Storia della Russia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

1leftarrow blue.svgVoce principale: Russia.

Questa voce è parte della serie
Storia della Russia

La storia della Russia è la storia del popolamento umano nei vasti territori che oggi compongono (o hanno composto nel passato) lo Stato russo; vale a dire, oltre alla Russia europea centro-occidentale (che si delineò successivamente come "cuore" dello Stato russo), l'Asia centrale, il Caucaso, la Siberia, l'Estremo Oriente russo e tutte le terre situate lungo la estesissima linea costiera del mar Glaciale Artico.

Periodo pre-slavo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della Russia prima della formazione della Rus' di Kiev.
Viktor Vasnecov, Battaglia fra Sciti e Slavi.

Nei secoli precedenti la nascita di Cristo le vaste terre della Russia meridionale erano abitate da popoli indoeuropei (di cui erano probabilmente la terra d'origine) come gli Sciti, a cui si avvicenderanno i Sarmati e, nell'alto Medioevo, gli slavi; nell'area che poi diventerà il centro del futuro Stato russo, vale a dire il bacino di Mosca, per lungo tempo prima del X secolo dimorarono genti di ceppo finnico o lituano.[1]

Tra il III e il VI secolo dell'era cristiana, le steppe subirono, a ondate successive, le invasioni di popoli nomadi, guidate da tribù bellicose che si dirigevano verso l'Europa occidentale. Fu il caso, ad esempio, degli Unni e degli Avari. Un popolo turco, i Cazari, governò la Russia meridionale durante l'VIII secolo; furono preziosi alleati dell'Impero bizantino e condussero diverse guerre contro i califfati arabi.

La penetrazione slava del VII secolo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Slavi orientali.

A partire dal VII secolo, gli slavi cominciarono ad avere il predominio nella Russia occidentale e pian piano assimilarono le preesistenti tribù ugro-finniche, come i Merja, i Muromi e i Mesceri; verso la fine dello stesso secolo entrarono nella scena russa anche popolazioni di origine vichinga, i Rus', che sovrapponendosi e successivamente mescolandosi a questo substrato diedero successivamente origine alla Rus' kievana.

La Rus' di Kiev[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Rus' di Kiev.
Jaroslav il Saggio, sotto il cui regno lo Stato kievano raggiunse il proprio apogeo.

I primi nuclei della nazionalità russa si formano verso la fine del IX secolo intorno a Kiev, entro i confini di uno Stato che prese il nome di Rus' di Kiev, grazie all'opera di principi del popolo chiamato Rus' (di stirpe vichinga) provenienti da Velikij Novgorod, sotto la guida di Rjurik I.

Uno dei primi sovrani della neonata unità statuale fu Oleg I, mentre Vladimiro I il Santo (956-1015, regnante dal 980) è considerato il promotore della conversione al cristianesimo, che fece sì che il regno di Kiev entrasse in stretti rapporti con Bisanzio. Più tardi sorsero altri centri di potere, come quelli di Vladimir, Tver', Jaroslavl' e di Suzdal'.

Risale all'XI secolo una raccolta di norme consuetudinarie, la Russkaja Pravda, periodicamente aggiornata negli anni a venire.

Nel 1132, alla morte del figlio di Vladimir II Monomaco, il potere centrale si disgrega; allo Stato unitario si sostituiscono diversi centri di potere fra i quali assumeranno particolare importanza la Volinia nel sudovest dello Stato kievano, Novgorod nel nordovest e Vladimir nel nordest.

L'invasione mongola[modifica | modifica wikitesto]

Il nuovo stato dell'Orda d'Oro, teniamolo bene a mente, nacque multietnico. Per questa ragione l'élite conquistatrice dapprima si mostrò altezzosa e sprezzante verso le élites dei popoli conquistati, ma poi dovette venire a patti con esse per riuscire a compattare una compagine statale solida delle genti assoggettate. D'altronde il tipo di guerra apportato dai Tataro-mongoli non aveva per ultimo scopo quello di devastare e distruggere e produrre il deserto intorno, ma quello di assoggettare intimidendo cioè piegare il vinto a “lavorare” per il vincitore per mantenerlo negli agi dovuti. È questo un aspetto particolare nell'esercizio del potere tataro-mongolo che, pur condizionato da imposizioni e leggi in perenni e improvvisi mutamenti, si rifaceva agli usi e ai costumi di una società d'antico stampo militare composta di clan famigliari di ascendenza divina e che imponeva in modo naturale l'ideologia che il conquistatore di popoli e di terre fosse di razza superiore di fronte al vinto perché investito dal dio supremo nel compito della costruzione d'un impero universale. Come di solito però accade, dopo aver suscitato atteggiamenti di rifiuto nelle élites conquistate non tatare, con i contatti sempre più frequenti e intensi fra le persone e coi rapporti fisici reciproci seppur guardinghi o falsamente accondiscendenti, si passò in maniera abbastanza rapida (forse di pochi decenni) a degli atteggiamenti meno aggressivi dei Tatari verso i propri soggetti allogeni – beninteso sempre attraverso le élites – che alla fine sfociò sia in una richiesta sia in un'offerta di collaborazione e di pacifica convivenza. È importante notare, sebbene i documenti che ne parlano siano scarsissimi, il grandissimo ruolo avuto dalle donne delle élites vincitrici negli approcci interetnici. Nella società mongola in special modo le khatun o donne nobili avevano un enorme peso culturale e politico giacché erano coloro che il dio supremo usava per riprodurre i membri dei clan e soltanto esse sapevano intervenire con riconosciuta autorità sia quando i loro uomini morivano o erano assenti per altri motivi sia nei momenti più aspri delle contese, addirittura capaci di promulgare giudizi definitivi e vincolanti affinché il sistema societario continuasse a operare nel modo canonico tradizionale. Aver in sposa una khatun non era soltanto un enorme onore, ma significava legarsi a un'amministratrice attenta e meticolosa più che a una madre o a una serva del marito come era invece nella società slavo-russa. Se pensiamo al caso delle élites che gestivano prima dell'arrivo dei Tatari le realtà statali organizzate nella Pianura Russa ossia agli orgogliosi Riurikidi signori assoluti nei loro udèl, l'impatto coi Tatari deve essere stato talmente sconvolgente da scoraggiare i Riurikidi stessi a pensare di poter mai sopportare un'autorità tatara femminile che comandasse al loro posto o che una loro donna andasse in sposa ad un Tataro. In conclusione ci fu una evoluzione nei rapporti fra le élites in cui la stragrande maggioranza degli incontri per certe decisioni finali o per avere delle sentenze finali avvenne per quasi l'intero XIV sec. d.C. a Sarai nei fatti il primo vetro centro del potere tataro-mongolo. E già il viaggio lungo e faticoso verso questa lontana città era percepito ostile e irritante dagli slavo-russi e dai tatari un atto di sicura accondiscendenza e sottomissione al khan. Logicamente dobbiamo immaginare un'amplissima costellazione di posizioni personali che si esternavano volta per volta nell'agire degli attori politici coinvolti e che è difficile da definire esattamente per la sua complessità. Quel che è certo era l'aria pesante del sospetto reciproco ben percepibile negli scritti tramandatici che portò spesso a liti armate anche cruente e mai risolte appieno e creò un mucchio di malintesi. Queste le premesse culturali e noi, per saperne un po' di più su come tali comportamenti reciproci evolsero, tenteremo di mettere a fuoco un concetto particolare che si andò diffondendo dal XIV sec. in poi e che è stato ereditato dalla storiografia sovietica più recente condizionando in qualche modo il racconto storico del Medioevo Russo. È un concetto “difensivo” sbandierato nelle lamentele eterne dell'ambiente ecclesiastico delle CTP in cui il periodo della soggezione all'Orda d'Oro è detto oscuro, oppressivo e via di questo passo. Stiamo parlando del famigerato “giogo tataro” e occorre sottolineare subito che i documenti che citeremo con le idee lì espresse avevano una circolazione limitata alle classi abbienti, anzi!, all'interno dei prelati ortodossi slavo-russi. In altre parole la gente semplice sconosciuta e ignorata un “giogo tataro” non lo sentì affatto come diverso o più pesante di quello dei Riurikidi stessi e lo dimostra il contenuto di molte favole popolari russe o byliny e dei proverbi ancora circolanti in ambito contadino. E perché è un concetto difensivo? Perché in realtà chi ci racconta la storia dei secoli di dominazione tatara è comunque la produzione letteraria della Chiesa Russa giusto mentre soffre di una grave crisi di identità e mentre subisce gravi perdite economiche e materiali. A questo proposito c'è la voce di Serapione, già igumeno del Monastero delle Grotte di Kiev e successivamente vescovo di Vladimir-sul-Kliazma fino alla sua morte nel 1275, il quale nei suoi famosi sermoni, uno Sulla spietatezza degli infedeli e l'altro Sui segni del cielo, descrive l'invasione tatara come un evento spaventoso, sì!, ma da accomunare con altri – i terremoti e le carestie notati in quegli anni – e da considerare come l'ira del dio cristiano per i peccati in cui sono incorsi gli slavo-russi tutti, élites e sudditi. Serapione teorizza inoltre che il dominio tataro durerà a lungo, se non ci si pente e non si ritorna al rispetto delle leggi divine cristiane. Dunque una denuncia chiara della perdita di autorità della parola della Chiesa Russa che spiega la spasmodica ricerca di una nuova via nella “nuova Kiev” che al momento è Vladimir-sul-Kliazma... È una situazione che però, dopo gli anni di esaltazione e di gloria nella ricca e dorata Kiev ora in rovina per le distruzioni tatare, è più palpabile a nostro avviso se torniamo un momento indietro nel tempo e cioè a prima della conquista tataro-mongola. Infatti le fratture fra pensiero e azione all'interno dell'organizzazione ecclesiastica kievana scaturiscono da tutta una serie di vicende legate strettamente alla conquista “franca” di Costantinopoli del 1204 quando inaspettatamente il Papa di Roma era riuscito a sopprimere il Patriarcato Ecumenico Ortodosso esistente definendolo eretico e lo aveva sostituito con uno latino-cattolico! Insomma val la pena di darne qualche particolare in più. In breve alla fine del XII sec. d.C. l'Imperatore Manuele I Comneno, sentendosi assediato dalla marea crescente dell'Islam che aveva sottratto porzioni enormi e economicamente importanti al suo dominio e vedendo come l'Occidente con le Crociate qualcuna di quelle regioni l'avevano pur recuperata nel Medio Oriente, almeno intorno alla prestigiosa Gerusalemme, aveva iniziato le trattative col Papa di Roma e con l'Imperatore Romano d'Occidente, Federico Barbarossa, per richiederne la restituzione. La conditio sine qua non posta dai due interlocutori a Manuele? La riunione delle due chiese, Cattolica e Ortodossa, che doveva implicare il riconoscimento del primato della sede di san Pietro (Roma) su quella di sant'Andrea (Roma Secunda o Roma Nova). Poi i due romani imperatori, Manuele e Federico, erano morti e nel 1204 una lega di latini (Franchi e Veneziani in maggioranza) assaltò la capitale sul Bosforo e la conquistò e, dopo il saccheggio dei canonici tre giorni, sul trono imperiale sedé Baldovino di Fiandra mentre il Patriarcato Ecumenico fu occupato dal veneziano latino-cattolico Morosini. Accadeva pertanto che gli ortodossi (e non solo gli slavo-russi) dipendenti dal Patriarcato di Costantinopoli si trovassero a dover obbedire ad un'autorità che non tutti i vescovi erano disposti a riconoscere visto che avrebbero dovuto farsi rinominare e correre persino il rischio di essere sostituiti da prelati latini più esperti nell'agone politico. Per la Chiesa Russa, strettamente legata all'ortodossia e fortemente ostile al Cattolicesimo, all'improvviso l'autorità di riferimento veniva a mancare e andava pertanto crescendo il timore che qualche vescovo russo, appoggiato da Riurikidi ambiziosi (Grande Novgorod) si ribellasse al Metropolita di Kiev che raccoglieva la decima da tutti gli udèl per sostenersi. Infatti la decima diminuì invece che aumentare in quei tristi momenti e anche la parte per il Patriarca appena sostituito non si sapeva come e a chi mandarla da Kiev. Una diminuzione significava però non soltanto un'indebita trattenuta alla fonte di qualche udèl “ribelle” (la decima la pagava il principe riurikide locale), ma soprattutto una china spalancata verso la frammentazione e l'autocefalia per le sedi suffraganee attratte dal maledetto Cattolicesimo Romano e un chiarissimo invito a tutti gli ortodossi a confluire nel sistema del Papato. La vittoria di quel 1204 (perché di questo si tratta) seguiva non soltanto allo scisma unilaterale del 1054, ma concludeva una lotta a larghissimo raggio per affermarsi contro Costantinopoli (Roma Secunda) in campo economico e culturale sulla vastissima area abitata dagli Slavi dall'estremo nord ai Balcani e dalla Pianura Russa al Mar Nero. Altresì detronizzando il Patriarca ortodosso costringeva quest'ultimo ormai impotente insieme con le famiglie nobili vicine ai Comneni a rifugiarsi lontano dal Bosforo chissà guardando anche a Kiev come possibile rifugio. Ad ogni buon conto lo scopo vero di queste lotte “travestite” di religione era tuttavia altro. Un documento chiamato l'Appello di Magdeburgo (dove oggi c'è un vescovado importante della Germania nordorientale) conservato negli archivi del Papa di Roma e alle élites cattoliche di tutta l’Europa, rende chiara l'operazione contro Costantinopoli e le “crociate germaniche” volte verso il nordest. Il documento è controverso per l’anno della sua apparizione e forse è da collocarsi non oltre il 1125 e l’autore è pure sconosciuto, ma racconta con chiarezza come i pagani Slavi Vendi rivalsisi sui Sassoni e ripresisi le loro terre si erano vendicati sui cristiani rimasti fra loro torturandoli e sacrificandoli agli dèi. Per questi motivi l’autore aggiunge che, come i Crociati in Terra Santa hanno liberato Gerusalemme dagli infedeli, così si deve fare ora nel Mar Baltico dove si estende la terra degli Slavi Vendi ribelli e pagani. L’Appello chiude così (v. Wikipedia, Crociata dei Venedi): “E quindi per quelli di voi più in vista fra i Sassoni, Franchi, Lorenesi e Fiamminghi, questa è l’occasione per salvarvi l’anima e, se lo volete, di appropriarvi della migliore terra dove vivere.” È quest'ultima frase che colpisce nel segno perché nell'Europa Occidentale, nella Valle del Reno in particolare, c’era stata in quel secolo una crescita demografica significativa che aveva spinto la gente alla ricerca di terre vergini da sfruttare ovunque possibile nell'est del continente. Erano sorti insomma non solo nuovi centri abitati da contadini fiamminghi, specialmente nelle marche di frontiera dal Mar Baltico all’Oder e fino a monte dell’Elba, ma i migranti si erano altresì trasformati in cacciatori di animali da pelliccia per la semplice ragione che il traffico di questi prodotti dava un lucro di gran lunga maggiore che non coltivare i campi. D'altronde la caccia nelle locali foreste non era qui controllata o proibita dai signori locali come in altri luoghi dell'Europa franca e alla fine bastava accordarsi coi pagani locali nell'affittare a questi ultimi i campi in quiescenza come terra da pascolo per ottenere in cambio le preziosissime pellicce e gli altri prodotti della foresta ossia il miele e la cera che erano costosi e richiestissimi dalle classi abbienti incluse le corti vescovili. Nessuno finora, neppure la Chiesa, si era curata troppo delle conseguenze della deforestazione che in Occidente aveva prodotto una penuria di prodotti importanti per la vita quotidiana e così, con la scusa che deforestando si distruggevano i templi pagani e si costruivano le chiese, anche la foresta boreale cominciò a arretrare sotto la guida e l'assenso della Chiesa di Stato (Reichskirche) nel giro d'affari micidiali creato dagli Ottoni imperatori germanici. Lo scopo di questa politica poco ecologica era quello di legare la gente soggetta alla terra col lavoro agricolo obbligatorio e con l'aumento demografico in atto le terre dell'est potevano essere trasformate in un'immensa area di produzione agricola. Disboscando si eliminavano persino le resistenze del pagano che lì abitava privandolo delle risorse tradizionali e costringendolo a venire a implorare il battesimo. Solo così avrebbe ricevuto l'aiuto del sovrano e del prete che gli avrebbero riorganizzato la vita, dopo averlo lavato dai peccati e avergli promesso il paradiso... dopo la morte tuttavia!

Carta d'insieme degli itinerari mercantili più frequentati (da E. Knobloch – Russia & Asia, N.Y. 2007) Gli Ottoni avevano sofferto economicamente vedendo in chi partiva per la Terra Santa nelle famose Crociate un emigrato definitivo e dunque una forza-lavoro in meno da impiegare per il “Progetto Est” (il famoso Drang nach Osten della storiografia corrente) e alla fine del 1147 il papa Eugenio III su pressione imperiale proclamò un'altra Crociata stavolta però deviando la massa di gente che seguiva i suoi proclami con entusiasmo verso un obbiettivo più vicino ossia contro gli Slavi rifacendosi appunto all’Appello sopra detto. Il papa inoltre, essendo a conoscenza che i capi-spedizione (preti e vescovi) nelle precedenti migrazioni verso nordest si erano addirittura accordati con i migranti su come procurarsi i prodotti della foresta prima di preoccuparsi dei pagani, vietò espressamente che ciò si ripetesse... senza la sua dispensa! Gli affari personali lucrosi? Soltanto dietro le indicazioni e la partecipazione del vescovo istruito da Roma. L’operazione crociata doveva fondare parrocchie nuove e procurare battesimi a tutto spiano... con la relativa decima per Roma! Anche i polacchi erano però interessati alle terre del nordest per gli stessi motivi e sin dai tempi di Boleslao Boccastorta (1085-1138) il loro grosso ostacolo era stato cacciar via i Prussiani ossia il popolo non slavo che abitava le coste baltiche da sempre e che intendeva restare indipendente e con le proprie usanze. Incapace per insufficienza di uomini e per impreparazione logistica ad affrontarli, il sovrano polacco era ricorso all’aiuto della Rus di Kiev che era, sì!, intervenuta, ma che, nelle condizioni di sfaldamento in cui si trovava, aveva poi rinunciato e si era ritirata dall'affare. La corsa alla conquista delle terre baltiche aveva altri contendenti affamati pure fra tedeschi e scandinavi che abitavano le rive del Mar Baltico, benché costoro si spingevano più a est in quello che oggi è il Golfo di Riga e oltre! Raccontano le cronache di parte tedesca che nel 1158, a causa di una tempesta, un gruppo di navi mercantili provenienti dall’isola di Gotland, dalla famosa capitale di Visby, naufragarono sulle coste della terra dei Livoni (ugro-finnici poi assimilati dai Lettoni). Pare che il vento ed altre circostanze non permettessero il ritorno a casa per quella stagione e così i mercanti dovettero costruirsi un rifugio ai margini della fitta foresta. I Livoni, incuriositi dai nuovi venuti e dalla possibilità di aprire delle trattative commerciali con gli intrusi, chiesero di far mercato. I Tedeschi mostrarono i loro articoli: stoffe e arnesi di metallo e i Livoni i loro: cera miele e pellicce pregiate e lo scambio fu fatto. Per i tedeschi, lo scambio era stato molto favorevole per il valore delle pellicce acquisite che nelle corti si vendevano a prezzi altissimi e fu chiaro a questo punto che si potesse battere la concorrenza bulgaro-slava di Grande Novgorod con degli insediamenti stabili e alleandosi con i Livoni. Ciò implicava nelle regole del tempo il battesimo dei partners commerciali e alla fine dello stesso secolo da Visby si decise così di mandare un prete cattolico che procedesse alla cura delle anime pagane e su una delle isole che chiudono il Golfo di Riga si costruì una prima chiesa di legno con deposito e ricetto per i mercanti e allo stesso tempo con una caserma per le armi. Il primo predicatore cattolico, Mainardo, monaco agostiniano del Monastero di Segeberg del Vescovado di Amburgo-Brema vi si installò e cominciò il suo lavoro di “colonizzazione” a partire appunto dalle anime pagane. Abbiamo addirittura i nomi dei primi Livoni che si fecero battezzare: Ilo, Kilevene e Viezo! Naturalmente la presenza dei tedeschi disturbò i mercanti slavo-russo-varjaghi che risiedevano poco più a sud, a Polozk, come pure attirarono l’avidità dei Lituani vicini, incuneati fra Krivici (antenati dei Bielorussi di oggi) e Livoni. Abbiamo notizia così che Mainardo, quando vide andare a fuoco la sua chiesa, decidesse di ricostruirla in pietra, materiale che si fece trasportare direttamente dalla Germania. Nel 1180 costruì ancora un’altra chiesa di mattoni a Uexküll (Ikskile in lettone) che diventò poi il duomo locale e nel 1186 fu consacrato vescovo. A questo punto il papa Alessandro III poté dichiarare che la Livonia era diventata parte del Patrimonium Sancti Petri e che ogni azione della chiesa locale e del suo vescovo aveva la benedizione della Santa Sede Romana. Mainardo muore (1196) e gli succede un certo Bertoldo, abate cistercense di Lockum, trasferito qui quasi di forza come racconta Enrico il Lèttone nella sua Cronaca Tedesca. Qui si racconta anche che il monaco facesse arrivare in Livonia dopo aver subito delle angherie dai Livoni molti colleghi... armati crociati. Il 24 luglio 1198 ci fu, infatti, lo scontro coi Livoni e, mentre costoro “...gridavano e urlavano al loro modo pagano... il vescovo (Bertoldo) non riuscendo a trattenere il suo cavallo fu trascinato suo malgrado nella mischia dove venne ucciso da un certo Ymaut e successivamente fatto a pezzi dagli altri.” Ci fu una tregua e alcuni Livoni furono battezzati sul posto. Tuttavia tutto continuò come prima e, non appena se ne presentò l’occasione, i Livoni insorsero ancora contro i Tedeschi e li cacciarono via: armati, mercanti e preti. Quello stesso anno un altro gruppo di mercanti da Gotland cercò di mettere piede in fondo al golfo di Riga sempre allo scopo di rendere i traffici più sicuri, ma soltanto l’anno seguente con 23 navi ben armate e con il nuovo vescovo a capo della spedizione a nome Alberto di Buxthöfden e canonico del Vescovado di Amburgo-Brema si riuscì a stabilire un caposaldo. Non fu facile insediarsi nell’area scelta un po’ a monte della foce della Dvinà (lettone Dàugava, estone-livone Vina) e, solo dopo aver avuto il permesso dal principe “russo” di Polozk, si poté procedere alla costruzione della chiesa con annesso deposito-merci e case per il resto della nuova comunità in armi sul piccolo affluente della Dvinà, il fiume Riga, visto che Uexküll era troppo arretrato rispetto al mare e considerato luogo insicuro. Non staremo qui a rivedere le crociate condotte contro i baltici pagani e, perché no?, pure contro gli eretici russi, ma diciamo solo che lo sguardo della Chiesa di Roma non s’era fermato sui soli territori dei Vendi e dei Prussiani, ma si era volto molto oltre. Il Papa Alessandro III aveva allargato il diritto alla santa conquista delle terre baltiche più lontane ai reucci scandinavi e nel 1209 Innocenzo III lo aveva assegnato giusto al re danese Valdemaro II incitandolo contro gli Slavi. Le mini-crociate contro i pagani baltici della costa pomeranica da parte di Danesi e Svedesi quindi continuarono finché nel 1219 Valdemaro II decise di condurre una vera e propria campagna di conquista nella Terra dei Ciudi (l’odierna Estonia) dove c’era l'avamposto stagionale svedese. Si impadronì di tutta la costa fino alla foce del fiume Narva e il piccolo insediamento di Kalyvan diventò la danese Tallinn (estone Taani Linn, Porto dei Danesi) oggi capitale dell’Estonia. Come i Danesi si erano attestati sulla costa estone così gli Svedesi tentarono di impadronirsi della Finlandia meridionale partendo da un loro antico caposaldo, Abo (Turku odierna), per giungere a controllare la foce della Nevà dove oggi c’è San Pietroburgo e nel passato un forte novgorodese. C'è però un'altra presenza minacciosa che sta per comparire sulla scena baltica: i Cavalieri Teutonici di Ermanno di Salza. Fra' Ermanno, arriva in Polonia e con grande entusiasmo prende il posto dei monaci cistercensi ai quali era stata affidata dal duca Corrado di Masovia l'operazione “evangelizzazione dei popoli pagani” precedentemente. Con le forze del suo ordine monastico armato si mette in moto per fare dapprima una prospezione dei territori dell’alta Slesia fra la Vistola e il Nieman (Nemunas in lituano e Memel in tedesco) e successivamente scegliere dove meglio stabilirsi nella regione e di lì partire per battezzare i Prussiani e i loro congeneri. L'Ordine fonderà un vero e proprio parastato, un centro coloniale meticolosamente organizzato, vista l'esperienza accumulata nei castelli della Transilvania (Romania) dove l'Ordine aveva vissuto finora combattendo contro i Polovzy/Cumani e dove non sarebbe più tornato. In seguito una parte dell'organizzazione territoriale diventerà per davvero lo Stato dell'Ordine Teutonico (ted. Deutschordenstaat) antesignano della Prussia guglielmina, ma solo dopo aver sciolto l'Ordine giacché trasformare un Gran Maestro in un principe-re era in contrasto coi bandi papali del 1216 e del 1220 e ogni ordine crociato non aveva altro capo supremo che il Papa di Roma. Aggiungiamo che una tale trasformazione sarebbe stata impedita comunque dal detto Corrado di Masovia che vantava diritti di sovranità sul territorio. Anzi, i suoi discendenti non vedranno l'ora che l'evangelizzazione sia finita e che la regione dai Teutonici passi al trono polacco come infatti riuscirà ai Jagellonidi formalmente nel 1410. A questo punto si capisce bene come, una volta assicuratisi dei capisaldi a nordest, attaccare e conquistare il Bosforo nel sudest diventava il completamento di una manovra a tenaglia diretta alla conquista delle Pianura Russa. Che ci fosse un preciso piano strategico del Papato in tal senso è difficile dirlo, ma i Crociati franchi e i Veneziani effettivamente conquistarono Costantinopoli (1204), scomponendo territorialmente e politicamente l'Impero in vari domini distribuiti fra i litigiosi cavalieri crociati che avevano partecipato: Agli avidissimi Veneziani isole e coste, agli Slavi dei Balcani, inclusi i Bulgari di Giovanni II Asen, la valle del Danubio e così via e tutti sembrarono in lotta contro tutti nella Mitteleuropa. Sappiamo che gran parte dei territori imperiali mediterranei erano stati già travolti dalla marea arabo-musulmana e incorporati nel nuovo califfato arabo, ma dobbiamo tener da parte l'Anatolia sudorientale dove da tempo i Turchi Selgiuchidi con il loro Sultanato Romano o di Rum si erano affermati e avanzavano fino alle coste nordiche (per loro!) del Mar Nero. In particolare tra il tardo XII e il XIII sec. d.C. questo piccolo stato aveva preso ai bizantini alcuni porti strategici sulle coste meridionali del Mar Nero e, benché vivesse bene su un territorio ben coltivato dai contadini greci, pensò allo stesso tempo di incoraggiare lo scambio di beni industriali e di consumo che venivano dal Centro Asia e così intrecciare/proteggere meglio i commerci con la sponda opposta appartenente a Genovesi e a Veneziani. È certo che il Sultanato progettava per il futuro di sostituirsi all'Impero Romano almeno nel nome, seppur rimanendo – l'élite almeno rispetto al resto dei sudditi ancora cristiani – nell'Islam. Questo fu l'intento per non porre ostacoli quando nel 1204 ci fu la fuga delle famiglie nobili costantinopolitane in Anatolia e quando il Sultanato mise sotto la sua protezione la città di Trebisonda e il suo primo autoproclamatosi Imperatore in esilio. Nello stesso territorio anche Nicea (oggi Iznik) accolse l'altra sedicente realtà imperiale romana d'Oriente e alla fine l'indebolito Patriarca ortodosso prese sede a Nicea e da lui continuava a dipendere Kiev e il suo Metropolita non avendo scelto la Chiesa Russa – è importante prenderne nota – l'autocefalia come invece avevano fatto altre chiese ortodosse dei Balcani approfittando del marasma di quegli anni. D'altronde non deve suscitare meraviglia che il Sultanato di Rum adottasse tale politica verso le famiglie nobili “ortodosse” giacché la convivenza dei Selgiuchidi musulmani con i cristiani d'Armenia e di Georgia era cosa antica ed è naturale che in quegli anni i Selgiuchidi insieme con l'intraprendente regina cristiana Tamara della Georgia (sposa del figlio di Andrea Bogoliubskii, Giorgio, precocemente morto nel 1190) ricacciassero al di là del mare i Franchi “eretici cattolici” quando costoro avevano tentato di occupare le coste anatoliche del Mar Nero. La situazione di debolezza e di sfascio dell'Impero d'Oriente al tempo di Batu Khan rende pure comprensibile che i Tataro-mongoli non si curassero di attaccare Costantinopoli, l'Anatolia e la Tracia e che le loro scorribande in Europa non si spingessero oltre il sud dell'Ungheria. Ciò non toglie che il Sultanato di Rum suscitasse più tardi l'interesse tataro-mongolo quando nel 1242 Batu khan ne distrusse la capitale Erzurum (l'antica Arx Romanorum) e l'anno dopo – essendosi i Selgiuchidi ancora una volta ribellati – li sconfisse definitivamente in una battaglia nei pressi di Sivas (l'antica Sebastea). Probabilmente a cause di lotte interne i Selgiuchidi decisero di accettare la sudditanza e ricevettero da Batu khan l'incarico importantissimo di mediatori fra i Romani di Costantinopoli e l'Orda d'Oro. Mediazione che certamente non cessò quando la famiglia imperiale dei Paleòlogo ritornò nella vecchia capitale sul Bosforo nel 1261. L'Imperatore Michele VIII restaurò la sede del vecchio Patriarcato ecumenico dopo aver recuperato, seppur per una minima parte, dei lembi dell'antico dominio, ma avanzò pretese inascoltate sul Sultanato di Rum sulla Crimea che rimase invece provincia sotto la signoria di Trebisonda. Su tale terreno di collaborazione l'Orda d'Oro stabilirà delle reti di contatti indipendenti con la Chiesa Cattolica affinché i mercati compratori europei occidentali non fossero privati delle forniture dei prodotti della foresta nordorientale europea e delle merci del Centro Asia, paese allora in forte sviluppo industriale e scientifico, suscitando l'apprensione degli intriganti e sensibilissimi mercanti Veneziani e Genovesi operanti in Crimea. Gli eventi qui raccontati sono assolutamente degni di essere notati con qualche elemento in più poiché costituiscono una parte sostanziale del bagaglio concettuale, storico e politico dei prelati greci che di volta in volta il Patriarca destinava a capo della Chiesa Russa e chiariscono bene perché e come queste personalità evitassero grossi attriti col potere tataro dominante a metà del XIII sec. d.C. In questo senso basta leggere i jarlyk rilasciati esenti da tasse ai Metropoliti o la direttiva emanata da Mengu Timur nel 1270 che recita (v. A.P. Grigorev in bibl.): “Nella Rus nessuno osi sfregiare una chiesa o offendere un Metropolita e un archimandrita da lui dipendente come pure un arciprete, un protopapa, un pastore etc.” Non solo! Più pericolosa per il potere dei principi russi, più restii ai cambiamenti a causa di orizzonti culturali davvero limitati e perché più lontani geograficamente dalle realtà nuove delle steppe, appare la direttiva emanata dal khan Özbeg (1313-1341, altrimenti noto come Uzbek, capostipite degli Uzbeki). Ecco come la leggiamo nell'unico jarlyk conservatosi per intero rilasciato al famoso Metropolita Pietro nel 1308-1313 (v. A.P. Grigorev). Il testo è importante e ne riportiamo qui di seguito una parte: “Tutti i dipendenti della Chiesa Ortodossa e tutti i monaci sono soggetti ai tribunali del Metropolita ortodosso e non ai funzionari dell'Orda d'Oro o a quelli dei principi russi. Chiunque derubi un sacerdote, sarà condannato a risarcire il triplo del valore sottratto. Chi si fa gioco della fede ortodossa o deturpa una chiesa, un monastero, una cappella è condannato a morte senza far differenza fra reo russo e reo tataro.” Sempre in lite fra di loro, la questione di non esercitare il proprio arbitrio su gabelle, passaggi, scorrerie etc. lungo i “loro” fiumi né su contadini né su altri soggetti dei “loro” udèl per i Riurikidi era ciò che li preoccupava di più e li metteva in profonda crisi “spirituale”. Si era interrotto in gran parte a loro svantaggio il vecchio andazzo di passare da un udèl all'altro da sfruttare a piacimento e, da quando il controllo tataro sull'uso delle armi era diventato stretto e severo, non era più permesso incorporare un territorio con le armi in pugno per ingrandirsi e potenziarsi senza che l'Orda d'Oro non lo sapesse e non intervenisse. Persino l'aspetto del viaggiare per i loro domini, pochissimo apprezzato dai Riurikidi li rendeva inferiori rispetto ai signori Tatari in sella l'intero anno e costantemente informati su quanto avveniva nel loro dominio. I khan avevano affidato il controllo del territorio, contemporaneamente militare e fiscale ossia con la riscossione dei tributi in natura e in uomini da armare, ad appaltatori stranieri non tatari che a volte eseguivano ispezioni arbitrarie e inaspettate nei villaggi individuati in aree forestali poco accessibili. In altre parole, se riuscivano a raggiungere nuovi abitati, riservavano ogni informazione su risorse umane e materiali per il khan e nulla filtrava per i Riurikidi. Gli esattori inoltre con le tasse raccattate, si permettevano perfino di finanziare a interessi altissimi i principi russi degli udèl più piccoli e meno abbienti spingendoli poi gli uni contro gli altri alla ricerca dei cespiti occorrenti per restituire il credito ricevuto e, in caso di mancata restituzione o di pagamento non eseguito, li subissavano con vessazioni incredibili tanto che a volte gli insolventi finivano in quasi schiavitù, se non venivano sommariamente giustiziati. Tali situazioni spinsero a rivolte e proteste anti-tatare da parte dei cittadini degli udèl sobillati dal proprio riurikide, sebbene tali sollevazioni avrebbero dovute essere dirette piuttosto contro i principi russi e le loro angherie che avevano provocato i disagi. Anzi, in epoca “tatara” i soprusi si erano persino raffinati e i tributi appesantiti a causa, si diceva, dell'avidità degli “invasori infedeli”. Rivolte ad esempio ce ne furono nelle città di Rostov e di Grande Novgorod in cui è appunto difficile distinguere fra le fazioni antagoniste da che parte siano i Tatari e i locali e il linguaggio delle CTP è ambiguo nel dichiarare apertamente da che parte la Chiesa Russa stava, senza vergogna intatta da esazioni e tributi. E a proposito di Grande Novgorod, a metà del XIII sec. d.C. quando Kiev ormai non contava più, la nordica città era in pieno sviluppo con un territorio sterminato e ricchissimo, ma pochissimo abitato, da difendere dalle voglie e dalle ambizioni dei Riurikidi invidiosi del nordest. La repubblica era uno dei luoghi chiave per il commercio e i Tataro-mongoli, sebbene mai direttamente e sempre da lontano, tentavano di trattarla col metodo del bastone e della carota. Ad ogni buon conto senza Grande Novgorod gran parte dei traffici che sostenevano l'economia tatara si sarebbero estinti e alla città nordica andava pertanto concessa una certa indipendenza, impedendo – come e quando si poteva – gli interventi di Riurikidi arruffoni negli affari della repubblica. Se l'autonomia novgorodese nella scelta dei mercati da servire andava contro gli interessi dei principi di Rostov e specialmente di Vladimir-sul-Kliazma, aveva invece il plauso di Sarai per i tanti motivi detti. Da parte loro i Riurikidi, se avessero potuto esercitare liberamente il loro potere, avrebbero imposto alla repubblica il loro luogotenente e avrebbero volentieri rinunciato al degradante contratto d'ingaggio richiesto dai novgorodesi nelle pieghe del quale era previsto che l'ingaggiato non dovesse in alcun modo intrufolarsi nella politica della repubblica. In questo periodo l'Europa Occidentale stava diventando un insieme molto cospicuo e ricco di mercati compratori (l'Ungheria era in prima fila!) e la collaborazione fra Grande Novgorod e l'Hansa tedesca che agiva da mediatore cattolico e quindi preferenziale nel Mar Baltico dominato dal Papato forniva tutti i mezzi per un grandioso sviluppo per cui la presenza limitante di intriganti riurikidi per di più cristiani ortodossi nemici occulti dei cattolici non era assolutamente pensabile. Per rendere un'idea dell'autonomia e della potenzialità della repubblica nordica, ma allo stesso tempo dell'impossibilità per le autorità tatare di intervenire in situazioni irraggiungibili in quanto troppo a nord dal loro centro direzionale, ricordiamo che nel 1240, allarmata dalla situazione che si era creata alle porte dei domini novgorodesi dal lato nord, la repubblica chiamò un principe russo del nordest a nome Alessandro figlio di Jaroslav a scontrarsi con il duca svedese Birger in agguato nelle paludi del fiume Nevà. Questo fiume scarica le acque del lago Ladoga nel Mar Baltico, ma riceve pure quelle del fiume di Grande Novgorod, il Volhov, in un sistema frequentatissimo di comunicazioni fluviali. Il giovane Alessandro riuscì a ricacciare il nemico in mare e dopo una ricca ricompensa si meritò anche la fama e il soprannome di Alessandro della Nevà (in russo Aleksandr Nevskii). Aggiungiamo che per questa impresa e per un'altra sua leggendaria battaglia vinta un anno dopo contro i Cavalieri Teutonici (stavolta per conto di Pskov, la città sorella-vassalla di Grande Novgorod) e in più per aver respinto la proposta del Papa di Roma di passare al Cattolicesimo, la Chiesa Moscovita lo proclamò santo nel XVI sec. d.C. quando ormai Grande Novgorod da secoli era collassata sotto i duri colpi di Mosca nel 1478. E qui che probabilmente salta fuori la questione del famoso “giogo tataro” che opprimeva le Terre Russe e ne impediva lo sviluppo. Come abbiamo visto, si era scritto che la conquista tataro-mongola fosse una specie di valanga distruttiva totale di quanto esisteva e che alla distruzione fisica delle persone e delle cose seguisse una cappa di potere pesante, oscura e minacciosa distesa su quasi l'intera Pianura Russa. Ci chiediamo anche alla luce dell'archeologia: Ci furono davvero massicce distruzioni? E i Tatari perché e come impedirono la rinascita delle genti russe? Si è scritto che il giogo tataro produsse “martiri” russi, fra cui alcuni Riurikidi, e sacrifici pesanti per tutti. In realtà si parla di una popolo che non c'è e di uno stato russo che nella Pianura Russa non si è ancora coagulato, ma soltanto idealizzato nella Rus di Kiev poi esaltata dalle CTP. D'altronde quando i Tataro-mongoli entrarono nel sud della Pianura Russa, non trovarono tante città e tanta gente come invece nelle oasi del Centro Asia. Nelle steppe ucraine c'erano soltanto dei nomadi e pochi contadini che vivevano in minuscoli e rari villaggi che non offrivano alcunché da razziare, salvo i ragazzi e le ragazze puberi. Le città erano nel nord piuttosto ai margini delle foreste e intorno alle confluenze del Volga con il Kama – Bulgar – o con l'Okà – Vladimir-sul-Kliazma – etc. e lungo le rive dei fiumi e fra esse valeva la pena di attaccarne e di conquistarne per ricavarne bottino davvero poche. Erano più che altro città-fortini o semplici postazioni di guardia facilissime da espugnare, ma di certo povere di risorse. In conclusione, siccome la maggioranza della gente viveva sparsa nella foresta dove lavorava i campi che riusciva a ricavare col metodo del taglia-e-brucia nelle poche radure e che a volte si incontrava nei rari mercati lungo i fiumi per scambiare con altri quanto possedeva in più, i bersagli dei Tataro-mongoli non erano i villaggi nel fitto che persino i principi degli udèl ignoravano dove si trovassero, ma i pochi e grossi agglomerati urbani come Kiev e Grande Novgorod. E se Kiev nel 1240 fu distrutta, non è sicuro che la stessa sorte sarebbe toccata a Grande Novgorod da parte dei Tataro-mongoli, rappresentando la repubblica una fonte senza uguali di ricchezza produttiva finché rimaneva intatta e operativa. E a proposito di Kiev, da quando neppure il suo Dnepr era frequentato come nel passato, fu rasa al suolo perché era un centro di potere e, una volta svuotata, di fatto fu abbandonata. Lo stesso Metropolita, non trovando degno risiedere in una città in rovina e senza risorse, scelse di essere un prelato itinerante da un vescovado all'altro (a spese dei principi e delle popolazioni locali) in permanente ispezione degli affari della Chiesa presso i vari udèl ove dispensavano consigli e davano le “dritte” politiche ai principi. E allora perché mai inventare o introdurre un'idea di pesante soggezione imposta da uno stato oppressivo straniero su sudditi russi fino allora felici e contenti? E cominciamo con l'idea-guida di una storia universale tracciata dal dio cristiano. A noi uomini comuni essa è celata nei suoi disegni e quindi è imprevedibile nel suo svolgersi, ma è sicuro che sia finalizzata alla salvezza dell'umanità peccatrice. Moneta corrente nel periodo che ci tocca nella dottrina classica della Chiesa Costantinopolitana in cui trovava posto l'intera vicenda della Rus, se nella cristianità occidentale a poco a poco con i vari movimenti riformatori scomparirà come impostazione e metodo per raccontare gli eventi umani, nell'Ortodossia al contrario tale concezione si conservò a lungo e in Russia fin quasi ai tempi di Pietro I. Ritorneremo su questo punto... In questa cornice cova l'idea di “giogo tataro” dipinto come una sovrastruttura negativa a cui attribuire ogni insuccesso, tracollo e altra mattanza epidemica o di qualsiasi altro genere. Anzi! Se dei tatari non ci si può liberare immediatamente, la salvezza da ogni calamità è nell'intervento divino che però deve essere sollecitato dall'uomo peccatore mediante sacrifici e penitenze. Il peccatore dubbioso sappia a chi ricorrere e sappia unirsi nello sforzo materiale a coloro che il dio cristiano ha posto in cima alla scala gerarchica della società ossia ai principi giacché il potere che pochi uomini esercitano sui molti viene dal dio cristiano e deve essere riconfermato e giustificato giusto dalla Chiesa. Ne segue che persino un principe o un regime di potere “cattivo” può rientrare nella scelta divina poiché una vita di dolori e di stenti è il modo per punire sudditi e principi peccatori e offre la possibilità di riscattarsi e giungere alla salvezza finale col pentimento... se il dio lo vuole! Anche il khan ha ricevuto il potere dal dio cristiano (sebbene lo chiami con altro nome) e va venerato e rispettato. Questo è anche il pensiero più comune nel Patriarcato Costantinopolitano del XIII-XIV sec. che segue la politica parallela degli imperatori del momento i quali per riuscire a mantenere un territorio che si va assottigliando danno in sposa le loro figlie ai khan degli stati confinanti e prendono in sposa principesse tatare. Anzi, considerano la Rus di nordest un territorio che appartiene (o è governato legittimamente) dal khan alleato dell'Impero Romano e quindi la politica che un Metropolita dovrebbe condurre in queste terre non si deve mai contrapporre al potere di Sarai. Una tale concezione andò bene alla Chiesa Russa finché il khan Özbeg non proibì l'uso della lingua mongola e non adottò la lingua araba come lingua di corte e amministrativa e non dichiarò religione ufficiale del suo stato l'Islam. Siccome la comunità musulmana rappresentava quella scelta, il popolo santo destinato a propagare la vera fede e la vera giustizia e a combattere il male e per esaltare il bene degli uomini, da quel momento per la Chiesa Russa non potevano più essere i Tatari e l'Orda d'Oro che diventarono invece infedeli e nemici. Naturalmente nel ribellarsi in principio era ammessa la violenza, purché la ribellione si trasformasse in una guerra santa, sull'esempio delle Crociate della Chiesa Cattolica. La Chiesa Russa con prudenza non seguì apertamente la via di contrapposizione religiosa fino al XV sec. d.C. e invitò quasi sempre alle penitenze, ai digiuni e alle preghiere, onde non svegliare inutili ostilità nel potere tataro dominante. E a proposito della salvezza divina quali principi fra quelli disponibili erano quelli giusti per condurre e vincere la battaglia finale: lituani, polacchi, turchi selgiuchidi? Nel seguito del XIV sec. d.C. con l'esigenza di santificare il ruolo di un ramo delle dinastie riurikidi in auge, fu concepito – sempre in ambiente ecclesiastico – l'incarico/compito/destino che i Riurikidi moscoviti avrebbero ricevuto dal dio cristiano contro il nemico tataro-mongolo e perciò essi soltanto fossero autorizzati a usare le armi a questo scopo, quando e dove necessario. Sotto il comando “divino” del moscovita di turno, le genti russe (e non ancora russe) si sarebbero presto “liberate” dai tormenti finora subiti con rassegnazione e avrebbero abbattuto il famigerato “giogo tataro”. E come si fa a distinguere fra i Riurikidi i collaborazionisti dagli oppositori e a sostenere l'esistenza reale e non ideologica di un “giogo tataro” unilateralmente ostile? D'altronde i termini della relazione fra chiesa e sovrani moscoviti erano malgrado tutto molto antichi e saldi e il processo di costruzione ideologica del sovrano padre benevolo risaliva alla fine del X sec. d.C. non appena si instaurarono i rapporti classici fra l'organizzazione ecclesiastica importata da Costantinopoli e il principe riurikide vittorioso, san Vladimiro. Fu questi che in primo luogo da Kiev si assicurò i rapporti economici con l'Impero fondati su solidi trattati commerciali già inaugurati da sua nonna Olga di Kiev verso la metà del X sec. d.C. in quanto di qui san Vladimiro traeva la decima del valore delle sue entrate principesche che poi passava nelle mani del vescovo o arcivescovo per coprire le spese per il servizio reso da quest'ultimo. Quale servizio? La chiesa cristiana ortodossa del Medioevo può essere identificata in termini moderni come il più grande impresario teatrale o cinematografico, se si vuole, in grado di allestire, naturalmente con ingenti spese, spettacoli pubblici che affascinassero gli spettatori con emozioni talmente forti da legarli in stato di soggezione/dipendenza fisica al principe sovrano sponsorizzatore. Questa è infatti l'impressione riportata dai messi di san Vladimiro mandati a Costantinopoli e accolti in Santa Sofia per vedere come funzionasse il Cristianesimo. Scrivono le CTP: “Ci siamo recati nella Terra Greca e ci hanno condotto dove costoro servono il loro dio e non sapevamo se eravamo in terra o nei cieli poiché non c'è spettacolo più bello. Non sapremmo neppure raccontarlo e sappiamo soltanto che lì arriva certamente un dio fra gli uomini...” E gli spettacoli costavano moltissimo, se già si pensa alla costruzione di un tempio o a una strada trionfale da pavimentare con pietre e mattoni o ai costumi confezionati con stoffe costose affidati a artigiani sopraffini etc. per tacere del sostentamento delle persone coinvolte. Se mettiamo nel conto che una buona parte della decima andava di diritto al Patriarcato costantinopolitano che assegnava le cariche prelatizie e benediceva i rituali, le cifre da erogare si gonfiavano ulteriormente. Ed ecco quindi le richieste strumentali della Chiesa: 1. il palcoscenico-teatro ossia un tempio o la strada o la corte, 2. degli attori: i monaci e il personale ecclesiastico, 3. i costumi sfarzosi 4. i vari ammennicoli che andavano dalle icone da porre in mostra a tutti gli altri strumenti usati nelle cerimonie oltre ai canti e alle musiche. L'organizzazione della chiesa non si limitava tuttavia alle apparizioni teatrali per le vie e nei templi di Kiev, ma aveva come impegno/lavoro più quotidiano il far propaganda nelle campagne e nelle foreste fra la gente semplice, visto che gli stessi Riurikidi non riuscivano a tenere sotto controllo il territorio con i mezzi insufficienti del tempo. I preti affrontavano i contadini a casa loro con la scusa di stanare e distruggere il paganesimo e bollavano l'eventuale loro rifiuto dell'autorità del principe nei cui territori (!) essi vivevano come un tremendo peccato che preludeva a castighi atroci non solamente in vita, ma soprattutto dopo la morte, un concetto di colpa e di pena del tutto nuovo fra gli Slavi. L'entrata successiva dell'Orda d'Oro nei giochi del potere e la distruzione dell'economia alquanto elementare dei principi riurikidi kievani sconvolse l'auspicata evoluzione dello stato slavo-russo sostenuto dal sistema “chiesa e principe interdipendenti” e si installò di forza come potere primario col diritto di ridimensionare le competenze e di ripartire i cespiti d'entrata senza troppi riguardi ai costumi antichi in vigore. Di certo l'introduzione di nuovi sistemi di governo innovativi... Si valuti di contro l'enorme costo che la Chiesa Russa pur esentata dal khan dalle molte gabelle e dalle imposizioni dovette sostenere nel 1263 per ottenere l'autorizzazione a costruire una chiesa a Sarai e costituire nella capitale dell'Orda d'Oro un'eparchia ortodossa e convertire un po' di Tatari al Cristianesimo. Certo, la Chiesa Russa in cambio della tolleranza religiosa offerta dai Tatari nei suoi confronti, manteneva “buoni” i contatti di Sarai con l'Impero Romano d'Oriente. Se ci rivolgiamo ai racconti di viaggio degli ospiti italiani, francesi, inglesi, tedeschi e persiani in visita nel nordest europeo del XV sec. d.C. e li confrontiamo con gli scritti in ambito ecclesiastico troveremo molte curiosità che però non accusano i Tatari di negatività. Così, se per Grande Novgorod abbiamo il bello e dettagliato rapporto di viaggio di Gilbert de Lannoy, diplomatico fiammingo delle prime decadi del XV sec. d.C., al contrario nelle terre moscovite gli stranieri diventano numerosi solo alla fine dello stesso secolo, ma quando lo stato tataro è quasi estinto. I visitatori certamente notarono le abitudini curiose e inedite dei regnanti moscoviti nella gestione dell'economia o nelle leggi che essi implementavano nella società cittadina e rurale, se non addirittura nella religione ancora paganeggiante ovunque. Poco ci raccontano purtroppo dei Tatari che vivevano pure gomito a gomito con gli Slavo-russi inglobati nell'Impero Russo. Negli scritti stranieri, ad esempio, si sottolineano le ricchezze del sovrano moscovita, ma allo stesso tempo si critica la sua apparenza miserabile senza sfarzo nel vestire e l'aria “troppo orientale” della sua corte e dei suoi notabili di varia origine etnica o come il sovrano stesso tratta i sudditi da bestie battendoli “come fanno i Tatari” e ciò per il Rinascimento europeo pieno di pregiudizi sul dispotismo orientale era considerato un agire non cristiano e da aborrire. È addirittura ridicolizzata la goffaggine del bere smodato russo, del rapporto con le donne riferendosi alla poliginia dei maschi russi tanto che spesso si parla di uno “spirito russo” ossia di un'indole strana e distinta dagli altri spiriti nazionali “europei” stimati più normali e, secondo il visitatore occidentale, sicuramente ciò è da imputare a un'eredità psicologica tatara. Se esistesse uno “spirito russo” con un fondo tataro e se esso si sia forgiato nel periodo che attraversiamo, resta un argomento vastissimo e, non avendo le competenze necessarie per azzardarci a discuterne, rimandiamo il nostro lettore alla bibliografia. In conclusione il “giogo tataro” che la Chiesa Russa denuncerà con gran forza e insistenza ai tempi di Giovanni IV è stato tradotto come un sacrificio “russo” specialmente moscovita necessario allo scopo di salvare il resto dell'Europa, mentre in realtà il concetto serviva a spiegare in modo consolatorio – per volontà di Dio! – l'arbitrio del principe sui propri sudditi. Gli eventuali atti “apparentemente perversi” del suo governo erano così giustificati dall'unico fine perseguito dal buon sovrano ossia riparare al mal fatto dai Tatari al popolo Grande Russo (come definirà i suoi sudditi l'imperatore moscovita, mentre naturalmente i Piccoli Russi saranno per lui gli Ucraini!).

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Invasione mongola della Russia.
L'Eurasia prima delle conquiste dei Mongoli di Gengis Khan.

Nel 1237, il paese fu invaso dai Mongoli guidati da Gengis Khan che fondarono il Khanato dell'Orda d'Oro localizzato tra il Don e la Volga. Negli anni intorno al 1240 compirono diverse scorrerie in tutto il territorio russo, seminando morte e distruzione; la distruzione di Rjazan' è del 1237, l'invasione del principato di Vladimir-Suzdal' è dell'inverno 1237-38, ed infine la messa a sacco di Kiev, la città più importante della Rus' di Kiev, risale al 1240.

I principati russi furono ridotti in una posizione subordinata e tributaria, anche se non vi fu una pesante ingerenza nella loro organizzazione e nei loro affari interni; i mongoli si limitarono ad esigere tributi (la cui riscossione era spesso affidata a russi) e ad esercitare un controllo politico restando nella loro capitale, Saraj, situata nel basso Volga. Il dominio mongolo, o meglio il loro controllo sulla Russia, ricevette un duro colpo nel 1380,[2] anno della battaglia di Kulikovo in cui il principe Dimitri di Russia portò i russi alla prima loro vittoria militare contro i mongoli; attraverso alterne vicende, il periodo mongolo in Russia viene considerato concluso nel 1480, quando lo zar moscovita Ivan III dichiarò decaduto ogni dovere di fedeltà verso il khan.[2]

Nel frattempo, altre nazioni rivolgono il loro interesse alle terre russe divise e indebolite: Impero svedese, Livonia (Cavalieri Teutonici) e Lituania. Una delle figure più famose della storia russa del periodo è Alessandro, detto Nevskij (della Neva), granduca di Vladimir e principe di Novgorod, che sconfigge gli svedesi sul fiume Neva ed i livoni nella battaglia del lago ghiacciato combattuta sul lago dei Ciudi.

Il principato di Moscovia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Granducato di Mosca.
Ritratto di Ivan IV di Russia.

Nello stesso periodo si venne affermando la supremazia dei principi di Mosca che ampliarono i territori sottoposti al loro dominio anche approfittando della loro posizione di esattori dei tributi che le diverse regioni russe dovevano versare all'Orda d'Oro.

Nel 1328 il metropolita greco-ortodosso di Kiev abbandonò la sua sede, ormai decaduta, e si trasferì a Mosca, che divenne il centro religioso del paese. Nel 1277 Daniele, figlio di Alessandro Nevskij, fondò la dinastia dei principi di Mosca e nel 1380 il principe di Mosca, Dimitrij era ormai abbastanza potente per affrontare i Tartari, che sconfisse a Kulikovo (campo delle quaglie). Da questo momento lo Stato moscovita divenne il Granducato di Mosca e si trasformò, espandendosi dal XV secolo sempre più ad est in Asia, fino a divenire prima un regno e poi un impero.

Il principe di Mosca Ivan III Vasil'evič detto il Grande (1462-1505) ampliò notevolmente i propri domini e, sposando nel 1472 la nipote dell'ultimo Imperatore bizantino, Sofia, diede inizio al mito della "Terza Roma", secondo il quale la Russia sarebbe stata l'erede della civiltà romano-bizantina. Ivan III può essere considerato il fondatore dello Stato russo; a lui si deve la conclusione vittoriosa della conquista dell'indipendenza nel 1480, malgrado la perdita della Bielorussia, assorbita dalla Lituania.

Il figlio di Ivan III, Basilio III (1503-1533), adotta questo "schema universalista che rifiuta l'autorità del Papa, rendendo Mosca 'la terza Roma': a livello politico lo Zar ne riceve un'autorità derivata direttamente da Dio"[3]. Si tratta di un elemento fondamentale della costruzione dell'assolutismo in Russia.

L'espansione territoriale continuò con Ivan IV detto il Terribile (1533-1584), che per primo assunse il titolo di zar (cioè di Cesare), e conquistò Kazan' ed Astrachan'. Ivan IV fu un sovrano dispotico: combatté una dura lotta ai boiari, i signori feudali e trasformò il principato in una autocrazia; la sua politica vide inoltre l'introduzione della servitù della gleba e la subordinazione della Chiesa Ortodossa russa all'autorità legislativa del sovrano (giurisdizionalismo).

Il periodo dei torbidi (1598-1613)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Periodo dei torbidi.

L'espressione "periodo dei torbidi" designa la crisi di successione che ha luogo dalla morte dell'ultimo rappresentante della Dinastia Rurik (lo Zar Fiodor I, figlio di Ivan IV), fino alla designazione di Michele di Russia, primo zar della Dinastia Romanov (1613). Si tratta di un periodo di estrema instabilità, caratterizzato dall'ingerenza polacca negli affari interni russi, ma anche del tentativo dei boiari di recuperare il potere perduto. Questo periodo ha un'influenza negativa sulla percezione russa dell'occidente nei decenni che seguono. A partire dal 1613, la Russia metterà in atto una politica di isolamento diplomatico e culturale rispetto all'Europa cattolica[4].

La Russia Imperiale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Regno russo e Impero russo.

Dopo gli anni di caos che caratterizzarono il cosiddetto periodo dei torbidi, il potere in Russia passò alla dinastia dei Romanov, fondata nel 1613 da Michele I, che tenne la Russia sino alla rivoluzione del 1917.

Dopo la sconfitta della Polonia, nella Prima guerra del Nord (1654-1667), l'impero russo si estese sino a comprendere l'Ucraina, dove gli zar dovettero affrontare una violenta ed estesa ribellione popolare provocata, come molte altre simili, dalle intollerabili condizioni di vita dei contadini.

Sotto il regno degli Zar la Russia Imperiale divenne una delle maggiori potenze europee, i cui confini, in Asia, giunsero fino all'Oceano Pacifico ed anche in America, dove si ebbe l'America russa, ovvero la colonizzazione dell'Alaska.

Fra gli Zar succedutisi si ricorda Pietro il Grande che, salito al trono nel 1682, riorganizzò lo Stato russo secondo il modello occidentale dello Stato moderno, con una burocrazia gerarchizzata e con tribunali centrali (considerati comunque come facenti parte dell'amministrazione). Il diritto restò prevalentemente consuetudinario, e i pochi interventi dello zar rimangono limitati al settore amministrativo. Un ruolo importante fu svolto anche da Caterina II.

All'inizio del XX secolo il sistema di governo autocratico si presentava come estremamente conservatore, avendo rifiutato praticamente ogni tentativo di ammodernamento nel corso del secolo precedente. Queste condizioni di tensione interna contribuirono a portare la Russia ad una grave crisi, che sfociò nella Rivoluzione d'Ottobre.

La rivoluzione russa[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Rivoluzione russa.
Foto segnaletica di Lenin, 1895.

L'Impero Russo di inizio XX secolo era una nazione fra le più arretrate d'Europa, nonostante le eccezionali dimensioni territoriali; i segnali di malcontento della popolazione verso un regime zarista retrogrado e chiuso a difesa del suo carattere autocratico (che aveva assunto fin dai tempi della Russia moscovita) si moltiplicarono a partire dai primi anni del secolo, sotto forma di vaste rivolte di operai e contadini.

Nel 1905, la Domenica di sangue, una manifestazione di massa svoltasi il 22 gennaio davanti al Palazzo d'Inverno (nell'allora Pietrogrado), alla quale parteciparono decine di migliaia di persone culminata in un massacro da parte delle forze di polizia, fu l'episodio che scatenò la Rivoluzione russa di quell'anno.

Nel 1917 la Russia era un paese stremato, con una popolazione provata da tre anni di guerra al fianco di Francia e Gran Bretagna che aveva già causato milioni di vittime.

La rivoluzione che ebbe luogo quell'anno, in un lungo periodo compreso fra il febbraio (rivoluzione di febbraio) e il novembre (la più famosa rivoluzione d'ottobre, per via della differenza fra i calendari giuliano e gregoriano) ebbe come effetto immediato la distruzione del regime zarista e la costituzione dell'Unione Sovietica, sotto la guida del leader bolscevico Vladimir Il'ič Ul'janov, meglio conosciuto come Lenin. Fu un evento sociopolitico la cui portata travalicò i confini della Russia; l'Unione Sovietica, lo Stato nato dalla rivoluzione, fu il primo tentativo di applicazione pratica su scala nazionale delle teorie sociali ed economiche di Karl Marx e Friedrich Engels. Dopo la vittoria dei bolscevichi in una rivoluzione relativamente incruenta, il 14 dicembre 1917, il War Cabinet britannico (organo collegiale presso il Ministero della guerra) prese la decisione di concedere a qualunque organizzazione antisovietica i fondi necessari per impedire che la Russia uscisse dal primo conflitto mondiale. Infatti, il 3 marzo 1918 la neonata Russia Sovietica aveva firmato il trattato di pace di Brest-Litovsk con la Germania e uscì, di conseguenza, dal cruento conflitto. Gli inglesi, presto coadiuvati da americani, francesi, e altre forze controrivoluzionarie, cercarono di riportare la despotica monarchia zarista al potere, sperando di salvaguardare ed espandere i loro interessi in Russia, e contemporaneamente, assicurare la continuità del potere borghese nei loro paesi, infliggendo una sonora sconfitta al movimento operaio internazionale. A causa dell'intervento incendiario delle potenze straniere nella neonata ed ancora instabile repubblica, si innescò una sanguinosa guerra civile che perdurò fino al 1920 e provocò milioni di vittime.

L'Unione Sovietica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Unione Sovietica, Storia dell'Unione Sovietica (1922-1953), Storia dell'Unione Sovietica (1953-1985) e Storia dell'Unione Sovietica (1985-1991).

Dopo la morte di Lenin nel 1924 la direzione del nuovo Stato si consolida nelle mani di Josif Stalin. Nell'arco di pochi anni Stalin trasforma il proprio potere in una vera e propria dittatura. Il regime staliniano causa milioni di vittime, tra le quali oppositori politici, noti o sospettati, e militari che vengono giustiziati o esiliati in Siberia durante le cosiddette Grandi Purghe degli anni trenta.

La seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Grande guerra patriottica.
Piani tedeschi di smantellamento dell'Unione Sovietica

Nel 1941 la Germania nazionalsocialista, nonostante la stipula del patto Ribbentrop-Molotov nel 1939, attacca l'Unione Sovietica stalinista coinvolgendola nella seconda guerra mondiale.

Questo intervento, noto anche come campagna di Russia, durante la seconda guerra mondiale rappresentò il più importante teatro della guerra tra le potenze alleate e la Germania nazista, e, più in generale, lo scenario fondamentale che decise la seconda guerra mondiale. Le dimensioni dei combattimenti, l'entità delle perdite e la profondità delle distruzioni materiali ne fecero il più vasto teatro di guerra della storia.

Dopo quattro anni di guerra, costata milioni di vittime e enormi danni materiali, nel 1945 l'Unione Sovietica ottenne la vittoria diventando così una delle due superpotenze dominanti, in grado di estendere la sua sfera di influenza su una parte considerevole del mondo.

La guerra fredda[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra Fredda.

Gli anni successivi alla seconda guerra mondiale furono contraddistinti dalla cosiddetta "guerra fredda", un lungo periodo di contrapposizione e scontro ideologico fra gli Stati Uniti e i loro alleati (la NATO) e il blocco comunista, unito sotto il Patto di Varsavia.

I due schieramenti ingaggiarono una dura lotta geopolitica per il controllo politico ed economico del Terzo Mondo a partire dalla Crisi di Suez del 1956, che tuttavia non si concretizzò mai in uno scontro militare diretto (che avrebbe teoricamente potuto portare alla distruzione del pianeta, visti gli arsenali in gioco); un momento di fortissime frizioni si ebbe nel 1962, con la cosiddetta crisi dei missili di Cuba.

La guerra fredda si sviluppò nel corso degli anni su vari campi: militare (con la corsa agli armamenti), spaziale (la cosiddetta corsa allo spazio), ideologico, psicologico, tecnologico e anche sportivo.

La fine dell'Unione Sovietica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Collasso dell'Unione Sovietica e putsch di Mosca.

Sulla fine degli anni ottanta, il leader sovietico Michail Gorbačëv, conscio delle gravi difficoltà dello Stato sovietico, iniziò un percorso di riforme, attraverso politiche di glasnost' (trasparenza) e perestrojka, che non si dimostrarono tuttavia sufficienti per impedire il collasso dell'Unione Sovietica, avvenuto dopo un fallito colpo di Stato militare nel 1991.

La Russia dichiarò la sua indipendenza il 24 agosto dello stesso anno come Federazione Russa; in quanto principale erede dell'Unione Sovietica, ha da allora cercato di mantenere la sua influenza globale promuovendo la fondazione della Comunità degli Stati Indipendenti, ostacolata in questo da gravi difficoltà economiche.

La Russia post-sovietica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della Federazione russa.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ R. Pipes. La Russia, pag. 9.
  2. ^ a b Nicholas V. Riazanovsky. Storia della Russia, pag. 80.
  3. ^ REY, Marie-Pierre, Le dilemme russe. La Russie et l'Europe occidentale d'Ivan le Terrible à Boris Eltsine, Paris, Flammarion, 2002, p. 24.
  4. ^ SPETSCHINSKY, Laetitia, Le partenariat euro-russe : enjeux et processus, Chaire Inbev-Baillet Latour UE Russie, 2010

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Ampia bibliografia è in: Aldo C. Marturano - Missione Lungamano, Viaggio storico alle origini del Sacro Romano Impero Russo, Lulu.com 2016

  • Nicholas V. Riasanovsky. Storia della Russia. Dalle origini ai giorni nostri. RCS libri S.p.A., Milano, 2005. ISBN 88-452-4943-3.
  • Richard Pipes. La Russia. Potere e società dal Medioevo alla dissoluzione dell'ancien régime. Leonardo editore, Milano, 1992. ISBN 88-355-0136-9.
  • Roger Bartlett. Storia della Russia. Arnoldo Mondadori editore, Milano, 2007. ISBN 978-88-04-57121-6.
  • Roj Medvedev. La Russia post-sovietica. Un viaggio nell'era Eltsin.. Giulio Einaudi editore, Torino, 2002. ISBN 88-06-16078-8.
  • Istituto Geografico De Agostini. Enciclopedia geografica, edizione speciale per il Corriere della Sera, vol. 6. RCS Quotidiani s.p.a., Milano, 2005. ISSN 1824-9280 (WC · ACNP).
  • Americana Corporation. Encyclopedia Americana, vol. 27. 1970.
  • Lionel Kochan, Storia della Russia moderna, Einaudi, Torino, 1968

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]