Castello di Santa Lucia del Mela

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Castello di Santa Lucia del Mela
Castello Arabo svevo aragonese.jpg
Il prospetto settentrionale del Castello di Santa Lucia del Mela
Ubicazione
Stato Italia Italia
Città Santa Lucia del Mela-Stemma.png Santa Lucia del Mela
Informazioni generali
Tipo Castello
Costruzione 837 - 851-XIV secolo
Condizione attuale Agibile
Informazioni militari
Azioni di guerra Nessuna
[senza fonte]
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Il castello di Santa Lucia del Mela si trova a Santa Lucia del Mela in provincia di Messina. Sorge sulla sommità del colle Mankarru e domina i corsi dei torrenti "Floripotema" e "Mela".

Storia del castello[modifica | modifica wikitesto]

Torre cilindrica ed ingresso

Durante le dominazioni: greca, romana, bizantina, araba, normanna, sveva, aragonese, spagnola l'edificio è protagonista nonché il monumento principale della storia millenaria della città.

Del primitivo insediamento greco sono pervenute varie tracce di cinte murarie dell'età classica. Nel periodo compreso fra il VII secolo a. C. e il V secolo d. C., Santa Lucia del Mela è insediamento romano con una zona castrum sorta durante il periodo della lunga dominazione romana. Con la caduta dell'Impero (V secoloIX secolo), diviene insediamento bizantino con un castrum mutuato dalla dominazione bizantina, sotto la denominazione di Mankarru, periodo durante il quale, non si esclude l'esistenza di un'anteriore fortificazione o torre d'avvistamento del periodo imperiale.

L'insieme degli edifici che costituiscono il Castello resiste al devastante Terremoto della Calabria meridionale del 1783 ma, subisce i danni arrecati dal Terremoto della Calabria meridionale del 1894 e dal Terremoto di Messina del 1908. Di questi ultimi eventi sismici il prelato Monsignor Salvatore Ballo Guercio ripristina l'integrità dei manufatti con le opere di restauro attuate nel 1927.

Muro di cinta con torre triangolare
Torre triangolare
Torre cilindrica

Primitiva fortificazione araba[modifica | modifica wikitesto]

Poche sono le fonti documentali ma, l'avvicendamento di ogni dominazione comporta l'assedio e la conseguente distruzione dei manufatti preesistenti. Segue l'opera di ricostruzione secondo i canoni dello stile architettonico della fazione conquistatrice. In merito alla dominazione araba la costruzione presenta le caratteristiche attribuibili all'arte islamica, nella fattispecie, le più antiche oggi riscontrabili.

Il felice connubio artistico arabo - normanno, costituito da maestranze orientali (islamiche e in minoranza ebraiche), fedeli o al servizio della Corona degli Altavilla, giustifica in molti casi realizzazioni che si collocano sotto i regni di: Ruggero I di Sicilia, Ruggero II di Sicilia, Guglielmo I di Sicilia detto il Malo, Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, Tancredi di Sicilia, Ruggero III di Sicilia, Guglielmo III di Sicilia fino all'avvicendarsi della dinastia degli Svevi con Costanza d'Altavilla sposa di Enrico VI di Svevia.

Sebbene ubicato relativamente lontano da cave di pietre e materiali lavici, con riferimento alle ricchissime colate laviche delle falde dell'Etna o estratte e importate dalle prospicienti Isole Eolie, il Castello presenta l'utilizzo di conci di lava per scopi decorativi e altro materiale di natura vulcanica con funzioni strutturali. Peculiarità che lo accomunano a costruzioni di matrice bizantino - araba, cube e metochi del circondario, l'utilizzo di conci di pietra lavica denominatore comune alle rifiniture esterne delle absidi del Duomo di Palermo e del Duomo di Monreale. Tra gli esempi: il vano absidale della primitiva "Cappella Palatina", i conci alternati dello spigolo settentrionale del Santuario, le cornici superiori delle monofore del prospetto, il contorno dell'oculo cieco in cui è inserito l'orologio. Peculiarità stilistiche poste in essere anche in interventi successivi e cronologicamente più recenti.

Dimora periodo svevo[modifica | modifica wikitesto]

Veduta panoramica del castello, prospetto orientale

I primi interventi di trasformazione del maniero in "dimora regia" sono attuati da Federico II di Svevia, il sovrano trascorre lunghi soggiorni dedicati alla caccia, suo svago preferito, sui monti ricchi di selvaggina. Lontano dalle ingerenze dei vescovi delle vicine Diocesi di Patti, Lipari e Messina, nella "sua" Prelatura, ove può preparare quella che è definita "la crociata maledetta", seguita da lì a poco dalla sesta crociata, condotta in prima persona dall'Imperatore, quest'ultima esperita in via diplomatica contro il sultano Al-Malik al-Kāmil.

L'Imperatore Federico II di Svevia "Stupor Mundi" è pronipote del Gran Conte Ruggero. Grazie a intrighi di palazzo, pur variando la Casata, è assicurata la naturale discendenza del ceppo normanno degli Altavilla infatti, è figlio di Costanza d'Altavilla (a sua volta figlia di Ruggero II di Sicilia) accasata con Enrico VI di Hohenstaufen Imperatore del Sacro Romano Impero. A Santa Lucia del Mela come alla corte di Palermo, sono incentivati lo sviluppo e la diffusione dell'Arte che, nella fattispecie, sfociano nel movimento culturale filosofico - letterario universalmente noto come Scuola siciliana. La tradizione popolare narra che nella prigione, ubicata nel vano inferiore della torre cilindrica, scoperto nel 1967 durante l'esecuzione di lavori di restauro, accusato di tradimento, abbia trascorso una lunga detenzione Pier della Vigna, protonotaro e magistrato dell'Imperatore: "imperialis aule prothonotarius et regni Siciliae logotheta".[1] L'ingiusta condanna cantata da Dante Alighieri è parimenti supportata dalla considerazione e dalla stima del popolo luciese, come attesta una via del centro storico espressamente a lui dedicata.

Durante il regno federiciano è avviato un censimento dei castelli e con il decreto "Statutum de reparatione castrorum" (1231 - 1240), il quale prevede la loro ristrutturazione e manutenzione a carico dei cittadini.

Il castello non è inserito nel Castra exempta redatto per volontà dell'Imperatore Federico II di Svevia con la collaborazione di Pier della Vigna stilato nel 1239. In esso non compaiono i palazzi e le residenze di caccia e svago, le "domus solaciorum", di pertinenza comunque regia e soprattutto alcuni siti molto noti, spesso sotto il controllo della Curia, che all'epoca non erano ancora stati costruiti o ultimati.

Accorpati gli undici Giustizierati del Regno in sole cinque circoscrizioni più ampie. Nello specifico: "Sicilie citra flumen Salsum et totius Calabrie usque ad portam Roseti".

Periodo angioino[modifica | modifica wikitesto]

Durante le incursioni angioine il Castello luciese è in parte distrutto. Pace di Caltabellotta del 1302.

Dimora periodo aragonese[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la breve ma, convulsa parentesi angioina, la Corona del Regno di Sicilia torna nuovamente a seguire la discendenza dinastica dei Re di Sicilia nella persona di Federico III d'Aragona pronipote di Federico II di Svevia ovvero figlio di Costanza II di Sicilia, nipote di Manfredi di Hohenstaufen a sua volta figlio naturale dell'Imperatore Federico II di Svevia.

Il bisnonno Federico II di Svevia getta le basi del grandioso palazzo, il pronipote Federico III di Sicilia lo ristruttura e lo amplia, proprio come avviene per il Castello di Montalbano Elicona.

Sotto il regno di Pietro II di Sicilia figlio di Federico III d'Aragona riprendono gli attacchi degli Angioini con l'obiettivo di impadronirsi dell'isola. Dopo un prolungato assedio e con la morte di Re Pietro II di Sicilia, Santa Lucia e il suo Castello, cadono nelle mani degli Angioini.

Nel 1346, il Duca Giovanni d'Aragona fratello di Re Pietro II di Sicilia riesce a strappare la città dal giogo angioino. Due anni dopo, nell'aprile del 1348 con la morte del Duca, il Castello di Santa Lucia si ritrova al centro di eventi cruenti e sanguinosi.

Periodo dominazione spagnola[modifica | modifica wikitesto]

Santuario Madonna della Neve[modifica | modifica wikitesto]

Altare madonna della neve S.L.jpg

Nel 1673 la fortificazione decadute le funzioni di difesa, abbandonata e in rovina è ceduta dal proprietario don Francesco Morra Principe di Buccheri a Monsignore Simone Impellizzeri, Prelato dell'epoca, che provvede alla ristrutturazione del complesso affidandola a Don Francesco Picciotta.

Il titolo di Madonna della Neve, affonda le sue origini nei primi secoli della Chiesa ed è strettamente legato al sorgere della Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma considerata il più antico santuario mariano d'Occidente. Precisamente al IV secolo, sotto il pontificato di Papa Liberio. Questa è la tradizione, anche se non comprovata da nessun documento; le chiese sotto il medesimo titolo sono dette "Liberiane" dal nome del pontefice, dal popolo sono chiamate familiarmente "ad Nives", della Neve.

La torre quadrangolare pericolante è abbattuta per fare posto alla costruzione del Santuario. Nel 1674 al centro di una maestosa cornice barocca, è collocata la stupenda statua marmorea della "Madonna della Neve", opera di Antonello Gagini del 1529, proveniente dalla Chiesa di San Giuseppe della rurale contrada omonima, col titolo di "Nostra Donna della Neve" o "Madonna delle Celle" o "Madonna degli Uccelli".[3]

In aperta campagna, in contrada delle "Celle", per via di un preesistente monastero dotato di celle per la clausura dei monaci, come si evince da un manoscritto dell'Archivio della Curia Vescovile, esiste una cappella dedicata alla "Madonna della Neve". Da qui deriva l'appellativo di "Madonna delle Celle" col tempo dialettalmente mutuato col nome di "Madonna degli Uccelli". Questa seconda definizione è da attribuire anche alla presenza di un volatile tenuto dal pargolo, quale emblema e segno distintivo della casata dei Gagini.

Altare[modifica | modifica wikitesto]

Statua lignea S.Lucia

L'altare maggiore è occupato da una grande composizione di legno intagliato e dorato di stile barocco settecentesco, ai lati due vani delimitati da ricche cornici di foglie d'acanto sormontate da conchiglie simbolo del pellegrinaggio terreno, ospitano le statue di Santa Lucia e San Biagio coopatroni della chiesa, della Concattedrale di Santa Maria Assunta e protettori della città. Coppie di colonne inghirlandate e paraste reggono un articolato architrave, in alto al centro uno stemma e una coppia di angeli incoronano la Vergine. Sulle mensole dei capitelli sono posti due angeli genuflessi, addossata alla parete una raggiera con putti sorregge una nuvola arricchita da facce d'angelo, sulla parte mediana dei nembi si staglia la figura benedicente del Creatore con globo e la colomba simboleggiante lo Spirito Santo.

Nella nicchia centrale è collocata la bellissima statua marmorea della "Madonna della Neve", commissionata a Antonello Gagini per la Pasqua del 1527 ma, di fatto, consegnata il 7 giugno 1529.

Lo storico d'arte Gioacchino Di Marzo, cui si deve la pubblicazione del contratto stipulato dai magnifici committenti Pietro D'Amico e Leonardo D'Alberto, osserva che è "Simulacro bellissimo per somma pietà di espressione, per soave posa, per magistero stupendo ... e viene tra i migliori usciti da quel sovrano scalpello". L'archeologo, filosofo e prelato Vincenzo Di Giovanni la giudica stupenda, bellissima tra le Madonne che si conoscono del rinomato artista. Il critico Saro Cucinotta, pone in rilievo "... l'aria grave di sovrana, mitigata dall'ineffabile dolcezza e dal profilo soave, l'atto confidenziale di un intimo colloquio col Bambino ... che par ragioni mentre stringe un uccelletto nella tenue manina ...".

Il vano retrostante al "Portone del Castello", posto in luce dai restauri del 1930, costituisce l'unico avanzo dell'interno del Castello. Destinato a Cappella nel 1322, nello spessore del muro è ricavata una nicchia a sesto acuto con piedritti di pomice nera per la collocazione di un altare.

L'ampia feritoia che sovrasta l'arco fino a rasentare la volta, l'oculo della parete opposta e la finestra sul lato sinistro, oggi murata, illuminano il suggestivo ambiente.

Seminario[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1695, nei locali ristrutturati dell'ala occidentale, è trasferito dal Palazzo Vescovile, il Seminario che diviene in breve tempo un rinomato centro di studi. Maestri insigni e personalità eccelse ne hanno percorso la storia. In merito si menzionano:

San Michele

Ai piedi dello scalone d'ingresso è collocata la statua marmorea di "San Michele Arcangelo" attribuita a Andrea Calamech del 1572, proveniente dalla diruta Chiesa di San Michele Arcangelo di via Facciata, qui collocata il 29 aprile 1934.

All'interno della torre cilindrica, è collocata una preziosa biblioteca con incunaboli, cinquecentine e testi molto antichi. Dal belvedere del Castello è possibile ammirare un incantevole panorama. L'orizzonte spazia da Capo Calavà a Capo Vaticano in Calabria e sullo sfondo la corona costituita dalle sette isole, isolotti e scogli che costituiscono l'Arcipelago Eoliano.

Ristrutturato ed ampliato da Federico II di Aragona sovente fu teatro di eventi cruenti e sanguinosi. Nel 1600, decaduto alle funzioni di difesa, abbandonato ed in rovina è ceduto dal proprietario don Francesco Morra principe di Buccheri, a Monsignor Simone Impellizzeri, 39° Prelato (1673), che provvede subito alla ristrutturazione. Nel 1695, nei locali ristrutturati, è trasferito dal Palazzo Prelatizio il Seminario che diviene in breve tempo un rinomato centro di studi ove Maestri insigni e personalità eccelse ne hanno percorso la storia. Basti ricordare il luciese Abate Antonio Scoppa, letterato, ambasciatore a Parigi del Regno delle due Sicilie ed accademico di Francia ed il filosofo Pasquale Galluppi[4], natio di Tropea, che da giovinetto ebbe a studiare in questo seminario, diventando professore di Teologia Dogmatica.

Manufatti[modifica | modifica wikitesto]

  • Torrione cilindrico meridionale o Mastio, sede della Biblioteca nel vano superiore e di una cisterna in seguito utilizzata come cella di prigione.
  • Seminario, ubicato nell'ala occidentale della costruzione.
  • Fronte nobile, corrispondente al variegato prospetto settentrionale dell'edificio costituito dalla facciata del Santuario, dalla contigua ala nord e dall'ala di nord-ovest.
  • Santuario, in sostituzione del primitivo Torrione quadrangolare posto al vertice nord-orientale.
  • Cappella Palatina, del primitivo "Palatium" è documentata e localizzata la Cappella di Palazzo nei vani posteriori dell'attuale Santuario.
  • Porta, inserita tra i vani della sacrestia e il Torrione meridionale, anticamente dotata di Ponte levatoio.
  • Corte, spazio interno della costruzione.
  • Bastione o Baluardo meridionale.
  • Cortina di Levante.
  • Cortina di Ponente.
  • Piazza d'Armi.
  • Porta Carraia di Levante.
  • Porta Salita Castello anticamente dotata di Ponte levatoio.
  • Galleria, cuniculo di collegamento dal Castello al Lavacro dei Saraceni.
  • Galleria, cuniculo di collegamento dal Castello a Via Facciata.

Il castello oggi[modifica | modifica wikitesto]

Il castello è in ottime condizioni pur avendo subito manomissioni, ricostruzioni e lunghi lavori di restauro che lo rendono fruibile in tutti gli ambienti. Il Seminario è adibito a Casa di Spiritualità e ospita il Movimento Missionario dello Spirito Santo costituito da volontari messicani. È centro d'accoglienza per pellegrini, gruppi organizzati, vi hanno sede giornate di studio, preghiera, ritiro ed esercizi spirituali. È il fulcro di tutte le manifestazioni del borgo medievale.

Personaggi legati al castello[modifica | modifica wikitesto]

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (cf., "Acta Imperii inedita", I, p. 344)
  2. ^ Pagina 565, Capitolo VIII Tommaso Fazello, "Della storia di Sicilia, Deche due del r.p.m. Tommaso Fazello siciliano ...", Volume 6 [1]
  3. ^ Pagine 349 e 350, Gioacchino di Marzo (Conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana Lazelada di Bereguardo), "I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI; memorie storiche e documenti." [2], Volumi I e II, Stamperia del Giornale di Sicilia, Palermo.
  4. ^ Viene considerato un luciese d'adozione e molto opportunamente la locale scuola Media gli è intitolata

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gioacchino di Marzo, "Delle belle arti in Sicilia dai Normanni alla fine del sec. XVI", Palermo, 1858 - 1862.
  • Gioacchino di Marzo, "Memorie storiche di Antonello Gagini e dei suoi figli e nipoti, scultori siciliani del secolo XVI", Palermo, 1858.
  • Gioacchino di Marzo, "I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI. Memorie storiche e documenti", 2 voll., Palermo, 1880 - 1883.

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