Area archeologica di Tindari

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Tindari
Τύνδαρις, Týndaris
Tindary greek ruins.jpg
Basilica - Ginnasio
Civiltà Greco - romana
Utilizzo Colonia. Popolamento da stanziamento.
Stile Greco - romano
Epoca Epoca classica -
romana classica -
romana imperiale
Localizzazione
Stato Italia Italia
Comune Patti-Stemma.png Patti
Dimensioni
Superficie 27 ettari
Altezza 268 mt. slm
Larghezza 200 mt. circa
Lunghezza 1500 mt. circa
Scavi
Data scoperta XVII - XVIII secolo
Date scavi Inizi '900.
Campagna scavi 1950/60
Archeologo Antonio Salinas
Luigi Bernabò Brea e Madeleine Cavalier
Amministrazione
Patrimonio Beni Culturali Regione Sicilia
Ente Soprintendenza BB.CC.AA. di Messina
Sito web www.regione.sicilia.it

L'area archeologica di Tindari si trova nel comune di Patti in Sicilia.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Prima età del Bronzo[modifica | modifica wikitesto]

Abitato preistorico della prima età del Bronzo, facies culturale cosiddetta di Rodì - Tindari - Vallelunga, individuato nei livelli sottostanti di una casa romana.

Epoca classica[modifica | modifica wikitesto]

Decumano sull'asse
W - E, santuario sullo sfondo.

Colonia fondata da Dionisio I, tiranno di Siracusa nel 396 a. C. circa, in una porzione del territorio di Abaceno, città a sua volta alleata dei cartaginesi,[1] sul promontorio inserito nel golfo di Patti nel tratto di costa sul mar Tirreno prospiciente l'arcipelago delle Eolie, compreso tra Capo Calavà e la penisola di Mylae. Rade, calette, insenature ai piedi degli strapiombi costituiscono ripari naturali per le imbarcazioni, dall'antichità è praticata la pesca dei tonni che nelle acque antistanti percorrono le tratte migratorie. Località d'approdo e sede dei primitivi stabilimenti stagionali per la trasformazione e commercializzazione del pescato.

Il nucleo abitativo occupava la parte pianeggiante del rilievo sulla direttrice est - ovest esposta a settentrione, lievemente degradante verso Patti. Le rocche, cinte a sud dalla catena dei Peloritani e dai primi rilievi dei Nebrodi, costituivano avamposto e caposaldo strategico protetto da coste scoscese su larghi orizzonti ove insediare Locresi, Messeni e Medmei, mercenari greci al servizio di Aristotile.[1] Lo stanziamento con la concessione del territorio avvenne a titolo di risarcimento per la mancata corresponsione dell'ingaggio e l'allontanamento forzato di Aristotile. I nuovi coloni erano particolarmente devoti ai Dioscuri, Castore e Polluce, secondo la leggenda figli di Giove e di Leda, già moglie di Tindaro re di Sparta. Popolazioni altrimenti note come Tìndaridi, da qui la denominazione della colonia in Tìndaride e della città chiamata Tindari (Τύνδαρις, Týndaris).[2][3] I Dioscuri furono eletti protettori della città, come attestano le riproduzioni raffigurate su monete rinvenute durante gli scavi.

Il tiranno siracusano contrastato sul fronte meridionale dell'isola da Annibale Magone, ebbe nuovamente il sopravvento in seguito alla morte per peste di quest'ultimo, circostanza che impedì di fatto alla neonata colonia d'affrancarsi dall'egemonia di Dionisio I. La popolazione nel 344 a. C. affiancò la spedizione di Timoleonte, condottiero di Corinto, chiamato a restaurare la democrazia a Siracusa, travagliata dalla tirannide di Dionisio II, da gravi perturbazioni politiche interne e dalla minaccia cartaginese. Dalla vittoria di Timoleonte, Tindari godette di circa 60 anni di pace, durante i quali si ingrandì e si arricchì di bellissimi monumenti e templi.

Un nuovo pericolo per la neonata colonia derivò dalla presenza dei Mamertini, mercenari campani già alleati dei siracusani che, per la mancata corresponsione del compenso, si impossessano della città di Messina minacciando l'equilibrio geopolitico della costa settentrionale e della stessa Siracusa. Gerone II ritiratosi in patria, ricostituì un esercito di siracusani. Tyndaris, Abakainon, Ameselon e Tauromenion si dichiararono in favore di Siracusa. Con tali appoggi, Gerone avanzò fino al torrente Longano, combattendo nel 269 a. C. la Battaglia del Longano nei pressi dell'odierna Barcellona Pozzo di Gotto, ove annientò il contingente dei mamertini e catturò il loro comandante Cio o Cione, conquistando in breve tempo Mylae e Alaisa.

Su fronti contrapposti: Roma contro Cartagine, siracusani contro mamertini sostenuti dall'appoggio di Pirro, si delineano i pròdromi della prima guerra punica.

Risalgono a questo periodo il primo nucleo di case greche d'età timoleontea sulle quali si sono sviluppate le grandi domus d'epoca romana in prossimità della Basilica. Dotata di una imponente cinta muraria costruita al tempo di Dionisio, primitive fortificazioni rafforzate in seguito da una doppia cinta in pietra squadrata. Tali mura si incontrano lungo la salita meridionale che conduce alla sommità di capo Tindari, lungo il percorso si stagliano gli imponenti baluardi.

Epoca romana classica[modifica | modifica wikitesto]

Prima guerra punica.

Alleata dei siracusani, fu temporaneamente presidio cartaginese. Sospettando del favore popolare verso i Romani, i suoi più nobili cittadini furono trasferiti quali ostaggi a Lilibeo.

Con l'occupazione di Palermo nel 254 a.C., molte località passarono spontaneamente ai Romani come truppe alleate, Tyndaris nella fattispecie divenne "civitas decumana", manifestando acerrima inimicizia nei confronti di Cartagine.

Seconda guerra punica.

Partecipa alla spedizione contro Cartagine avvenuta dal 218 al 202 a.C. determinata dall'invasione della penisola italiana da parte di Annibale.[5]

  • 204 a.C. - Scipione l'Africano in segno di riconoscenza per la fedeltà e la lealtà dei tindaritani per una fornitura di uomini e navi, dona alla città una superba statua aurea raffigurante Mercurio da collocare, come monito alle future generazioni, nel Ginnasio.

Nella lunga catena di eventi che in Sicilia annovera l'assedio di Agrigento, l'assedio di Siracusa e il saccheggio di numerose città, molte opere d'arte, compresa la statua di Mercurio, sono trafugate come bottino di guerra.

Terza guerra punica.

Nella Battaglia di Cartagine del 146 a.C., i Tindaritani si schierano a fianco di Scipione Emiliano. Col suicidio di Annibale, la cattura di Asdrubale e la distruzione di Cartagine si conclude una pesantissima pagina per vincitori e vinti. La città di Tindari fu premiata con privilegi e donazioni, fra queste appunto, la restituzione della statua di Mercurio, che fu ricollocata nell'antica sede del Ginnasio.

Durante le guerre civili svoltesi dal 42 al 36 a.C., Tindari divenne caposaldo dei pompeiani con a capo Sesto Pompeo mentre Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto era accampato nei dintorni alla guida di un esercito di 21 legioni e 25.000 cavalieri. Marco Vipsanio Agrippa tentò un primo attacco via mare, ma risultò fallimentare. Dopo alcuni assalti di guerriglia, volti ad infastidire il nemico, Sesto Pompeo abbandonò Tyndaris dopo averla saccheggiata, Ottaviano poté conquistarla nel 36 a.C. Lo storico Cassio Dione ricorda che Marco Vipsanio Agrippa, dopo aver concluso positivamente la Battaglia di Nauloco, ottenne il controllo di Mylae e poi di Tyndaris.[6]

Trasformata in colonia imperiale, fu registrata nelle epigrafi quale Colonia Augusta Tyndaritanorum.[7]

Epoca imperiale[modifica | modifica wikitesto]

Con Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto diviene Civitas decumana soggetta al pagamento annuale delle decime sui prodotti agricoli.

Nell'anno 17 d.C. la città fu interessata da una enorme frana con crolli derivanti, verosimilmente provocata da un evento tellurico locale che provocò lo scivolamento in mare di una porzione d'area ubicata nella parte nord orientale dell'abitato.[8][9] Sempre Plinio il Vecchio, dall'anno 23 al 79 d.C., elenca in Sicilia 63 città importanti, fra le quali evidenzia la prosperità di Siracusa, Catania, Taormina, Tindari e Messina, tutte colonie romane.

Nel corso del I secolo per effetto del momentaneo riassetto economico la situazione riprese a migliorare, si edificarono nuove case e si modificò il teatro greco in anfiteatro.

Templi e monumenti[modifica | modifica wikitesto]

Tutti i culti di divinità pagane e i relativi templi sono documentati dai ritrovamenti di reperti numismatici, iscrizioni, statue:

Altresì noti il culti dei Diòscuri con Càstore e Pollùce, di Apollo, Atena, Asclepio, Demetra o Cerere, Kore o Persefone, di Mercurio praticato nel Ginnasio.

Principali poli monumentali:

Il decumano principale collegava le aree più importanti. Il decumano settentrionale attraversava la zona commerciale adibita a tabernae, magazzini e abitazioni per il ceto medio fino alla terrazza occidentale dell'asty nella contrada Cercadenari con la Rocca Femmina a sud - ovest. Un approdo portuale è documentato in contrada Panicastro.

Epoca bizantino - arabo - normanna[modifica | modifica wikitesto]

Settore gradinate teatro.
Arco.
Gimnasium.

I terremoti del 365 e 374 segnarono il definitivo declino di Tindari e con essi il tramonto dell'epoca imperiale. Il 440 segna la fine del dominio romano con la spedizione del vandalo Genserico.

Nell'ultimo decennio del VI secolo, la corrispondenza personale di Papa Gregorio Magno fa riferimento a due vescovi: Eutichio e Benenato,[2] che assieme ai due alti prelati Severino e Teodoro, costituiscono la cronotassi della primitiva diocesi di Tindari.[10] Lo stesso pontefice elenca nelle sue missive l'elenco dei suoi proprietari terrieri. Nell'anno 886 Teodoro metropolita siracusano documenta la celeberrima Diva Virgo in Castello Tyndaritano,[2] pertanto è verosimile l'esistenza di una fortificazione adibita a luogo di culto edificata e inglobata su preesistente tempio pagano.

Fu distrutta[3] da al Fadl ibn Ya' qûb nell'836 costringendo i pochi abitanti ad emigrare in altri siti, compresa la vicinissima Patti, ormai fortificata.

Muhammad al-Idrisi, erudito al servizio del sovrano Ruggero II di Sicilia, nell'opera Il libro di Ruggero descrive le rovine e le amene località circostanti (Furnari, Oliveri e Patti). Dopo la riconquista normanna e il processo di ricristianizzazione, con occhio critico e dettagliato elenca i luoghi di culto cristiani più importanti e il ricco contesto politico sociale in cui essi sono inseriti.

Epoca spagnola[modifica | modifica wikitesto]

Nella seconda metà del XVI secolo il viceré di Sicilia Juan de Vega provvede alla creazione di un efficiente sistema di avvistamento costiero affidando l'incarico al cartografo Filippo Cluverio, agli ingegneri militari Antonio Ferramolino, Tiburzio Spannocchi, Camillo Camilliani e Francesco Negro.

Lo storico, teologo, appassionato archeologo Tommaso Fazello è il primo a documentare le rovine archeologiche, immediatamente seguito dal messinese Francesco Maurolico.

Epoca borbonica[modifica | modifica wikitesto]

Nell'epoca contrassegnata dai Grand Tour dei colti viaggiatori europei, Tindari costituisce con Lipari e Taormina una delle mete più ambite della provincia e della costa nord - orientale. In particolare la riscoperta di opere facilmente trasferibili, manufatti ancora affioranti sulla spiaggia fra cumuli della primitiva frana, stuzzica gli appetiti di studiosi, collezionisti e contrabbandieri di reperti archeologici.

Nel pieno delle campagne esplorative del 1778 il principe di Biscari, Ignazio Paternò Castello è nominato Regio Custode delle Antichità del Val Demone e Val di Noto. Per converso, nella Val di Mazara il compito è affidato a Gabriele Lancillotto Castello, principe di Torremuzza e marchese di Motta d'Affermo. Entrambi furono coadiuvati da C. Chenchie e Luigi Mayer, quest'ultimo realizzò molte vedute esposte nelle raccolte del Museo civico al Castello Ursino di Catania. Giovanni Francesco Paternò Castello subentrò al padre nella direzione dei beni archeologici.

  • 1776, Jean-Pierre Houël fornisce la prima dettagliata descrizione delle vestigia nel suo libro ove elenca le collezioni di antichità mostrategli dal barone Domenico Sciacca della Scala, deputato parlamentare, proprietario dei terreni ove sono stati effettuati molti ritrovamenti. La raccolta, oggi dispersa, è documentata presso il castello della Scala di Patti.[11]
  • 1781, Il Principe di Biscari segnalava una statua nello stesso castello.
  • 1808, Il console irlandese Robert Fagan intraprese la prima campagna di scavi.

La corrispondenza fra Enrico Pirajno di Mandralisca e George Otto Karl von Estorff custodita presso il museo di Cefalù, attesta notizie di scavi e compravendite antiquarie a Tindari. L'abate Francesco Ferrara, storico e scienziato, direttore della antichità elenca alcune opere in "Memoria sulla antica e distrutta città di Tindari" edito nel 1814.

Cinta di mura dionigiane[modifica | modifica wikitesto]

Alla prima cinta di mura dionigiane del IV secolo a.C., furono affiancate le più solide mura romane in blocchi quadrati provviste di canali di drenaggio e postierle.

La fortificazione a doppia cortina di blocchi in arenaria a disposizione isodoma, con torri quadrangolari e grande porta a tenaglia (Porta dell'Urbe) nel settore sud - occidentale: fu impiantata all'inizio del III secolo a.C. al di sopra del primo apparato difensivo risalente alla fondazione della città.

Acropoli[modifica | modifica wikitesto]

  • Ovest, località Cercadenari. Propylon monumentale, sboccava nell'agorà porticata. Monumento funerario.
  • Est. Nella zona più elevata, oggi occupata dal santuario di Tindari doveva trovarsi l'acropoli sacra della città sorta verosimilmente sui basamenti del tempio di Cibele. Roccia San Filippo e Roccia Lojacono.

Castrum imperiale[modifica | modifica wikitesto]

Decumanus superiore[modifica | modifica wikitesto]

Decumanus centrale[modifica | modifica wikitesto]

Strada imperiale e decumani paralleli sull'asse est - ovest intersecati da cardines nord - sud, apparato viario provvisto di sistema fognario e canalizzazioni per il rifornimento idrico. Il reticolo definiva gli isolati delle insule. Il castrum costituito da edifici, domus private e costruzioni pubbliche, con una disposizione a terrazze. Sul decumano lato mare si affacciavano le tabernae, i magazzini e le abitazioni del ceto medio.

A monte del decumano principale, adagiato sul fianco di una collina, è scavato il teatro. Dall'agorà, lungo il fianco dell'acropoli si snodava la strada che con ampia curva giungeva all'unica porta ove sorgeva una necropoli.

Ginnasio o Basilica[modifica | modifica wikitesto]

Il Ginnasio,[3] noto come Basilica in epoca romana, è un edificio eretto in età tardo imperiale, a tre piani, dei quali, resta solo parte di quello inferiore. Si tratta di una ampia navata ad arcate ove è documentata l'attività del ginnasiarca Democrito.

La galleria è accessibile solo ai due estremi, fiancheggiata ai lati da due strade a cielo aperto che avevano sbocco sull'agorà attraverso le aperture che facevano corpo con la facciata. La basilica ospitava la statua aurea di Mercurio, adiacente ad essa il monumento equestre di Marco Claudio Marcello (al quale Verre fece legare il magistrato Sopatro nudo per la fustigazione),[12] la statua con base marmorea raffigurante Verre. Quest'ultima fu divelta dopo la cacciata del propretore da Tindari e dalla Sicilia.

Domus imperiali[modifica | modifica wikitesto]

Le due grandi ville si articolano in grandi ambienti disposti attorno ai rispettivi peristilii a colonne dai capitelli dorici in pietra.

Una presenta un prospetto a due colonne con capitelli fittili in stile corinzio - italico. Entrambe le case, costruite nel I secolo a.C., su precedenti abitazioni di età timoleontea, sono state oggetto di ristrutturazioni e restauri nell'età imperiale, quando ai pavimenti decorati con tasselli di marmo colorato, in opus signinum, tesserine bianche su cocciopesto, e a mosaici policromi, ne vennero sostituiti altri a mosaici figurati in bianco e nero.

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Teatro greco di Tindari

Statua di Mercurio[modifica | modifica wikitesto]

Statua collocata nel Ginnasio e citata nell'orazione di Cicerone "... l'Africano ti aveva voluto nel ginnasio di Tindari, come protettore e custode della sua gioventù ...".[13]

La statua donata da Scipione l'Africano, sottratta dai Cartaginesi e restituita alla città da Scipione Emiliano per essere ricollocata nella primitiva sede, è oggetto di reiterati bottini di guerra, come del resto numerosi altri capolavori d'arte sparsi nei vari centri dell'isola.

Il propretore Gaio Licinio Verre la fece asportare durante il suo mandato dal 73 al 71 a.C. per adornare la sua dimora a Messina.[3] Il funzionario artefice di innumerevoli ingiustizie, bramoso di potere, avido di possesso, mirò ad accrescere le sue ricchezze personali. Compì concussioni, saccheggi e ruberie, pratiche piuttosto comuni nel periodo, per le quali, accusato di corruzione e illeciti arricchimenti, fu denunciato dai siciliani. Non bastò l'illecito sopruso, come aggravante fece bastonare il magistrato Sopatro[12] che si opponeva all'atto illegale. La popolazione tindaritana reclamò allora direttamente a Roma, chiamando in causa Marco Tullio Cicerone quale difensore pubblico, che pronunciò contro Verre una delle sue orazioni più famose (Verrine),[7] tanto che questi fu costretto, per sentenza del senato a lasciare l'isola e la carica di pretore.

Il console Cicerone, durante la sua visita a Tindari, effettuata per indagare sulle malefatte di Verre, giudicò la città così prospera e bella che le diede l'appellativo di "nobilissima civitas".

Tempio di Venere Ericina[modifica | modifica wikitesto]

Al termine delle guerre puniche Tindari è fra le 17 città siciliane alleate e fedeli a Roma autorizzate a portare una corona a Venere Ericina.

Erice figlio di Bute, uno degli argonauti di Giasone, e di Afrodite, fondò la città di Erice e in essa edificò un tempio dedicato alla madre. Il culto della Venere ericina, praticato dai marinai di passaggio, la cui devozione era fondata sulle bellissime ierodule, giovani prostitute sacre alla dea dispensatrice di voluttà. Infatti nella elima Erice, ancora prima che i Fenici innalzassero un tempio ad Astarte, era noto il culto ed il tempio dedicato a Venere Ericina, altrimenti noto come il luogo della dea dell'amore. La fama e la ricchezza della colonia ericina crebbero in funzione della diffusione del culto praticato a Roma ed esteso in molte colonie dell'impero.

Mosaici[modifica | modifica wikitesto]

Museo - Antiquarium[modifica | modifica wikitesto]

Maschera teatrale.

Nella zona archeologica sorge l'edificio dell'Antiquarium, suddiviso in cinque sale. Gli ambienti ospitano raccolte di epigrafi greche e romane, iscrizioni e cippi funerari, lastre tombali, mosaici, monete, medaglie, suppellettili d'uso quotidiano.

  • Sala I: planimetrie e tabelloni esplicativi. Ospita il plastico ricostruttivo della scena ellenistica del teatro.
  • Sala II: iscrizioni e marmi vari. Due statue frammentarie in marno raffiguranti Nikai (Vittorie) in volo, probabili acroteri di tempio, di prima età ellenistica. Grande riproduzione in marmo di maschera teatrale tragica di re Priamo di età imperiale romana, proveniente dall'edificio monumentale a gradoni di contrada Cercadenari.
  • Sala III: grande testa in marmo dell'imperatore Ottaviano Augusto divinizzato del I secolo d.C. proveniente dall'area della basilica, statue onorarie in marmo di personaggi maschili togati di avanzata età imperiale romana.
  • Sala IV: capitello corinzio fittile dal tablinum della casa C dell'insula IV, nelle vetrine sono esposte ceramiche varie di età greca e romana, provenienti da ambienti, cisterne e fognature della città.
  • Sala V: ceramiche di impasto provenienti dall'insediamento preistorico della prima Età del Bronzo sottostanti il tablinum della casa C. Corredi tombali di età greca, ceramiche varie e terrecotte figurate, alcune di soggetto teatrale, come maschere e statuette. Materiali dalle case romane o dai relativi livelli di frequentazione urbana: suppellettili ceramiche varie, terrecotte figurate, frammenti di intonaci dipinti e stucchi con motivi ornamentali.

Francesco Ferrara, direttore delle Antichità nel 1814, documenta una Nike custodita nel museo archeologico regionale «Paolo Orsi» di Siracusa, una statua di Zeus (Zeus Horios o Iuppiter Terminus) nel museo archeologico regionale «Antonio Salinas» di Palermo, la statua raffigurante Giulia Mamea madre dell'imperatore Alessandro Severo[14] e quella colossale dell'imperatore Publio Elio Traiano Adriano.[14]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Diodoro Siculo, "Bibliotheca historica", XIV, 78.
  2. ^ a b c Pagina 493, Rocco Pirri, curatore Antonino Mongitore, "Sicilia sacra, disquisitionibus et notitiis illustrata ..." [1], ristampa anastatica 1733, Forni, Palermo, 1643.
  3. ^ a b c d Francesco Ferrara, pp. 264 e 265
  4. ^ Polibio, Storie, Libro 1: 25.1 - 25.5
  5. ^ Silio Italico, Le Guerre Puniche, Libro XIV, 190.
  6. ^ Francesco Ferrara BA, pp. 14
  7. ^ a b Antonino Mongitore, pp. 493
  8. ^ Pagine 356 e 357, Antonino Mongitore, "Della Sicilia ricercata".
  9. ^ Francesco Ferrara BA, pp. 14 e 15
  10. ^ Francesco Ferrara BA, pp. 16
  11. ^ Jean-Pierre Houël, "Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari. (1782 - 1787)."
  12. ^ a b Francesco Ferrara, pp. 276
  13. ^ Verrinae, I, 5, 179-189 [2].
  14. ^ a b Francesco Ferrara BA, pp. 78

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Galleria fotografica[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Gran parte dei rinvenimenti archeologici di Tindari è ospitata:

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]