopo la sconfitta del marito. Poiché Scipione voleva farla prigioniera, perché temeva che la donna potesse sobillare Massinissa contro Roma, Massinissa inviò a sua moglie una tazza di veleno per evitarle l'umiliazione d'andare in catene a Roma. Sofonisba bevve il tragico dono di nozze, preferendo morire, piuttosto che vivere come schiava dei romani.

La fortuna letteraria[modifica | modifica wikitesto]

La triste vicenda di Sofonisba ispirò molti scrittori e tragediografi, a cominciare dal Petrarca che le donna dedicò alcune pagine dei Trionfi (Tr. Cup., II, 79 ss.) e del poema Africa, ambientato proprio durante la seconda guerra punica (libro V); Boccaccio (1362) la elogia nel De mulieribus claris come esempio di virtù. In epoche successive Sofonisba fu al centro delle omonime tragedie di Gian Giorgio Trissino (1524), dello scrittore francese Jean De Mairet (1634) e di Vittorio Alfieri (1789), che segue solo in parte il modello del Trissino e descrive più drammaticamente la morte dell'eroina in presenza del marito Massinissa e di Scipione. Altre opere sono:

La diffusione iconografica[modifica | modifica wikitesto]

Di pari passo con il diffondersi delle opere letterarie su Sofonisba, la sua figura appare nei cicli d'affreschi delle ville e dei palazzi italiani ed europei come esempio di virtù muliebre (es. Villa Caldogno a Vicenza). Illustri pittori raffigurano il momento della sua morte in diverse opere artistiche:

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