Ortensia (oratrice)

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Ortensia
Roman SPQR banner.svg Oratrice
Nome originale Hortensia
Coniuge Quinto Servilio Cepione
Figli Servilia
Padre Quinto Ortensio Ortalo
Madre Lutatia

Ortensia, in latino Hortensia (... – ...), è stata un'oratrice romana vissuta nel I secolo a.C.. Figlia di Quinto Ortensio Ortalo e di Lutatia. Ortensia è passata alla storia come una delle prime donne avvocato, grazie alla sua orazione pronunciata davanti ai triumviri nel 42 a.C..

Vita[modifica | modifica sorgente]

Figlia di Quinto Ortensio Ortalo e della sua prima moglie Lutatia. Suo padre era un oratore rivale di Marco Tullio Cicerone ed era stato console nel 69 a.C.. Come membro dell'aristocrazia, Ortensia aveva accesso alla letteratura greca e latina fin dalla giovane età. Si concentrò poi sullo studio della retorica, seguendo le orme paterne. Si pensa che abbia sposato il suo secondo cugino, Quinto Servilio Cepione, figlio di Quinto Servilio il Giovane e fratello di Catone Uticense e Servilia Caepionis. Ebbe una figlia di nome Servilia e suo marito adottò il proprio nipote Marco Giunio Bruto, prima della sua morte avvenuta nel 67 a.C..

Discorso al secondo triumvirato[modifica | modifica sorgente]

L'antefatto è noto dal testo di Appiano di Alessandria (Guerre civili, 4, 32-34): nel 42 a.C. i triumviri chiesero a millequattrocento donne abbienti di partecipare alle spese militari ed emanarono quindi un provvedimento fiscale col quale chiedevano alle stesse di fare una stima dei loro beni sulla quale fornire un contributo. Il provvedimento prevedeva sanzioni nei confronti di omissioni e dichiarazioni false e ricompense per delazioni e informazioni confidenziali anche da parte di schiavi e liberti.

Le matrone sulle prime tentarono di intercedere attraverso le donne dei triumviri: alcune di loro si rifiutarono, come Fulvia, altre, come Ottavia e la madre di Antonio, Giulia, le accolsero. Questa mediazione non ebbe successo e di conseguenza le matrone furono costrette a perorare la loro causa davanti ai triumviri nel foro. Scelsero come rappresentante una donna, Ortensia, anche perché, come testimoniato da Valerio Massimo (Factorum et dictorum memorabilium libri IX 8, 3, 3), nec quisquam virorum patrocinium eis accomodare auderet, ossia nessun uomo aveva osato assumere il loro patrocinio.

Ortensia inizialmente ribadisce il fallimento dell'intercessione delle mogli dei triumviri, per legittimare la sua presenza nel foro, sottolineando la rottura delle tradizioni familiari che prevedevano che fossero le mogli a dover parlare con i mariti.

In ragione del mos maiorum stabilito dal Re Numa, la donna non poteva parlare nel foro e in pubblico, al pari del bere il vino. Il perorare la propria causa era un'attività dalla quale le donne avrebbero dovuto astenersi, perché avrebbe determinato un'inversione del corretto funzionamento delle istituzioni pubbliche, anche come riportato da Plutarco nel Confronto fra Licurgo e Numa, 3,11.

Ortensia supera questa preclusione, affermando che, poiché le guerre civili le hanno private di padri, figli, mariti e fratelli, le donne sono sui iuris ossia non hanno più alcun familiare maschile che le possa rappresentare davanti alla legge. Se i triumviri le priveranno anche dei loro beni, non potranno più mantenere la condizione economica e sociale a cui i padri le avevano destinate.

Come racconta Valerio Massimo, Ortensia discusse la causa coraggiosamente e felicemente: infatti, riproducendo l'eloquenza di suo padre ottenne che la maggior parte del danaro richiesto fosse rimesso. Il punto cruciale della sua arringa fu, come riportato da Appiano: Perché mai, chiese Ortensia, le donne dovrebbero pagare le tasse, visto che sono escluse dalla magistratura, dai pubblici uffici, dal comando e dalla res publica?.[1]

I triumviri accolsero parzialmente la richiesta di Ortensia e imposero il tributo a solo quattrocento donne, coprendo la restante parte con una nuova tassa sui grandi patrimoni (sopra i centomila danari).

Ortensia non fu l'unico esempio di donna avvocato: nel vuoto legislativo e nell'assenza di una norma che impedisse alle donne l'avvocatura, Valerio cita anche Mesia Sentinate e Afrania. I romani, gelosi dei mos maiorum, rimediarono al vuoto vietando alle donne di svolgere le attività maschili e in particolare il patrocinio legale, a tal proposito un editto riportato da Ulpiano vietò alle donne di postulare pro aliis e di ricoprire qualsiasi altro ufficio civile e pubblico.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ La storica orazione di Ortensia, cancellata dalla storia.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Eva Cantarella, Passato prossimo: donne romane da Tacita a Sulpicia, Milano, Feltrinelli, 1998, ISBN 8807814994.
  • Francesca Cenerini, La donna romana: modelli e realtà, Bologna, il Mulino, 2002, ISBN 8815089934.