Vinciguerra d'Aragona

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Vinciguerra d'Aragona Auria
Signore di Cammarata
Signore di Militello
Stemma
In carica 1359-1380
Predecessore Sancio d'Aragona Auria
Successore Bartolomeo d'Aragona
Altri titoli Signore di Librizzi, di Novara, di Oliveri, di Raccuja, di San Marco, di Termini e di Tortorici
Morte 1380 ca.
Dinastia Aragona
Padre Federico d'Aragona Palizzi
Madre Giovanna Auria
Consorte ?
Figli
Religione Cattolicesimo

Vinciguerra d'Aragona Auria, signore di Cammarata (... – 1380 ca.), è stato un nobile, politico e militare italiano del XIV secolo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque presumibilmente a inizio XIV secolo da Federico, signore di Cammarata, e dalla di lui consorte la nobildonna Giovanna Auria dei signori di Castronovo.[1] Suo nonno paterno era il miles catalano Sancio d'Aragona, figlio naturale del re Pietro I di Sicilia[1], mentre la famiglia della madre, gli Auria o D'Auria, derivavano dall'illustre famiglia genovese Doria, trapiantata in Sicilia da Corrado Doria, giunto nell'isola per la Guerra del Vespro scoppiata nel 1282, dove combatté in favore degli Aragonesi contro gli Angioini.[2]

Nel 1355, il re Ludovico di Sicilia lo assegnò a Patti in veste di capitano di guerra coadiuvato da Guglielmo Rosso, conte di Aidone, e Corrado Spadafora, posizione ricoperta dopo la morte del sovrano, dal mese di dicembre fino al mese di dicembre del 1356. In merito ottenne altri incarichi di fiducia, tra i quali quello di capitano e castellano di Lipari.

Ribellatosi al successore Federico IV d'Aragona, nel 1357, assieme al fratello Sancio detto Sanciolo, fu promotore di una rivolta pro-angioina. Nella lunghissima disputa inserita nelle vicende dei Vespri siciliani, si riconciliò con la Corona d'Aragona e riconquistò i territori ribelli passati agli Angioini. Nel marzo 1359, domata l'insurrezione, fu premiato con le signorie di Termini Imerese; l'anno medesimo, dal nipote Mattiolo d'Aragona, morto senza discendenti, figlio di Sanciolo, ereditò le signorie di Cammarata e San Marco; nel 1364 ottenne quella di Novara di Sicilia, e nel 1371 divenne barone di Militello, appartenuta al padre corrispondente ai territori degli odierni territori comunali di Sant'Agata Militello e Militello Rosmarino e relative fortificazioni.[3]

Tra i feudatari più potenti e ricchi del suo tempo, Vinciguerra d'Aragona possedette anche Ficarra, Galati, Brolo, Piraino, Raccuja, Calatabiano, Tortorici, Naso, Capo d'Orlando ed altre terre e casali.[3] Nel 1359 gli risultano assegnati i possedimenti e il castello di Adelasia di Patti, il castello di Tindaro di Tindari, il castello arabo - normanno di San Marco d'Alunzio, il castello d'Orlando di Capo d'Orlando, il castello federiciano di Montalbano Elicona, il castello arabo - normanno di Noara, il castello di San Filadelfo.[4]

Dal 1365 al 1368 fu Gran cancelliere del Regno di Sicilia in sostituzione di Enrico Rosso, conte di Aidone. Nel 1366, in territorio di Patti fece costruire una fortezza, la Torre Vinciguerra, attorno la quale si sviluppo il centro di Gioiosa Marea.[3][5]

Morto intorno al 1380[6], ebbe tre figli, Giovanni, che fu vescovo di Patti, Federico e Bartolomeo, rispettivamente eredi delle signorie di San Marco e di Cammarata.[6]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Marrone, p. 50
  2. ^ Marrone, pp. 63-64
  3. ^ a b c Marrone, pp. 51-52
  4. ^ De Spucches, pp. 134-137
  5. ^ V. M. Amico, Dizionario Topografico Della Sicilia del 1757, vol. 1, Di Marzo, 1885, p. 508.
  6. ^ a b Marrone, p. 53

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • F. M. Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca, Della Sicilia nobile. Parte Seconda., vol. 4, Palermo, Stamperia de' Santi Apostoli, 1757.
  • F. San Martino de Spucches, La Storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia dalle loro origini ai nostri giorni (1923), VI, Palermo, Tipografia "Boccone del Povero", 1924.
  • A. Marrone, Repertorio della feudalità siciliana (1282-1390), in Mediterranea : ricerche storiche. Quaderni vol. 1, Associazione Mediterranea, 2006.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]