Mineo

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Mineo
comune
Mineo – Stemma Mineo – Bandiera
Scorcio di Mineo
Scorcio di Mineo
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Sicily.svg Sicilia
Provincia Provincia di Catania-Stemma.png Catania
Amministrazione
Sindaco Anna Aloisi (lista civica) dal 10/06/2013
Territorio
Coordinate 37°15′58.89″N 14°41′27.82″E / 37.266358°N 14.691061°E37.266358; 14.691061 (Mineo)Coordinate: 37°15′58.89″N 14°41′27.82″E / 37.266358°N 14.691061°E37.266358; 14.691061 (Mineo)
Altitudine 511 m s.l.m.
Superficie 246,32 km²
Abitanti 5 172[1] (31-01-2013)
Densità 21 ab./km²
Frazioni Borgo Pietro Lupo
Comuni confinanti Aidone (EN), Caltagirone, Grammichele, Licodia Eubea, Militello in Val di Catania, Palagonia, Piazza Armerina (EN), Ramacca, Vizzini
Altre informazioni
Cod. postale 95044
Prefisso 0933
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 087027
Cod. catastale F217
Targa CT
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Cl. climatica zona C, 1 293 GG[2]
Nome abitanti menenini, meneni (minioli in siciliano)
Patrono sant'Agrippina
Giorno festivo 23 giugno, ultime due domeniche di agosto e 17 maggio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Mineo
Posizione del comune di Mineo nella provincia di Catania
Posizione del comune di Mineo nella provincia di Catania
Sito istituzionale
« Mineo ha sempre favorito la nascita di poeti e pensatori tra contadini e artigiani: per tradizione, per clima, aure, venti, fasce elettromagnetiche terrestri, lunari, solari, metabolizzati per fantasiose spirali di acidi desossiribonucleici. »
(Giuseppe Bonaviri, Follia)

Mineo (Minìu o Minèu in siciliano) è un comune italiano di 5.172 abitanti della provincia di Catania in Sicilia.

È situato sulle pendici nord-occidentali dei monti Iblei. Dista 13 km da Palagonia, 23 km da Caltagirone, 54 km da Gela, 57 km da Ragusa e 63 km da Catania. In territorio di Mineo, Contrada Cucinedda, a ca. 9 km dal centro abitato, si trova il Residence degli Aranci, dal 2001 al 2011 alloggio delle famiglie dei militari statunitensi di stanza nella base di Sigonella, e, oggi, sede di un CARA (Centro di accoglienza per richiedenti asilo).

Indice

Geografia[modifica | modifica wikitesto]

« [La città] rivolta a maestro, occupa un alto monte le di cui amplissime radici sono bagnate dal ruscello Erice oggi di S. Paolo e da altri fiumicelli. »
(Vito Maria Amico, Dizionario tipografico della Sicilia)

Il territorio menenino occupa il 4º posto, dopo Caltagirone, Ramacca, Bronte, come estensione tra i 55 comuni della provincia di Catania. Si estende per 24484 ettari (oltre 30 000 salme, l'antica unità di misura siciliana). Il suo vasto territorio comprende a sud e a est una zona montuosa di altitudine compresa fra i 500 ed i 650 m s.l.m., si tratta delle propagini nord-occidentali dei Monti Iblei. Questa zona, detta in siciliano Parti di vigna, è contraddistinta da un'alternanza di avvallamenti (Fiume Caldo), colline (Poggio della Spiga, Poggio Palermo ecc.) e altopiani (Piano di Camuti). Questo territorio è ricca di uliveti secolari, mandorleti e macchia mediterranea (sono presenti querce, roverelle e lecci). A nord-ovest il centro abitato si affaccia sulla valle dei Margi. la valle dei Margi (o del fiume Caltagirone, chiana di Minìu in siciliano) è una appendice sud-occidentale della piana di Catania, intensamente coltivata ad agrumeti ed ortaggi. Oltre la vallata si incontra una vasta zona collinare(le propaggini sud-orientali dei monti Erei) al centro del quale sorge la frazione di Borgo Pietro Lupo. Questo territorio è coltivato prevalentemente a cereali (frumento). In questa parte del territorio menenino scorre il fiume Pietrarossa. A nord est si incontra il monte Catalfaro, nei pressi del quale scorrono il torrente omonimo e il torrente Gelso, chiamato nell’antichità Erice. Il fiume dei Margi, il Pietrarossa ed il torrente Catalfaro sono tutti affluenti del Gornalunga e quindi del Simeto. Tutto il territorio del comune di Mineo ricade nel bacino idrografico del fiume Simeto.

Clima[modifica | modifica wikitesto]

Il paese, arroccato sulla sommità di due colli sulle propaggini nordoccidentali degli Iblei, gode di un clima collinare salubre e secco. Le precipitazioni si concentrano nei mesi autunnali e invernali, a carattere piovoso e, nevoso. L'estate è generalmente calda, secca e bella per via dell'altitudine e di una relativa ventilazione.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Stazione meteorologica di Mineo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'origine di Mineo si perde nella notte dei tempi. La città ha conosciuto tutte le vicende storiche che hanno contribuito a formare l'identità siciliana nel corso dei secoli. Comunque tra gli antichi è citata da Diodoro Siculo, Tolomeo, Apollodoro, Stefano, Vibio, Cicerone e Plinio.

L'origine del nome[modifica | modifica wikitesto]

Il nome Mineo deriva dal latino Menae-arum che continua il greco Menainon (Μεναινων) e il siculo Menai. Il termine greco-siculo sta per accampamento di soldati.[3] In epoca araba la città ha assunto il nome di Qalʿat Minaw (il castello di Mineo).[4]

I simboli della città[modifica | modifica wikitesto]

Lo stemma[modifica | modifica wikitesto]

Lo statuto comunale così descrive lo stemma cittadino: «Scudo sormontato da una corona a 5 punte e con la scritta Urbs Maenarum vetustissima ed iucondissima (sic! - da correggere in Urbs Maenarum Vetustissima et Iucundissima) che abbraccia lo scudo.

Stemma di Mineo risalente al 1901

Lo scudo è suddiviso in due parti: quella di sinistra di colore giallo porta l'emblema dell'aquila reale ricamata in oro, quella di destra di colore azzurro raffigura il busto della Patrona di Sant'Agrippina che si erge al di sopra di una torre merlata, di colore marrone, anch'essa ricamata in oro.»[5] Nel dettaglio: «A sinistra spicca l’immagine di Sant'Agrippina [..] emergente dal castello, come quando apparve nei giorni in cui Mineo stava per essere saccheggiata dai Saraceni. A destra è l’aquila imperiale, anch’essa coronata, che mostra tutt’intera stilizzata, la sua parte anteriore con le ali spiegate, con il becco rivolto verso destra e le zampe aperte ai lati verso l’esterno.»[3] La corona è all'antica, cioè a cinque punte senza perle. L'aquila e la figura della santa sono ambedue coronate. In alcune raffigurazioni dalla torre fa capolino un diavolo. In alcune versioni anziché una torre se ne hanno tre, in questo modo si evidenzia la somiglianza tra le torri e l'abside merlata della Chiesa di Sant'Agrippina.

Versione amministrativa al tratto dello stemma di Mineo

Il motto[modifica | modifica wikitesto]

Il motto e il titolo Urbs Maenarum Vetustissima et Jucundissima (Città di Mineo antichissima e felicissima) fu concesso alla comunità menenina dall'imperatore Carlo V il 27 giugno 1543[6]

Epoca antica[modifica | modifica wikitesto]

Nel periodo pre-ellenico, insediamenti urbani sul colle dove è oggi Mineo, sono documentati da reperti archeologici, per lo più terrecotte figurate (Museo archeologico nazionale di Siracusa, contrassegnate con n.12739-40, 12745-46 e 12750-53), nonché dai rinvenimenti nel territorio, specie in località Catalfaro, che dimostrerebbero l'esistenza di un centro siculo poi ellenizzato, probabilmente l'antica Menai. La città attuale fu fondata, secondo alcune fonti,[7] da Ducezio, nel 459 a.C. nel sito degli insediamenti urbani indigeni di cui sopra, nei pressi di un importante santuario non-ellenico col nome di Menai (o Menainon in greco). Secondo altri commentatori il condottiero siculo si limitò a scegliere Mineo come sede operativa, ingrandendola e abbellendola.[8]. Con la sconfitta di Ducezio da parte dei Siracusani nel 450 a.C. la città perde la sua centralità. Ducezio prigioniero dei greci venne esiliato a Corinto (446 a.C.) da dove riuscì a tornare in Sicilia e sulla costa tirrenica fondò Calacte (oggi Galati o secondo altri Caronia) dove morì poco dopo (440 a.C.) lasciando ai siracusani il dominio delle restanti città siciliane. L'esistenza di Menae (così si chiama in latino) è certa ancora in tarda età imperiale romana. Nella piana di Mineo nei pressi del lago dei Palici (oggi sede di uno stabilimento per estrazione di anidride carbonica), esisteva un tempio dedicato ai fratelli Palici, dove fin dal periodo greco trovavano asilo gli schiavi oltremodo oppressi. In epoca romana (264 a.C. - 535 d.C.), durante la prima guerra servile (133 a.C.) vi si rifugiarono gli schiavi ribelli al comando di Euno e solo grazie ad un tradimento furono sconfitti dal console Rupilio. Trent'anni dopo, durante la seconda guerra servile del 103 a.C., la proporzione della rivolta degli schiavi fu ben più pericolosa, a giudicare dai 20.000 schiavi capitanati da Salvio, che dal tempio dei Palici guidò gli schiavi alla conquista di Caltabellotta, dove solo dopo vari tentativi furono sconfitti dal console Aquilio. Furono trucidati tutti tranne mille, trasportati a Roma per essere utilizzati nei combattimenti contro le fiere. Però pur di non soddisfare il godimento degli spettatori, gli schiavi preferirono uccidersi l'un l'altro. È da ricordare ancora che nel periodo romano sotto Valeriano fu martirizzata a Roma la vergine Agrippina, le cui spoglie nel 260 furono trasportate da S. Eupresia a Mineo dove fu edificato in suo onore un tempio, consacrato nel 312 da S.Severino, vescovo di Catania. Durante il periodo bizantino (535 - 828) uno dei cinque siciliani che salirono al soglio pontificio fu S. Leone che la tradizione vuole di origine menenina, figlio di Paolo da Meneyo.[9].

Epoca medievale (829-1516)[modifica | modifica wikitesto]

La fortezza di Mineo viene conquistata dagli arabi nell'829. Restaurata, sotto il dominio islamico diventa un'importante piazzaforte con il nome di Qalat Menay (castello di Mineo). Nel 1062 ca. è conquistata dal Conte Ruggero, il quale nel 1072 dona alla chiesa di S. Maria de Groecis (attuale S. Maria Maggiore) una statua in alabastro della Madonna Regina degli Angeli, cui ogni anno i menenini dedicano una festa. Nel 1168 Mineo risulta possesso del Vescovo di Siracusa come risulta da un diploma di Papa Alessandro III. Alla morte di Manfredi passa a Carlo d'Angiò (1268). Mineo nel 1282 sarà uno dei centri ribellatisi ai francesi. Nei "Vespri siciliani" morirono 13 francesi ad opera di un drappello capitanato dal giovane Adinolfo, al quale Mineo ha intestato la porta principale di accesso alla città. Il luogo dove sono sepolti ha preso il nome di "Tomba gallica" ed un'epigrafe dettata da Luigi Capuana recita "Qui la pietà cittadina diede tomba ai tristi francesi contro i quali suonarono i memorabili vespri siciliani". Nel 1282 con la cacciata degli angioini, tutta la Sicilia passerà sotto il dominio degli aragonesi. Negli anni tumultuosi della guerra dei novant'anni e della dominazione aragonese Mineo muterà spesso la sua forma istituzionale: farà parte del demanio regio, sarà una contea (soggetta ad esempio al Conte di Mineo, Giovanni d'Aragona. Per concessione di Federico III, entrerà a far parte della Camera Reginale (vedi avanti), la dotazione personale della Regina di Sicilia. Nel 1398 fu per breve tempo sotto la giurisdizione di Matteo Moncada. In questi anni Mineo inserita nella politica aragonese darà i natali ad un grande letterato e uomo di stato, Matteo Zuppardo. Mineo seguirà comunque le sorti del resto dell'isola. Con gli ultimi re aragonesi si avrà un'unione sotto al corona di Barcellona anche del Regno di Sicilia e del regno di Napoli. Con il matrimonio (1492) dell'ultimo re Ferdinando II d'Aragona con Isabella di Castiglia nascerà la grande potenza politica della Spagna di cui Mineo e la Sicilia saranno parte integrante. È da ricordare come nel 1360 nel castello di Mineo il vescovo di Catania, Marziano, celebrò le nozze fra Costanza d'Aragona e Federico III. Era un luogo più sicuro rispetto ad altri più congeniali alla cerimonia, visto che il matrimonio era avversato da chi voleva che Federico III sposasse la figlia del duca di Durazzo, parente del re di Napoli. Costanza restò legata a Mineo, tanto da risiedervi nei mesi estivi. A Mineo fu legata anche la regina Bianca di Navarra, seconda moglie di Martino. La regina per sottrarsi agli intrighi dei feudatari durante l'assenza del marito recatosi in Sardegna (1408) per sedare una rivolta, si nascose nel convento delle Benedettine di Mineo, la cui badessa fu insignita del titolo di baronessa del Rabbato[10]).

Periodo arabo (829-1062)[modifica | modifica wikitesto]

Scavi e studi hanno permesso di acquisire informazioni relative al tipo di vita degli abitanti di Mineo in questo periodo. Indagini archeologiche nel centro storico hanno messo alla luce le fondamenta delle imponenti torri della Porta di Città dell'epoca Islamica[11].

Periodo normanno-svevo(1062-1268)[modifica | modifica wikitesto]
Periodo angioino(1268-1282)[modifica | modifica wikitesto]
Periodo aragonese-castigliano(1282-1516)[modifica | modifica wikitesto]
La camera reginale di Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Mineo faceva parte della camera reginale assieme a poco meno di due dozzine di altre città sulle 43 demaniali dell'isola. Gli altri 262 centri della Sicilia erano infeudati, sottoposti cioè al titolare del feudo di cui facevano parte. La differenza era notevole dato che i centri infeudati soggiacevano al feudatario che solitamente imponeva tasse aggiuntive a quelle governative e, fatto più grave, gestiva la giustizia in proprio o in appalto a "capitani di giustizia" di poco scrupolo, che facilmente commutavano pene detentive in ammende pecuniarie a loro vantaggio. Fare parte del demanio e ancor più della camera reginale era un vantaggio. Era la "corte juratoria" preposta all'amministrazione della città, che stipulava la convenzione con il viceré che stabiliva l'onere pecuniario da pagare. Tra i benefici il più importante era il "mero e misto imperio" con l'esercizio della "iurisdictio plena in capite" del "bannum sanguinis" e della "potestas gladii", vale a dire con la piena facoltà di gestire in proprio la giustizia civile e penale ivi compresa la pena capitale. Seguivano altri vantaggi tra cui quello che impegnava il governo centrale a non concedere a nessuno la "baratteria" ossia la gestione di giochi di azzardo, quello di essere esentati dall'alloggio dei soldati, quello di non potere il governo inviare esattori tranne che per somme dovute alla "Gran Corte". Chiudeva l'elenco dei privilegi quello di potersi fregiare di un titolo elogiativo quale: felix, nobilis, jucundissima, clarissima, faecunda, fidelissima, magnifica, fulgentissima, vetustissima, excelsa, victoriosa, dilecta, inespugnabilis, generosa, ecc. Per potersi fregiare di due di questi appellativi bisognava pagare un prezzo aggiuntivo. Sebbene la convenzione non avesse limiti di tempo, capitò ben due volte che i reali di Spagna rinegoziassero i contratti: con Carlo V nel 1537, quando affrontò la terza guerra con Francesco I di Francia, e con Filippo IV nel 1625, durante la lunga guerra dei trent'anni.[12].

Tributi siciliani alla corte di Enrico VIII[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1502 Caterina di Aragona, figlia di Ferdinando il Cattolico e di Isabella di Castiglia, andava sposa in Inghilterra ad Arturo erede al trono. Ben presto la principessa rimase vedova per la prematura morte del consorte senza avere il tempo di consumare il matrimonio. Nel 1507 alla morte del re Enrico VII, saliva al trono il figlio Enrico VIII, che decideva di sposare la cognata Caterina. Della dote nuziale di Caterina facevano parte anche le "segrezie" (tributi) dovute alla camera reginale della Sicilia, cosicché andarono a rimpinguare le casse della corona inglese. Ciò fino al 1536 quando Caterina morì nel castello di Kimbalton, dove era stata segregata dal marito quando l'aveva ripudiata per non avergli dato un erede maschio. Per la cronaca, Enrico aveva chiesto l'annullamento del matrimonio al papa Clemente VII. La mancata concessione causò la nota scissione della chiesa anglicana. Ottenuto il divorzio dal vescovo anglicano di Canterbury, Thomas Carnmer, il monarca inglese sposò Anna Bolena che non aveva dato eredi e che, accusata di tradimento, fu decapitata nella Torre di Londra. Enrico VIII non mancò alla rincorsa di altre mogli, cosicché nel volgere di dieci anni sposò altre quattro volte, nell'ordine: Jane Seymour, morta al parto dell'unico figlio maschio Edoardo, Anna di Claves, Caterina Norfolk, Caterina Parr. Nel 1537 Enrico VIII moriva: Caterina Parr, seguendo le abitudini del marito, non disdegnò di sposarsi per la quarta volta. Frattanto nel 1537 il sovrano di Spagna aveva abolito in Sicilia la camera reginale. Le città che godevano del privilegio di farne parte, da allora restarono però a far parte degli ottanta comuni demaniali dell'isola[13].

La comunità ebraica[modifica | modifica wikitesto]

Non si hanno dati certi della nascita della comunità ebraica di Mineo. È certo che nel 1393 quella di Mineo è una delle giudecche più attive della Sicilia. Nel 1393, infatti, in diversi episodi di cronaca: nel 1481 un pogrom antisemita, pare incruento, causa le proteste dei rabbini locali.[14]. Gli ebrei menenini sono espulsi a seguito del bando emesso da Re Ferdinando II di Spagna nel marzo del 1492; per il Regno di Sicilia il termine è fissato per il 18 settembre. Nella prospettiva della partenza dal Regno, nell'agosto del 1492, alcuni ebrei menenini chiedono al viceré don Ferdinando d'Acugna (Acuña) protezione per potersi recare nella vicina Militello in Val di Catania per riscuotere un debito.[15] Dopo l'espulsione degli ebrei non convertiti dalla Sicilia (10-15% della popolazione dell'isola), a Mineo rimangono pochi neofiti[16] oggetto comunque di persecuzioni e diffidenze.

La Pusterna dei giudei

Tra il 1520 e il 1535 (dati parzialissimi) su una popolazione di circa 8000 abitanti, a Mineo furono condannate perché criptogiudee 24 persone; di queste 12[17] furono bruciate vive, le altre in effigie[18] I giudei menenini si occupavano prevalentemente di artigianato (lavorazione di pelli e tessuti), agricoltura (non era loro vietato possedere terreni) e commercio di prodotti agricoli (olio di lino, canapa, grano, orzo, vino e mosto ecc.) e di bestiame (muli, asini e cavalli in prevalenza). La prosperità e la mobilità della comunità menenina è attestata dal etnonimo da Mineo utilizzato da ebrei di molte altre giudecche siciliane: Trapani, Catania, Ragusa ecc. Tra queste personalità spiccano i medici. A tale riguardo basti ricordare la dinastia dei Xusen (o Sosen o Susen, originari di Susa in Tunisia) di Mineo (seconda metà del XIV secolo), il medico donna Bella di Paja, «abilitata all’esercizio della chirurgia in tutte le terre della Camera Reginale e nelle grazie della regina Bianca» (prima metà del XV secolo), Verdimura de Medico ecc.[19]. Pur non esistendo un ghetto (gli ebrei possono risiedere ovunque vogliano)[20] Per esigenze pratiche e di culto, la comunità si è raggruppata in prevalenza nella zona sottostante la Chiesa di Sant'Agrippina, nell'attuale rione Pusterna (cioè Pusterla) in prossimità di una delle porte della città (probabilmente la quinta porta edificata in epoca araba). Questo fatto è avvalorato dalla toponomastica cittadina (nel quartiere esiste Via degli Ebrei) e da atti notarili in cui il rione è indicato con il nome di Pusterna dei giudei.[21]

Epoca moderna (1516-1860)[modifica | modifica wikitesto]

Litografia di Mineo - 1746

La vicenda menenina durante l’epoca moderna è legata alla storia siciliana e, in particolare, agli eventi connessi alla dominazione spagnola. Il governo iberico sulla Sicilia fu esercitato tramite un viceré dal regno di Carlo V (1516) al 1713, anno in cui l’isola passò sotto il dominio della casa sabauda. Dal 1713 al 1718 la Sicilia e Mineo furono governate dai piemontesi. Successivamente Mineo passò agli austriaci fino al 1734. Sotto la dinastia dei Borboni la Sicilia tornò ad essere formalmente un regno indipendente dal 1734 al 1816 (Regno di Sicilia e Napoli) e parte del Regno delle due Sicilia (dal 1816 fino al 1860).

Il periodo spagnolo: Da Carlo V alla Rotta del Conte (1516-1615)[modifica | modifica wikitesto]

In periodo spagnolo in Sicilia vi erano due tipi di città: le città feudali, amministrate in quasi assoluto arbitrio, da nobili locali e le città demaniali, formale possesso del Regno amministrate da ufficiali eletti dai senati cittadini. La condizione delle città demaniali sia dal punto di vista amministrativo che fiscale era sicuramente migliore. La città di Mineo fece parte della Camera reginale[22] fino al 1537, anno in cui tornò al Regio demanio. Le condizioni delle finanze dell’Impero erano alquanto precarie a causa delle spese per sostenere la guerra contro l’Impero Ottomano. Indetto il Parlamento a Messina, l’Imperatore Carlo V si risolse a vendere alcuni dei beni del Regio demanio. Tra questi vi era anche la città di Mineo. La comunità menenina si oppose e stipulò un accordo con il viceré Ferdinando Gonzaga allo scopo di rimanere incorporata al Regio demanio. In conseguenza all’accordo quale i menenini si impegnarono a pagare tra il 1537 e il 1538 l’ingente cifra di 10.000 ducati d’oro. I giurati della città Antonio de Parisio, Abattista de Pucchio, Nicolò de Buccherio e Bernardino Mazzarella il 12 marzo 1541 elessero come rappresentante della città Giovanni Antonio Buglio, barone del Burgio e Capitano del castello. Il contratto fu stipulato il 18 aprile 1542 a Messina tra il procuratore di Mineo Buglio e il viceré. Fu ratificato da Carlo V il 27 giugno 1543. Diventò esecutivo il 18 marzo 1544. In base all’accordo alla città di Mineo fu concessa l’appartenenza in perpetuo al Regio demanio, furono confermati i privilegi medievali, fu accordato il Mero e misto imperio, fu accordato che la città fosse amministrata da «tre sindaci, eletti ogni anno dal viceré. Uno tra i nobili, uno tra le maestranze delle arti ed uno tra la borghesia».[23] Il XVI secolo fu contraddistinto da una serie di catastrofi. Nel 1522 Mineo fu colpita dalla peste, a cui seguì una gravissima carestia. Nel 1528 vi fu un terremoto, seguito l'anno dopo ancora dalla carestia. Il 10 dicembre del 1542 un terremoto catastrofico colpì il Val di Noto e il Catanese. Nel 1556 sorse la chiesa di Sant'Agrippina fu elevata a Collegiata (quelle di Santa Maria Maggiore nel 1644 e nel 1670 quella di San Pietro).

La Rotta del Conte[modifica | modifica wikitesto]

Verso la fine del XVI secolo l’università di Mineo amministrava un ricco patrimonio, quasi 7.000 abitanti, uffici e magistrature ecc. Il suo territorio era composto da diversi feudi di cui quattro (i feudi dell’università: Impiso, Burgo, Castelluzzo e Montagna) di proprietà del Comune e i restanti appartenenti a famiglie nobili. Mineo su tutto il territorio esercitava la sua giurisdizione civile e penale, mentre i suoi cittadini godevano di alcuni usi civici (ius venandi, lignandi, aquandi, pascendi ecc.) anche su fondi di proprietà dei nobili. Per questo motivo non pochi furono i dissidi tra i baroni e la città. L’episodio più grave, anche per i riflessi istituzionali, si ebbe nel 1615. La cosiddetta Rotta del Conte. Il feudo Barchino in territorio di Mineo, era proprietà del Conte di Buscemi (Don Antonio Requesens); il Conte non tollerava che i menenini esercitassero gli usi civici sui suoi terreni. Tentò di insediare una colonia albanese nel suo feudo, allo scopo di fondare una città (questo avrebbe permesso di annullare gli usi civici dei menenini e di ottenere un seggio al parlamento siciliano). La città si oppose con successo. Le tensioni crebbero. Sbirri armati del Conte con veri atti di violenza dissuasero i cittadini dall’esercitare i loro diritti. Gli abusi furono tanti e tanto gravi che costrinsero i magistrati menenini ad una serie di azioni formali. La situazione precipitò prima a causa dell’arresto da parte di uomini vicini al Conte di 5 notabili meneni e poi per l’arresto di un abitante di Mineo, Bisazza, mentre cacciava al Barchino. La notizia giunta in città scatenò la rivolta della popolazione. Il 7 giugno il consiglio dei giurati, dei nobili e dei primati decise di arrestare il Conte di Buscemi. «Comandava la spedizione, composta da ogni ceto di cittadini, il Capitano giustiziere Nunzio Yaluna […] si videro sfilare per la via Grande (oggi via Palica), i diversi drappelli di uomini guidati da Antonino Maniscalco, Antonino Limoli, Astilio Montefosco, Matteo De Guerriero, Natalizio Minciardi e Girolamo Melingi.» Il castello del Barchino fu assediato e dato alle fiamme. Il Conte si arrese e fu portato prigioniero al castello di Mineo. L’intervento deciso del viceré costrinse i menenini a liberare il Conte, anche se gli usi civici furono riaffermati. L’episodio è narrato dal poeta coevo Pietro Bartoluccio in un poemetto epico in nove canti intitolato II Barchino riconquistato.

Il periodo spagnolo: Dalla Rotta del Conte al congresso di Utrecht 1616-1713[modifica | modifica wikitesto]

Anche in questo secolo la storia di Mineo segue quella della Sicilia. Il secolo in questione fu ricco di avvenimenti luttuosi e catastrofici che misero in ginocchio la popolazione siciliana. Da una parte la cattiva amministrazione e lo strapotere baronale, dall’altra l’imperversare del Santo Uffizio, e a tutto questo si sommarono, carestie, epidemie, calamità naturali, che toccarono il culmine con il tremendo e disastroso terremoto dell’11 gennaio 1693. I baroni giurarono fedeltà alla corona per tutelare e dilatare i loro privilegi. La Spagna garantì loro tutti i privilegi acquisiti. Nel 1621 re Filippo III dietro pagamento accordò loro il privilegio del “mero e misto imperio” permettendo loro di amministrare la giustizia, in tal modo i baroni concentrarono nelle loro mani il potere politico, economico e giudiziario. Altro attore di primo piano sulla scena storica dell’isola fu la Chiesa che godeva di un incommensurabile potere politico-spirituale e anche culturale, potere che le derivava dall’Apostolica Legazia da una parte, e dal Tribunale dell’Inquisizione dall’altra. Il potere in campo culturale era quasi totale, essendo esclusivo appannaggio della Chiesa, ovvero dei vescovi, l’autorizzazione ad aprire nuove scuole e la diffusione del sapere, al quale erano deputati i numerosi Collegi Gesuitici che sorsero sul suolo isolano. In questo clima sociale, politico ed economico si colloca il microcosmo ‘Mineo’: Le annate di carestia del 1614, 1618 e 1620 furono per il paese un vero disastro, alle quali si aggiunse, a causa di terribili epidemie, la decimazione della popolazione attestatasi a poco più di 4000 abitanti. La situazione del regno precipitò a tal punto che Filippo IV nel 1625 con un decreto regio ordinò la vendita di varie città demaniali, tra le quali la stessa Mineo. La città fu venduta a una società genovese che nel settembre del 1625 ne prese possesso. La popolazione menenina non intendendo sottostare alla nuova situazione e di conseguenza rinunciare alla propria libertà e ai privilegi derivanti dall’appartenenza alle città demaniali, riscattò il debito e rientrò nel demanio regio. In questo modo i menenini non solo venivano giudicati dai propri ufficiali ma potevano respingere chiunque osasse arrecare danno o pregiudizio ai loro privilegi. In questo quadro si inseriscono, nel 1615, le vicende della cosiddetta Rotta del Conte. La crisi economica e lo scoppio dei moti palermitani nel maggio del 1646 ebbero ripercussioni anche a Mineo, la quale chiese l’abolizione dell’imposta diretta sul vino e sul macinato. Non meno disastrosi furono per la città gli anni 1658 e 1678 caratterizzati da due invasioni di cavallette che distrussero i raccolti, e a questi infausti eventi vanno sommate le carestie del 1671 e del 1672 che avevano decimato la popolazione. Il secolo si chiuse con il catastrofico terremoto dell’11 gennaio 1693 che distrusse le città del Val di Noto, tra le quali la stessa Mineo, a cui fece seguito la terribile epidemia di colera. I morti furono 1355 su 6723 abitanti

La parentesi sabauda (1713-1718)[modifica | modifica wikitesto]

A seguito della Guerra di successione spagnola Mineo (e la Sicilia) è assegnata il 1º aprile 1713 a Vittorio Amedeo di Savoia. L'avvento del nuovo re fu salutato dai menenini e dal clero con grande gioia, al punto che Vittorio Amedeo volle inviare una lettera di ringraziamento che è conservata presso l'archivio parrocchiale di Santa Maria Maggiore (9 dicembre 1713). «II re di Sicilia, di Gerusalemme e di Cipro etc. Rev.di diletti nostri. Non abbiamo potuto che accogliere con sensi di gradimento le dimostrazioni di giubilo e di zelo da voi fatteci pervenire sovra il nostro felice arrivo et avvenimento a questa Corona, del, che mentre prendiamo ad accertarvi con queste righe, godiamo assieme d'assicurarvi della nostra protezione e propensa dispositione a farvene sperimentare gli effetti nell'opportunità. Palermo Li 9 dicembre 1713 Vittorio Amedeo.» L'atteggiamento del clero e dei potenti menenini sarà inficiato dallo scontro tra lo Stato Pontificio e il Regno sabaudo. Lo scontro fece sì che la maggioranza dei menenini si schierasse a favore della Chiesa. Nel corso di tutto il XVII e dell'inizio del XVIII secolo numerose sono le testimonianze conservate presso l'Archivio Storico Receputo Gulizia relative al malcostume degli Ufficiali di Giustizia menenini. È dell'11 febbraio 1717 (regnante Vittorio Amedeo II di Savoia) una missiva del viceré De Gregorj al Presidente della 11. G. Corte Criminale, nella quale si chiedono provvedimenti contro gli abusi di autorità degli Ufficiali di Giustizia di Mineo: "Essendo a S. E. supposto che gli Officiali di Giustizia della Città di Mineo esercitano malamente le loro cariche, commettendo molte composizioni, e dissimulando delitti e furti, e che come il Capitano di Giustizia ha passato ancora ad ingabellarsi, e permettere li giochi publici contro il disposto da S. M., mi comanda communicare a V. S. l'antedetto, affinché dia le providenze opportune per riparo di simili disordini: e nostro Signore la guardi."[24].

La presenza austriaca (1718-1734)[modifica | modifica wikitesto]

Malgrado gli sforzi degli spagnoli che intendevano riprendere il possesso dell'isola con il trattato dell’Aia del 1720 la Sicilia e Mineo furono assegnate a Carlo VI d’Austria. Non furono anni facili: «Nel 1729 una grande calamità desolò gli abitanti di Mineo tanto che il comune si trovò in grandi strettezze finanziarie. Per uscire da quella difficile situazione i notabili della città ed il rettore dei Gesuiti si adoperarono che tutti i creditori soggiogatori riducessero gli interessi del 5% al 2,50.>>[25] Si dice che unico merito degli Asburgo nei quindici anni del loro governo sull'isola, fosse solo quello di avere concluso la famosa "controversisa liparitana" tra papato e monarchia siciliana[26]. Era conseguente ai privilegi papali concessi con l' "Apostolica legatia" a Ruggero, il re normanno, per ringraziarlo dall'aver sottratto al dominio arabo la Sicilia restituendola così alla cristianità.

L'epoca borbonica (1734-1860)[modifica | modifica wikitesto]

Comincia con la sconfitta degli austriaci a Bitonto nel 1735 ad opera di Carlo di Borbone, che assume il titolo di re di Napoli e di Sicilia. Nel 1759 egli succede al padre, Filippo V, sul trono di Spagna e lascia al proprio posto il figlio Ferdinando IV. Questi nel 1812 è costretto dal parlamento siciliano a concedere la "costituzione", primo esempio italiano di statuto elaborato da una assemblea costituente. Però nel 1815 Ferdinando per allinearsi ai dettami della "Santa Alleanza" voluta dagli austriaci, con un pretesto sciolse il parlamento siciliano, soppresse il Regno di Sicilia unificandolo con quello di Napoli e chiamandolo Regno delle Due Sicilie secondo una vecchia dizione aragonese. Ferdinando da IV di Napoli e III di Sicilia divenne così I delle Due Sicilie. Donde il motto popolare: "Fosti QUARTO e insieme TERZO / Ferdinando or sei PRIMIERO: / e se seguita lo scherzo / finirai per esser ZERO". Seguirono sommosse nel 1820 e nel 1848 e sik dovette aspettare il 1860 per porre fine al regno borbonico.

Epoca contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Regno d'Italia: Savoia (1860-1946)[modifica | modifica wikitesto]

Con lo sbarco dei Mille in Sicilia, l'isola passò sotto i Savoia che regnavano in Piemonte. La liberazione del regno delle Due Sicilie contribuì in maniera determinante all'unità d'Italia che via via si completò con l'ingresso a Roma nel 1870 e con l'annessione di Trento e Trieste a seguito del primo conflitto mondiale del 1914-18. Un ultimo tentativo di separare la Sicilia dalle sorti della penisola italiana si ebbe durante l'occupazione anglo-americana nel contesto dell'ultima guerra mondiale. Ne fu protagonista il MIS (movimento per l'indipendenza della Sicilia) che ebbe però vita effimera. Nel 1945 con l'eliminazione di Mussolini per mano dei partigiani, si concluse in Italia l'era fascista che aveva comportato per un ventennio uno stato totalitario. L'anno successivo un referendum nazionale poneva fine anche alla monarchia sabauda nell'Italia[27].

Repubblica Italiana (dal 1946 ad oggi)[modifica | modifica wikitesto]

Un'assemblea costituente dopo la caduta dei Savoia, elaborò l'attuale costituzione che ha fatto dello stato italiano una repubblica parlamentare.

Panorama di Mineo - 1930 ca.

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Architetture civili e militari[modifica | modifica wikitesto]

Escludendo le costruzioni di tipo militare (i castelli, le mura ecc.) la maggior parte degli edifici menenini sono stati realizzati dopo il terremoto del Val di Noto del 1693, praticamente fra il tardo Seicento e l'Ottocento. Si tratta di palazzi fatti costruire dalla nobiltà cittadina o dall'alta borghesia terriera, edifici nella loro semplicità di provincia testimoniano un certo gusto del bello e che si inseriscono armonicamente nel tessuto urbanistico della città.

Castello di Serravalle

Castello di Serravalle: La costruzione del castello risale al '200, alla struttura originaria nel corso del XIX secolo sono state aggiunte altre opere. «Il nucleo centrale [è] costituito dalla torre medievale a base quadrata, cinta muraria a pianta irregolare. Il complesso architettonico si adatta all'asperità dei luoghi.[...] Il castello [...] era posto a guardia della via che da Catania per Palagonia giungeva a Mineo proseguendo quindi verso Caltagirone. L'altura su cui insiste il castello è posta immediatamente sopra la valle dei Margi.»[28]

Ruderi della torre maestra del Castello Ducezio

Ruderi del Castello Ducezio: «Il castello sorge nella parte più alta del colle su cui giace l'abitato di Mineo, affacciato sulla vallata: la vista spazia dall'Etna agli Iblei ai Nebrodi ed agli Erei. [...] la tradizione locale attribuisce la costruzione del castello a Ducezio: in realtà siamo in presenza di un sito pluristratificato, in cui è dimostrata l'esistenza di un abitato fortificato almeno sin dal VI secolo a C. Le descrizioni del castello medievale pervenuteci (Amico 1855-56, II, p. 129) lo dicono munito di ben dodici torri e di un mastio di pianta ottagonale, costruito con blocchi squadrati ed intagliati. Ciò che resta consente di ubicare il mastio ed alcuni perimetri di ambienti circostanti; dal mastio si diparte il rudere di parte delle mura sul quale si innestò la devastante vasca del serbatoio idrico. [...] Una porta del castello ad intagli e bugne fu ricomposta nelle strutture dell'Oratorio della Confraternita del SS. Sacramento, annessa alla chiesa di Santa Maria Maggiore.»[28] Il Castello esisteva già nel 1360 quando vi si celebrarono le nozze tra Costanza e Federico III d'Aragona detto Il semplice. Il terremoto del 1693 lo distrusse quasi completamente. Rimangono solo ruderi: parte delle antiche mura e metà della torre maestra.

Castello di Mongialino

Castello di Mongialino: Il castello si trova in C. da Montalfone nei pressi del fiume Pietrarossa al confine con la provincia di Enna. Documentazione del castello si ha a partire dal '300, ancora nel '700 era sostanzialmente integro. «II castello si compone di un massiccio donjon circolare (di cui rimane in piedi circa metà della prima elevazione e solo pochi ruderi della seconda) e di una cinta di mura, sulla quale sono visibili resti della merlatura, racchiudente un'area irregolarmente poligonale. Il nucleo centrale cilindrico ospita al suo interno, nella parte basamentale, una capiente cisterna, nella quale si convogliavano le acque piovane provenienti dalla copertura.»[28]

L'ingresso alla Grotta

Castello rupestre della Grotta di Sant'Agrippina: Il complesso rupestre della Lamia, oggi noto come la grotta di Santa Agrippina, per il suo impiego come santuario campestre della santa patrona di Mineo, presenta i caratteristici accorgimenti di un sito fortificato. È scavato nella parte culminante dello sperone roccioso e inizialmente era inaccessibile dal fondovalle. Si trova a nord del colle di Mineo a strapiombo sul vallone della Làmia. La fortificazionre risale al tardo Medioevo.

Porta Adinolfo (l'antica Porta del Mercato)

Porta Adinolfo: Si tratta dell'antica porta del Mercato, l'unica delle cinque porte che ancora esiste a Mineo. Le porte attraverso le quali si accedeva alla città erano: Porta del Mercato, Audientia (Udienza), Jacò (forse da un ebreo Jacob che abitava nelle vicinanze), Odigitria (Itria) e Pusterna (si trattava di una porta minore, di una posterla appunto). Porta del Mercato fu ristrutturata nel 1746 e successivamente alla fine del XIX secolo, quando fu dedicata all'eroe del vespro Adinolfo da Mineo. In ciascun lato in alto si trova una torre arricchita da un disco solare, simboli che indicano il castello Ducezio e il tempio del dio Sole.

Monumento a Capuana

Monumento a Luigi Capuana: Si trova al centro della piazza principale di Mineo, piazza Buglio. La statua e i pannelli in bronzo sono opera del maestro Vincenzo Torre. Il monumento fu inaugurato nel 1936. II basamento è in travertino. Nei pannelli sono raffigurate scene tratte dalle opere dello scrittore: Giacinta, Bona genti, Il marchese di Roccaverdina e un'allegoria delle sue fiabe.

Il complesso dell'ex Collegio

Municipio ex Collegio dei Gesuiti: Il Collegio fu progettato dall'architetto gesuita Natale Masuccio da Messina, a volerne la fondazione fu Tommaso de Guerriero (o de Gurreri) e la consorte Desiata de Parisio in onore dell'unica figlia Angela morta prematuramente. Con l'espulsione dei gesuiti dal Regno di Napoli e Sicilia (1767) passò nel patrimonio dell'amministrazione civile. Ma l'effettiva requisizione si avrà sono 64 anni dopo. Nel 1831 il Collegio dei Gesuiti fu requisito in base ad una circolare ministeriale in cui si ordinava di risparmiare sugli «affitti degli uffici amministrativi e di giustizia trasferendo detti uffici presso conventi e case religiose abbandonate.»[23] Vì si trovano attualmente gli uffici comunali, il Giudice di pace, l'archivio storico Receputo Gulizia, l'ufficio Sanitario, la Fondazione Giuseppe Bonaviri ecc. L'interessante chiostro interno è utilizzato per eventi culturali.

Palazzo Capuana: vi nacque lo scrittore Luigi Capuana, esponente di spicco del "verismo", assieme all'amico Giovanni Verga che più volte venne a trovarlo a Mineo. Il palazzo settecentesco, in via Romano, sede oggi dell'omonimo museo e della biblioteca comunale, è particolare per le mostre ed per i timpani a semicerchio e a triangolo che ornano i balconi, nonché per il portale d'ingresso e per la bella scala.

Palazzo Tamburino, piazza Buglio
Incipit del registro del notaio Spalletta

Palazzo Tamburino: Apparteneva alla famiglia del notaio Vespasiano Spalletta (N.B.: Le Poste Italiane il 16.6.1994 hanno emesso un francobollo illustrativo dell'Archivio di Stato di Catania, riproducente l'"Incipit" del registro del suddetto notaio Spalletta, relativo all'anno "indizionale" 1623). Dal notaio Spalletta passò ai Tamburino, avendo la figlia Agrippina sposato Matteo Tamburini (da cui presero origine i Tamburino a Mineo), transfuga da Caltanissetta per sfuggire alla repressione consecutiva alla congiura antispagnola del 1650[29]. Il palazzo, ricostruito dopo il terremoto del 1693, si trova in piazza Buglio (allora piazza del Mercato). Dalle sobrie linee settecentesche presenta ornamenti in rilievo di ispirazione classica. All'interno, l'androne è abbellito da una scala e da colonne doriche.

La villa di Luigi Capuana a Santa Margherita

Villa Santa Margherita: La villa di campagna di Luigi Capuana si trova in quasi completo abbandono. L'edificio è stato costruito a strapiombo su un profondo canyon che dona al sito un grande fascino. Il Capuana ambientò qui il suo celebre romanzo Scurpiddu

La villa dei Tamburino a Camuti

Villa Camuti: Casa di villeggiatura estiva dei Tamburino, costruita a metà Ottocento su progetto dell'arch. Belfiore. L'edificio a due piani è ben conservato: si accede al piano superiore con una bella scala che inizia con due rampe e quindi prosegue con un'unica aprendosi in una lunga balconata che avvolge tutti e quattro i lati della casa, permettendo di ammirare il panorama a 360º. Sorge nel pianoro dell'altipiano Camuti sul fondo rustico appartenuto un tempo al poeta dialettale Paolo Maura che vi soleva radunare annualmente i poeti di tutta l'isola per "cimentarsi in versi". Tradizione vuole che le donne incinte vi si recavano per augurarsi un buon intelletto per i propri nascituri[30]. Il fondo pervenne ai Tamburino per donazioni, a partire da quella della nipote del poeta, Rosaria Maura, che la lasciò al marito Matteo Gulizia e da questo alla seconda moglie Agrippina Tamburino.

Circolo di Cultura (ex Circolo di Conversazione dei Civili, ex Sede del Senato Cittadino) Luigi Capuana

Circolo di Cultura Luigi Capuana: Fino al 1767-68 era la sede dell'amministrazione comunale, la Loggia. Successivamente nel 1841,essendo sindaco Antonio Bellone, fu concessa in affitto al Circolo di Cultura, come sala di conversazione dei nobili (notabili) della città. Poiché il canone di affitto non veniva pagato ne nacque un contenzioso che, essendo sindaco Giacomo Tamburino Muratori, fu sanato nel 1908 con la stipula di un contratto di enfiteusi (notaio Pitari).[31] La Loggia nel 1615 era stata teatro dell'arresto del cavaliere Soldano (Sudano), uno dei protagonisti dell'episodio della Rotta del Conte. Negli anni '20 del secolo ventesimo divenne la Casa del fascio, per tornare la sede del Circolo di Cultura Luigi Capuana nel dopoguerra. Il salone interno è decorato e arredato in stile floreale.

Palazzo Tamburino Merlini

Palazzo Tamburino Merlini, anch'esso settecentesco con chiari richiami al barocco siciliano, fu abitato dallo storico e archeologo Corrado Tamburino Merlini, parroco maggiore della Collegiata S.Agrippina, al quale è intestato il museo archeologico di Mineo. Il palazzo sorge in via Paolo Maura (un tempo via del Collegio) allo sbocco sullo spiazzo di S. Agrippina. In esso era allocato l'unico oratorio privato di Mineo, istituito nel 1802 con "breve pontificio" di Pio VII che ne concedeva "il privilegio" ai fratelli D. Pietro e D. Ignazio Tamburino[32]. In questa dimora è stato recentemente ambientato il romanzo di Giacomo Tamburino "Quattro matrimoni per un erede" Editore Maimone 2002, premio letterario L. Capuana 2003.[33]

Palazzo Morgana: Il palazzo, pare esistesse già in epoca medievale, era la casa della famiglia Buglio. distrutto dal Terremoto del Val di Noto nel 1693, fu ricostruito utilizzando materiale lapidea proveniente dal castello Ducezio (Castellano ne era proprio il Buglio). Delimita il largo S. Maria Maggiore dal lato opposto alla chiesa. Ha un prospetto sobrio in stile classico e un interessante cortile interno.

Refettorio convento San Vito:affresco settecentesco
Cappella Tamburino Muratori

Cimitero e chiesa di S. Vito: l'area cimiteriale si trova nella "silva" del convento dei frati cappuccini. La chiesa (sec. XVII) è dedicata a S. Vito, riprodotto in una bella statua lignea, e alla Madonna della Grazie, raffigurata in un interessante dipinto ad olio (ambedue oggi nella pinacoteca dei frati cappuccini a Caltagirone). Nella sala del refettorio si ammira un affresco settecentesco riproducente l'ultima cena. Nel cimitero di particolare pregio è la cappella gentilizia della famiglia Tamburino Muratori, opera dell'arch. Santi Bandieramonte. La cappella (1904) chiude il viale principale del cimitero. L'esterno, tutto in pietra bianca, è in stile gotico-italiano, arricchito da colonne a spira e, nel timpano dell'ingresso, da un delicato bassorilievo raffigurante "la Pietà".

Scuole elementari Luigi Capuana

Scuole Elemetari: Luigi Capuana: L'edificio scolastico è stato costruito dopo l'abbattimento dell'antico monastero delle Benedettine. Costruito nel 1935 dall'architetto Francesco Fichera di Catania, fu voluto dal senatore menenìno Antonio Albertìni, sottosegretario al ministro di grazia e giustizia durante il ventennio fascista.

Palazzo Ballarò

Palazzo Ballarò: Sul Largo Santa Maria Maggiore si trova il settecentesco palazzo Ballarò. Le linee architettoniche sono semplici ed eleganti. dal 2009 è la sede provvisoria del Municipio.

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

Quadro storico[modifica | modifica wikitesto]

Nel XIV secolo a Mineo esistevano tre chiese principali: Sant'Agrippina, Santa Maria de Graecis (l'attuale Santa Maria Maggiore) e Santi Pietro e Paolo. A questi edifici sacri nel corso dei secoli se ne aggiunsero molti altri, fino ad arrivare a circa una cinquantina di luoghi di culto di diverse dimensioni e importanza collocati sia nel centro abitato che nelle campagne. Alcuni sono ancora esistenti, di altri sono rimasti solo le denominazioni mentre gli edifici sono in parte o del tutto scomparsi o trasformati in abitazioni civili. Ecco un elenco: Santa Maria della Porta (sita in piazza dei Vespri, trasformata in abitazione civile), Santa Margherita (via Ducezio), San Sebastiano, Santissimo Salvatore, Santa Maria degli Angioli, San Giovanni dell'ordine dei Cavalieri di Malta, Santa Maria della Mercede e annesso convento (in piazza Buglio e trasformata in Auditorium comunale e nel Centro Interculturale Giovanni Paolo II), Sant'Antonio abate (contrada Acquanuova), Santo Spirito (particolare la forma circolare), Santa Croce (abitazione civile), San Benedetto con il monastero annesso (le attuali Scuole elementari), Sant'Agostino (sita in largo Tomba Gallica), San Michele Arcangelo (via Palica), Santa Teresa d'Avila con l'ospizio dei Fatebenefratelli (via Orfanelli), Santa Maria de Audientia.

Oltre le chiese su elencate ve ne erano altre al di fuori del centro abitato: Santa Maria alla Montata Grande, San Nicola, San Cataldo, Santa Maria di Portosalvo, Madonna del Piliere (sono visibili ancor oggi i ruderi), Madonna Annunziata, Santa Maria dei Sette Dolori, San Gaetano (contrada Serravalle), Santa Maria del Rosario (contrada Favarotta), Sant'Agrippina (Lamia), Sant'Ippolito con l'annesso convento, San Gregorio Magno, Madonna della Pietra e San Leonardo con gli annessi conventi in contrada Fontanelle, San Giacomo apostolo (contrada Donna Santa), Santa Veneranda, San Costantino, Santa Maddalena, Santa Maria del Piano (presso Grammichele), San Filippo, San Rocco, Sant'Ignazio di Loyola, San Giovanni Battista, Sant'Anna, Santa Croce, San Giovanni evangelista, San Liu (San Leone), San Pietro di Alcantera, Sant'Elia (contrada Monaci), San Benedetto al Borgo, San Giorgio (della quale si sconosce il sito).

Altre chiese rurali erano presenti nelle contrade di Maggiordomo, di Vallenuova, di Niscima, Ogliastro, Monfalcone, Aere del Conte e Poggiarelli. In epoca più recente si è aggiunta la chiesa del Sacro Cuore nella frazione di Borgo Pietro Lupo.

Elenco delle chiese[modifica | modifica wikitesto]

Chiesetta di Santa Caterina

Siti di interesse naturalistico[modifica | modifica wikitesto]

Il torrente Lamia

I siti di interesse naturalistico sono diversi e offrono grande varietà: Altura di Poggio Rocchicella, il Monte Catalfaro, le Grotte di Caratabia, il Lago Naftia (irreggimentato da un’azienda che ne estrae CO2), il canyon nel vallone Lamia e le Grotte di Sant’Agrippina, Il vallone di Fiume Caldo, Il boschetto di pini marini di Ballarò (privato), l’altopiano di Camuti ecc.

Il santuário dei Palikoì, presso Poggio Rocchicella è stato scavato da Brian McConnell e Laura Maniscalco e gli scritti sul sito dipendono molto di questo scavo. Il luogo viene utilizzato fino al II/III secolo d.C. Diodoro Siculo dice che in questo santuário si facevano importanti giuramenti que servivono a dirimere le controversie fra persone di potere diverso. (cf Federica Cordano. Il Santuario dei Palikoí. Aristonothos, n. 2. Università degli Studi di Milano, 2008) (Google Maps 37.33113,14.703312. Per vedere area archeologica di Paliké [1].

  • Boschetto di Ballarò
  • Grotte di Carratabia
  • Vallone di Fiume Caldo
  • Altopiano di Camuti
  • Canyon nel vallone Lamia e la Grotta di Sant'Agrippina
  • Monte Catalfaro

Geografia antropica[modifica | modifica wikitesto]

Frazioni e quartieri[modifica | modifica wikitesto]

Mineo ha un'unica frazione, il Borgo. Borgo Pietro Lupo dista circa 17 km dal centro di Mineo.

La città è divisa in quartieri che corrispondono alle tre parrocchie, la suddivisione è segnata da tre vie che si irradiano dalla piazza centrale piazza Ludovico Buglio verso la periferia.[34] Queste vie sono: Via Palica (Varanna, Via Grande) che separa il quartiere di Sant'Agrippina da quello di San Pietro. Via Divisione che separa il quartiere di San Pietro da quello di Santa Maria. Viale Crispi (Tri Pali) che separa il quartiere di Santa Maria da quello di Sant'Agrippina.

Raffronto tra la Mineo del 1843 e quella del 2013
Quartarari.jpg
  • Sant'Agrippina
  • San Pietro
  • Santa Maria

Oltre alla suddivisione in quartieri ce n'è una informale in rioni, il luogo in cui si organizza tradizionalmente la vita sociale della comunità.

  • Sant'Agrippina:
    • Pusterna
    • Chiazza (Piazza)
    • Faraporta (Fuoriporta - Viale delle Rimembranze)
    • Mura 'e Sant'Arpina (Mura di sant'Agrippina)
    • Sant'Austinu (Sant'Agostino)
    • Rabbato
  • San Pietro:
    • Litria (Odigitria)
  • Santa Maria:
    • Mura 'e Santa Maria (mura di Santa Maria)
    • Rocca
    • San Franciscu (San Francesco)
    • Santu Puolitu (Sant'Ippolito)
    • Acquanova
    • Tagghiata (Via Sotto Castello)

Toponomastica[modifica | modifica wikitesto]

Urbana[modifica | modifica wikitesto]

Via Erice

La toponomastica urbana della città fa riferimento, nella stragrande maggioranza dei casi, a famiglie, personalità o eventi relativi a Mineo. Quando l’amministrazione comunale (prima metà del XIX secolo) decise di denominare vie e strade in maniera univoca sulla base delle "isole", cioè la denominazione dell'isolato adiecente, il più delle volte questo assumeva il nome di una delle famiglie proprietarie (via Cardello, via Messina, via Renda ecc.).[35] In alcuni casi si sono usati nomi legati a luoghi preesistenti (in particolare, edifici di culto: ad es. via Santa Croce, Largo Santa Maria, via San Francesco ecc.) In linea di massima tutte le amministrazioni succedute hanno mantenuto il criterio di denominare vie, vichi, cortili e piazze attingendo al patrimonio culturale e civile cittadino (Via Luigi Capuana, Via Paolo Maura, Via Erice (una delle antiche Mene), Via Ducezio ecc.). Nella prima metà del XX secolo si è però ricorso, in una decina di casi, a nomi legati alla tradizione risorgimentale e ai ‘’miti’’ del nazionalismo di stampo sabaudo o fascista (via Roma, via Umberto I, via Carlo Alberto, cortile Baisizza ecc.). Il grande sviluppo urbanistico degli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso ha reso necessario la denominazione di circa 50 nuovi luoghi pubblici (vie, piazze, musei, giardini ecc.), anche in questo caso sono stati utilizzati i nomi di personalità del mondo della cultura (via Matteo Zuppardo ecc.), della scienza (via Corrado Luigi Guzzanti ecc.), della storia (via Pietro Rizzo) o nomi legati alle vicende storiche (via Rotta del Conte ecc.) di Mineo. Accanto ad una toponomastica ufficiale ne sopravvive una ufficiosa in siciliano, utilizzata comunemente dai menenini (Via Ducezio / Stratalonga, Via Palica / Varanna, salita dei Margi / ‘a Scivula ecc., Largo San Pietro / Chianu 'e San Pietru ecc.)

Extraurbana[modifica | modifica wikitesto]

Altopiano di Camuti

La toponomastica extraurbana è caratterizzata dal grande uso di toponimi legati al cristianesimo. Numerose sono le contrade che si rifanno a nomi di santi (San Giovanni, San Leonardo, Santa Maria degli Ammalati ecc.), alcuni si riferiscono più precisamente a culti di rito bizantino (San Costantino, Papaianni ecc.). Altri toponimi sono legati a eventi storico-sociali: alla presenza araba è legato il nome di contrada Favarotta (ar. Fawwāra: "sorgente"), al conflitto arabo-normanno Boriotinto (il campo colorato dal sangue degli sconfitti) o Saraceni (il luogo dove s'accamparono le milizie islamiche)o ancora Aria 'o Conti ( l'accampamento del Gran Conte Ruggero il normanno nell'assedio di Caltagirone), (all'epoca angioina il toponimo Franca ecc. Altri nomi sono palesemente ispirati all'idrografia o all'orografia ('U Munti, Muntagna, Ciumi Caudu (Fiume Caldo) ecc), altre alla flora o alla fauna (Corvo, Cirasella, Auluvitu, Sparagogna ecc.). In alcuni casi è connessa a fatti antropici: U 'mpisu (L'impiccato), Donna Ragusa ecc. È da notare che questa toponomastica ha marcati tratti conservativi; infatti da un confronto con gli archivi parrocchiali o notarili dei secoli scorsi ricorrenti sono i nomi di contrade che fin dall'inizio del XV secolo hanno conservato lo stesso nome (Vallenuova, Camemi, Fontanelle, Poggio Spiga [Spiye], Fiume Caldo, Marbucinu [Malvichini],Donna Ragusa, Baudiddi [Baldilli], Nicchiara [Niclare], Blancapiano [Brancaglano], Mungilutu, Vitali, Signurinu, Naftia [Nafittea], Petrasenula, Ruccueni [Roccovè], ecc.).[36]

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Secondo dati desunti da Dizionario Topografico della Sicilia di Vito Amico, la popolazione di Mineo nel 1570 era di 8456 (nel 1525 ca si contavano 1631 fuochi); nel secolo successivo (1625 ca) era scesa a 5219. Nel 1693 era di 6723; nel 1713 5540; nel 1824 5300, nel 1832 scese nuovamente a 5212; nel 1859 ca. 6000. Nel 1921 era di 11971 e nel 1931 di 11440. Secondo l'Afan de Rivera attorno al 1842 Mineo contava 8300. Questi dati sembrano alquanto incoerenti. Abitanti censiti[37]

Emigrazione[modifica | modifica wikitesto]

Il fenomeno dell'emigrazione ha attraversato diverse fasi.

  • Prima fase - fino al 1945 ca.: I flussi erano orientati verso le Americhe e Stati Uniti. Nell'anno di 1897 citadini di Mineo imbarcano a Genova nella nave Agordat e sbarcano a Santos, per lavorare nelle aziende di caffè nella regione di Ribeirão Preto, Stato di San Paolo.
  • Seconda fase - dal 1945 al 1975 ca.: Circa 4000 giovani emigrarono verso la Svizzera (Burgdorf, Ginevra, Berna, Solothurn ecc.), Italia settentrionale e in maniera minore verso Australia, Venezuela, Belgio e Germania.
  • Terza fase - dal 1975 ca.: Il flusso è numericamente molto minore, ma assolutamente costante. Sono coinvolti soprattutto giovani scolarizzati. Mete sono l'Italia del Nord, Gran Bretagna e altri paesi UE.

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Agricoltura[modifica | modifica wikitesto]

Progetto dell'agrumeto, della Zènia e della Gebbia, contrada Canneto 1890
Stabilimenti Ortogel

Il paesaggio naturale presenta due zone nettamente distinte: la pianura sottostante all'abitato, con i suoi verdeggianti e rigogliosi agrumeti, occupa la Valle dei Margi, estrema propaggine della Piana di Catania; la zona collinare è destinata a uliveti, mandorleti, noceti e ad altre colture ad alto fusto, mentre una piccola parte del territorio è occupata da boschi.

La pianura, un tempo coltivata a cereali, è oggi quasi esclusivamente coltivata ad agrumi ed è inclusa nella zona di produzione del Consorzio di Tutela dell’Arancia Rossa di Sicilia, con cultivar Tarocco, Sanguinello e Moro. Per la cronaca fu il menenino avv. Giacomo Tamburino a realizzare nel 1890 in contrada Canneto il primo impianto di agrumi a polpa rossa, irrigato con acque sotterranee sollevate da sistema a trazione animale (nòria: in dialetto "zènia") e raccolte in vasca ("gèbbia", dall'ar. jebḥ, "cisterna"). Sempre per la cronaca è stato l'ing. Marco Tamburino, nipote del suddetto Giacomo, a fondare (1982) nell'attigua zona industriale di Caltagirone, l'Ortogel, il più importante stabilimento siciliano (30.000 m² coperti) per la surgelazione di succo di arancia. Le zone collinari, vocate all’olivicoltura, con le proprie caratteristiche pedoclimatiche, con le affinate tecniche di coltivazione e di molitura, costituiscono la combinazione pregiata del nostro olio Extra Vergine d’oliva, che per la bassissima acidità, il gusto fruttato e delicato, l’intenso profumo e il colore verde brillante si fregia del marchio europeo D.O.P. “Monti Iblei”, sottozona Calatino[38]

Infrastrutture e trasporti[modifica | modifica wikitesto]

Trazzere[modifica | modifica wikitesto]

Ferrovie[modifica | modifica wikitesto]

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Personalità nate o legate a Mineo[modifica | modifica wikitesto]

Stilare un elenco esaustivo degli uomini e donne illustri nati o legati a Mineo è molto arduo, numerose sono infatti le personalità che nel corso dei secoli vi hanno avuto i natali.[39] Indubbiamente i più noti sono il condottiero siculo Ducezio, gli scrittori Paolo Maura (1638-1711), Luigi Capuana (1839-1915) e Giuseppe Bonaviri (1924-2009). Il padre del filosofo Emanuele Severino, Federico, nacque a Mineo.[40] Per completezza tra i nati a Mineo si deve citare anche il pluriomicida Erminio Criscione.

Biblioteche e archivio storico[modifica | modifica wikitesto]

Musei e altre strutture[modifica | modifica wikitesto]

L'auditorium comunale

Eventi[modifica | modifica wikitesto]

  • Trecentesimo anniversario della morte di Paolo Maura

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Sindaci (Repubblica Italiana, dal 1946)[modifica | modifica wikitesto]

  • Anna Aloisi (dal 2013)
  • Giuseppe Castania (2003-2013)
  • Giuseppe Mirata (1995-2003)
  • Mario Salamanca (1990-?)
  • Giancarlo Manenti (1990), commissario regionale
  • Patrizio Damigella (1983)
  • Modesto Sardo (1957-1959)
  • Giuseppe Tamburino Capuana (1955-1955)
  • Carmelo Ballarò (1950-1953)
  • Emanuele Curti (1946-1949)

Podestà (1925-1945)[modifica | modifica wikitesto]

  • Alfredo Tamburino Tamburino (1941-1944)
  • Croce Albertini (1924-1940)

Sindaci (Regno d'Italia 1861-1925)[modifica | modifica wikitesto]

Sindaci (Stato di Sicilia 1848-1849: reggenza di Ruggero Settimo)[modifica | modifica wikitesto]

Sindaci (Regno delle due Sicilie 1816-1861)[modifica | modifica wikitesto]

Sindaci (Regno di Sicilia 1735-1816)[modifica | modifica wikitesto]

  • Marco Tamburino Salemi (1810-1811)[56]
  • Santo Tamburino Salemi (1799-1800)[57]
  • Mario Tamburino Merlini (1795-1796)[58]

Gemellaggi[modifica | modifica wikitesto]

Mineo è gemellata con:

Place de Unieux

Mineo ha dedicato in onore alla sua città gemella piazza Unieux / place de Unieux.

Galleria[modifica | modifica wikitesto]

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

Il 3 maggio 1826 a Mineo è stata osservata la caduta di un meteorite, battezzato appunto Mineo.

Mineo è uno dei quattro comuni siciliani "presidio" dell'antico gioco dei tarocchi siciliani.[59]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 gennaio 2013.
  2. ^ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF) in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Ente per le Nuove Tecnologie, l'Energia e l'Ambiente, 1 marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012.
  3. ^ a b Giuseppe Gambuzza, Mineo nella storia, nell'arte e negli uomini illustri, Caltagirone, 1999
  4. ^ Nel suo Dizionario topografico della Sicilia Vito Amico nel 1855 recita "Mineo, lat. Menae, sic. Mineu. Città Gioconda, dagli antichi Menena, poi Meneum, in vernacolo Mineu, dai Greci Menai, giusta Bochart dalla voce punica Manaim che vale accampamenti di soldati."
  5. ^ Per quanto lo statuto comunale sia esplicito le raffigurazioni comunemente accettate e diffuse presentano le due parti simmetricamente invertite. Lo statuto comunale, così come pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana, presenta due evidenti refusi nel motto anziché et compare ed e anziché Iucundissima si legge Iucondissima.
  6. ^ Contratto del 18 aprile 1542 stipulato a Messina tra il procuratore di Mineo e il viceré. Il contratto fu ratificato dall'imperatore Carlo V il 27 giugno 1543 - Il titolo fu concesso tacitamente e aggiunto in margine al documento. Cfr. Giuseppe Gambuzza, "Mineo", 1995. Cfr. L'allegato "B" dello Statuto del Comune di Mineo pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana parte I n. 32 del 30 luglio 2004.
  7. ^ Diodoro Siculo, Bibliotheca, XI 91, 2
  8. ^ G. Gambuzza, Mineo nella storia, nell'arte e negli uomini illustri, Caltagirone, 1999
  9. ^ Giacomo Tamburino,<<Cenni della storia di Mineo>>, Artestampa, Catania, 1996.
  10. ^ "Giacomo Tamburino: Cenni della Storia di Siilia" Artestampa, Catania,1996
  11. ^ Sito del comune
  12. ^ Giacomo Tamburino, "Tributi siciliani alla corte di Enrico VIII", su: La Rivista', HO.U.SE. Ed., Catania, 2007
  13. ^ "vedi nota n. 10
  14. ^ Isidoro La Lumia, Gli ebrei siciliani, Palermo, 1984
  15. ^ Giovanni di Giovanni, L'ebraismo della Sicilia, Palermo, 1748
  16. ^ Per neofiti nel regno di Sicilia si intendono gli ebrei convertiti al cattolicesimo. Alcuni convertiti per convenienza e/o a forza continuarono a seguire la legge mosaica, a giudaizzare.
  17. ^ Dagli elenchi pubblicati da Vito La Mantia si tratta di (riportiamo in scripta moderna i nomi): Pietro Montemagno, Giovannello Ferrante, Giovannello Ferranti, Giacomo Ferranti, Diana Nicito, Giovanni Nicito, Guglielmo Manuele, Perna Parisi, Giovanni Parisi detto Lu Rabi, Giovanni Russo, Giacomo Biancolilla e Giovanni Giuseppe Gurreri.
  18. ^ Vito La Mantia, Origini e vicende dell'Inquisizione in Sicilia, Sellerio, 1977. Gli elenchi sono parziali poiché i registri dell'Inquisizione siciliana furono distrutti nel 1783.
  19. ^ Domenico Ventura, Medici Ebrei a Catania in Medici e Medicina a Catania dal Quattrocento ai primi del Novecento, a cura di M. Alberghina, G. Maimone editore, 2001
  20. ^ «Il 24 dicembre 1428 una coppia di gentili (Giovanni de Jambello e la moglie Lucia) cedono all'ebreo Matteo de Xalo una camera con vista sita nel quartiere di San Pietro, la camera è vicino alla casa di Vitucio de Chayrono, giudeo.» www.archiviodelmediterraneo.org
  21. ^ Aldo Messina, Gli ebrei di Mineo nel registro del notaio Pietro Pellegrino (1428-1431), Messina, 2001;Renata Maria Rizzo Pavone. Gli archivi di Stato siciliani e le fonti per la storia degli ebrei. Italia Giudaica V (1995) 75-88
  22. ^ La Camera reginale era costituita dai beni dotali propri delle regine siciliane. Tra le numerose città oltre a Mineo facevano parte della Camera, Siracusa, Paternò, Vizzini, Lentini, Castiglione, Francavilla, Avola e ad altre città. Ultima regina a cui fu riconosciuto il possesso fu Giovanna la Pazza, figlia di Ferdinando il Cattolico e madre di Carlo V.
  23. ^ a b G. Gambuzza, Mineo nella storia, nell'arte e negli uomini illustri, Caltagirone, 1999.
  24. ^ Vittorio Emanuele Stellardi, Il regno di Vittorio Amedeo II nell'isola di Sicilia dall'anno MDCCXIII al MDCCXIX - documenti raccolti e stampati per ordine della Maestà del Re d'Italia Vittorio Emanuele II - tomo secondo,Torino, 1863, p. 413
  25. ^ G.Gambuzza, "Mineo nella storia, nell'arte e negli uomini illustri", Caltagirone,1999:
  26. ^ Giacomo Tamburino, "Artestampa, Catania,1996
  27. ^ Giacomo Tamburino,<<Cenni della storia di Sicilia>>, Artestampa, Catania, 1996
  28. ^ a b c Castelli di Sicilia
  29. ^ Giacomo Tamburino,«Dall'Andalusia alla Sicilia», Maimone Ed., Catania, 2005
  30. ^ Giacomo Tamburino, «Quattro matrimoni per un erede» Maimone Ed., Catania, 2002
  31. ^ Giacomo Tamburino, «Strane storie di amore», Maimone Ed., Catania, 2004
  32. ^ Giacomo Tamburino, <<Santi, santini e reliquie di un oratorio privato>>, Provincia Regionale di Catania, 1999
  33. ^ Gino Bonaviri, “Quattro matrimoni per un erede”. Il libro di Giacomo Tambruino ha vinto il Premio letterario Luigi Capuana, Rivista della Provincia regionale di Catania, marzo 2003, p. 39
  34. ^ Secondo la tradizione le tre vie sono quelle attraverso cui defluivano le acque piovane.
  35. ^ Le mappe del catasto borbonico di Sicilia: territori comunali e centri urbani nell'archivio cartografico Mortillaro di Villarena, 1837-1853, a cura di Enrico Caruso e Alessandra Nobili, Palermo, Regione siciliana - Assessorato dei beni culturali e ambientali e della pubblica istruzione, 2001
  36. ^ http://www.archividelmediterraneo.org
  37. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
  38. ^ Turismo Catania
  39. ^ Corrado Tamburino Merlini, Cenni storico-critici delle antiche famiglie, degli uomini illustri e de’ più rinomati scrittori di Mineo, Stamperia G. Musumeci-Papale, Catania, 1846
  40. ^ Emanuele SeverinoIl mio ricordo degli eterni, Rizzoli, 2012))
  41. ^ "Arch. Com. Mineo. Reg. Atti Senato,1810
  42. ^ G. Antoci, Il monastero e la chiesa di San Giuseppe, Ragusa 1997
  43. ^ "Arch. stor. Univ. Catania, cart.192, 1796
  44. ^ "Arch. Com. Mineo, Reg. Atti Corte Juratoria, 1795
  45. ^ "Arch. Stato Catania, Fondo Int. borbonica, busta 3146, anno 1820
  46. ^ "Arch. stor. Univ. Catania, cart.448, 1820
  47. ^ ((cfr. "Arch. stor. Univ. Catania, cart.450, 1822)
  48. ^ "Albo Sindaci, Palazzo Comunale Mineo
  49. ^ "Arch. stor. Univ. Catania, cart.389, 1816
  50. ^ ((cfr. pag. 115 "Progresso scientifico nella Sicilia dei Borboni" Maimone Ed.,2013))
  51. ^ ((cfr. pag. 19, Lorena Busacca, Pino Busacca, "Amato figlio... Frammenti di vita quotidiana della famiglia di Felice e Caterina Sturzo" Effatà Ed., 2011))
  52. ^ "Ed.Centro Culturale Ibleo, 2,2009
  53. ^ Arch. Stato Catania,Fondo Intendenza borbonica, busta 3146,1820
  54. ^ "nota 42"
  55. ^ Valentina Spadaro di Passanitello, Antonio Bellone (1785-1860) - La difficile ascesa politica di un notabile di Mineo, Tesi di Laurea, Catania, A.A. 2001-02
  56. ^ "vedi nota 37"
  57. ^ "Arch. Com. Mineo, Reg. Atti Corte Juratoria, 1799
  58. ^ "Arch. Com. Mineo, Reg. Atti Corte Juratoria, 1795
  59. ^ Michael Dummett; I tarocchi siciliani; La Zisa; Palermo; 1995.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • A. Messina, Gli ebrei di Mineo nel registro del notaio Pietro Pellegrino (1428-1431), in Archivio storico messinese, Messina, 2001.
  • A. Mongitore, Biblioteca Siculo, Palermo, 1707.
  • C. Tamburino Merlini, Cenni storico-critici delle antiche famiglie, degli uomini illustri e de’ più rinomati scrittori di Mineo, Stamperia G. Musumeci-Papale, Catania, 1846.
  • Diodoro Siculo, Bibliotheca, XI 91, 2
  • F. Cluverio, Sicilia antica Leida 1619.
  • G. Condurrà, Le 42 città demaniali nella storia della Sicilia, Catania, 1973
  • G. Di Giovanni, Storia ecclesiastica di Sicilia, Palermo, 1846.
  • G. di Giovanni, L'ebraismo della Sicilia, Palermo, 1748.
  • G. Gambuzza, Mineo nella storia, nell'arte e negli uomini illustri, Caltagirone, 1999.
  • G. Perdicaro, Vita di S. Agrippina Stamp. Gioacchino Puleo, Catania, 1794.
  • I. La Lumia, Gli ebrei siciliani, Palermo, 1984.
  • J. Houel, Voyage pittoresque des isles Siciliennes, Paris, 1785.
  • L. Rizzo, La Repubblica di Siracusa nel momento di Ducezio, Palermo, 1970.
  • M. Amari, Storia dei mussulmani in Sicilia, Catania, 1939.
  • P. Bartoluccio, Poema eroico «Il Barchino», (inedito) in C. Tamburino Merlini, Cenni storico-critici delle antiche famiglie, degli uomini illustri e de’ più rinomati scrittori di Mineo, Stamperia G. Musumeci-Papale, Catania, 1846.
  • S. Correnti, Storia e folklore di Sicilia, Milano 1976.
  • S. Gulizia, Cenni storici su Mineo e Pianta della città e del suo territorio, 1716.
  • S. Sapuppo Zangri, Biografia di Corrado Magg. Tamburino Merlini, ed. M. Riggio, Catania, 1843.
  • T. Fazello, De rebus siculis, Catania 1749.
  • V. Amico Lexicon Topograficon siculum (Dizionario topografico della Sicilia), Palermo, 1757, ried. Palermo, 1855.
  • G. Tamburino, I Tamburino in Sicilia, Artestampa, Catania, 1996
  • G. Tamburino, Santi, Santini e Reliquie di un Oratorio privato, Provincia Regionale di Catania, 1999
  • G. Tamburino, Quattro Matrimoni per un Erede, Maimone Ed., Catania, 2002
  • G. Tamburino, Strane Storie di Amore, Maimone Ed., Catania, 2004
  • G. Tamburino, Dall'Andalusia alla Sicilia, Maimome Ed., Catania, 2005
  • G. Tamburino, Tributi siciliani alla corte di Enrico VIII, La Rivista, HO.U.SE. Ed., Catania, 2007
  • G. Tamburino, Non posso, non debbo, non voglio, Maimone Ed., Catania, 2011
  • Elisa Bonacini, Il territorio calatino nella Sicilia imperiale e tardoromana, British Archeological Reports, International Series BAR S1694, Oxford 2007; ISBN 978-1-4073-0136-5
  • Elisa Bonacini, Una proposta di identificazione lungo la via a Catina-Agrigentum, in AITNA, Quaderni di Topografia Antica, 4, Catania 2010, pp. 79–92; ISBN 88-88683-58-5
  • A. Messina, S. Aiello, La grotta di Santa Agrippina nel territorio di Mineo, in Trinakìe, pp. 19 e ss., Silvio Di Pasquale Editore, Caltagirone,2011
  • S. Alessandro, La traslazione del corpo di Santa Agrippina, nuove scoperte nuove ipotesi, Elle Due Editore, Ragusa novembre 2009, ISBN 978-88-903151-9-0
  • S. Alessandro, "La Fortezza Sacra Dimenticata", Elledue Ed., Ragusa 2013, ISBN 978-88-905473-3-1

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