Verginia

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Il Romanino, La morte di Virginia.

Verginia, o Virginia, è un leggendario personaggio femminile romano, vissuta nel V secolo a.C., e uccisa dal padre nel 449 a.C..

Il racconto di Livio[modifica | modifica wikitesto]

Il racconto di Tito Livio, inizia così:

« A questo orribile episodio ne seguì in città un altro, nato dalla libidine. Le conseguenze non furono tuttavia meno disastrose di quelle che, a causa dello stupro e del suicidio di Lucrezia, avevano in passato portato alla cacciata dei Tarquini dal trono e da Roma. »
(Tito Livio, Ab urbe condita, III, 44)

Virginia era una bella giovane di famiglia plebea, già fidanzata al tribuno della plebe Lucio Icilio.

Il decemviro Appio Claudio, durante il secondo decemvirato, s'invaghì di lei. Dapprima tentò con denaro e lusinghe di corrompere la giovane, che però resistette; poi, approfittando dell'assenza del padre di lei, Lucio Verginio, impegnato nella campagna contro gli Equi sul monte Algido, convinse un suo cliente, Marco Claudio, a sostenere che Virginia fosse una sua schiava.

Trovandosi la ragazza nel foro, Marco cercò di rapirla, sostenendo davanti alla folla che fosse una sua schiava, ma la gente, che conosceva il padre di lei per fama, non gli credette e mise in salvo la giovane. Allora Marco portò la causa in tribunale, presieduto dal proprio mandante Appio Claudio. I difensori della ragazza testimoniarono la paternità romana di Virginia e chiesero che ogni decisione fosse sospesa fino al ritorno del padre.

In un primo tempo Appio Claudio acconsentì, stabilendo però che la ragazza seguisse Marco Claudio fino a sentenza definitiva; poi, temendo la reazione della folla in subbuglio per l'ingiustizia della decisione, e per l'intervento del fidanzato Icilio, pronto a venire allo scontro con i Littori, e dello zio Publio Numitorio, permise alla ragazza di tornare a casa, aggiornando l'udienza al giorno successivo, quando avrebbe emesso la sentenza definitiva.[1]

Il fratello di Icilio e il figlio di Numitorio furono inviati ad avvertire il padre di Virginia di tornare a Roma entro il giorno successivo. I due furono così veloci, che Virginio ottenne dal proprio comandante il permesso di tornare a Roma a difendere la figlia, prima che lo stesso comandante fosse raggiunto dall'ordine di Appio Claudio di trattenerlo sul campo.[1]

Il giorno dopo, mentre la folla si radunava per assistere al processo e il padre vi si aggirava sollecitandone l'aiuto, la giovane arrivò nel foro, accompagnata dalle matrone.

« Ma il pianto silenzioso delle donne che li accompagnavano commuoveva più di qualsiasi discorso. »
(Tito Livio, Ab urbe condita, III, 47)

Il processo iniziò con le dichiarazioni del padre, ma Appio Claudio lo interruppe, confermando la sentenza del giorno precedente e accordando la schiavitù provvisoria a Marco. Appio Claudio rese tanto evidente il proprio scopo da indurre Verginio a minacciare un'azione di forza:

« Mia figlia, Appio, l'ho promessa a Icilio e non a te, e l'ho allevata per le nozze, non per lo stupro. A te piace fare come le bestie e gli animali selvatici che si accoppiano a caso? Se questa gente lo permetterà, non lo so: ma spero che non lo permetteranno quelli che possiedono le armi!. »
(Tito Livio, Ab urbe condita, III, 47)

Appio Claudio reagì, intimando ai Littori di intervenire per sedare la rivolta: la folla si disperse dal foro, lasciando sola la ragazza. Verginio, ottenuto con uno stratagemma il permesso di appartarsi nel tempio di Venere Cloacina con la figlia, la uccise:

« «Così, figlia mia, io rivendico la tua libertà nell'unico modo a mia disposizione! »
(Tito Livio, Ab urbe condita, III, 48)

Mentre il padre riusciva a lasciare il foro prima che fosse arrestato dai Littori, richiamati dal decemviro, Icilio e Numitorio sobillarono i presenti, prima di fuggire a loro volta per evitare anch'essi l'arresto:

« «Icilio e Numitorio sollevarono il corpo esanime della ragazza e lo mostrarono al popolo, lamentando la scelleratezza di Appio, la bellezza funesta di Verginia e la necessità che aveva portato il padre a un simile gesto. »
(Tito Livio, Ab urbe condita, III, 48)

Verginio, accompagnato da altri plebei, raggiunse il campo a cui era stato assegnato e, con le mani e il coltello ancora insanguinati, raccontò gli avvenimenti che lo avevano visto protagonista, riuscendo a convincere i soldati a ritirarsi dal campo di battaglia, prologo alla definitiva cacciata dei decemviri, ottenuta con la minaccia di secessione dei plebei da Roma.

Il personaggio[modifica | modifica wikitesto]

Il personaggio di Virginia verrà ripreso nelle opere di Boccaccio (De mulieribus claris), Vittorio Alfieri (Virginia), Geoffrey Chaucer (Il racconto del medico, in I racconti di Canterbury), Thomas Babington Macaulay (Lays of ancient Rome) e John Webster (Appio e Virginia). Presente anche nella canzone Nelle nozze della sorella Paolina di Giacomo Leopardi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Tito Livio, Ab urbe condita libri, Libro III, 46.

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