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Pesco Sannita

Coordinate: 41°14′N 14°49′E
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Pesco Sannita
comune
Pesco Sannita – Stemma
Pesco Sannita – Bandiera
Pesco Sannita – Veduta
Pesco Sannita – Veduta
Veduta aerea
Localizzazione
StatoItalia (bandiera) Italia
Regione Campania
Provincia Benevento
Amministrazione
SindacoNicola Gentile (lista civica L'aquilone) dal 4-10-2021
Territorio
Coordinate41°14′N 14°49′E
Altitudine393 m s.l.m.
Superficie24,15 km²
Abitanti1 813[1] (31-8-2025)
Densità75,07 ab./km²
FrazioniMonteleone I, Monteleone II, Monteleone III, Maitine, Rapinella
Comuni confinantiBenevento, Fragneto l'Abate, Fragneto Monforte, Pago Veiano, Pietrelcina, Reino, San Marco dei Cavoti
Altre informazioni
Cod. postale82020
Prefisso0824
Fuso orarioUTC+1
Codice ISTAT062050
Cod. catastaleG494
TargaBN
Cl. sismicazona 1 (sismicità alta)[2]
Cl. climaticazona D, 1 785 GG[3]
Nome abitantipescolani
Patronosan Nicola e santa Reparata
Giorno festivo6 dicembre, 19 agosto
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Pesco Sannita
Pesco Sannita
Pesco Sannita – Mappa
Pesco Sannita – Mappa
Posizione del comune di Pesco Sannita nella provincia di Benevento
Sito istituzionale

Pesco Sannita (Pescolamazza fino al 1948[4], u Pešco in dialetto locale[5]) è un comune italiano di 1 813 abitanti[1] della provincia di Benevento in Campania.

Geografia fisica

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Il territorio comunale è sito in collina, sulla sinistra del fiume Tammaro.

La sua escursione altimetrica è pari a 331 metri, con un'altezza minima di 259 m s.l.m. ed una massima di 500 m s.l.m.

Ha una superficie agricola utilizzata pari a ettari (ha) 1574,94, dato riferito al 2000 (fonte Camera di Commercio di Benevento, dati e cifre, maggio 2007).

Il castello di Pesclum, corrispondente all'attuale Pesco Sannita, esisteva già in epoca longobarda. Il suo nome originario, Pesclum o Pescum – termine che indica un grande masso o una rupe – subì nel corso dei secoli numerose trasformazioni: Pesco, Piesco, Lo Pesco, Lo Pesco de la Macza e infine Pescolamazza, fino ad assumere, nel 1947, la denominazione definitiva di Pesco Sannita.

Il borgo conobbe il suo massimo splendore durante la dominazione normanna, sotto la signoria della famiglia della Marra, dalla quale derivò anche la denominazione di Pesco della Marra. In seguito, un errore ortografico di uno scriba poco esperto trasformò il nome in Pescolamazza.

Nella prima metà del XII secolo, precisamente intorno al 1120, Rainolfo, conte di Avellino e di Airola, dopo aver respinto presso Tufo un attacco del conte Giordano contro Landolfo della Greca, contestabile di Benevento, penetrò nella contea di Ariano con l'intento di devastarne alcuni castelli. Giunto però ai confini di Pesclum, allora posseduto da Gerardo della Marra, rinunciò sorprendentemente a proseguire e fece ritorno senza combattere.

Il fatto appare singolare: Rainolfo aveva infatti radunato circa quattrocento cavalieri e numerosi fanti, non per una semplice dimostrazione di forza. È probabile che la solidità delle fortificazioni di Pesclum lo avesse dissuaso dall'assedio. Inoltre, allontanandosi, non devastò né campi né boschi – pratica abituale all'epoca –, segno che l'agro pescolano non avrebbe colpito unicamente interessi normanni. Ciò alimenta il sospetto che il castello fosse una fortezza normanna avanzata in territorio beneventano.

Dopo questo episodio, per oltre un decennio, Pesclum non fu più coinvolto nelle lotte che insanguinarono la contea arianese. Tuttavia, verso la fine del 1132, il nuovo contestabile di Benevento, Rolpotone di Sant'Eustachio, riprese le ostilità contro la catena di castelli normanni che circondava la città. Dopo aver distrutto Farnitum (l'attuale Fragneto l'Abate), egli, insieme a Rainolfo, mosse all'assalto di Pesclum. Anche questa volta, però, la resistenza di Roberto della Marra e la inespugnabilità del castello costrinsero gli assalitori a ritirarsi verso Benevento.

Pesclum rimase così sotto il dominio della famiglia della Marra anche durante le successive dominazioni sveva e angioina. Il cognome de Marcia, attestato tra il 1140 e il 1278, rappresenta infatti soltanto una variante grafica di della Marca, casato che in alcuni manoscritti falconiani compare in luogo di della Marra.

Le successioni feudali dal XV al XIX secolo

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A partire dai primi decenni del XV secolo e fino all'abolizione della feudalità, avvenuta nei primi anni dell'Ottocento, Pesco rimase quasi sempre unito a Pietrelcina. Già nel 1415 le due terre facevano parte dei possedimenti feudali di Filippo Caracciolo, e nel 1458, dopo la congiura dei Baroni, risultavano ancora riunite sotto Nicola Caracciolo. Alla morte di quest'ultimo, avvenuta nel 1493, i feudi di Pescolamazza e Pietrelcina passarono al figlio primogenito Giovan Battista, che ne ottenne solenne investitura dal re di Francia Carlo VIII con diploma emanato a Napoli l'8 marzo 1495.

Nel 1511, la figlia Dionora portò entrambi i feudi in dote al marito Giovan Tommaso II Carafa, conte di Cerreto, il quale nel 1522 ne cedette le rendite a Carlo Mormile per 9.000 ducati, riservandosi il diritto di riscatto. L'anno successivo, mentre serviva Carlo V a Milano durante la guerra contro il re di Francia, Giovan Tommaso fu ucciso in duello da Fabrizio Maramaldo. Gli succedette il figlio primogenito Diomede III, ancora fanciullo, posto sotto la tutela del nonno Diomede II e, dopo la morte di quest'ultimo, di un non meglio identificato "priore di Napoli". In giovane età sposò Roberta Carafa, che assunse anche la sua tutela.

Nel 1537, con il consenso della moglie, Diomede III decise di alienare definitivamente i feudi di Pesco e Pietrelcina, cedendo per 5.000 ducati il diritto di riscatto a Bartolomeo Camerario (1497-1564). Quest'ultimo, nel 1550, rivendette i due feudi a Lucrezia Pignatelli, moglie di Giovan Vincenzo Caracciolo. Dopo la morte di quest'ultimo, la successione passò al figlio Marcello, che pagò il relevio (tassa di successione) il 19 ottobre 1564.

Nel 1569, Filippo II di Spagna insignì Marcello del titolo di marchese di Casalbore. Alla sua morte, avvenuta nell'agosto 1585, gli succedette il primogenito Giovan Vincenzo II, che ereditò il titolo e i possedimenti di Casalbore, Ginestra degli Schiavoni, Pietrelcina, Pescolamazza, Torre di Pagliara, Saggiano e altri territori nei pressi di Montesarchio.

Nel 1603, Giovan Vincenzo II cedette le terre di Pescolamazza e Pietrelcina al fratello Francesco per 50.602 ducati, con patto di ricompra. Tuttavia, nel 1614, a causa dei debiti del marchese di Casalbore, il Sacro Regio Consiglio assegnò i due feudi, per 46.200 ducati, a Giovanni d'Aquino, che nel luglio 1623 ottenne il titolo di principe di Pietrelcina.

Alla morte di Giovanni, il 4 marzo 1632, subentrò il primogenito Cesare, il quale, con assenso regio del 9 febbraio 1661, diede in pegno al fratello Francesco la terra di Pescolamazza per 11.000 ducati. Cesare fu assassinato il 27 febbraio 1668, a soli quarantatré anni, e l'8 marzo 1669 la figlia Antonia fu dichiarata erede dei suoi beni feudali. Tuttavia, nel 1676, il Sacro Regio Consiglio assegnò Pietrelcina a Girolamo, fratello di Cesare. Dopo la morte di Francesco e Girolamo d'Aquino, Pescolamazza e Pietrelcina tornarono alla nipote Antonia, insieme al feudo di Monteleone, che Girolamo aveva nel frattempo acquistato da Giacomo II de Brier.

Alla morte di Antonia, avvenuta senza eredi il 6 settembre 1717, il titolo passò, nel 1724, al duca di San Teodoro, Ferdinando Venato, suo parente di quarto grado, che versò al fisco 20.200 ducati per ottenere l'investitura. Pochi mesi dopo, il 30 aprile 1725, il duca vendette i tre feudi – Pescolamazza, Pietrelcina e Monteleone – per 75.000 ducati a Francesco Carafa, il quale, con diploma emanato da Vienna il 17 novembre 1725, ricevette dall'imperatore Carlo VI d'Austria il titolo di principe di Pietrelcina.

Francesco Carafa morì il 9 gennaio 1768, ma solo il 20 novembre 1772 la Gran Corte della Vicaria dichiarò erede dei suoi beni feudali Pietro Maria Firrau, principe di Luzzi. Alla morte di quest'ultimo, avvenuta il 24 novembre 1776, subentrò il figlio Tommaso Maria (decreto del 21 gennaio 1777). Nel 1779 entrò infine in possesso dei beni feudali Luigi Carafa di Milizia della Stadera, alla cui morte succedette Francesco Carafa, conte di Policastro e duca di Forlì, ultimo barone di Pesco.

Rapporto con Monteleone

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Monteleone, di antica origine longobarda, è oggi una frazione di Pesco Sannita. Fino all'unione con questo feudo, avvenuta durante il dominio di Antonia d'Aquino, mantenne però una propria autonomia.

Secondo alcuni documenti medievali, il castello di Monteleone avrebbe dovuto essere annesso al territorio di Benevento, al fine di rafforzarne i confini. Tuttavia, già nel 1269 risultava inserito nel Regno angioino. In quel periodo il borgo contava non più di venti famiglie e, dopo alcuni passaggi di proprietà, tornò infine nelle mani del suo legittimo proprietario, Alferio.

Per diversi secoli le fonti tacciono sul destino di Monteleone, che nel frattempo si spopolò completamente. Solo nella seconda metà del Quattrocento se ne ritrovano nuove attestazioni, quando il feudo fu acquistato da Marcantonio Calenda, la cui famiglia ne conservò il possesso fino al 1616, anno in cui passò a Giovan Geronimo Nani, nobile originario di Savona.

Nel corso della prima metà del Seicento, il feudo con tutte le sue pertinenze entrò in possesso di Giovanni de Brier, e successivamente del nipote Giacomo II, che lo cedette a Girolamo d'Aquino. Alla morte di Francesco e Girolamo d'Aquino, Monteleone venne infine riunito ai feudi di Pescolamazza e Pietrelcina sotto l'eredità di Antonia d'Aquino, loro nipote ed erede universale.

La popolazione dal XVI al XVIII secolo

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Alla fine del XVI secolo iniziano a comparire le prime notizie relative direttamente alla popolazione di Pesco e alle sue condizioni di vita. Una pergamena datata 1577 conserva, ad esempio, un ampio elenco di cittadini che consente di risalire alle origini di numerose famiglie locali e di seguire l'evoluzione grafica dei principali cognomi pescolani.

Agli inizi del Seicento, l'aggravio della pressione fiscale portò la comunità a un forte indebitamento, tanto da costringerla a vendere al barone del tempo, Giovanni d'Aquino, i due forni pubblici (detti del Castello e della Valle) e la taverna del paese. Da questa vendita ebbe origine una lunga controversia giudiziaria che si protrasse fino ai primi anni dell'Ottocento.

La metà del XVII secolo fu segnata dal flagello della peste del 1656, che colpì duramente la popolazione. L'anno successivo, il 20 ottobre 1657, quando il nuovo parroco don Domenico Palumbo prese possesso della chiesa, gli abitanti di Pesco erano ridotti a sole 230 anime.

Tra il 1743 e il 1746, il territorio di Pesco fu sottoposto alla giurisdizione del Regio Consolato di Commercio di Ariano, all'interno della provincia di Principato Ultra.[6]

Nella parte centrale del XVIII secolo, la popolazione era risalita a circa mille abitanti, ma il livello di analfabetismo restava molto elevato: circa l'80% tra gli uomini (fatta eccezione per la categoria dei sarti) e il 100% tra le donne. Nonostante il sistematico sfruttamento feudale, il tenore di vita dei pescolani, in rapporto al contesto dell'epoca, era divenuto relativamente accettabile, e tali condizioni favorevoli si mantennero a lungo. Verso la fine del secolo, infatti, la popolazione aveva raggiunto le 1.636 unità.

Dopo la rivoluzione napoletana del 1799, i rapporti già tesi tra il feudatario e il popolo di Pescolamazza si deteriorarono ulteriormente. Il barone dell'epoca, Luigi Carafa, nel tentativo di rinsaldare la propria immagine e di mantenere il consenso, cercò di far leva sul sentimento religioso. Nel 1801 ottenne il rinnovo dell'indulgenza plenaria per la cappella del SS. Rosario e, poco dopo, dal Papa stesso, l'autorizzazione a istituire la Via Crucis nella chiesa del SS. Salvatore. Nel 1802, infine, donò al popolo il corpo di Santa Reparata martire, ricevuto a Roma dalle mani del cardinale Benedetto Fenaja.

Malgrado questi gesti di apparente devozione, la frattura tra comunità e feudatario divenne insanabile subito dopo l'emanazione del decreto di Giuseppe Bonaparte che aboliva la feudalità. Il Comune di Pescolamazza, assistito dall'avvocato Antonio Vitale, citò in giudizio davanti alla Commissione feudale il successore di Luigi, Francesco Carafa, conte di Policastro e duca di Forlì. Tra le contestazioni mosse al Carafa figuravano l'esazione indebita di 110 ducati annui sui forni Castello e Valle, di 30 ducati per erbaggio, nonché di vari censi in denaro e natura privi dei necessari strumenti giuridici. Gli si imputava inoltre la pretesa del cosiddetto "terraggio" su tutto il territorio comunale, compresi i fondi di proprietà privata.

Il comune vinse la causa quasi integralmente, ad eccezione del punto riguardante i 110 ducati annui sui forni, somma ritenuta legittima in quanto corrispettivo degli interessi su un prestito di 2.200 ducati concesso nel 1617 all'università di Pescolamazza da Giovanni d'Aquino.

All'atto dell'esecuzione della sentenza sorsero tuttavia ostacoli insormontabili. Il rappresentante del comune chiedeva di ripartire parte della tenuta di Monteleone tra i cittadini come compensazione per gli usi civici riconosciuti, ma l'ex barone sostenne, tramite il suo agente Ferdinando Cini, che il feudo, in quanto entità separata, non fosse soggetto alla divisione e che la vertenza dovesse essere devoluta ai tribunali ordinari.

Poiché il regio procuratore generale sostituto, Winspeare, appoggiava apertamente la tesi del comune, Francesco Carafa, intuendo la sconfitta, chiese a Winspeare una breve sospensione per poter produrre documenti a sostegno dei suoi diritti. Il funzionario incaricato della divisione dei demani, Federico Cassitto, agli ordini del consigliere Paolo Giampaolo, gli concesse dieci giorni, ordinando però che i periti continuassero la misurazione del feudo.

Nel frattempo, il Cini, temendo di perdere la causa, tentò di vanificare la procedura inducendo sindaco e decurioni a firmare, a nome del comune, un atto di rinuncia alla ripartizione, anche qualora questa fosse stata prescritta dalle leggi. Quando l'amministrazione comunale ritirò il proprio sostegno, tre cittadini – Dionisio Guerra, Antonio Orlando e Gennaro Vetere – decisero di proseguire a proprie spese l'azione legale contro il conte di Policastro.

Non riuscendo a prevalere per via legale, il Cini ricorse a inganni e violenze. Ospitando a casa propria l'intendente Giacomo Mazas e il comandante della provincia, giunti a Pescolamazza per seguire la controversia, li indusse a credere che i tre cittadini avessero rifiutato di presentarsi a un'udienza. I due funzionari ne ordinarono quindi l'arresto immediato. I detenuti furono poi sottoposti, per ordine e manovre del Cini, a maltrattamenti e violenze inaudite, e il Mazas destituì Dionisio Guerra dal suo incarico di cancelliere archivario comunale.

Nonostante tali abusi, il Cassitto riuscì a far completare rapidamente le misurazioni e valutazioni dell'ex feudo, proponendo di distaccare e ripartire tra i cittadini metà delle terre boscose, un terzo di quelle incolte ed erbose e un quarto dei terreni seminativi, per un totale di 1.144,16 tomoli.

Il lavoro, tuttavia, fu reso vano dal regio decreto di Gioacchino Murat del 27 dicembre 1811, che trasferiva la competenza della causa dall'autorità del commissario reale all'intendente della provincia. Il Mazas, divenuto giudice della vertenza e schierato apertamente con il Carafa, emise il 31 marzo 1812 un'ordinanza definitiva dichiarando che l'ex feudo di Monteleone, essendo distinto e separato dal territorio di Pescolamazza, non era ripartibile a favore dei suoi cittadini. Inoltre condannò Guerra, Orlando e Vetere al pagamento di 35,20 lire per le spese sostenute da due decurioni recatisi ad Avellino per la discussione della causa.

Ciononostante, Gennaro Vetere non si arrese e nel 1817 presentò ricorso alla Gran Corte dei Conti, chiedendo l'annullamento dell'ordinanza del Mazas per difetto di notifica ed eccesso di potere. La Corte, tuttavia, con sentenza del 22 giugno 1818, dichiarò il reclamo inammissibile, lasciandogli solo la possibilità di ricorrere a un giudice competente per dimostrare la "perpetuità della colonia". Tale procedimento, però, non fu mai avviato.

Soltanto vent'anni più tardi, il 24 gennaio 1837, il Comune di Pescolamazza, autorizzato con Real Rescritto del 7 dicembre 1836, citò in giudizio Francesco, Laura e Teresa Carafa, eredi del duca di Forlì, per far valere i diritti di alcuni cittadini. Dopo un primo rigetto da parte del Tribunale di Avellino, fu presentato appello alla Gran Corte Civile di Napoli, che con decisione del 27 dicembre 1840 invitò il comune e i privati a provare con documenti e testimoni l'esistenza delle antiche colonie. Il procedimento, durato un altro decennio, si concluse nel 1851 con la vittoria definitiva degli eredi Carafa: la Corte, rilevando "l'inverosimiglianza e le contraddizioni delle prove", dichiarò "non giustificata la colonia perpetua" e condannò il comune e i cittadini al pagamento di 634,38 ducati di spese processuali.

Solo nel 1853, per mero tornaconto economico e non per effetto delle precedenti cause, la famiglia Carafa concesse l'ex feudo di Monteleone in enfiteusi perpetua al Comune di Pescolamazza, che lo suddivise in quote assegnate ai capifamiglia dietro pagamento di un canone annuo di 23,45 lire. Il lavoro di quotizzazione, iniziato subito dopo l'atto notarile, si concluse soltanto nel 1870, in coincidenza con gli anni dell'unità d'Italia.

In quel periodo, Pesco fu solo marginalmente toccato dal brigantaggio che devastò le zone circostanti tra il 1860 e il 1880 – si ricorda solo l'uccisione di Giuseppe Pennucci per mano del brigante Michele Caruso – ma ebbe un ruolo significativo nei moti reazionari del 1861. All'alba del 10 agosto, il filoborbonico Luigi Orlando fu catturato nel suo palazzo e fucilato da un plotone di bersaglieri comandato dal colonnello Pier Eleonoro Negri. Nelle stesse ore, la banda di Francesco Saverio Basile, detto Pilorusso, fu sconfitta a Pietrelcina dai bersaglieri del maggiore Rossi, e undici cittadini inermi vennero fucilati nelle loro case.

Questi fatti innescarono la spedizione punitiva che portò, pochi giorni dopo, alla distruzione di Casalduni e Pontelandolfo (14 agosto 1861). Il pescolano Francesco Esci, appresa la notizia delle stragi di Pesco e Pietrelcina, guidò una banda reazionaria a Casalduni, dove ordinò la fucilazione di quaranta bersaglieri e quattro carabinieri, catturati insieme al loro comandante, il tenente Cesare Augusto Bracci. L'eccidio provocò la durissima reazione dell'esercito piemontese: il maggiore Carlo Melegari e il colonnello Negri guidarono l'attacco del 14 agosto che devastò Casalduni e Pontelandolfo.

Nei documenti giudiziari successivi non compare il nome di Francesco Esci tra i responsabili diretti della strage, ma solo quello del suo luogotenente Angelo Pica, detto Picozzo. Esci, infatti, era già morto al momento del processo: fucilato a Pescolamazza il 24 settembre 1861, in contrada Vignale di Iorio, insieme al brigante Michele Zeuli da Alberona, per ordine di un picchetto del 62º Fanteria.

Storia amministrativa

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Per la sua posizione geografica, Pescolamazza ricoprì un ruolo di una certa rilevanza nell'assetto amministrativo dell'Ottocento. A partire dal 1812, infatti, il paese fu scelto come capoluogo di circondario – nell'ambito del distretto di Ariano – in sostituzione di Fragneto Monforte. Questa prerogativa fu mantenuta anche dopo la creazione della provincia di Benevento, quando Pescolamazza divenne sede di pretura, di carcere mandamentale e di ufficio di bollo e registro, funzioni che conservò fino al 1889.

Nonostante tale posizione privilegiata e il progressivo sviluppo demografico ed edilizio, la cittadina continuava a soffrire la mancanza di infrastrutture essenziali, soprattutto in ambito sanitario e viario. Solo nel 1832 l'amministrazione comunale inserì in bilancio la costruzione di due acquedotti per convogliare nel centro abitato le acque sorgive del Romito e dell'Acquafresca. Nello stesso anno fu inoltre deliberato uno stanziamento di 150 ducati annui, fino al completamento dei lavori, per la realizzazione di una strada rotabile di circa due miglia tra la cappella della Madonna dell'Arco e il Vallone Pilone, destinata a migliorare i collegamenti con Napoli e con la Terra di Lavoro.

Mentre l'esecuzione degli acquedotti è attestata con certezza – furono infatti terminati nel 1837 –, nessuna notizia documentaria conferma il buon esito dei lavori stradali verso Vallone Pilone.

Un'altra questione che impegnò a lungo le amministrazioni locali fu quella della costruzione del cimitero comunale. Già nel 1817 era stato individuato un appezzamento di terreno in contrada Fornillo, che, sebbene giudicato non idoneo dalle autorità competenti, fu adibito provvisoriamente a camposanto a partire dal dicembre 1838. Non è noto quanto durò tale sistemazione temporanea, né quando si decise di erigere il cimitero attuale. È certo, tuttavia, che tra il 1853 e il 1857 vennero stanziati 1.300 ducati per completarne la costruzione e che solo nel 1856 fu previsto in bilancio il finanziamento della strada di collegamento con il centro abitato.

Tutti questi ritardi aggravarono ulteriormente le già precarie condizioni igieniche del paese. Non a caso, nel 1846, Pescolamazza fu uno dei pochi comuni del Principato Ultra ad essere colpito da una violenta epidemia di vaiolo.

Il problema delle comunicazioni trovò infine una parziale soluzione con la costruzione della Strada Val Fortore (oggi S.S. 212) e con l'attivazione della linea ferroviaria Benevento-Campobasso-Termoli, inaugurata nel tratto Pietrelcina-Pescolamazza (fino a San Giuliano) il 12 febbraio 1882. Tuttavia, anche in questo caso, si trattò di un'occasione mancata: la stazione ferroviaria, costruita a oltre quattro chilometri dal centro abitato, risultò di scarsa utilità e contribuì in modo determinante a mantenere Pescolamazza in una condizione di relativo isolamento fino alla metà del Novecento.

Monumenti e luoghi d'interesse

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Architetture religiose

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La Chiesa Madre del Santissimo Salvatore

Alla fine del Seicento a Pesco c'erano, oltre al SS. Salvatore e a San Nicolò, altre due chiese (S. Croce e S. Rocco) e un oratorio (S. Maria dell'Arco). Un'altra chiesa (S. Maria a Tamele) si trovava nel feudo di Monteleone. Dopo il terremoto dell'8 settembre 1694 le chiese di S. Maria a Tamele e di S. Rocco, irrimediabilmente danneggiate, furono chiuse al culto. Agli inizi del Settecento, poi, furono lasciati in abbandono anche S. Croce e l'oratorio di S. Maria dell'Arco. Quest'ultimo, meglio noto come “la Cappella”, riaperto al culto nell'Ottocento, fu abbellito esternamente con un dipinto su tavola di Francesco de Maio (“commesso postale” dell'epoca) e con un Cristo crocifisso scolpito in legno da un contadino pescolano (Giandomenico Pennucci). Il dipinto, la cui parte inferiore rappresenta Piazza Gregaria (l'attuale Piazza Umberto I) con sullo sfondo via Cappella e Casale S. Antonio, ormai quasi completamente deteriorato dalle intemperie, è stato restaurato nel 2008 da Antonio Solvino e utilizzato come pala d’altare dell’oratorio. Il Cristo ligneo, invece, è stato distrutto durante i lavori di messa in opera delle baracche per i terremotati del 1962. La chiesetta, ricaduta in abbandono nei primi decenni del Novecento, è stata fatta restaurare da mons. Nicola D'Addona nel 1977 e da don Nicola Gagliarde nel 2008. Nessuna delle altre antiche chiese pescolane è giunta integra fino a noi. Di S.Croce e di S. Rocco, infatti, si sono perse completamente le tracce. La chiesa di S. Nicolò, invece, lasciata in abbandono poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, è stata demolita nella primavera del 1971. La chiesa del SS. Salvatore, infine, ristrutturata una prima volta verso la fine dell'Ottocento da don Giandonato Orlando, modificata agli inizi del Novecento dal suo successore don Domenico Sabella, ampliata tra il 1921 e il 1924 da don Emilio Parrella, è stata completamente rifatta da mons. Nicola D'Addona, sulla base di un progetto ideato insieme al fratello Ing. Luigi, e inaugurata nel 1968. La costruzione, pur apparendo a prima vista come un complesso architettonico progettato ex novo, conserva, armonizzandoli pienamente, i segni delle ristrutturazioni precedenti (basti pensare alla presenza contemporanea di archi a sesto acuto, a tutto sesto e di architravi). L'unica parte della chiesa che non ha subito modifiche è l'ex cappella di S. Reparata che, però, è stata trasformata in sacrestia. Molto più recente, infine, è l'oratorio di Maria SS. Addolorata e di S. Giuseppe, fatto edificare da Pasquale De Simio in un fondo di sua proprietà e ultimato nel 1840.

Evoluzione demografica

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L'andamento demografico tra il 1697 e il 1857 mostra un progressivo aumento della popolazione. Gli abitanti, infatti, che sono appena 461 nel 1697, diventano 706 nel 1722, 904 nel 1736, 1014 nel 1742, 1158 nel 1770, 2028 nel 1827 e 2460 nel 1857. Successivamente, dopo il passaggio sotto il Regno d'Italia, la popolazione evolve come mostrato nel grafico:

Abitanti censiti[7]

Lingue e dialetti

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Caratteristiche

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  • Caratteristica è la trasformazione delle sillabe scia, scio, sciu di alcune parole napoletane (fia, fio, fiu in italiano) in hia, hio, hiu con l'h aspirata (per es. nap. sciato = fiato, pesc. hiato; nap. sciummo = fiume, pesc. hiumo, ecc.).
  • La o finale assume un suono intermedio tra la o e la u quando la parola viene presa singolarmente o si trova alla fine di una frase, mentre diventa decisamente u quando sta al suo interno. La pronuncia della z è sempre sorda (come in marzo) tranne che dopo la n (‘nzèngale, cunzèreva), davanti ai dittonghi ia, ie, io, iu e in alcuni vocaboli (manazzèo, zechetià e zurro) dove diventa sonora. La s davanti a tutte le consonanti (fatta eccezione per d e t) si pronuncia come il digramma sc davanti alle vocali i ed e.
  • Al plurale alcune parole seguono il genere neutro (anéglio = anello, pl. anèllure; carro, pl. carre; ósso = osso, pl. òssere; óvo = uovo, pl. òve; pertuso = buco, pl. pertóse; pùzzo = pozzo pl. pózzere). Anche gli aggettivi quanto e tanto si trasformano al plurale in quanta e tanta (neutro plurale di quantum e tantum, rispettivamente).
  • Gli infiniti dei verbi della prima coniugazione italiana e di quelli piani della seconda diventano tronchi per la perdita di -re finale (abbicinà = avvicinare, tené = tenere). Quelli sdruccioli della seconda coniugazione e quasi tutti quelli della terza, invece, assumono la forma della terza persona singolare dell'indicativo presente (es. chiòve al posto di chiòvere = piovere, fenìsce al posto di fenì = finire). I verbi riflessivi diventano tutti sdruccioli, tranne qualche rara eccezione come arrènnerese = arrendersi, cèrnerese = ancheggiare e spégnerese = sciogliersi che sono bisdruccioli. Quelli della prima coniugazione, infatti, terminano in -àrese, quelli della seconda in -èrese e quelli della terza in -ìrese. I gerundi, infine, finiscono sempre in -ènne (mentre nel napoletano in -ànno quelli della prima coniugazione e in -ènno tutti gli altri).

Alcuni termini dialettali

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  • Accunzà v. tr. 1) Aggiustare. 2) Condire. Proverbio: L'óssu vécchiu accònza la menèstra (l'osso vecchio condisce la minestra, cioè per risolvere i problemi ci vuole l'esperienza degli anziani).
  • Bòsso s. m. Neologismo importato dai primi Pescolani emigrati negli Stati Uniti d'America. Venne adoperato, specialmente tra il primo e il secondo dopoguerra, per indicare il padre nelle conversazioni da quanti ormai si vergognavano di usare la parola tata ma non erano ancora disposti a ricorrere al termine papà, ritenuto un'esclusiva delle famiglie di ceto più elevato. Analogamente con la parola bòssa si indicava la madre. Etim.: dall'ingl. boss (capo, padrone).
  • Cùccio s. m. Coniglio.
  • Fìcura s. f. Fico (albero e frutto) /Varietà locali: Ficus carica serotina (fìcura natalèse), Ficus carica fasciata (fìcura zengarèlla), Ficus carica verdecchius (fìcura verdesca). /«A la fìcura!» era una minaccia che si faceva ai cani ed equivaleva a dire: «Ora ti ammazzo!». Anticamente, infatti, si usava seppellire questi animali sotto gli alberi di fico per concimarli.
  • Ócchio s. m. Occhio / Fà l'ócchio: far passare il mal di testa provocato dal malocchio. A questo scopo basta versare una goccia d'olio in un piatto pieno d'acqua, fare con il pollice della mano destra un segno di croce sulla fronte del malato e recitare la formula magica: Lunnedì santu, martedì santu, mercudì santu, giovedì santu, vernedì santu, sabbetu santu… Duméneca è Pasqua e l'ócchiu casca. La formula in realtà viene borbottata per evitare che gli astanti riescano a comprenderne le parole (solo durante la notte di Natale, infatti, può essere detta chiaramente a quelli che vogliono impararla). Lo scongiuro riesce solo se la goccia d'olio si allarga fino ad occupare l'intera superficie dell'acqua. Il modo, poi, con cui l'olio si spande nel piatto permette anche di scoprire il sesso dell'autore della fattura. Se infatti la goccia allargandosi assume la forma di una collana (cannàcca), se cioè la sua circonferenza si ricopre lungo tutta la linea di minute goccioline, si può essere certi che il malocchio è stato fatto da una donna. Modo d dire: Accattà l'óglio pe' fà l'ócchio (comprare l'olio per togliere il malocchio, cioè appena qualche goccia): essere spilorcio.
  • Parénti s. m. pl. 1) Chiazze rosse che si formano sulle gambe per eccessiva vicinanza al fuoco del camino. 2) Consanguinei e affini. Proverbio: Li parénti sóngu cum'a li stivali, cchiù stritti sóngu e cchiù fannu male (i parenti sono come gli stivali, più sono stretti e più fanno male).
  • Pasquabifanìa s. f. Epifania. / Pasquabifanìa tutte le fésti se porta via'. Dice Sant'Antóno: «Aspetta ca ce sta la mia!». Con l'arrivo dell'Epifania non finiscono tutte le feste: prova ne sia che solo qualche giorno dopo, il 17 di gennaio, già si festeggia S. Antonio Abate.
  • Rape v. tr. Aprire. Proverbio: Chi te sape te rape (chi ti conosce ti apre, cioè viene a rubare da te solo chi frequenta la tua casa).
  • Salecarèlla s. f. Pianta delle Salicacee molto diffusa lungo i corsi d’acqua.
  • Spulepà v. tr. Spolpare. /Te sî mangiata la carne, mó' spólepete l' ósso: ti sei mangiata la carne, ora spolpati l'osso (hai dissipato tutte le tue sostanze, adesso arrangiati).
  • Strùmmulo s.m. Trottola di legno. Lo strùmmulo, a forma di pera e dotato nella sua parte inferiore di una punta di ferro, viene lanciato e fatto girare per mezzo di una cordicella arrotolata intorno ad esso a partire quasi dall'estremità della punta fino a circa metà della sua parte in legno. Il lancio, una volta impugnato l'attrezzo con la punta rivolta verso l'alto e poggiata nell'incavo tra indice e pollice, avviene alzando e portando all'indietro il braccio e subito dopo muovendolo velocemente in avanti e verso il basso. A questo punto, effettuata una rapida torsione del polso, la mano che lo stringe viene aperta e contemporaneamente la cordicella tirata all'indietro per mezzo di un occhiello che, praticato alla sua estremità libera, è stato infilato in un dito. Il gioco, ormai da tempo caduto in disuso, si faceva a Pesco, in contrada S. Giuseppe, in occasione della festa del santo, cioè il 19 di marzo, sin dagli inizi degli anni Quaranta del diciannovesimo secolo, epoca in cui era stata aperta al culto l'omonima cappella. Esso, destinato ad un numero indeterminato di persone, consisteva nel lanciare uno per volta l'attrezzo in un cerchio (detto póce) tracciato incidendo semplicemente il terreno con uno stecco o, nei casi più elaborati, facendo uso di polvere di gesso. I lanci continuavano fino a che lo strùmmulo di uno dei giocatori, alla fine della sua rotazione, non restava all'interno del cerchio. A questo punto gli altri lanciavano a turno i loro attrezzi su quello restato prigioniero cercando di spingerlo fuori o di spaccarlo. E proprio per scongiurare questa seconda eventualità si usava a volte proteggerlo con delle bullette da scarpa (le cosiddette centrelle).
  • Tarantéglio s. m. Ghiacciolo a forma di stalattite che durante le notti invernali si genera per rapido congelamento delle gocce d'acqua che cadono dal tetto innevato. Etim.: probabilmente il riferimento alla tarantella è dovuto al fatto che quando questi ghiaccioli si formano, l'unico modo che si ha per vincere il freddo è quello di saltellare.
  • Ucculàro s.m. Guanciale del maiale.
  • Olio - La produzione dell’olio, oltre che dalle antiche piantagioni di ortice, varietà autoctona del territorio presente nella maggior parte del Sannio, proviene anche dalla coltivazione del leccino e, in misura molto minore, da quella dell’ogliarola, tipica cultivar pugliese.
  • Vino - La coltura della vite nell’agro pescolano è molto diffusa e le varietà più usate sono l'aglianico grosso detto aglianicone, vitigno autoctono del Sannio, il piedirosso, il barbera, la coda di volpe e la malvasia. In questi ultimi anni, poi, si è introdotta anche la coltivazione del sangiovese e di vitigni tipici di altre zone della Campania come il fiano, il greco e la falanghina.
  • Cereali – Il più noto tra i cereali coltivati nell’agro pescolano è il grano saragolla (Triticum turgidum durum), localmente chiamato saraólla, appartenente alla famiglia del Khorasan (Triticum turgidum turanicum), il famoso “grano dei Faroni”, diffuso tra il quarto e il quinto secolo d. C. in una vasta zona dell’Italia meridionale comprendente la Lucania, la Campania, la Puglia e l’Abruzzo. Macinato in loco, viene utilizzato in parte per la pasta fatta in casa e in parte per la panificazione. Il nome saragolla deriva dall’ungherese sarga (giallo) e golyo (seme) e significa letteralmente “chicco giallo

Infrastrutture e trasporti

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Il comune è attraversato dalla strada statale 212 della Val Fortore ed è interessato dalla SS 212 var, dalla SS 369 e dalle strade provinciali 36, 103 e 104.

Il comune era servito dalla stazione di Pescosannita-Fragneto L'Abate, situata nel territorio comunale di Fragneto Monforte al confine con i due comuni da cui prende il nome e soppressa dal 2013.[8]

Amministrazione

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Di seguito è presentata una tabella relativa alle amministrazioni che si sono succedute in questo comune.

Periodo Primo cittadino Partito Carica Note
2021 "in carica" Nicola Gentile Lista Civica Sindaco [9]
2006 2021 Antonio Michele Lista Civica Sindaco [9]
1995 2006 Spartico Capocefalo Lista Civica Sindaco [9]
1992 1995 Luigi Nicola Pilla Lista Civica Sindaco [9]
1990 1992 Angelo Maria Pilla Lista Civica Sindaco commissario prefettizio Floriana Maturi da dicembre 1991 a giugno 1992
1985 1990 Eduardo D'Andrea Lista Civica Sindaco [9]
1980 1985 Angelo Maria Pilla Lista Civica Sindaco [9]
1960 1980 Beniamino Viglione Lista Civica Sindaco [9]
1956 1960 Raffaele Pilla Lista Civica Sindaco [9]
1952 1956 Beniamino Viglione Lista Civica Sindaco [9]
1946 1952 Luca Orlando Lista Civica Sindaco [9]
1944 1946 Giuseppe Mannelli Lista Civica Sindaco [9]

Pesco Sannita ha ospitato il passaggio di una tappa del giro d'Italia in diverse edizioni, ma per la prima volta il 13/05/2018 è stata Città di Tappa, infatti ha ospitato la partenza della 9ª tappa del Giro d'Italia 2018 "Pesco Sannita - Gran Sasso d'Italia (Campo Imperatore)".

A Pesco Sannita ha sede la Società Podistica "Filippide Runners"

  1. ^ a b Bilancio demografico mensile anno 2025 (dati provvisori), su demo.istat.it, ISTAT.
  2. ^ Classificazione sismica (XLS), su rischi.protezionecivile.gov.it.
  3. ^ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF), in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, 1º marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012 (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2017).
  4. ^ Storia dei comuni, su elesh.it. URL consultato il 6 settembre 2022.
  5. ^ AA. VV., Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani., Milano, Garzanti, 1996, p. 484, ISBN 88-11-30500-4.
  6. ^ Tommaso Vitale, Storia della Regia città di Ariano e sua Diocesi, Roma, Salomoni, 1794, p. 174.
  7. ^ Dati tratti da:
  8. ^ Lestradeferrate.it - Fermata di Pescosannita Fragneto L'Abate (Bn), su lestradeferrate.it. URL consultato il 19 maggio 2024 (archiviato dall'url originale il 26 aprile 2020).
  9. ^ a b c d e f g h i j k http://amministratori.interno.it/
  • Alfonso Meomartini, I comuni della provincia di Benevento, De Martini, Benevento, 1907.
  • Antonio Iamalio, La regina del Sannio, Federico e Ardia, Napoli, 1918.
  • Mario D'Agostino, Storia di Pesco Sannita, Fratelli Conte Editori, Napoli, 1981.
  • Mario D’Agostino, La reazione borbonica in provincia di Benevento, Fratelli Conte Editori, Napoli, 1987.
  • Mario D’Agostino, Pesco Sannita tra cronaca e storia, Arte Tipografica Editrice, Napoli, 2000.
  • Mario D'Agostino, Dizionario Pescolano, Arte Tipografica Editrice, Napoli, 2004.
  • Mario D'Agostino, Pesco Sannita. Storia di un millennio, Vereja Edizioni, Benevento, 2009.
  • Mario D’Agostino, Vita da briganti. Il brigantaggio postunitario nel Beneventano, Vereja Edizioni, Benevento, 2009.
  • Mario D’Agostino, Legittimismo e brigantaggio in Campania, Vereja Edizioni, Benevento, 2011
  • Mario D’Agostino, Pesco Sannita. Storia e dialetto, Ideas Edizioni, Benevento, 2016.

Voci correlate

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Altri progetti

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Collegamenti esterni

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