Castello di Patti

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Castello di Patti
Fortificazioni di Patti.JPG
Ruderi settentrionali cinta muraria
Stato Italia Italia
Regione Sicilia Sicilia
Città Patti-Stemma.png Patti
Informazioni generali
Tipo militare
Inizio costruzione VIII secolo
Materiale pietra
Primo proprietario Roberto di Mandaguerra
Condizione attuale Resti di mura fortificate, porte e torri
Proprietario attuale Comune di Patti
Visitabile
Informazioni militari
Funzione strategica difensiva
[senza fonte]
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Il Castello di Patti o Castello di Adelasia, insieme al complesso di addizioni postume è documentato presso la Cittadella Fortificata di Patti, in provincia di Messina.

Il castello medievale è un agglomerato di strutture fortificate occupava parzialmente la sommità del colle ove attualmente è insediata la Diocesi di Patti con gli edifici del Seminario, della sede vescovile, del museo diocesano e della Cattedrale di san Bartolomeo e santa Febronia. Oggi il nucleo arroccato nel cuore della città, domina con la sua posizione la fiumara di Montagnareale e controlla l'ampia porzione di costa compresa tra capo Calavà e il promontorio di Tindari, comprese le rotte commerciali per le prospicienti Isole Eolie. È dotato di una particolare edificazione con pietre.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

I resti delle fortificazioni sorgono sulla sommità del colle oggi occupate dalla sede della Diocesi di Patti: Seminario derivato in parte dal monastero del Santissimo Salvatore, palazzo vescovile, museo diocesano e cattedrale di san Bartolomeo e santa Febronia anch'essa derivata parzialmente dal primitivo castello di Natoli. L'insieme dei manufatti e dei sistemi difensivi costituiscono propriamente la Cittadella Fortificata, la sovrapposizione degli attuali principali nuclei abitativi che la compongono cancella o ricopre attraverso le stratificazioni sedimentate, insediamenti di varie epoche. Negli ultimi secoli campagne archeologiche, di studi, di scavi, di ricostruzioni e riedificazioni identificano i principali periodi compatibili con le vicende storiche dei vicini insediamenti fortificati di Tindaro, della Città Murata di Milazzo, della Civita Fortificata di Lipari:

Una lunga serie di eventi sismici contribuisce a cambiare la fisionomia della cittadella fortificata:

Primitiva fortificazione araba[modifica | modifica wikitesto]

  • IXXI secolo, sono presenti fortificazioni sotto la dominazione islamica.

Castello di Adelasia[modifica | modifica wikitesto]

Periodo svevo[modifica | modifica wikitesto]

Periodo angioino[modifica | modifica wikitesto]

  • 1282, Durante la guerra del Vespro, la città di Patti è fortificata da Pietro III d'Aragona per prevenire la riconquista della costa da parte degli Angioini. Le fortificazioni consistono in una possente cinta muraria costituita da 5 porte e 17 torri.

Per il casato formato dalla fusione delle famiglie Hohenstaufen - Aragona lottano alcuni cittadini pattesi, rimasti nell'elenco degli eroi isolani, quali Peregrino da Patti, Guglielmo Pallotta, Giovanni De Oddone e Bartolomeo Varellis. Patti subisce distruzioni e saccheggi per mano degli Angioini che riescono a riconquistarla grazie al tradimento del vescovo Pandolfo che perora la causa di Papa Bonifacio VIII e dell'ammiraglio Giovanni Loria che nel frattempo tradisce gli Aragonesi.

  • 1299, primo settembre, Re Giacomo II d'Aragona sbarca a Patti con una potente flotta soggiornandovi per due mesi ospite del vescovo Giovanni II obbediente alle indicazioni del Papa, schierandosi di fatto contro il fratello Federico III di Sicilia legittimo Re di Trinacria.

La contesa delle fazioni di Carlo II d'Angiò lo Zoppo appoggiato dal sovrano Giacomo II d'Aragona e dal Papa Bonifacio VIII contro la flotta di Federico III di Sicilia, prevede la cessione della Sardegna e della Corsica alla Corona d'Aragona a fronte della Sicilia sottratta a Federico III e consegnata agli Angioini, trova il suo esito favorevole per la causa siciliana nella battaglia di Capo d'Orlando.

  • 1303, Dopo la Pace di Caltabellotta i Pattesi si riappropriano della loro città semidistrutta.
  • 1310, il nobile Antonino Natoli, Barone di Messina e familiare di Re Carlo I d'Angiò, marito di Francesca, figlia di Girolamo d'Amato, i cui figli furono Simone e Gerardo Natoli fu il proprietario del castello della città di Patti fin dalla prima metà del 1300[2] a cui seguirono diversi suoi discendenti.

Un omonimo discendente Antonino Natoli, fu poi castellano della città di Patti, era figlio del Magnifico Gio Matteo di Patti, ovvero Giovanni Matteo Natoli (Ioannem Matteum de Natoli), figlio di Antonino[3][4], fu un nobile messinese a cui venne concesso il Cingolo Militare con il titolo di Cavaliere da parte di Carlo V, e venne poi nominato Cavaliere del Sacro Romano Impero[5][6][7][8], a proprie spese nel 1523[9] il 4 maggio 1523 armò due galee[10]. per fronteggiare nel mar Adriatico[11], i nemici che attaccavano il Vaticano[5], fu ambasciatore a Venezia e partecipò a tutte le battaglie del suo secolo, da Tunisi a La Goletta morendo a S.Angelo.

Periodo aragonese[modifica | modifica wikitesto]

Periodo spagnolo[modifica | modifica wikitesto]

Ultimi secoli[modifica | modifica wikitesto]

Nel 19601968, Il vescovo Giuseppe Pullano demolisce e ricostruisce ex novo l'edificio del seminario (già gravemente alterato) oltreché il palazzo vescovile.

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

Della primitiva cittadella fortificata restano alcune porte e porzioni di mura esterne. Una ricostruzione immaginaria dei manufatti è desunta da dipinti, schizzi, planimetrie e disegni del XVI e XVII secolo, per opera degli ingegneri militari Camillo Camilliani, Tiburzio Spannocchi al servizio della Corona di Spagna e dalle schiere d'artisti transitati da Patti. Il confronto e la sovrapposizione degli elementi che scaturiscono dalla comparazione tra dipinti, rilievi militari e manufatti superstiti permette una ricostruzione verosimile. I documenti più significativi sono conservati presso la Biblioteca Nacional de España di Madrid.

Delle fortificazioni aragonesi, l'elenco delle torri e porte identificate e denominate: "Porta dei morti" a ovest sotto il castello, "Porta nova" sulla stradina che conduce al torrente Provvidenza, "Porta falsa" ubicata ove è attualmente l'ingresso del museo diocesano, di detti accessi non esistono più tracce. La "Porta di San Michele" è l'unica ancora visibile integralmente contigua alla Chiesa di San Michele, "Porta delle Buccerij", "Porta reali". Delle 17 torri è pervenuta quella denominata "Torre del palombaro". Di un'altra, a forma circolare e demolita nel 1969, a seguito del parziale crollo del castello, residenza dei Vescovi, esiste qualche foto.

Un disegno riproduce le piante del Castello e della Cattedrale. Sono visibili, oltre le strutture murarie principali, le tre absidi. Quelle primitive di forma circolare hanno ceduto il posto a quelle attuali con muratura retta. Il crollo delle absidi originarie fu provocato dal sisma dell'11 gennaio 1693 noto come Terremoto del Val di Noto.[12][13]. Per l'evento disastroso andarono distrutti parimenti il tetto e l'ultima elevazione della torre campanaria, molto probabilmente per il cedimento delle trifore caratterizzate da aperture molto ampie.

Altri disegni illustrano le prospettive del Castello e della Cattedrale. Si evincono chiaramente le tre absidi dai decori esterni simili a quelle della coeva Cattedrale di Cefalù, il campanile con le trifore nell'ultima elevazione, la "Torre del palombaro", quella distrutta nel 1969 e la cinta muraria superiore della struttura con la "Porta falsa".

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Storia dei Musulmani di Sicilia scritta da Michele Amari, volume 3°, pag 378.
  2. ^ [1], Filadelfo Mugnos, “Teatro Genologico Delle Famiglie Nobili Titolate Feudatarie...”, Volume 2, pgg 245, Palermo, 1647
  3. ^ Annuario della nobiltà italiana, pag 495
  4. ^ Francesco Maria Emanuele Gaetani, Della Sicilia Nobile, continuazione parte seconda, Volume 3, stamperia dei Santi Apostoli, Palermo, MDCCLVII - Pagina 223
  5. ^ a b [2] "Annali Della Città Di Messina, Capitale del Regno di Sicilia" Vol.II, di Cajo Domenico Gallo, 1759
  6. ^ ex Reg. Cancell. "die 4 Maij 1523" (Registro Cancelleria di Carlo V con data 4 maggio 1523)
  7. ^ [3] "Feudatari e patrizi nella Sicilia moderna:(secoli XVI-XVII)" di Domenico Ligresti, ed. C.U.E.C.M. Libreria Universitaria, (1992)
  8. ^ Vincenzo Palizzolo Gravina, "Il blasone in Sicilia ossia Raccolta araldica": Volume 1, 1875 [4]
  9. ^ Pietro Napoli Signorelli, Vicende della coltura nelle due Sicilie dalla venuta delle colture straniere sino ai giorni nostri, Università di Bologna, Tomo 4, 1810, Napoli
  10. ^ "Teatro Genologico Delle Famiglie Nobili Titolate Feudatarie", Volume 2 di Filadelfo Mugnos, pag. 244-255
  11. ^ Francesco Piacenza Napolitano, L'Egeo Redivivo o sia chorographia dell'Arcipelago, Eredi Soliani Stampatori Ducali, [5]
  12. ^ In merito lo storico Giovanni Vivenzio scrive: "..... né Barcellona, e la Città di Patti, né le Piazze di Melazzo, e di Augusta andarono esenti da danni, e da lesioni nelle loro fabbriche".
  13. ^ A pagina 263 dell'opera "Istoria e teoria de' tremuoti in generale ed in particolare di quelli della Calabria, e di Messina del MDCCLXXXIII" di Giovanni Vivenzio: "..... Patti. In questa Città, che è posta non molto lontana dal mare all'W. di Melazzo, oltre alla lesione di molte case, caddero l'Episcopio, e la Cattedrale" [6].

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pietro Cono Terranova, "I Castelli Peloritani del versante tirrenico", Milazzo, 1990 - 1991.
  • Giovanni Vivenzio, "Istoria e teoria de' tremuoti in generale ed in particolare di quelli della Calabria, e di Messina del MDCCLXXXIII", volume primo, Stamperia Regale, Napoli, 1787.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]