Tocco Caudio

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Tocco Caudio
comune
Tocco Caudio – Stemma
Tocco Caudio – Veduta
Tocco vecchio ai piedi dei versanti del Taburno, visto da nord
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneRegione-Campania-Stemma.svg Campania
ProvinciaProvincia di Benevento-Stemma2.png Benevento
Amministrazione
SindacoAntimo Papa (centrodestra) dal 05/04/2005 (riconfermato il 30/03/2010)
Territorio
Coordinate41°08′N 14°38′E / 41.133333°N 14.633333°E41.133333; 14.633333 (Tocco Caudio)Coordinate: 41°08′N 14°38′E / 41.133333°N 14.633333°E41.133333; 14.633333 (Tocco Caudio)
Altitudine500 m s.l.m.
Superficie27,49 km²
Abitanti1 534[1] (1/1/2017)
Densità55,8 ab./km²
Comuni confinantiBonea, Bucciano, Campoli del Monte Taburno, Cautano, Frasso Telesino, Moiano, Montesarchio, Sant'Agata de' Goti
Altre informazioni
Cod. postale82030
Prefisso0824
Fuso orarioUTC+1
Codice ISTAT062075
Cod. catastaleL185
TargaBN
Cl. sismicazona 2 (sismicità media)
Cl. climaticazona D, 1 980 GG[2]
Nome abitantitocchesi
PatronoSS. Cosma e Damiano
Giorno festivo27 settembre
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Tocco Caudio
Tocco Caudio
Tocco Caudio – Mappa
Posizione del comune di Tocco Caudio nella provincia di Benevento
Sito istituzionale

Tocco Caudio è un comune italiano di 1 534[1] abitanti della provincia di Benevento in Campania.

Il paese è ubicato lungo le propaggini orientali del monte Taburno. Fu un borgo fortificato di importanza rilevante nel medioevo (fu sede di un gastaldato longobardo e di una diocesi), ma in seguito una serie di terremoti segnò il suo declino. Dopo quello del 1980 il centro storico, Tocco vecchio, è stato completamente abbandonato in favore del nuovo abitato in contrada Friuni.

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Le acque del Pisciariello, ai piedi di Tocco Vecchio

Il territorio di Tocco Caudio[3] si articola attorno una piccola valle che si apre fra le propaggini orientali del massiccio del Taburno. A sud-est, ad est ed a nord di tale conca è la Valle Vitulanese propriamente detta: suddividono le due valli il Cesco di Luccaro (795 m s.l.m.), la collina del Vocito (754 m) che prosegue con il declivio allungato di Costa Rama, e l'ulteriore modesta altura dell'Asciello.[4] Generalmente con la dicitura "Valle Vitulanese", o storicamente "valle di Tocco", ci si riferisce al complesso delle due valli.

Un'ampia porzione del territorio comunale ad ovest e a sud-ovest dell'antico centro abitato risale il massiccio del Taburno. L'estremità occidentale è la zona più elevata del territorio comunale, e vi si trovano i due picchi più alti: il Colle dei Paperi (1 323 m) e il Tuoro Alto (1 321 m). Fra i versanti montani trovano spazio due spianate di origine tettono-carsica[5]: il Campo Cepino (a circa 1 000 m s.l.m.) e il Piano Melaino (a circa 1 150 m).

Nel centro della stretta valle si trova l'antico centro abitato di Tocco, costruito sopra un costone isolato ed allungato di tufo grigio dalle pareti molto scoscese (497 m s.l.m. nel suo punto più elevato).[6] Secondo un'opinione espressa da Scipione Breislak nel XIX secolo, il costone è quanto rimane di un cono vulcanico.[7]

Dai versanti montani hanno origine i due torrenti Cauto e Reviola, che lambiscono i piedi del costone tufaceo ad ovest e ad est, rispettivamente, e poi si riuniscono a formare il torrente Jenga.[8]

Fuori dal bacino della valletta, ad est, è la Pietra di Tocco: uno spuntone calcareo prominente ed isolato che domina la Valle Vitulanese.

Buona parte del territorio comunale, e il costone tufaceo in modo particolarmente drammatico, è storicamente affetta da problemi di dissesto idrogeologico, anche per via di una forte azione corrosiva da parte dei due torrenti[9]. Tali fattori, unitamente alla sismicità elevata (particolarmente distruttivi furono i terremoti del settembre 1293, del dicembre 1456, del giugno 1688, del luglio 1930 e dell'agosto 1962), hanno infine indotto a spostare il centro abitato in contrada Friuni, sulle pendici al margine orientale della valle.[10]. Rimane abitata anche la contrada La Riola, che sorge alle falde settentrionali del costone tufaceo.

Buona parte del territorio comunale, incluso il centro abbandonato, ricade nel Parco regionale del Taburno - Camposauro.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini, il gastaldato e la diocesi[modifica | modifica wikitesto]

Via Carlo di Tocco, asse principale di Tocco vecchio. Pur avendo subito numerose ricostruzioni, il centro abbandonato rivela ancora la sua struttura urbana medievale

Più eruditi a cavallo fra il XIX e il XX secolo affermano che Tocco fu un centro sannitico, derivandone il nome dalla città di Touxion, o dall'aggettivo osco tuticus.[11] L'ipotesi non viene confermata da studi specialistici più recenti; tuttavia pare che la Pietra di Tocco, masso calcareo isolato posto fra Tocco Caudio e Campoli del Monte Taburno, sia stato sormontato da una fortificazione preromana, i cui resti erano ancora visibili negli anni 1970.[12]

Una lapide di età romana attesta la frequentazione di tale zona anche in tempi successivi[13]; mentre è plausibile che i Longobardi, fondatori di un ducato a Benevento, abbiano frequentato ed abitato la Valle Vitulanese già nel VII secolo, e quindi essa risultò punteggiata di piccoli insediamenti di carattere agricolo. I documenti mostrano che Tocco seguì la stessa evoluzione di altre aree: grazie alla sua posizione arroccata, in un momento di sviluppo economico divenne un centro fortificato attorno al quale gravitarono gli altri aggregati abitativi della zona.[14] Non a caso, infatti, la Valle Vitulanese fino al XV secolo è nota come valle di Tocco.[15]

Le prime notizie documentate su Tocco emergono nel X secolo. Nel 930 una cella monastica «in Toccu» era dipendente dall'abbazia di San Vincenzo al Volturno. Nel 950 esisteva un «castrum Tocci», abitato e con qualche importanza amministrativa poiché vi risiedeva un giudice, Milone: probabilmente un funzionario al servizio dei principi di Benevento.[16]

L'importanza di Tocco trova conferma nel 971, allorché si ha notizia dell'esistenza di un gastaldato di cui il centro era sede. Tuttavia, sembra che le cose cambiarono poco dopo: nel 979 i principi di Benevento Pandolfo I e Landolfo IV concessero ad Ausentio e Teoderico, figli di Auloaldo abitante di Tocco, la piena facoltà di disporre dei propri possedimenti secondo le proprie preferenze, senza alcuna interferenza.[17] I due, con questo documento, non diventavano gastaldi: la loro autonomia, che doveva implicare anche facoltà di trasmettere le proprietà ereditariamente, significava la nascita di una signoria locale, probabilmente da contestualizzare nella riorganizzazione del territorio in contee. Il dominio dei due tocchesi, come il gastaldato, doveva estendersi su tutta la valle di Tocco.[18]

La bolla di papa Stefano IX del 1058 elencava Tocco fra le sedi di vescovato suffraganee dell'arcidiocesi di Benevento.[19] Tale vescovato dovette nascere con i cambi di assetto dovuti all'avvento dei Normanni, e come il precedente gastaldato doveva avere pertinenza almeno su tutta la valle.[20] Se ne perdono le tracce già nel 1109: in tale anno la massima chiesa di Tocco, San Pietro, era soltanto arcipretale; ed anzi Roberto di Alife, signore anche di Tocco, la privava di tale dignità per darla alla chiesa di Sant'Andrea a Cacciano, forse perché quest'ultima godeva di una posizione centrale nella valle di Tocco.[21] L'arcivescovo di Benevento Vincenzo Maria Orsini nel 1695 identificava esplicitamente la ex cattedrale di Tocco con la chiesa di San Pietro, che non è più esistente.[22] Il primato della chiesa di Cacciano sulla Valle Vitulanese era ancora riconosciuto agli inizi del XX secolo.[23]

L'epoca normanna e sveva[modifica | modifica wikitesto]

Via del Littorio, lungo il ciglio occidentale del costone. Si intravedono gli archi di sostegno costruiti negli anni Venti

Tocco fu parte dei possessi di Roberto di Alife fino alla sua morte nel 1116; e quindi di suo figlio, il conte Rainulfo di Alife.[24]

Nel 1138 il castello venne coinvolto nelle guerre fra Rainulfo e Ruggero II di Sicilia: mentre Rainulfo cercava di difendere Ariano, il castello di Tocco veniva assediato dalle truppe di Ruggero. I tocchesi resistettero per otto giorni grazie alle loro possenti fortificazioni, poi Ruggero riuscì ad abbattere parzialmente le mura e le torri ricorrendo a macchine da guerra. Le truppe entrarono nella città fortificata il 27 settembre, e probabilmente operarono devastazioni ai danni del borgo.[25]

Tuttavia, per il resto del XII secolo Tocco deve essere rimasto un centro di discreta importanza amministrativa nel Regno di Sicilia. Nel Catalogus baronum, infatti, non compaiono feudatari di Tocco ma solo di territori che sono pertinenza della città. Quindi Tocco doveva essere una città regia, ed inoltre abitata da diversi esponenti del ceto nobile fra cui i possessori di tali feudi, nonché dotata di propri giudici e notai: lo provano gli abbondanti documenti ufficiali firmati a Tocco per l'abbazia di Santa Maria in Gruptis. Tali atti, intestati al re di Sicilia, usano formule di diritto romano.[26] Sarebbe originario di Tocco anche Carlo di Tocco, glossatore e studioso del diritto longobardo vissuto in questo periodo.[27]

Non si sa molto dell'età sveva. Federico II, attorno al 1220, potrebbe aver dato la valle di Tocco in feudo al suo cancelliere Guglielmo di Tocco, ma non è una notizia unanimemente accettata.[28] Guglielmo, come forse anche il giurista Carlo ed un Adam che possedeva feudi nella zona secondo il Catalogus baronum, sarebbe parte della dinastia Tocco: la si ritroverà più volte nella storia nella nobiltà napoletana e degli stessi feudatari del borgo di Tocco, dal quale sembra che essa prenda il cognome.[29]

Dall'epoca angioina al terremoto del 1456[modifica | modifica wikitesto]

La Pietra di Tocco (a sinistra) domina sulla Valle Vitulanese. Sullo sfondo sono i monti Pentime e Caruso
Ruderi di abitazioni in uno spiazzo a Tocco Vecchio

Il 21 aprile 1269 Carlo d'Angiò firmò a Foggia l'atto con cui Roberto di Ravello veniva in possesso della città di Sant'Agata de' Goti e dei castelli di Tocco e di Pietra di Tocco (quest'ultimo, infatti, viene menzionato a sé stante, e ciò potrebbe essere segno che all'epoca esso esisteva ancora); forse erano esclusi i casali della valle di Tocco. Con tutta probabilità, tale investitura era una ricompensa per la fedeltà di Roberto a Carlo nella guerra contro Manfredi di Svevia, che aveva visto più azioni ed era giunta a termine nel Beneventano con l'uccisione di Manfredi. Il nuovo feudatario di Tocco era discendente di Pietro di Ravello, che nel Catalogus baronum ed altri documenti della seconda metà del XI secolo risulta essere un nobile tocchese con possedimenti feudali nella zona.[30]

Tocco fu uno dei centri più danneggiati dal terremoto del Sannio del 1293: il suo feudatario Isnardo de Pontévès lamentava le cospicue perdite di uomini e beni immobili.[31] Nel 1306 Tocco era di Bartolomeo Siginulfo, conte di Caserta, ma insieme a Sant'Agata e Durazzano fu venduto ancora a Isnardo. Queste terre da lui passarono al fratello Agoto e poi, nel 1343, a Carlo d'Artois.[32] Nel 1322 il centro risultava compreso nel giustizierato di Principato Ultra[33], e rimase nella stessa suddivisione amministrativa nei secoli successivi.

Ulteriori notizie sulle vicende feudali di Tocco si hanno ai tempi della risoluzione del conflitto fra la regina Giovanna I di Napoli e il re Luigi I d'Ungheria. Nel 1350 papa Clemente VI indirizzò a Giovanna, che aveva appena riconfermato sul trono napoletano, una bolla con cui chiariva i confini dei possedimenti pontifici attorno a Benevento e fra questi comprendeva anche «castrum Tocci cum Casalibus».[34]

Tuttavia, ciò sembra non avere impedito un nuovo infeudamento nel 1353: in una serie di ricompense del principe Roberto di Taranto ai due fratelli Tocco, che lo avevano aiutato ad essere rilasciato dalle prigioni del re ungherese, a Leonardo I Tocco veniva assegnata la baronia di Tocco.[35] Morto Leonardo, le vicende feudali di Tocco diventano confuse.

Nel 1383 la baronia di Tocco sarebbe passata a Guglielmo di Tocco, nipote di Leonardo;[36] ma nel 1404 era stata comprata da Baldassarre della Ratta, conte di Caserta: questi la vendette al re Ladislao I, e da quest'ultimo la comprò a sua volta Guglielmo di Tocco.[37] Nel 1408 però Guglielmo di Tocco, esiliato perché Ladislao sospettò di un suo tradimento, perse i suoi feudi.[38]

Così nel 1417 la regina Giovanna II vendette il feudo di Tocco al francese Rogioletto Leyoye, e nel 1420 Baldassarre della Ratta lo ricomprò.[39] Nel 1421 Giovanna confiscò a Baldassarre i suoi feudi per donarli a Cristoforo I Caetani[40], ma gliele restituì l'anno dopo in seguito alla loro pacificazione[41].

Nel 1434 la famiglia Origlia avanzò diritti sulla baronia di Tocco, dovuti a debiti non estinti di Guglielmo, ma non ebbe successo.[42] Nel 1438 fu Alfonso d'Aragona a toglierla al della Ratta, perché in quel momento egli era schierato con Renato d'Angiò nelle lotte di successione al trono di Napoli: ne beneficiò Algiasio di Tocco, figlio di Guglielmo[43]. Nel 1446 si ha poi notizia del regio assenso perché la baronia di Tocco venisse restituita (con Montemiletto e Pomigliano d'Arco) allo stesso Algiasio, dopo che questi aveva pagato tutti i debiti del padre.[44] E tuttavia, nel 1449 si trova un atto di conferma del feudo a Giovanni della Ratta, figlio di Baldassarre.[45]

Le sorti di Tocco cambiarono radicalmente con il disastroso terremoto del 5 dicembre 1456: Tocco fu, infatti, uno dei centri più danneggiati. Le cronache dell'epoca, fra cui quella di sant'Antonino di Firenze, riportano che il borgo fu raso al suolo. Non è noto il numero delle vittime.[46]

Tocco nello stato di Vitulano[modifica | modifica wikitesto]

L'arco di accesso al paese da ovest, eretto alla fine del XIX secolo riutilizzando un antico stemma della universitas, e scomparso in seguito[47]

Tocco si ripopolò dopo il terremoto, ma non fu più un centro importante.[48] Il nome "baronia di Tocco" si trova ancora nelle successioni feudali del 1458, quando Francesco della Ratta la ereditò dal padre Giovanni (con atti di conferma nel 1459 e nel 1462). Nel 1500 tale feudo fu confermato a Caterina della Ratta, ma nella successiva conferma del 1506 il feudo prende il nome da Vitulano, a significare che esso era divenuto il centro predominante della valle.[49] Ciò è confermato dalla crescente nobiltà che sembra insediarvisi in questo periodo, nonché dalla costruzione del nuovo palazzo dei feudatari a metà del XVI secolo. Tocco rimase sede di una delle universitates attive nel feudo della Valle Vitulanese, per il quale si affermò il nome "stato di Vitulano" a significare che era un territorio composito.[50]

Dopo il 1516 Andrea Matteo III Acquaviva, vedovo di Caterina, vendette il feudo a Giovan Vincenzo Carafa, marchese di Montesarchio. Con la caduta in disgrazia del Carafa i suoi feudi, inclusi i casali della Valle Vitulanese, andarono ad Alfonso III d'Avalos marchese del Vasto (1528).[51]

In un periodo di numerose rivolte popolari che avvenivano nella Valle Vitulanese, diverse famiglie si succedettero a possedere il feudo. I d'Avalos lo vendettero a Scipione Carafa, conte di Morcone (1560); da lui lo comprò la famiglia locale Sellaroli nel 1568 (pare proprio per vendicare la morte di un consanguineo durante una sommossa), che nel 1611 lo vendettero a loro volta ai Cavaniglia, marchesi di San Marco dei Cavoti. Infine, nel 1615 lo stato di Vitulano tornò ai d'Avalos di Montesarchio.[52]

Il terremoto del Sannio del 1688 vide di nuovo Tocco fra i centri più danneggiati: secondo uno stringato resoconto il paese fu nuovamente raso al suolo, e vi furono 30 vittime.[53] In questa occasione, aggravata dal successivo sisma del 1702, Tocco perse quasi tutte le sue chiese: nel borgo rimase solo la chiesa della confraternita del Santissimo Corpo di Cristo, che fu utilizzata come sede per la parrocchia di San Vincenzo.[54]

I d'Avalos tennero lo stato di Vitulano fino all'eversione della feudalità nel 1806. Nel 1811 venne istituito il circondario di Vitulano, comprendente anche Tocco.[55]

I secoli XIX e XX: lo spostamento del centro abitato[modifica | modifica wikitesto]

Friuni, divenuto il centro del paese dopo l'abbandono del sito storico

Nel 1860 c'era anche un tocchese, l'ingegnere Tommaso Caruso, fra i componenti del comitato insurrezionale di Vitulano che supportò la presa di Benevento da parte di Giuseppe Garibaldi.[56]

Nel 1861, compiutasi l'unità d'Italia, il comune di Tocco fu assegnato alla neonata provincia di Benevento. Nel 1864 esso cambiò nome in Tocco Caudio per specificare l'area geografica in cui si trova, distinguendosi così dall'omonimo Tocco da Casauria.[57]

La serie di terremoti verificatisi attorno al XVIII secolo annunciò il destino del piccolo centro. Unitamente al dissesto idrogeologico del costone tufaceo su cui sorgeva, essi lo resero vulnerabile a frane distruttive (la prima attestata è del 1832). Vennero progettati lavori di consolidamento, ma solo a fine secolo vennero messi in atto quelli per il versante orientale del costone.[58] Nonostante questo, nel 1908 era previsto lo spostamento del centro abitato a carico dello Stato, ma l'amministrazione comunale provò a scongiurarlo consolidando anche il versante occidentale (1921-1926).

Le misure non si dimostrarono efficaci: il terremoto dell'Irpinia del 1930 fu distruttivo e pochi mesi dopo, preso atto delle condizioni del costone tufaceo, un regio decreto stabilì la costruzione di un nuovo centro abitato in contrada Friuni, che però si popolò a rilento. Si ebbero ulteriori danni importantissimi con una serie di movimenti franosi che divennero più frequenti nella seconda metà degli anni 1950 e giunsero al culmine con il terremoto del 1962. Così, nel 1966, furono emanate le ordinanze di sgombero di molti edifici vicini al ciglio del costone, con conseguente ricollocazione della popolazione a Friuni. Infine, dopo il terremoto del 1980 venne decretato l'abbandono definitivo del vecchio centro di Tocco, ancora abitato da una cinquantina di famiglie.[59]

Simboli[modifica | modifica wikitesto]

Lo stemma comunale ha la seguente descrizione:

« Leone rampante con ramoscello d'ulivo tra le zampe e la scritta Universitas Castri Tocci sorretto da un ramoscello d'ulivo e ramoscello di quercia. »

Il gonfalone comunale riprende lo stemma su fondo blu.[60]

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

I ruderi di Tocco vecchio, con la chiesa madre in fondo
Il centro storico di Tocco Caudio, abbandonato definitivamente dopo il 1980, non è stato interessato da interventi di consolidamento o ristrutturazione ed è anzi a continuo rischio di ulteriori crolli. Del borgo si distingue bene l'assetto urbano medievale "a fuso", cioè attraversato per tutta la lunghezza da un asse viario centrale dal quale si dipartono vicoletti perpendicolari. Salvo qualche area liberata in seguito a crolli, il borgo si presenta densamente costruito. Mancano architetture notevoli: l'edificato è costituito quasi esclusivamente da semplici abitazioni. Il materiale impiegato per le costruzioni è lo stesso tufo su cui sorge il centro: le case sono costruite su ambienti ipogei scavati nella roccia.
Essendo crollate quasi tutte le chiese di Tocco vecchio con il terremoto del 1688, l'unico edificio religioso è la sconsacrata chiesa di San Vincenzo, posta nel punto più alto del costone e non coincidente con l'edificio originario.
  • Chiesa dei Santi Martiri Biagio e Vincenzo
Situata in contrada Friuni, è la chiesa che serve il nuovo centro abitato.
La pala d'altare del santuario dei Santi Cosma e Damiano
  • Santuario dei Santi Cosma e Damiano
Secondo la tradizione, in un tempo imprecisato i santi Cosma e Damiano apparvero ad un giovane pastore muto, gli diedero la parola e gli chiesero che fosse costruita sul luogo dell'incontro una chiesa in loro onore.
La chiesa fu concessa dal Seminario arcivescovile di Benevento al popolo di Tocco nel 1618. In origine era solo una cappella, ma fu abbellita e ingrandita più volte con le offerte del popolo che confidava nei santi miracolosi. Nel 1698 papa Innocenzo XII dispose l'indulgenza plenaria per chi la visitasse in occasione della celebrazione dei due santi. Al momento della visita dell'arcivescovo Vincenzo Maria Orsini nel 1692 vi operava anche una confraternita. Nel 1707 l'Orsini riconsacrò la chiesa, insieme alla pala d'altare che raffigura la Madonna con il Bambino e i santi Cosma e Damiano, opera di ignoto.
La chiesa ha una struttura a tre navate con presbiterio in fondo a quella centrale, a pianta rettangolare e coperto di una volta a padiglione lunettata.[61]
La chiesa di San Michele ai piedi della Pietra di Tocco
  • Chiesa di San Michele alla Pietra di Tocco
La chiesetta in rovina si trova alle falde orientali della Pietra di Tocco, annessa ad una masseria che reca sul portale la data 1872. Tuttavia l'edificio era citato già nei documenti delle visite arcivescovili del 1692 e in altri documenti come "Sant'Angelo alla Pietra di Tocco".
Il complesso integra nella propria muratura un blocco scolpito di età romana (fine del I secolo a.C.) con fregio dorico (secondo altre fonti, con raffigurazioni zoomorfe).[62]
  • Pietra di Tocco
Il masso calcareo isolato si trova fra la conca di Tocco Caudio e la Valle Vitulanese. Ripido e difficile da risalire, dalla cima fornisce un'ampia visuale verso est. Nel 1269 è menzionato un «castrum Paetrae Tochi», e in effetti negli anni Settanta erano ancora distinguibili sulla cima resti di mura e forse di munizioni, nonché di una vasca per la raccolta delle acque. Un'ulteriore cinta muraria, con la sua porta d'accesso, sarebbe distinguibile alla base dello spuntone roccioso. A mezza costa una grotta mostra ancora una camino scavato con il suo condotto di ventilazione. Non mancano rinvenimenti di ceramiche di vario tipo.
Anche se parte di queste opere sono medievali, più volte si è pensato ad un utilizzo dello sperone roccioso da parte dei Sanniti.[63]
La radura di Piano Melaino
La porzione tocchese del parco comprende ampie aree coltivate, sopra le quali è una fascia di boschi misti che ricoprono i versanti montuosi (un bosco di cerri si trova, in particolare, in località Coste di Tocco). Nella parte ovest, ove si raggiungono le altitudini più elevate, sono prevalentemente faggete, con radure popolate da agrifoglio e belladonna, e intervallate con rimboschimenti di abete bianco. Fanno eccezione le depressioni di Piano Melaino e Campo Cepino, dove la vegetazione è quella del pascolo.[64]
  • Caserma Pozzillo
Il rudere, posto alla quota di 1189 m s.l.m. sul confine occidentale del territorio comunale, era l'alloggio per i soldati borbonici posti di guardia agli stalloni allevati nella Real Riserva del Taburno, e fu usato anche come casino di caccia reale. In età postunitaria divenne rifugio di briganti, e fu poi utilizzato dalle guardie forestali.[65]

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Fuochi (famiglie) in età feudale[66]

Abitanti stimati[67] o (dal 1861) censiti[68]

La chiesa parrocchiale dei Santi Biagio e Vincenzo a Friuni

Etnie e minoranze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Al 31 dicembre 2016 risultano 44 cittadini stranieri residenti nel comune, pari al 2,87 % della popolazione.[69] I gruppi più rilevanti sono:

  1. Nigeria: 26 (1,69 %)
  2. Romania: 6 (0,39 %)

Tradizioni e folclore[modifica | modifica wikitesto]

Geografia antropica[modifica | modifica wikitesto]

Secondo lo statuto comunale, il territorio si compone delle seguenti contrade: Acquasanta, via Arco Marucci, Aspro, Baracca, Capitino, Cesche, Chiano, Ciesco, Coppole, Cornito, Folletta, Friuni, La Pietra, La Riola, Le Martine, Lotola, Maione Lunardo, Maione Stingio, Monticella, Pantaniello, Paodone, via Pisciariello, Pretola, Ripoli, via San Biagio, San Cosimo, San Gaudenzio, San Martino, Serra, Serratola, Sperara, Tasignano, Vigna, Vignali, Vocito, Vecchio Centro Storico.[70]

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Le principali attività economiche sono l'agricoltura e l'allevamento. Tocco Caudio fa parte della Regione Agraria n. 3, Monti del Taburno e Camposauro. Ha una superficie agricola utilizzata di 689,3 ettari[71].

Prima del sisma del 1962, il fulcro del paese era l'attuale centro storico, completamente abbandonato dopo il movimento tellurico del 23 novembre 1980.

Oggi l'abitato non presenta un vero centro ma è costituito, fondamentalmente, da tre nuclei: La Riola, Piano e Friuni. In queste ultime due località sono concentrate la maggior parte dei servizi.

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Altre informazioni amministrative[modifica | modifica wikitesto]

Il comune fa parte della Comunità montana del Taburno.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Popolazione Residente per età, sesso e stato civile al 1º gennaio 2017, Istituto nazionale di statistica. URL consultato il 29 agosto 2017.
  2. ^ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF), in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, 1 marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012.
  3. ^ Per i toponimi e le altitudini, ove non diversamente indicato: vedi carta topografica dell'Istituto Geografico Militare, serie 25/V, foglio 173, quadrante III, tavoletta NE "Apollosa".
  4. ^ Marcarelli, p. 27.
  5. ^ Nazzaro et al., pp. 27-28.
  6. ^ Per la geologia dell'area vedi anche Carta Geologica d'Italia - Foglio 431 Caserta est, su ISPRA. URL consultato il 14 maggio 2018.
  7. ^ Scacchi, p. 101.
  8. ^ Gizzi, pp. 160-161.
  9. ^ Quest'ultimo aspetto è particolarmente enfatizzato in Scacchi, pp. 101-102 e in Marcarelli, pp. 28-30.
  10. ^ Gizzi, pp. 161-164; Antonio Vallario, Il dissesto idrogeologico in Campania, CUEN, 2001, pp. 139 segg..
  11. ^ Marcarelli, pp. 32 segg.
  12. ^ Tirone.
  13. ^ Marcarelli, p. 40; Meomartini, p. 215.
  14. ^ Cielo, pp. 1295-1296, 1298.
  15. ^ Marcarelli, p. 144; Cielo, pp. 1293, 1300.
  16. ^ Cielo, pp. 1293-1294.
  17. ^ Cielo, p. 1295. Lo stesso Ausentio e sua sorella Teoderica sono i fondatori dell'eremo di San Menna dalle parti di Vitulano.
  18. ^ Cielo, pp. 1296-1297, 1300. Si accetta generalmente che l'area di pertinenza del gastaldato comprendesse almeno tutta la valle: vedi anche Strafforello, p. 104 e Marcarelli, p. 74, 93-94.
  19. ^ Marcarelli, pp. 90 segg..
  20. ^ Cielo, p. 1300.
  21. ^ Marcarelli, pp. 22-23, 97. Altre fonti ( Giuseppe Cappelletti, Le Chiese d'Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, III, Venezia, 1845, p. 148.) indicano il 1076 come terminus ante quem per la fine della diocesi, in quanto il suo vescovo non è raffigurato fra quelli soggetti all'arcidiocesi di Benevento nella porta di bronzo del duomo. La datazione di quest'ultima, però, è contestata.
  22. ^ Marcarelli, p. 92. Che l'arcipretura di Cacciano sia erede diretta del vescovato di Tocco è detto anche in: Francesco Sacco, Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, IV, Napoli, 1796, p. 209. URL consultato il 30 aprile 2018.
  23. ^ Marcarelli, p. 22.
  24. ^ Angelo Gambella, Rainulfo di Alife. Uomo di guerra normanno, in Medievo in guerra, Roma, Drengo, pp. 115,136. URL consultato il 1º maggio 2018..
  25. ^ Meomartini, p. 215; Marcarelli, pp. 102-103.
  26. ^ Meomartini, pp. 215-217; Marcarelli, pp. 105-110: quest'ultimo vuole espandere la lista dei milites de Tocco includendo territori limitrofi.
  27. ^ Giuliana D'Amelio, Carlo di Tocco, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 20, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1977. URL consultato il 1º maggio 2018..
  28. ^ La notizia dell'assegnazione del feudo a Guglielmo è menzionata in Ciarlanti, IV, p. 122 e in Vincenzo Donnorso, Memorie istoriche della Fedelissima, ed antica Città di Sorrento, Napoli, 1740, p. 137. URL consultato il 2 maggio 2018. Quindi è ripresa da Marcarelli, p. 115. Meomartini, p. 217 non crede che Tocco fosse infeudata sotto gli Svevi.
  29. ^ Enciclopedia Italiana: Tocco, di; Candida Gonzaga, II, pp. 137-139; Marcarelli, pp. 126-134.
  30. ^ Meomartini, p. 217; Marcarelli, pp. 39, 120-121.
  31. ^ Reg. Ang. XLVIII, p. 151; E. Boschi et al., Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1980, Bologna, Istituto Nazionale di Geofisica, 1995. Citato in Paolo Galli, Fabrizio Galandini e Stefania Capini, Analisi archeosismologiche nel santuario di Ercole di Campochiaro (Matese), su Sanniti.
  32. ^ Camera, II, p. 137.
  33. ^ Meomartini, p. 217
  34. ^ Marcarelli, pp. 123-124. La data 1351 è errata: vedi Stefano Borgia, Breve istoria del dominio temporale della Sede Apostolica nelle Due Sicilie descritta in tre libri, Roma, 1788, Appendice, pp. 74 segg.. URL consultato il 2 maggio 2018.
  35. ^ Ricca, III, p. 274; Famiglia di Tocco, su Nobili Napoletani. URL consultato il 2 maggio 2018.. È sicuramente errato il nome Carlo che risulta in Giovanni Antonio Summonte, Dell'historia della città, e Regno di Napoli, Tomo secondo, 2ª ed., Napoli, 1675, p. 445. URL consultato il 2 maggio 2018.
  36. ^ Meomartini, p. 217.
  37. ^ Archivio Tocco di Montemiletto, 39.
  38. ^ Ricca, III, p. 276; de Lellis, II, p. 298 secondo cui Tocco e Montemiletto furono assegnati al tesoriere reale Antonello Cicalese; Candida Gonzaga, p. 139.
  39. ^ Meomartini, p. 218; errate le date 1407, 1410 riportate da Ricca, IV, p. 624 perché a quei tempi non regnava Giovanna II.
  40. ^ Regesta chartarum, IV, p. 5.
  41. ^ Giuseppe Tescione, Caserta medievale e i suoi conti e signori, La Diana, 1965.. Vedi anche Salvatore Fodale, Baldassarre della Ratta, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 37, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1989. URL consultato il 2 maggio 2018..
  42. ^ Registri privilegiorum, pp. 473-474.
  43. ^ Giovanni Pititto (a cura di), 1412-1447: Fonti Aragonesi, in Archivio Storico della Calabria - Nuova Serie, vol. 4, nº 4, Luigi Pellegrini, 2012, n. 13. URL consultato il 3 maggio 2018.
  44. ^ Registri privilegiorum, p. 357.
  45. ^ Registri privilegiorum, p. 473; Ricca, IV, p. 624.
  46. ^ Meomartini, p. 218; Marcarelli, pp. 140-142.
  47. ^ Marcarelli, p. 104.
  48. ^ Meomartini, p. 218; Marcarelli, pp. 142-144.
  49. ^ Ricca, IV, pp. 624-625; Maria Anna Noto, Dal Principe al Re. Lo "stato" di Caserta da feudo a Villa Reale, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, 2012, p. 159 nota 301. URL consultato il 4 maggio 2018.
  50. ^ Marcarelli, pp. 146-149. L'universitas e la denominazione "stato di Vitulano" si ritrovano consistentemente nei documenti più tardi: vedi Sacco e Giustiniani: Vitulano.
  51. ^ Ricca, IV, pp. 624-626.
  52. ^ Marcarelli, pp. 148-151; Ricca, IV, pp. 626-628.
  53. ^ Pompeo Sarnelli, Memorie dell'insigne Collegio di S. Spirito, Napoli, 1688, p. 88. URL consultato il 5 maggio 2018..
  54. ^ Marcarelli, pp. 155 segg.
  55. ^ Meomartini, p. 220.
  56. ^ Marcarelli, pp. 153-155.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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