Chiesa cattolica siro-malabarese

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Chiesa cattolica siro-malabarese
Classificazione Chiesa sui iuris della Chiesa cattolica
Fondata 1665
Separata da Chiesa malankarese
Diffusione India, Stati Uniti d'America
Primate papa Francesco,
George Alencherry
Forma di governo episcopale
Struttura organizzativa 40 diocesi[senza fonte]
Fedeli 3.600.000
Congregazioni 3.200
Presbiteri 9.121

La Chiesa cattolica siro-malabarese è una Chiesa arcivescovile maggiore cattolica sui iuris di rito siriaco orientale con comunità in India, in particolare sulle coste del Malabar che dal 1954 fanno parte del Kerala (dov'è nata), e negli Stati Uniti d'America. La sede arcivescovile maggiore è attualmente retta da George Alencherry.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Interno di una chiesa cattolica siro-malabarese nel Kerala

Fin dal IV secolo la Chiesa del Malabar era legata da antichissimi rapporti con la Chiesa nestoriana. Dalla Persia infatti arrivavano periodicamente i vescovi per governare questa comunità cristiana, che aveva adottato il rito siriaco orientale. La guida della Chiesa era formalmente nelle mani dei vescovi, i quali però, non conoscendo la lingua locale (il malayalam), si limitavano a guidare le celebrazioni liturgiche (in siriaco), affidando l'amministrazione della diocesi ad un sacerdote locale, che aveva il titolo di arcidiacono.

Il portoghese Vasco de Gama approdò sulle coste del Malabar il 14 maggio 1498. Dopo tale evento iniziarono ad arrivare ogni anno flotte di navi portoghesi, che in pochi anni presero il controllo della regione e dei litorali dell'India meridionali ed orientale, assicurandosi il monopolio commerciale e marittimo nell'Oceano Indiano a scapito degli arabi.

I primi contatti dei portoghesi con la comunità cristiana locale furono molto positivi, tanto più che gli europei erano visti come i liberatori dagli arabi e dalle loro vessazioni. Al tempo dell'arrivo dei portoghesi, la chiesa del Malabar era governata da un metropolita, Mar Abraham, coadiuvato da tre vescovi suffraganei, Mar Yacob, Mar Denha e Mar Yuhanon. Se nella prima metà del Cinquecento i rapporti tra europei e chiesa autoctona furono improntati alla più sincera cordialità, le cose cambiarono decisamente quando la diocesi di Goa (fondata nel 1537) fu elevata al rango di arcidiocesi (1557), per la quale furono erette due suffraganee, la diocesi di Malacca in Indocina e la diocesi di Cochin nel Malabar (1558). Goa era la più grande colonia portoghese in India, sede del viceré; vi si erano insediati i monasteri più importanti e i seminari per la formazione del clero indigeno; in essa aveva sede anche il tribunale dell'inquisizione.

Obiettivo del governo portoghese divenne quello di sottomettere la Chiesa autoctona alla giurisdizione dell'arcivescovo di Goa (o di un suo suffraganeo), mettendo così fine al rapporto secolare che i cristiani del Malabar avevano fin qui avuto con la Chiesa nestoriana. In questo modo Lisbona avrebbe potuto esercitare appieno il suo diritto di patronato sulla Chiesa malabarese.
Inoltre, man mano che si iniziarono a conoscere le lingue siriache e malabariche, furono messi sotto indagine i testi liturgici e teologici utilizzati da secoli dai siro-malabaresi, vedendovi in essi elementi di eresia e di non conformità alla tradizione cattolica latina.
Infine, motivata da una presunta superiorità del rito latino sugli altri riti liturgici, si iniziò ad operare per una decisa latinizzazione della tradizione liturgica locale.

La politica portoghese si scontrò con il desiderio di autonomia ed indipendenza dei cristiani locali. In questo contesto, a fine 1556 il patriarca cattolico caldeo Audishu IV inviò in India, con il benestare del papa, il nuovo vescovo, Mar Youssef. La nomina fu accolta favorevolmente dai cristiani autoctoni poiché era in linea con l'antica tradizione. Quando i portoghesi lo arrestarono e lo condussero davanti al tribunale dell'inquisizione di Lisbona, fu subito sostituito da un altro vescovo, Mar Abraham, che pose la sua sede ad Angamale. Mentre Youssef andò in esilio a Roma (dove morì nel 1567), Abraham, malgrado le malversazioni cui era sottoposto dal patronato portoghese, dall'inquisizione di Goa e dai missionati latini che operavano nel Malabar, finì i suoi giorni senza mai essere deposto, agli inizi del 1597. Con lui moriva l'ultimo vescovo della Chiesa di san Tommaso giunto dalla Persia.

Il sinodo di Diamper e le sue conseguenze[modifica | modifica sorgente]

La politica ecclesiastica portoghese raggiunse i suoi obiettivi quando l'arcivescovo di Goa, Alexis de Menezes, convocò a Diamper, il 20 giugno 1599, un sinodo della chiesa di rito siriaco orientale, alla presenza di un nutrito gruppo di sacerdoti e laici. Il giorno successivo l'assemblea sottoscrisse la professione di fede cattolica del concilio di Trento, a cui erano annessi anatematismi contro gli errori nestoriani. Le principali disposizioni prese dal sinodo furono le seguenti:[1]

  • fu completato il canone della Bibbia, secondo il modello della Chiesa cattolica;
  • fu riconosciuta l'esistenza di una sola legge divina, quella di Cristo, da cui derivavano le leggi di san Tommaso e di san Pietro, care alla tradizione locale;
  • nei testi liturgici fu fatto esplicito riferimento al nome del romano pontefice, in sostituzione del patriarca di Babilonia, fino ad allora riconosciuto come "pastore universale";
  • i sinodali dovettero accettare l'inquisizione di Goa come supremo tribunale ecclesiastico;
  • fu decisa la distruzione di tutti i libri, sacri e non, appartenuti alla Chiesa malabarica, in cui fosse stata trovata anche solo una minima traccia di eresia o di superstizione; la maggior parte del patrimonio culturale e religioso della Chiesa di san Tommaso andò così letteralmente in fumo;
  • i sinodali inoltre si impegnavano ad accettare come vescovi solo quelli designati dalla Santa Sede tramite Lisbona; in questo modo si troncava il legame secolare con la Chiesa nestoriana o caldea;
  • altri provvedimenti riguardavano alcune precisazioni teologiche, correzioni di testi liturgici (con introduzione di testi e formule della liturgia latina, benché tradotti in siriaco), la predicazione, la formazione dei presbiteri.

Gli atti sinodali furono firmati da 153 presbiteri e 660 laici malabarici, a nome anche delle 75 parrocchie malabariche, nominate una per una.

Il 4 agosto 1600 papa Clemente VIII eresse con la bolla In supremo militantis la diocesi di Angamale dei Latini (che finora era stata una sede della Chiesa di rito siriaco orientale), elevata al rango di arcidiocesi da papa Paolo V il 22 dicembre 1608. Da essa dipendevano i cattolici siro-malabaresi. Primo vescovo fu il gesuita Francisco Roz[2], che preferì stabilire la propria sede a Cranganore. Continuando l'antica tradizione, si fece affiancare da un sacerdote locale con titolo di arcidiacono: Giorgio de Christo.

Nonostante la sottomissione di Diamper, la progressiva latinizzazione del rito e la mancanza di una diocesi e di un vescovo propri resero sempre più tesa la situazione, finché nel 1652 l'arcidiacono Tommaso de Campo si fece ordinare vescovo da dodici sacerdoti e ruppe la fragile comunione con Roma. Fu la nascita della Chiesa ortodossa malankarese.

Contrasti tra Propaganda Fide e Patronato regio[modifica | modifica sorgente]

Con il Giuramento della Croce di Coonan si operò nella Chiesa siro-malabarese uno scisma che sconvolse la vita dei cristiani locali. Coloro che rimasero fedeli al sinodo di Diamper furono da questo momento, a pieno titolo, chiamati cattolici siro-malabaresi.

Per risolvere la difficile situazione creatasi, papa Alessandro VII inviò allora alcuni missionari carmelitani, con a capo Giuseppe di Santa Maria Sebastiani, consacrato segretamente vescovo, con il titolo di vicario apostolico del Malabar (3 dicembre 1659). Ma ben presto la sua nomina a vicario apostolico, dipendente direttamente dalla Santa Sede (e non dal patronato portoghese), fu resa pubblica ed irritò il governo di Lisbona, che vedeva in questa nomina un'usurpazione dei suoi diritti. Le intenzioni della Santa Sede erano chiare: affidare al vicariato apostolico la cura dei cristiani siro-malabaresi per sottrarli al patronato portoghese e alla diocesi di Angamale.

Di fatto perciò, divennero due le giurisdizioni ecclesiastiche latine per i cattolici siro-malabaresi: l'arcidiocesi di Angamale (o Cranganore), dipendente dal patronato portoghese, ed il vicariato apostolico (dal 1709 rinominato vicariato apostolico di Verapoly), dipendente dalla Santa Sede. I rapporti fra le due istituzioni furono tesi, e non di rado missionari del vicariato apostolico vennero rinchiusi nelle prigioni dell'inquisizione di Goa. Tale situazione si protrasse fino al XIX secolo.

Nel 1758 nel Malabar coabitavano 50.000 cattolici di rito latino, 100.000 cattolici siro-malabaresi e 50.000 ortodossi malankaresi; gli edifici religiosi erano così suddivisi: 12 chiese latine, 84 siro-malabaresi e 30 ortodosse malankaresi.[3] Nel 1876 erano stimati in 260.000 i cattolici siro-malabaresi, di cui 180.000 sotto la giurisdizione di Verapoly, ed il resto dipendenti ancora da Goa; i preti erano 420, 215 le chiese o cappelle, 125 i seminaristi e sei i conventi.[4]

Un ulteriore motivo di tensioni e contrasti derivò dai tentativi del patriarca cattolico di Babilonia dei Caldei, Yosep VI Audo (1848-1878), di ripristinare l'antica consuetudine di inviare vescovi caldei per la Chiesa siro-malabarese. In due occasioni mandò dei vescovi, Mar Thomas Rochos e Mar Elia Mellus, che ebbero entusiastica accoglienza in India da parte della chiesa locale, ma furono osteggiati in tutti i modi dal patronato portoghese, dai missionari latini ed anche dalla Santa Sede, che con l'enciclica Quae in patriarchatu del 1º settembre 1876 minacciò di scomunica Mellus ed i suoi sostenitori. Mellus ritornò in patria e si sottomise alle decisioni di Roma, ma i suoi discepoli provocarono uno scisma: si staccarono dalla Chiesa siro-malabarese e fondarono la Chiesa mellusiana (oggi in comunione con la Chiesa assira d'Oriente).

L'emancipazione della chiesa cattolica siro-malabarese[modifica | modifica sorgente]

I rapporti tra Santa Sede e governo portoghese si appianarono nella seconda metà del XIX secolo favorendo la conclusione di un nuovo concordato, stipulato il 23 giugno 1886.

Così, il 20 maggio 1887, con il breve Quod iam pridem, papa Leone XIII tolse all'arcidiocesi di Verapoly e alla diocesi di Cranganore la giurisdizione sui cattolici siro-malabaresi, per i quali furono eretti due vicariati apostolici: quello di Trichur e quello di Kottayam. Il 28 luglio 1896, con il breve Quae rei sacrae, fu eretto un terzo vicariato apostolico (Ernakulam) e alla guida dei tre vicariati vennero posti per la prima volta dei vescovi siro-malabaresi. In questo modo, dopo quasi tre secoli, i cattolici indiani di rito orientale ebbero una loro autonomia giurisdizionale.

Papa Pio XI diede vita il 21 dicembre 1923 con la costituzione apostolica Romani Pontifices ad una gerarchia propria per la Chiesa siro-malabarese e nel 1934 diede il via ad un processo di de-latinizzazione dei riti che portò all'approvazione della nuova liturgia da parte di papa Pio XII nel 1957[5].

Nel 1992 papa Giovanni Paolo II elevò la Chiesa al rango di arcivescovile maggiore, nominando quale primo arcivescovo maggiore il cardinale Antony Padiyara (che rimase in carica fino alla scomparsa, nel 2000). Il 24 maggio 2011 per la prima volta la Chiesa cattolica siro-malabarese, riunita in sinodo con tutti i suoi rappresentanti, elesse il proprio responsabile maggiore, l'arcivescovo George Alencherry, confermato dalla Santa Sede il 26 maggio successivo.[6]

Struttura[modifica | modifica sorgente]

Provincia ecclesiastica di Ernakulam – Angamaly[modifica | modifica sorgente]

Provincia ecclesiastica di Changanacherry[modifica | modifica sorgente]

Provincia ecclesiastica di Kottayam[modifica | modifica sorgente]

Provincia ecclesiastica di Tellicherry[modifica | modifica sorgente]

Provincia ecclesiastica di Trichur[modifica | modifica sorgente]

Suffraganee di arcidiocesi latine[modifica | modifica sorgente]

Eparchia di metropolia ignota[modifica | modifica sorgente]

Immediatamente soggette alla Santa Sede[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Atti del Sinodo di Diamper (in portoghese).
  2. ^ Il Roz morì il 18 febbraio 1624. A lui succedettero altri due gesuiti: Stefano de Britto e Francisco Garzia.
  3. ^ Dictionnaire de Théologie Catholique, op. cit., col. 3126.
  4. ^ Idem, col. 3143.
  5. ^ La nuova liturgia fu poi effettivamente introdotta nel 1962.
  6. ^ Agenzia d'Informazione delle M.E.P..

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (FR) R. Janin, L'Eglise syrienne du Malabar, in Echos d'Orient, Tomo XVI, Anno 1913, pp. 526–535; Tomo XVII, Anno 1914, pp. 43–53
  • (FR) E. Tisserant, Syro-Malabar (Eglise), in Dictionnaire de Théologie Catholique, Tomo XIV, Seconda parte, Parigi 1941, coll. 3089-3162
  • (LA) Costituzione apostolica Romani Pontifices, AAS 16 (1924), pp. 257–262

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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