Santuario di Tindari

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Santuario di Maria Santissima di Tindari
Patti Tindari Wallfahrtskirche.jpg
Santuario di Tindari
Stato Italia Italia
Regione Sicilia Sicilia
Località Tindari
Religione Cristiana cattolica di rito romano
Titolare Maria Santissima del Tindari
Diocesi Diocesi di Patti,
sede vescovile titolare:
Diocesi di Tindari
Stile architettonico architettura barocca
Inizio costruzione 1953 nuovo santuario (1552 - 1598 Chiesa preesistente)
Completamento 1977
Veduta del santuario dall'area archeologica.

Il santuario di Maria Santissima di Tindari o santuario di Tindari o santuario della Madonna Nera o primitiva cattedrale di Tindari si trova a Tindari, frazione di Patti, in provincia di Messina. Sorge sulla sommità del colle omonimo e domina i laghetti di Marinello inseriti nell'omonima riserva naturale orientata.

L'edificio attuale identifica e ricopre l'area ove è documentata la primitiva fortezza o castello di Tindari. L'ipotesi dell'esistenza della fortezza o castello di Tindari è supportata dalla presenza di merli o coronature nei preesistenti edifici di culto che rafforzano la tesi di antiche chiese ricavate in primitivi edifici fortificati.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Interno
Facciata campanile
Il prospetto orientale visto dai Laghetti.
Navata centrale.
Affresco della navata centrale.

L'acropoli di Tindari occupa l'ampia parte sommitale costituita da un insieme di rocche tra loro raccordate. L'attuale area archeologica, l'antica colonia greca di Tyndaris, occupa la parte più pianeggiante sull'asse est - ovest costituita dalla "strada imperiale", esposta a settentrione e degradante in direzione Patti.

  • 396 a.C., Tyndaris colonia greca è fondata dal tiranno di Siracusa Dionisio il Vecchio per i profughi spartani alla fine della guerra del Peloponneso 404 a.C.. La colonia e la città, insediamento da stanziamento di Locresi, Messeni e Medmei al servizio di Aristotile, mercenari greci originariamente alleati dei Tiranni di Siracusa[2] nascono come concessione del territorio a titolo di risarcimento per la mancata corresponsione dell'ingaggio dopo l'allontanamento forzato del loro condottiero. I nuovi coloni particolarmente devoti ai Dioscuri, Castore e Polluce, secondo la leggenda figli di Giove e di Leda, già moglie di Tindaro re di Sparta. Popolazioni altrimenti note come Tìndaridi, da qui la denominazione della colonia in Tìndaride e della città chiamata Tindari (Τύνδαρις, Týndaris).[3] I Dioscuri furono eletti protettori pagani della città, circostanza attestata dalle riproduzioni raffigurate su monete rinvenute durante gli scavi archeologici. Le accezioni Týndaris, Tindari, Tindaro, Tyndaritano furono dunque estese alla diocesi e associate al particolare, sentito, diffuso culto cristiano della Vergine Maria. Nucleo cittadino costituito da:
    • cinta muraria della città;
    • anfiteatro greco - romano;
    • basilica;
    • domus imperiali, abitazioni e negozi;
    • terme;
    • mosaici;
    • museo.

L'attuale fulcro religioso, pur inserito all'interno delle fortificazioni, occupa l'estremità orientale a picco sul mare. La posizione d'avvistamento strategica spazia sulla porzione del golfo di Patti compreso tra le Isole Eolie a nord, la penisola di Milazzo a est e l'intera catena dei Peloritani a sud.

Nell'ultimo decennio del VI secolo, la corrispondenza personale di Papa Gregorio Magno fa riferimento a due vescovi: Eutichio e Benenato,[3] che assieme ai due alti prelati Severino e Teodoro, costituiscono la cronotassi della primitiva diocesi di Tindari.

Dai Bizantini agli svevi[modifica | modifica wikitesto]

Nell'anno 886 Teodoro metropolita siracusano documenta la celeberrima Diva Virgo in Castello Tyndaritano.[3]

Il viaggiatore storiografo Idrisi al servizio della corte normanna di re Ruggero II di Sicilia dopo il 1145 documenta nell'opera Il libro di Ruggero l'esistenza dei seguenti luoghi di culto:

Assieme alla fortificazione di Tindari:

Dagli aragonesi agli spagnoli[modifica | modifica wikitesto]

Le continue incursioni s'inseriscono nel contesto delle dispute sul dominio nel Mediterraneo tra flotte turco - ottomane contro spagnoli, annosa questione risolta con la disfatta del fronte orientale nella battaglia navale di Lepanto del 1571.

L'icona

Il culto della Madonna[modifica | modifica wikitesto]

Le origini della statua bizantina della Madonna nera del Tindari sono legate ad una leggenda, secondo la quale la scultura, trasportata per mare, impedì alla nave di ripartire dopo che si era rifugiata nella baia dei laghetti di Tindari per sfuggire alla tempesta. La statua aveva lasciato l'Oriente per sfuggire alla persecuzione iconoclasta.

I marinai, depositarono a terra via via il carico, pensando che fosse questo ad impedire il trasporto, e solo quando vi portarono anche la statua, la nave poté riprendere il mare. La statua è quindi stata portata sul colle soprastante, dentro una piccola chiesa che dovette in seguito essere più volte ampliata per accogliere i pellegrini, attratti dalla fama miracolosa del simulacro.

La scultura lignea (in cedro del Libano) è orientaleggiante, bizantina, ed è databile tra la fine del secolo VIII e i primi decenni del secolo IX. La Madonna è nera, con un caratteristico e originale volto lungo non facilmente riscontrabile in altre statue religiose, ed è una Theotókos Odigitria rappresentata come Basilissa ossia come "Regina seduta in trono", mentre regge in grembo il Bambin Gesù tenendo la mano destra sollevata, benedicente. In capo regge una corona o un turbante di tipo orientale.[5] Sotto il trono, la scritta "Nigra Sum Sed Formosa" riprende la frase del Cantico dei Cantici 1,5, e 1,6, e significa "Sono nera ma formosa" oppure, meno letteralmente "Sono bruna ma bella".

Santuario antico[modifica | modifica wikitesto]

Portale santuario antico.
Tindari chiesa liberiana.
Affreschi volta santuario antico.
Altare maggiore.

Sono pochissimi i manufatti risparmiati dalla distruzione araba, alla devastazione non scampa la chiesa ove probabilmente, sarebbe già stata portata l'icona. Secondo la tradizione orale il simulacro approda a Oliveri ed è custodito a Tindari nel periodo in cui la città è dominata dai Bizantini 535 - 836, mentre in Oriente dilaga la persecuzione iconoclasta opera dell'imperatore Leone III Isaurico.

  • 1544, il saccheggio perpetrato dall'ammiraglio Khayr al-Din Barbarossa e dal comandante Rais Dragut futuro successore, demolisce parzialmente il santuario del Tindari, lo priva delle campane ma risparmia la venerata immagine della Madonna bruna.
  • 1552, Bartolomeo Sebastiani vescovo di Patti lo ricostruisce ampliandolo con l'aggiunta dei locali per l'alloggio del personale addetto al culto. Sulla bugna - chiave di volta del portale d'ingresso è scolpito l'anno di completamento 1598.
  • 1925 - 1927, fotografie d'epoca illustrano l'antico santuario come un complesso fortificato, sulla spianata antistante sono documentate svariate cappelle votive.

Facciata[modifica | modifica wikitesto]

Prospetto a capanna inserito fra campanili. Il rilievo dell'arco del portale è realizzato in bugnato assieme alla superficie del primo ordine della parete esterna della facciata. Il secondo ordine è contraddistinto da un finestra circolare sovrastante l'ingresso. Un timpano triangolare con la dedica "AVE MARIA" costituisce il terzo ordine.

Semplici cornici abbelliscono gli ordini inferiori dei campanili. Stelle a otto punte, ricavate dalla sovrapposizione di quadrati sfalsati, ornano gli ordini centrali. Al terzo ordine a destra monofore su ogni lato arricchiscono la cella campanaria, a sinistra un oculo cieco ospita il quadrante dell'orologio. Cuspidi con base quadrata chiudono il quarto ordine delle torri, a sinistra è presente un incastellamento campanario esterno minore.

Sulla controfacciata sormonta il portale il dipinto raffigurante il Corteo processionale che accompagna il simulacro dalla spiaggia all'acropoli. É documentato un olio su tela raffigurante Santa Febronia, Patrona di Patti, condotta in cielo da un angelo, opera di Guglielmo Borremans.

Altare maggiore[modifica | modifica wikitesto]

  • Altare maggiore: altare dedicato al Sacro Cuore di Gesù. L'elevazione è costituita da una doppia coppia di colonne, quelle interne aggettanti sormontate da timpani a ricciolo simmetrici. Al centro lo stemma con fregi reca l'iscrizione "VENITE FILII, AVDITE ME, TIMORE DOMINI, DOCEBO VOS". Temporaneamente l'ambiente ha ospitato il simulacro della Madonna, oggi è presente la statua del Sacro Cuore di Gesù, al centro un ricco tabernacolo argenteo. Uno degli ultimi baluardi dei riti officiati ad orientem terminati con la realizzazione del moderno altare versus populum.

Nel presbiterio due quadroni raffigurano rispettivamente:

  • ?, Venerazione dell'icona raffigurante gli attimi successivi l'apertura della cassa contenente il simulacro;
  • ?, Il recupero raffigurante il salvataggio della cassa con l'ausilio delle reti dei pescatori.

Navata destra[modifica | modifica wikitesto]

  • Volta e nicchia contenente la statua raffigurante San Giuseppe e Gesù fanciullo.
  • Cappella di Maria Santissima del Tindari altare dedicato alla Madonna del Tindari. Animati manufatti in stile barocco con baldacchino in altorilievo di stucco e colonne tortili. Una prima coppia di putti alati sorreggono il baldacchino coronato dal quale diparte un manto con motivi fitoformi che svela la nicchia centrale nella quale è custodita una riproduzione dell'icona realizzata da Salvatore Rizzuti nel 1997. Una seconda coppia di putti sostiene e tende il drappeggio allargato e ricadente in ricche pieghe esaltanti la frangia decorativa, che occupa tutta la parete creando un effetto scenografico di elevato impatto artistico e visivo. Sulla trabeazione un'altra coppia d'angioletti regge lo stemma coronato, sulle cimase del timpano a riccioli, altri putti si protendono verso il soffitto riproducente la volta celeste con l'enorme raggiera centrale. Un paliotto ad intarsi marmorei con tre scene abbellisce la mensa. Numerose teste di putto alate decorano i plinti e l'arco, frequente il tema della conchiglia allegoria del pellegrinaggio terreno.

Un varco sul lato sinistro conduce nell'ambiente con finestra sui laghetti, alle pareti numerosi ex-voto.

Navata sinistra[modifica | modifica wikitesto]

  • Volta e nicchia contenente la statua marmorea raffigurante Gesù battezzato da San Giovanni Bettista nel fiume Giordano.
  • Cappella del Coro: coro e cenotafio.

È stato ripristinato come il primitivo altare meridionale lato catena peloritana - nebroidea con sguardo volto idealmente sul mar Tirreno.

Entrambi i santuari vantano il titolo di «chiese liberiane», appellativo che affonda le sue origini nei primi secoli della Chiesa ed è strettamente legato al sorgere della basilica di Santa Maria Maggiore in Roma considerata il più antico santuario mariano d'Occidente. Precisamente al IV secolo, sotto il pontificato di papa Liberio. Questa è la tradizione, anche se non comprovata da nessun documento; le chiese sotto il medesimo titolo sono dette "liberiane" dal nome del pontefice, dal popolo sono chiamate familiarmente ad Nives, della Neve.

Testo epigrafe attestante il titolo di santuario liberiano.

« "D. O. M. SACRO SANCTÆ BASILICÆ - LIBERIANÆ S(ANCTA) MARIÆ MAJORIS - ROMÆ PERPETVO AGGREGATVM HOC - VENERABILE SANCTVARIVM, QVOD - VISITATVM, - AC SI ILLA PERSONALI - VISITARETVR PARTICIPANS - OMNIA PRIVILEGIA, UT IN BVLLA - DATA ROMÆ - XIII MAII MDCCLIII"  »
Cupola del nuovo santuario

Santuario moderno[modifica | modifica wikitesto]

Il 22 gennaio 1943 le strutture del santuario furono requisite dal Regio Esercito Italiano per essere in seguito occupate dai soldati inglesi, i quali vi installarono un ospedale militare.

  • 1953 - 1977, il santuario esistente è diventato insufficiente ad accogliere i pellegrini. È individuata la soluzione più idonea per la nuova costruzione senza compromettere l'esistenza dell'antica chiesetta.
  • 1957 8 dicembre, posa della prima pietra proveniente dagli scavi archeologici e benedetta da papa Pio XII il 30 dicembre 1956.
  • 1975 6 settembre, monsignor Giuseppe Pullano benedice l'interno del nuovo santuario, l'icona della Madonna è portata nel nuovo tempio e collocata sul monumentale altare.
  • 1979 1º maggio, consacrazione e dedicazione del nuovo santuario da parte del cardinale Salvatore Pappalardo, assistito dal vescovo di Patti Carmelo Ferraro.

Il santuario ha pianta a sviluppo basilicale, a croce latina, a tre navate, con transetto quadrato e abside semicircolare. La chiesa è lunga 64 metri e larga 24. Il basamento è in marmo di billiemi, le falde della copertura sono rivestite di ceramiche azzurre. Sul fianco settentrionale, adiacente alla navata sinistra, è costruito un loggiato lungo 76 metri e largo 8, che permette di ammirare il panorama dei laghetti di Marinello. Sotto il loggiato è ricavato un ampio locale che, collegato alla cripta, forma la penitenzieria del santuario.

Facciata[modifica | modifica wikitesto]

La facciata con la parte centrale costituita da un corpo avanzato si innalza sulla piazza antistante rivolta a occidente, la sopraelevazione costituisce lo sviluppo della torre campanaria. Le porte sono in bronzo, ai lati del portone centrale sono collocate, in apposite nicchie, le statue raffiguranti San Pietro e San Paolo.

L'accesso al santuario è garantito da un atrio decorato da vetrate istoriate, in esse sono raffigurate le figure allegoriche delle virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza. Le virtù teologali sono riprodotte sui varchi d'accesso: Fede entrata sinistra, Carità varco centrale, Speranza ingresso destro.

Organo[modifica | modifica wikitesto]

Nella tribuna interna ricavata in prossimità dell'atrio è installato un grande organo a canne.

Navata centrale[modifica | modifica wikitesto]

La navata centrale è delimitata da colonne ottagonali con basi di marmo bianco, sulla volta è incollata una tela di 75 m² raffigurante Il trionfo della Madonna opera del pittore Fausto Conti. Ai vertici della volta della navata centrale angeli sorreggono dei cartigli con le frasi salienti tratte dal cantico del Magnificat: MAGNIFICAT ANIMA MEA DOMINUM - BEATAM ME DICENT OMNES GENERATIONES - QVIA FECIT MIHI MAGNA, QVI POTENS EST - ....

Dello stesso autore l'affresco della cupola. Sulle pareti esterne delle campate delle navate laterali, realizzati in grandi mosaici su cartoni del pittore romano Fausto Conti, sono rappresentati i Misteri del Rosario. Il tondo mosaico dell'arcata d'ingresso raffigura San Michele Arcangelo. Nelle vetrate è raffigurata l'allegoria della Carità attorniata da schiere d'angeli.

Trabeazione:

Trabeazione transetto sinistro
Trabeazione pilastri navata centrale sinistra
Trabeazione pilastri navata centrale destra
Trabeazione transetto destro
Sant'Antonio di Padova San Francesco d'Assisi San Francesco di Paola San Domenico Savio
Concilio di Efeso (Mater Dei)
Pennacchio cupola
Concilio Vaticano II (Mater Ecclesia)
Pennacchio cupola
Concilio ?
Pennacchio cupola
Concilio ?
Pennacchio cupola
? ? Santa Teresa d'Avila Suor Maria ?
Papa ? Papa Pio X
Sant'Alfonso Maria de' Liguori San Giuseppe Benedetto Cottolengo
San Filippo ? Giovanni Maria Vianney - Curato d'Ars
San Luigi Gonzaga San Luigi Maria Grignon De Monfort
Santa Caterina di Siena San Giovanni Bosco
San Domenico di Guzmán San Gabriele dell'Addolorata
San Bernardo di Chiaravalle Santa Bernadette Soubirous Vergine

Navata destra[modifica | modifica wikitesto]

Ordine Episodio Mistero Simbolo spiovente navata
Prima campata "Coronazione di spine" Mistero doloroso Corona di Spine, corda, canna - scettro
Seconda campata "Salita di Gesù al Calvario" Mistero doloroso Agnello sacrificale, croce reclinata e palma del martirio
Terza campata "Crocifissione e morte di Gesù" Mistero doloroso Mani chiodate
Quarta campata "Resurrezione di Gesù" Mistero glorioso
Quinta campata "Ascensione di Gesù al cielo" Mistero glorioso JHS o Cristogramma fra putti
Sesta campata "Discesa dello Spirito Santo" Mistero glorioso Paraclito o Colomba dello Spirito Santo e fiammelle
Settima campata "Assunzione di Maria Santissima al cielo" Mistero glorioso Tiara o corona

Navata sinistra[modifica | modifica wikitesto]

Ordine Episodio Mistero Simbolo spiovente navata
Prima campata "Flagellazione di Gesù alla colonna" Mistero doloroso Colonna della flagellazione
Seconda campata "Agonia di Gesù nel getsemani" Mistero doloroso Calice
Terza campata "Ritrovamento di Gesù nel tempio" Mistero gaudioso Tempio e Sacre Scritture
Quarta campata "Presentazione di Gesù al tempio" Mistero gaudioso
Quinta campata "Nascita di Gesù a Betlemme" Mistero gaudioso
Sesta campata "Visita di Maria Vergine a santa Elisabetta" Mistero gaudioso
Settima campata "Annunciazione dell'Angelo a Maria" Mistero gaudioso

Altare[modifica | modifica wikitesto]

La bussola.

Il grande altare al centro del transetto, poggia su stipiti di marmo giallo, sotto la mensa è posta una scultura in marmo bianco raffigurante l'Ultima Cena. Sotto la cupola troneggia il dinamico e artistico altare su cui è collocata l'immagine della Madonna del Tindari in trono. Collocati su basi di bronzo raffiguranti nuvole, si ergono quattro maestosi angeli bronzei in posizione eretta con mani protese, sorreggono una bussola in cristallo contenente il simulacro della Madonna. Un'altra coppia in posizione più avanzata regge il tabernacolo, l'angelo di destra è genuflesso.

Dietro il colonnato dell'abside, costituito da un ampio emiciclo, le cui pareti sono decorate da mosaici (realizzati dalla scuola del mosaico di Montepulciano su cartoni del pittore Fausto Conti) raffiguranti i momenti più salienti della storia del santuario:

  • Il naufragio dell'imbarcazione e il recupero dell'icona, evento documentato nel IX secolo.
  • L'intronizzazione della statua nel primitivo tempio pagano.
  • La statua della Madonna indenne dopo l'assalto dei pirati, episodio del 1544.
  • La consegna delle chiavi da parte dei giurati della città di Patti, evento del 1669.
  • Incoronazione della Vergine, una delle tre incoronazioni documentate nel 1886, nel 1901 e nel 1940.
  • Processione nella diocesi.

Feste religiose[modifica | modifica wikitesto]

  • 8 settembre, Festa della Madonna del Tindari processione del simulacro, funzione già documentata.[6]

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Pagine 150 - 152 dopo la 364. Giovanni Andrea Massa, "La Sicilia in prospettiva. Parte prima, cioè il Mongibello, e gli altri ..." [1], Stamperia di Francesco Chicè, Palermo, 1709.
  2. ^ Diodoro Siculo, Libro XIV, 78.
  3. ^ a b c Pagina 493, Rocco Pirri, curatore Antonino Mongitore, "Sicilia sacra, disquisitionibus et notitiis illustrata ..." [2], ristampa anastatica 1733), Forni, Palermo, 1643, ISBN 8827126538, 9788827126530, pp. 1562
  4. ^ Pagine 134, 135, 136 e 137 del libro di Di Francesco San Martino De Spucches, Mario Gregorio, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia dalle loro origini ai nostri giorni, Palermo, volume sesto.
  5. ^ http://www.santuariotindari.it/storia.htm
  6. ^ Pagina 150. Giovanni Andrea Massa.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Michele Fasolo, Tyndaris e il suo territorio: Introduzione alla carta archeologica del territorio di Tindari, volume primo, Mediageo.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]