Caccia in Italia

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La caccia in Italia è regolata dalla Legge-quadro dell'11 febbraio 1992, n. 157 e s.m.i., in materia di Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio.[1]

La Legge 157/92 sancisce nell'art. 1, comma 1, la condizione della fauna selvatica entro lo Stato italiano come segue:

« La fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell'interesse della comunità nazionale ed internazionale. »

La fauna selvatica è considerata patrimonio indisponibile, per cui nessuno può disporne liberamente e la sua tutela è nell'interesse di tutti i cittadini, anche a livello sovranazionale.

Oggetto della tutela[modifica | modifica sorgente]

L'articolo 2, comma 1, stabilisce qual è la fauna selvatica (omeoterma) oggetto della tutela[2], ovvero:

« le specie di mammiferi e di uccelli dei quali esistono popolazioni viventi stabilmente o temporaneamente in stato di naturale libertà nel territorio nazionale. »

Lo stesso comma 1 stabilisce quali siano le specie particolarmente protette, ovvero il cui abbattimento, cattura o detenzione comporti l'applicazione di severe sanzioni penali, e sono:

« a) mammiferi: lupo (Canis lupus), sciacallo dorato (Canis aureus), orso (Ursus arctos), martora (Martes martes), puzzola (Mustela putorius), lontra (Lutra lutra), gatto selvatico (Felis sylvestris), lince (Lynx lynx), foca monaca (Monachus monachus), tutte le specie di cetacei (Cetacea), cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus), camoscio d'Abruzzo (Rupicapra pyrenaica);

b) uccelli: marangone minore (Phalacrocorax pigmeus), marangone dal ciuffo (Phalacrocorax aristotelis), tutte le specie di pellicani (Pelecanidae), tarabuso (Botaurus stellaris), tutte le specie di cicogne (Ciconiidae), spatola (Platalea leucorodia), mignattaio (Plegadis falcinellus), fenicottero (Phoenicopterus ruber), cigno reale (Cygnus olor), cigno selvatico (Cygnus cygnus), volpoca (Tadorna tadorna), fistione turco (Netta rufina), gobbo rugginoso (Oxyura leucocephala), tutte le specie di rapaci diurni (Accipitriformes e Falconiformes), pollo sultano (Porphyrio porphyrio), otarda (Otis tarda), gallina prataiola (Tetrax tetrax), gru (Grus grus), piviere tortolino (Eudromias morinellus), avocetta (Recurvirostra avosetta), cavaliere d'Italia (Himantopus himantopus), occhione (Burhinus oedicnemus), pernice di mare (Glareola pratincola), gabbiano corso (Larus audouinii), gabbiano corallino (Larus melanocephalus), gabbiano roseo (Larus genei), sterna zampenere (Gelochelidon nilotica), sterna maggiore (Sterna caspia), tutte le specie di rapaci notturni (Strigiformes), ghiandaia marina (Coracias garrulus), tutte le specie di picchi (Picidae), gracchio corallino (Pyrrhocorax pyrrhocorax);
c) tutte le altre specie che direttive comunitarie o convenzioni internazionali o apposito decreto del Presidente del Consiglio dei ministri indicano come minacciate di estinzione. »

L'art. 2, comma 2, stabilisce quale fauna selvatica non è oggetto della tutela:

« Le norme della presente legge non si applicano alle talpe, ai ratti, ai topi propriamente detti, alle arvicole. »

La licenza di caccia[modifica | modifica sorgente]

In Italia per essere abilitati all'esercizio dell'attività venatoria è indispensabile il possesso della licenza di porto di fucile[3] ad uso caccia. Per ottenere la licenza sono necessari:

  • certificato di idoneità al maneggio delle armi rilasciato da una sezione del Tiro a Segno Nazionale[4] a superamento della prova di tiro;
  • certificato anamnestico (comprovante l'idoneità psicofisica) rilasciato dal medico di famiglia o dalla A.S.L. di competenza;
  • superamento dell'esame di abilitazione all'esercizio venatorio, in forma scritta e orale, da tenersi presso la provincia di residenza. L'esame prevede quesiti su cinque materie, quali zoologia, normativa, armi e balistica, agricoltura e primo soccorso.

La licenza di porto di fucile può essere concessa solo a coloro abbiano requisiti di affidabilità tali da usare un'arma e che abbiano la fedina penale pulita, oltre che l'assenza di segnalazioni di polizia. Una volta ottenuta la licenza di porto di fucile, per esercitare la caccia è necessario provvedere al pagamento annuale della tassa governativa sul porto d'armi, le tasse a favore della regione e della provincia di competenza e della polizza assicurativa per sé e per il proprio ausiliare (uno o più cani da caccia). L'assicurazione di caccia, che può contenere diverse clausole a seconda della tipologia, è obbligatoria ed ha lo scopo di tutelare la responsabilità civile durante l'attività. Devono essere coperti gli infortuni del cacciatore stesso, morte, danni arrecati a terzi (cose o persone), infortunio o morte del proprio ausiliare. Il porto d'armi per uso caccia ha una durata di 6 anni e per essere rinnovato è necessario presentare, entro la data di scadenza, domanda di rinnovo alla questura di competenza, fornendo gli stessi certificati al momento del rilascio, eccetto la certificazione di abilitazione all'esercizio venatorio (esame). L'ottenimento della licenza di porto di fucile per uso caccia consente al cacciatore di esercitare le seguenti forme di caccia:

  • caccia vagante in zona Alpi (alcune regioni richiedono una speciale autorizzazione ed un ulteriore esame per accedere a tale forma di caccia);
  • caccia da appostamento fisso;
  • nell'insieme delle altre forme di attività venatoria consentite dalla legge (157/92) e praticate nel rimanente territorio destinato all'attività venatoria programmata;

Per altre forme di attività venatoria consentite dalla legge si intende la caccia in ATC (Ambito Territoriale di caccia) non da appostamento fisso le seguenti: Le forme di caccia consentite, eccetto nel caso di scelta dell'appostamento fisso sono :

  • caccia vagante all'avifauna migratoria
  • caccia alla beccaccia e/o beccaccino e alla piccola stanziale (con cane da ferma);
  • caccia da appostamento temporaneo;
  • caccia alla lepre;
  • caccia alla volpe
  • caccia al cinghiale, sia al singolo, sia in battuta, sia in braccata (in base alle normative regionali)

Altre forme di caccia consentite dalla legge e per le quali è necessario sostenere apposito esame di abilitazione son le seguenti:

Mezzi di caccia[modifica | modifica sorgente]

In Italia la caccia è consentita solo con i seguenti mezzi: fucile, arco e falco. Ogni altro mezzo è severamente vietato. La caccia di selezione può essere svolta con fucile o con arco, ma non con il falco. La caccia con fucile viene esercita con armi lunghe a ricarica manuale o semiautomatica e:

  • a canna liscia o anima liscia (fucile), di calibro non superiore a 12 (si ricorda che un calibro 8 è maggiore di un 12) e con un massimo di due colpi nel caricatore in caso di arma semi-automatica, ulteriormente limitato ad un colpo solo per la caccia in Zona Alpi (più uno in canna);
  • a canna rigata o anima rigata (carabina), di calibro non inferiore a 5,6 mm (misurato tra due pieni di passo) e altezza del bossolo a vuoto non inferiore a 40 mm.

L'uso di fucili automatici è vietato, così come l'uso di carabine ad aria compressa, in quanto classificate come armi sportive. La caccia con la balestra è severamente vietata, dato che è un'arma troppo silenziosa adatta alla caccia di frodo (bracconaggio) e può causare una morte non immediata al selvatico, e quindi dolore inutile, risultando la scelta del mezzo non etica.
La caccia agli ungulati è consentita con munizione esclusivamente a palla unica (no munizione spezzata).

Forme di caccia[modifica | modifica sorgente]

Caccia vagante[modifica | modifica sorgente]

La vagante è una forma di caccia da esercitarsi preferibilmente con un ausiliare, costituito dal cane da ferma o da cerca. Essa consiste nello spostarsi sul territorio in cerca della preda, tipicamente galliformi, scolopacidi o anatidi, uccelli di abitudini terrestri, ovvero che si spostano prevalentemente a terra, per procurarsi il cibo, rifugiarsi, ecc. Proprio per questo motivo risulta difficile scovarli in volo, quindi è indispensabile l'impiego del cane, che con l'olfatto sviluppato è in grado di scovare l'animale a terra e indicarne la presenza fermandosi in prossimità di essa, o facendolo involare nel caso si tratti del cane da cerca. Occasionalmente può essere esercitata col cane da ferma anche la caccia alla lepre.

Caccia di attesa[modifica | modifica sorgente]

La caccia di attesa consiste nell'aspettare il passaggio del selvatico senza nascondersi, o utilizzando cespugli, alberi, o usando richiami vivi consentiti.

Caccia da appostamento[modifica | modifica sorgente]

La caccia di appostamento si effettua da appostamento fisso o da appostamento temporaneo. È fisso quando l'appostamento è costituito in muratura e con materiale che rimane più di un giorno. Tale metodo non è consentito in Sicilia e in altre regioni d'Italia. È temporaneo quello costituito da ripari di fortuna o da attrezzature smontabili che non abbiano durata superiore ad una giornata di caccia.Quando l'appostamento necessita di preparazione di sito e nel terreno vi sono colture, occorre, il consenso anche verbale del proprietario o del conduttore. Non sono consentiti fini di lucro.

Caccia alla lepre[modifica | modifica sorgente]

La caccia alla lepre è una forma di caccia che si esercita con l'ausilio di cani da seguita (segugi) addestrati per fiutare e seguire le tracce delle lepri sino a scovarle e metterle in fuga, in modo che possano trovarsi a distanza di tiro utile dai cacciatori. Può essere esercitata sia in pianura, sia in montagna, con cacciatori appostati oppure in forma vagante.

Caccia al capriolo[modifica | modifica sorgente]

Il capriolo è cacciato quasi esclusivamente nella forma della caccia di selezione, che per essere praticata richiede il superamento di uno specifico esame di abilitazione per la caccia agli ungulati. Essa è praticata principalmente come strumento di controllo della fauna e per motivi scientifico sanitari. Data la vastità del suo arenile in Italia viene cacciato su tutto l'arco alpino (ove vi risiede la maggioranza dei caprioli, su quasi tutto l'arco appenninico settentrionale e nelle pianure tosco-emiliane, oltre che zone limitrofe agli arenili sopracitati. I calibri che sono soliti utilizzare per praticare questa caccia sono piccoli, vista la stazza dell'animale. Questo tipo di caccia viene svolta in differenti periodi differenziati per zona (Alpi o Pianura/Appennino) e per classi di tiro (ovvero Maschio, Femmina e Piccolo dell'anno) : nella zona faunistica delle Alpi viene cacciato nel periodo autunnale compreso tra settembre e dicembre (con un'anticipazione possibile per i maschi e chiusura dei maschi nel periodo 15 novembre-15 dicembre), nelle altre zone viene cacciato il maschio nel periodo 1 giugno-15 luglio e 15 agosto-30 settembre (normalmente le regioni/provincie scelgono una porzione di tempo all'interno del periodo e il periodo 15 luglio- 15 agosto viene sospesa per il periodo degli amori), la femmina e il piccolo dell'anno è possibile cacciarli nel periodo 1 gennaio- 15 marzo (salvo limitazioni di provincie/regioni).

Caccia alla volpe[modifica | modifica sorgente]

La caccia alla volpe è una forma di caccia che si esercita con l'ausilio di cani da seguita (segugi) addestrati per fiutare e seguire le tracce delle volpi sino a scovarle e metterle in fuga, in modo che possano trovarsi a distanza di tiro utile dai cacciatori. Può essere esercitata sia in pianura, sia in montagna, con cacciatori appostati oppure in forma vagante. La caccia alla volpe può essere fatta anche con l'utilizzo di cani da tana appositamente addestrati che fanno fuggire le volpi dagli accessi secondari dove sono appostati i cacciatori. Può essere fatta anche al singolo, ovvero all'aspetto. Sempre più spesso la volpe viene cacciata in interventi di controllo per evitare il prolificare della specie che è dannosa sugli altri piccoli mammiferi, vista la scomparsa della predazione secolare dell'uomo dovuta alle sue pellicce pregiate che ne assicurava un controllo.

Caccia al cinghiale[modifica | modifica sorgente]

La caccia al cinghiale è consentita in forma collettiva o singola e più recentemente anche in caccia di selezione (vedi paragrafo seguente sulla caccia di selezione). Le forme collettive si distinguono in braccata, girata e battuta.
La caccia al singolo è fatta da singoli cacciatori (o comunque un numero non superiore a 3), con o senza cani, con l'uso di fucili ad anima liscia o rigata, principalmente con l'uso di cani che "segnano" il selvatico e permettono l'avvicinamento del cacciatore al fine di trovare una posizione di tiro e colpire il selvatico; vi è compresa nella forma di caccia anche il tiro mattiniero e serale e la ricerca vagante del cinghiale, compresa la partenza accidentale del selvatico mentre si svolge un altro tipo di caccia La braccata è la forma collettiva di caccia al cinghiale maggiormente diffusa. Essa consiste nella ricerca e messa in fuga dei cinghiali da parte di una muta di cani appositamente addestrati (segugi e numerose altre razze) e gestiti da canai o canettieri, in modo tale che li dirigano verso il fronte di poste (appostamenti), dove attendono i cacciatori armati.
La girata è una forma di caccia collettiva, che prevede l'impiego di un solo cane altamente specializzato, detto limiere, e del suo conduttore per seguire le tracce del cinghiale, scovarlo e metterlo in fuga verso il fronte di cacciatori appostati. Rispetto alla braccata, il numero di persone coinvolte nella girata è nettamente minore.
La battuta è una forma di caccia collettiva che prevede l'impiego di sole persone, in cui un fronte di battitori spinge, facendo rumore, i cinghiali verso il fronte di poste.
In tutte queste forme, le armi impiegate per l'abbattimento dei cinghiali sono fucili calibro 12 con munizioni a palla asciutta, oppure carabine con munizioni di calibro non inferiore a 5,6 mm, inoltre si sta affermando di apposite ottiche di mira.

Caccia di selezione[modifica | modifica sorgente]

Per esercitare la caccia di selezione agli ungulati selvatici italiani, la cui legge permette la caccia ovvero cinghiale, capriolo, daino, cervo, camoscio e muflone, è necessario sostenere uno specifico esame di abilitazione, successivamente all'esame della licenza di porto di fucile ad uso caccia. Tale esame, da sostenersi nella provincia di competenza che ne definisce le modalità, in generale prevede una prova scritta e orale su biologia, comportamento e riconoscimento delle specie di ungulato oggetto di caccia selettiva, unitamente ad una prova pratica su campo di tiro[5], indetta dalla provincia. Per sostenere l'esame è necessario avere ricevuto una specifica preparazione, ottenibile mediante un corso di formazione per cacciatore esperto di ungulati[6]. Il corso ha una frequenza obbligatoria e si pone l'obiettivo di aumentare la cultura venatoria e il livello di conoscenza della specie e della biologia. Su tali corsi, nonostante l'assenza di una normativa chiara a livello nazionale, vi è una ricca normativa regionale e molte linee guida dell'ISPRA che regolamentano le modalità dei corsi, ai fini di creare una base comune per dare de facto una valenza nazionale al titolo del corso. Ciascun neo-cacciatore di selezione deve essere in grado di saper riconoscere e individuare il capo selezionato per l'abbattimento che gli è stato assegnato, oltre a possedere l'abilità necessaria ad eseguire un abbattimento il più possibile netto dell'animale.
La caccia di selezione può essere esercitata dal singolo cacciatore con arco o con fucile ad anima rigata (carabina), preferibilmente munito di ottica (cannocchiale): tale attrezzatura permette un tiro di precisione che assicuri un efficace abbattimento del capo selezionato, assegnato al cacciatore. La caccia di selezione con l'arco viene effettuata con archi compound, che per legge sono equiparati a fucili ad un solo colpo.
Il numero di capi prelevabili da ciascun cacciatore è variabile, a seconda del piano d'abbattimento annuale stabilito dalla Provincia per ciascun comprensorio alpino o ambito territoriale, il quale viene elaborato in base ai risultati dei censimenti annuali eseguiti sulle popolazioni di ungulato presenti sul territorio di pertinenza.

Caccia con il falco[modifica | modifica sorgente]

La caccia con il falco (falconeria) viene effettuata con l'utilizzo di un rapace diurno che, a seconda della specie, può essere impiegato per cacciare in volo o a terra diverse specie di uccelli e di lagomorfi di cui è consentito l'abbattimento. I rapaci notturni non possono essere utilizzati in quanto in Italia la caccia notturna, in qualsiasi forma, è vietata. Per la normativa, la caccia con il falco è considerata una forma esclusiva di caccia vagante.

Organi normativi[modifica | modifica sorgente]

In Italia l'attività venatoria è regolamentata dalla legge n.157 dell' 11 febbraio 1992 Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio[7], che costituisce fonte normativa primaria di carattere nazionale. Essa stabilisce mediante l'articolo 3, che Le regioni a statuto ordinario provvedono ad emanare norme relative alla gestione ed alla tutela di tutte le specie della fauna selvatica in conformità alla presente legge, alle convenzioni internazionali ed alle direttive comunitarie. Le regioni a statuto speciale e le province autonome provvedono in base alle competenze esclusive nei limiti stabiliti dai rispettivi statuti. Le province attuano la disciplina regionale ai sensi dell'articolo 14, comma 1, lettera f), della legge 8 giugno 1990, n. 142. in conformità alla legge statale. La presente Legge riporta espressamente il recepimento delle norme europee nell'articolo 4, che cita quanto segue: Le direttive 79/409/CEE del Consiglio del 2 aprile 1979, 85/411/CEE della Commissione del 25 luglio 1985 e 91/244/CEE della Commissione del 6 marzo 1991, con i relativi allegati, concernenti la conservazione degli uccelli selvatici, sono integralmente recepite ed attuate nei modi e nei termini previsti dalla presente legge la quale costituisce inoltre attuazione della Convenzione di Parigi del 18 ottobre 1950, resa esecutiva con legge 24 novembre 1978, n. 812, e della Convenzione di Berna del 19 settembre 1979, resa esecutiva con legge 5 agosto 1981, n. 503.

In base alla legge costituzionale 18 ottobre 2001 n.3, che ha modificato l'articolo 117 della Costituzione italiana, la potestà legislativa in materia di caccia, non essendo espressamente riservata alla legislazione dello Stato, spetta alle regioni. Tuttavia, poiché lo Stato si è riservato la potestà legislativa in tema di tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali, il potere delle regioni in materia venatoria è in parte limitato. La limitazione non esiste per le regioni a statuto speciale in quanto esse hanno la potestà legislativa in tema di ambiente e hanno propri Corpo Forestale e Polizia Provinciale.

Pianificazione faunistico-venatoria[modifica | modifica sorgente]

La caccia viene esercitata sul territorio agro-silvo-pastorale, concetto introdotto con la L. 157/1992 (art. 10), che tuttavia non ne stabilisce criteri e modalità precise per la sua identificazione, ma rimette tale competenza alle Regioni, cui spetta inoltre il compito di pianificazione faunistico-venatoria finalizzata

« per quanto attiene alle specie carnivore, alla conservazione delle effettive capacità riproduttive e al contenimento naturale di altre specie e, per quanto riguarda le altre specie, al conseguimento della densità ottimale e alla sua conservazione mediante la riqualificazione delle risorse ambientali e la regolamentazione del prelievo venatorio.[8] »

Ciascuna Regione deve destinare una quota dal 20 al 30 per cento del territorio agro-silvo-pastorale alla protezione della fauna selvatica in cui è vigente il divieto di abbattimento e cattura a fini venatori accompagnato da provvedimenti atti ad agevolare la sosta della fauna, la riproduzione, la cura della prole. Il territorio ricadente nella zona delle Alpi di ciascuna regione, è una zona faunistica a sé stante e il territorio agro-silvo-pastorale destinato a protezione è nella percentuale dal 10 al 20 per cento. La percentuale massima globale destinabile alla caccia riservata a gestione privata e a centri privati di riproduzione della fauna selvatica allo stato naturale (aziende faunistico-venatorie o agrituristico-venatorie) è del 15 per cento.
Sul rimanente territorio agro-silvo-pastorale le Regioni promuovono forme di gestione programmata della caccia, definendone criteri ed orientamenti (l'articolo 14 ne stabilisce le modalità), la cui pianificazione[9] dettagliata spetta alle Province, che predispongono i piani faunistico-venatori per zone omogenee, ovvero suddivisioni del territorio in ambiti territoriali e comprensori alpini.

Attività delle Regioni[modifica | modifica sorgente]

Ogni piano faunistico-venatorio stabilito dalla Regione ha una durata di 5 anni e definisce[10]:

  • la tipologia di utilizzo del territorio agro-silvo-pastorale per ogni Provincia, dettando la superficie massima destinata alla protezione della fauna;
  • i criteri di coordinamento dei piani faunistici elaborati dalle singole Province;
  • le linee guida per gli Istituti delle Oasi di protezione, delle Zone di Ripopolamento e Cattura e dei Centri pubblici di riproduzione della fauna selvatica;
  • i criteri di determinazione dei territori destinabili ad aziende faunistico venatorie, agrituristico venatorie e centri privati di riproduzione di fauna selvatica;
  • le linee guida di indennizzo per gli agricoltori e i danni arrecate alle loro attività economiche, per la tutela ed il ripristino degli habitat e per l’incremento della fauna;
  • l'individuazione di specie appartenenti alla fauna stanziale che necessitano di particolare tutela;
  • le linee guida di intervento per il ripristino degli equilibri faunistici;
  • i criteri di delimitazione e gestione degli ambiti territoriali di caccia e dei comprensori alpini;
  • i criteri di individuazione delle zone in cui è vietata la caccia (L.157/92, art. 13, comma 3) fino al raggiungemmo della specifica quota percentuale;
  • le linee guida regolamentanti la caccia in aree a regolamento specifico (ZPS).

Attività delle Province[modifica | modifica sorgente]

Nel rispetto dei criteri dettati dai Piani faunistico-venatori regionali, le amministrazioni provinciali provvedono a emanare i Piani faunistico-venatori provinciali, anch’essi aventi la durata di 5 anni. In essi le Province definiscono[11]:

  • la tipologia di utilizzo del territorio agro-silvo-pastorale per ogni Provincia, dettando la superficie massima destinata alla protezione della fauna;
  • i criteri di coordinamento dei piani faunistici elaborati dalle singole Province;
  • le linee guida per gli Istituti delle Oasi di protezione, delle Zone di Ripopolamento e Cattura e dei Centri pubblici di riproduzione della fauna selvatica;
  • i criteri di determinazione dei territori destinabili ad aziende faunistico venatorie, agrituristico venatorie e centri privati di riproduzione di fauna selvatica;
  • le linee guida di indennizzo per gli agricoltori e i danni arrecate alle loro attività economiche, per la tutela ed il ripristino degli habitat e per l’incremento della fauna;
  • l'individuazione di specie appartenenti alla fauna stanziale che necessitano di particolare tutela;
  • le linee guida di intervento per il ripristino degli equilibri faunistici;
  • i criteri di delimitazione e gestione degli ambiti territoriali di caccia e dei comprensori alpini;
  • i criteri di individuazione delle zone in cui è vietata la caccia (L.157/92, art. 13, comma 3) fino al raggiungemmo della specifica quota percentuale;
  • le linee guida regolamentanti la caccia in aree a regolamento specifico (ZPS).

Specie cacciabili e periodi di caccia generali[modifica | modifica sorgente]

Le specie di fauna selvatica cacciabili e i relativi periodi in cui è consentito cacciarli, sono riportati di seguito[12].

Specie cacciabili dalla terza domenica di settembre al 31 dicembre[modifica | modifica sorgente]

Specie cacciabili dalla terza domenica di settembre al 31 gennaio[modifica | modifica sorgente]

Specie cacciabili dal 1º ottobre al 30 novembre[modifica | modifica sorgente]

Specie cacciabili dal 1º ottobre al 31 dicembre o dal 1º novembre al 31 gennaio[modifica | modifica sorgente]

Numero di capi[modifica | modifica sorgente]

Il numero di capi di fauna selvatica cacciabile che ciascun cacciatore può prelevare nelle giornate di caccia è stabilito dalle Regioni, sentito l'organo di consulenza scientifica (INFS,oggi ISPRA[9]), come da comma 4 dell'articolo 18 della L. 157/92 e s.m.i.:

« Le regioni, sentito l'Istituto nazionale per la fauna selvatica, pubblicano, entro e non oltre il 15 giugno, il calendario regionale e il regolamento relativi all'intera annata venatoria, nel rispetto di quanto stabilito ai commi 1, 2 e 3, e con l'indicazione del numero massimo di capi da abbattere in ciascuna giornata di attività venatoria. »

Spazi, limiti e norme comportamentali[modifica | modifica sorgente]

La Legge 157/92 specifica le limitazioni e le norme comportamentali che un cacciatore è tenuto ad osservare, pena sanzioni penali o amministrative a seconda del reato commesso.

Giorni e orari[modifica | modifica sorgente]

Ciascun cacciatore può esercitare la caccia per 55 giornate a stagione venatoria e con un limite di tre giorni alla settimana (due giorni in Sardegna), ad esclusione del martedì e del venerdì che sono giorni di silenzio venatorio[13], per cui nessun cacciatore, per nessun motivo può andare a caccia. Gli orari di caccia e le date di apertura e chiusura per ciascuna specie sono rese note sul calendario venatorio regionale, pubblicato prima dell'inizio della stagione di caccia.
Il mancato rispetto degli orari prestabiliti e dei tre giorni prescelti per esercitare la caccia (all'infuori di quelli di silenzio venatorio) comporta l'applicazione di sanzioni amministrative (pecuniarie). Gli orari concessi per la caccia sono in via principale da un'ora prima dell'alba fino al tramonto, salva la caccia di selezione che è consentita fino ad un'ora dopo il tramonto e la caccia alla beccaccia o beccaccino che viene vietata in orario serale.

Spazi e distanze[modifica | modifica sorgente]

Ciascun cacciatore è tenuto a rispettare i limiti spaziali imposti dalla legge[14]. La caccia si esercita nel territorio agro-silvo-pastorale, per il quale è stata pianificata l'attività venatoria.
Entro tale territorio non è consentito l'esercizio venatorio nelle seguenti aree:

  • aie e corti o altre pertinenze di fabbricati rurali;
  • zone nel raggio di 100 m da immobili, fabbricati e stabili adibiti ad abitazione o a posto di lavoro;
  • entro il raggio di 100 m da macchine operatrici agricole in funzione.
  • entro la fascia di distanza inferiore a 50 m (per lato) da vie di comunicazione ferroviaria e da strade carrozzabili, eccetto le strade poderali ed interpoderali.
  • entro una distanza di 1000 m da tutti i valichi montani interessati dalle rotte di migrazione dell'avifauna.

Non è consentito l'atto di sparare da distanza inferiore a 150 m con fucile da caccia ad anima liscia, o da distanza corrispondente a meno di una volta e mezza la gittata massima in caso di uso di armi ad anima rigata, in direzione di:

  • immobili, fabbricati e stabili adibiti ad abitazione o a posto di lavoro;
  • vie di comunicazione ferroviaria e di strade carrozzabili, eccetto quelle poderali ed interpoderali;
  • funivie, filovie ed altri impianti di trasporto a sospensione;
  • stabbi, stazzi, recinti ed altre aree delimitate destinate al ricovero ed all'alimentazione del bestiame nel periodo di utilizzazione agro-silvo-pastorale.

Reati[modifica | modifica sorgente]

I seguenti reati sono perseguibili con sanzioni penali, che prevedono l'arresto e un'ammenda, di entità dipendente dal reato commesso:

  • Caccia in periodo di divieto generale (dalla chiusura del periodo di caccia all'apertura);
  • Abbattimento, cattura o detenzione di uccelli e mammiferi particolarmente protetti;
  • Abbattimento, cattura o detenzione di esemplari di orso, camoscio d'abruzzo, cervo sardo e muflone sardo;
  • Caccia esercitata in Parchi nazionali, Parchi naturali regionali, oasi di protezione, zone di ripopolamento e cattura, riserve naturali, giardini urbani e campi adibiti ad attività sportive;
  • Esercizio dell'uccellagione (cattura di uccelli con reti);
  • Caccia nei giorni di silenzio venatorio (martedì e venerdì);
  • Abbattimento, cattura o detenzione di esemplari appartenenti alle specie non cacciabili di fauna tipica stanziale alpina;
  • Abbattimento, cattura o detenzione di specie di mammiferi o uccelli nei cui confronti la caccia non è consentita o fringillidi in numero superiore a cinque o per chi esercita la caccia con mezzi vietati;
  • Caccia con l'ausilio di richiami vietati;
  • Caccia da autoveicoli, da natanti o da aeromobili;
  • Commercio o detenzione a tal fine di fauna selvatica.

Per l'imbalsamazione e la tassidermia sono previste le stesse sanzioni per l'abbattimento delle specie protette o particolarmente protette.

Bisogna considerare che, spesso di fatto, la presenza di reati penale diventa motivo ostativo al rinnovo del porto d'armi.

Statistiche sulla caccia[modifica | modifica sorgente]

Praticanti[modifica | modifica sorgente]

In Italia il numero dei cacciatori è in progressiva diminuzione[15][16] essendo passati dai 1 701 853 del 1980[17] (3,0% dell'allora popolazione italiana) ai 751 876 del 2007[18] (1,2% dell'attuale popolazione italiana) con un calo netto del 55,8% (57,9% in rapporto alla popolazione italiana) e "tale fenomeno va attribuito principalmente alla perdita di attrattiva della caccia evidente soprattutto tra le giovani generazioni particolarmente sensibili alle tematiche ambientali"[15]. Attualmente la maggior parte dei cacciatori ha un'età compresa tra i 65 e i 78 anni[19] e l'età media è in aumento a causa del mancato ricambio generazionale[15][20][21][22][23].

Opposizione alla caccia[modifica | modifica sorgente]

In Italia secondo alcuni sondaggi[24][25][26][27][28] la maggior parte dei cittadini è contraria alla caccia o richiede particolari restrizioni sulle normative che regolano l'attività venatoria.

Nel corso degli anni novanta sono stati proposti tre referendum per inasprire le norme che regolano la caccia, nessuno dei quali però raggiunse il quorum necessario del 50%:

  • 3 giugno 1990: referendum per l'inasprimento delle norme nella disciplina della caccia, affluenza: 43,4%, favorevoli: 92,2%, contrari: 7,8%;
  • 3 giugno 1990: referendum per il divieto di accesso ai cacciatori ai fondi privati, affluenza: 42,9%, favorevoli: 92,3%, contrari: 7,7%;
  • 15 giugno 1997: referendum per il divieto di accesso ai cacciatori ai fondi privati, affluenza: 30,2%, favorevoli: 80,9%, contrari: 19,1%.

Due dei referendum furono proposti con l'intento di abrogare l'articolo 842[29] del codice civile, particolarmente criticato dalle associazioni anticaccia. Secondo l'articolo 842 il proprietario di un fondo non può impedire che vi si entri per l'esercizio della caccia, a meno che non si tratti di un terreno coltivato[30], oppure il fondo sia recintato lungo l'intero perimetro (con una rete metallica o un muro di altezza non inferiore a 1,20 metri) o delimitato da corsi d'acqua perenni (il cui letto deve essere profondo almeno 1,50 metri e largo non meno di 3 metri)[31].

Effetti ecologici[modifica | modifica sorgente]

Positivi[modifica | modifica sorgente]

Alcune specie animali erbivore, causa assenza di predatori nel loro territorio, tendono a creare popolazioni non in grado di autoregolare la propria consistenza numerica, che in condizioni favorevoli tende quindi ad aumentare in maniera insostenibile per l'ambiente, causando danni alle attività umane, soprattutto in campo agricolo. Tale fenomeno si verifica soprattutto nelle specie appartenenti al gruppo degli ungulati, tipicamente il cinghiale, daino, muflone, capriolo, cervo, camoscio, stambecco. La caccia selettiva può rappresentare un importante fattore di contenimento di tali specie[32], in quanto, se la specie è ben conosciuta, attraverso un'efficace pianificazione è possibile gestire correttamente una popolazione, attraverso l'abbattimento selettivo degli individui. Tale pianificazione è realizzata da zoologi.[32]. Altro importante problema è la volpe che tende ad eliminare molti piccoli uccelli di terra nidificanti, e più in generale i nidi, oltre che i mammiferi piccoli, fino anche a predare piccoli di cinghiale e capriolo; ciò è dovuto alla progressiva scomparsa di questo tipo di caccia che ne costituiva un valido fattori limitante. Vi sono, anche, uccelli definiti nocivi, che tendono a fare danni ai coltivi oltre che invadere nicchie ecologiche altrui, minacciando numerosi endemismi a forte rischio di estinzione.[33]

Più in generale bisogna considerare che il progressivo abbandono dei coltivi, soprattutto in ambienti di bassa e media montagna (con accenni all'alta montagna nei limiti di quota del bosco) e in territorio collinare, con la ripresa del bosco, la scomparsa delle praterie, ha determinato forti cambiamenti nella fauna italiana. Basti pensare all'aumento degli ungulati e la diminuzione dei galliformi (soprattutto alpini), che cercano sostanze grezze nel bosco, a differenza dei galliformi che vivono in una debole forma di parassitismo verso l'uomo, ovvero hanno bisogno di una particolare cura del territorio.[33] Nulla nel territorio è ormai allo stato naturale vista la presenza dell'uomo che ha modificato l'ambiente a suo vantaggio, e tale affermazione trova risposta anche nella composizione della fauna italiana. In particolare vi sono particolare endemismi (tra cui i relitti glaciali) che si sono conservate grazie al contributo involontario dell'uomo, ovvero particolare endemismi che hanno prolificato e si sono espanse grazie all'opera dell'uomo, specie che sono minacciate ora dalla trasformazione del territorio che ha prodotto la presenza di predatori, ovvero il loro aumento, che con la concomitanza della diminuzione delle risorse trofiche, ovvero ambienti vocati alla specie, porta al rischio di estinzione, locale o totale, della specie. A tal fine la caccia, sia come controllo della specie, sia come fucina di dati scientifici, ha un apporto fondamentale.[33]

Negativi[modifica | modifica sorgente]

Diretti[modifica | modifica sorgente]

La caccia viene in genere consentita solo a specie le cui popolazioni sono stabili ed in buona salute. L'eccezione principale è la caccia agli uccelli migratori, le cui popolazioni coprono areali vasti, che spesso interessano Stati differenti e pertanto il loro studio risulta difficoltoso. Per tale motivo è difficile stimare la loro reale consistenza numerica e i dati delle ricerche scientifiche sono relativamente scarsi. Di conseguenza anche la sostenibilità di questa forma di caccia è ancora poco chiara, così come i danni arrecati agli uccelli migratori. Autorevoli pubblicazioni scientifiche dimostrano che è opportuno correlare l'intensità del prelievo delle specie migratorie all'effettiva consistenza delle popolazioni[34]. L'Italia, inoltre, è un crocevia di rotte di specie migratorie e un prelievo eccessivo durante la migrazione può avere effetti sulla consistenza delle specie a livello continentale[35][34]. A tal fine è interessante la creazione di progetti di coordinamento europei al fine di coordinare il prelievo, oltre che lo studio dei prelievi sotto il profilo scientifico.

Alcune specie protette ed alcune specie cacciabili di uccelli sono molto rassomiglianti per morfologia e piumaggio e non sempre nella situazione di caccia il discernimento è inequivocabile e questo può portare ad abbattimenti accidentali di specie in pericolo di estinzione[34].

Inoltre alcune specie, come la coturnice ed il gallo cedrone, sono cacciabili, in virtù di tecniche di caccia tradizionali, nonostante la consistenza delle loro popolazioni sia scarsa e che siano specie in declino e, quindi, che questa pratica sia poco o per nulla sostenibile[35][34]. Recenti studi editti da ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), ente governativo deputato allo scopo, tramite l'analisi dei carnieri di caccia, dei censimenti alle specie in questione e le nuove regolamentazioni adottate a protezione delle specie, uniti alla minor pressione venatoria, hanno fatto ripartire la presenza e la consistenza numerica delle specie nei loro arenili storici. Inoltre si è reso palese che la maggiore causa del declino della tipica alpina stanziale sia dovuta all'abbandono della montagna e alle predazione di mammiferi e uccelli opportunisti, che predano le uova e/o le classi giovani, unita ad un minor tasso di successo riproduttivo[36][33] [37]

Indiretti[modifica | modifica sorgente]

Uno degli impatti indiretti più gravi della caccia è la dispersione nel suolo e nelle acque interne di grandi quantità di piombo, che secondo recenti studi scientifici è causa di avvelenamenti mortali (saturnismo) in varie specie animali[38][39]. Recentemente è sempre più diffuso l'impiego di pallini di acciaio, che però richiedono armi particolari per poter essere usati per cui si suppone che serviranno diversi anni prima di vedere un impiego generalizzato di queste munizioni. Alcuni stati[non chiaro] già hanno vietato l'uso dei pallini in piombo in tutto o o in parte del loro territorio.

Un altro impatto indiretto che ha causato danni gravi, gravissimi o talvolta disastrosi alle popolazioni autoctone è l'inquinamento genetico nonché l'introduzione di specie aliene. Questo è avvenuto ad esempio con il cinghiale che, portato quasi all'estinzione nel secondo dopoguerra, è stato poi "rinsanguato" con esemplari di ceppo centroeuropeo caratterizzati da grosse dimensioni e prolificità assai più elevata di quelli di ceppo mediterraneo, con conseguenti problemi di sovrappopolazione[32]. Anche la lepre appenninica ha subito un fortissimo inquinamento genetico (che l'ha quasi portata all'estinzione) da parte della lepre europea a causa dei ripopolamenti fatti senza le necessarie garanzie di purezza del materiale immesso[40]. Tra le vere e proprie specie aliene introdotte per la caccia si possono ricordare il colino della Virginia[35] e la minilepre[40] che hanno stabilito popolazioni naturalizzate in varie parti del nord Italia. A tal fine, vi è una convergenza tra ISPRA e regolamentatori regionali/provinciali al fine di porre in atto misure venatorie atte ad eradicare le specie allottone, ovvero bloccarne l'aumento di arenile, tramite corposi piani di tiro selettivo (daino e muflone) e forte deregolamentazione con carnieri alti (minilepre e piccola selvaggina staziale).

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

  • La principale autorità competente sul territorio in materia di caccia è la Provincia.
  • Il corpo di vigilanza con autorità in materia di controllo venatorio e di tutela della fauna selvatica è la Polizia Provinciale, che è composto dalle proprie Guardie Provinciali cui spetta la vigilanza sul territorio. La Provincia si avvale altresì di Guardie Giurate Volontarie delle associazioni venatorie, agricole e di protezione ambientale riconosciute.
  • Un altro organo di controllo è il Corpo Forestale dello Stato, che possiede competenze di vigilanza venatoria.
  • È proibito vendere o anche solo detenere reti da uccellagione e trappole per la cattura e/o uccisione di fauna selvatica, pena arresto e ammenda (sanzione penale)[41].
  • La caccia notturna non è consentita, in nessuna forma.[42]
  • Ogni cacciatore deve dedicare 2/3 giornate l'anno al recupero ambientale, solitamente organizzate dalle associazioni venatorie, in cui si effettuano pulizie, sfalci e sistemazioni in territorio agro-silvo-pastorale, in base alle necessità riscontrate per il luogo. I cacciatori da appostamento fisso dedicano queste giornate alla sistemazione e pulizia della struttura e dell'ambiente di pertinenza.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Legge 11 febbraio 1992, n. 157, articolo 1, in materia di "Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio."
  2. ^ Legge 11 febbraio 1992, n. 157, articolo 2, in materia di "Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio."
  3. ^ Licenza di porto di fucile per uso venatorio
  4. ^ Unione Nazionale Tiro a Segno
  5. ^ Una prova pratica di tiro con carabina munita di ottica consiste nel mettere a bersaglio un certo numero di colpi a distanze di tiro differenti (in genere 100 m, 200 m o anche 300 m). La prova è verificata dai commissari di tiro e dalle Guardie provinciali che assistono e si considera superata nel momento in cui l'esaminando mette a bersaglio il numero di colpi prestabilito e il suo comportamento nel maneggiare l'arma è giudicato idoneo alla sicurezza per sé e per gli altri. Le prove di tiro sono organizzate in poligoni per tiro di lunga distanza selezionati dalla provincia, oppure in campi di tiro appositamente adibiti a esami e taratura periodica dell'arma.
  6. ^ Tali corsi possono essere organizzati da province o da associazioni e federazioni venatorie.
  7. ^ Legge 11 febbraio 1992, n. 157, in materia di "Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio."
  8. ^ L.157/92 - Art. 10, comma 1.
  9. ^ a b Per la pianificazione faunistico-venatoria, Stato, Regioni e Province si avvalgono del parere dell'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, ora sezione dell'ISPRA, organo scientifico e tecnico di ricerca e consulenza.
  10. ^ L. 157/92 - Art. 10, comma 8.
  11. ^ Piano Faunistico Venatorio Provinciale
  12. ^ Legge 11 febbraio 1992, n. 157, articolo 18, in materia di "Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio."
  13. ^ Durante i giorni di silenzio venatorio non è consentito neppure il tiro di campagna (sparo all'aperto) - vedi p. 39 Sintesi del diritto delle armi
  14. ^ L. 157/92 - Articolo 21.
  15. ^ a b c Istituto nazionale di statistica, Coltivazioni agricole, foreste e caccia, anno 2000, pagina 179
  16. ^ Sempre meno con doppietta al braccio, dal 1980 è crollo da APCOM
  17. ^ Istituto nazionale di statistica, Annuario Statistico Italiano, anno 1980
  18. ^ Istituto nazionale di statistica, Annuario Statistico Italiano, anno 2007, pagina 342
  19. ^ elaborazione Coldiretti, su dati Istat e Federcaccia (Coldiretti, Quanti sono i cacciatori in Italia?)
  20. ^ La storia della caccia
  21. ^ Maestro fucile
  22. ^ Caccia, sempre meno doppiette al via
  23. ^ Caccia e pesca
  24. ^ sondaggio SWG del 2001
  25. ^ sondaggio Abacus del 2003
  26. ^ sondaggio Eurisko del 2005
  27. ^ sondaggio Ipsos del 2010
  28. ^ sondaggio Eurispes del 2013
  29. ^ Codice Civile, Articolo 842, Caccia e pesca: Il proprietario di un fondo non può impedire che vi si entri per l'esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto suscettibili di danno. Egli può sempre opporsi a chi non è munito della licenza rilasciata dall'autorità. Per l'esercizio della pesca occorre il consenso del proprietario del fondo.
  30. ^ coltura in atto: significa che il passaggio di uomini e animali può danneggiare il raccolto. Anche un frutteto, si dice coltura in atto quando i frutti sono pendenti, ovvero visibili sulla pianta e danneggiabili dai pallini da caccia.
  31. ^ Legge 11 febbraio 1992, n. 157, articolo 15, in materia di "Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio.", comma 8, L'esercizio venatorio è vietato a chiunque nei fondi chiusi da muro o da rete metallica o da altra effettiva chiusura di altezza non inferiore a metri 1,20, o da corsi o specchi d'acqua perenni il cui letto abbia la profondità di almeno metri 1,50 e la larghezza di almeno 3 metri. I fondi chiusi esistenti alla data di entrata in vigore della presente legge e quelli che si intenderà successivamente istituire devono essere notificati ai competenti uffici regionali. I proprietari o i conduttori dei fondi di cui al presente comma provvedono ad apporre a loro carico adeguate tabellazioni esenti da tasse.
  32. ^ a b c *Boitani L., Lovari S., Vigna Taglianti A. Mammalia III, Calderini, 2003
  33. ^ a b c d Manuale per il Cacciatore di Montagna, Università di Torino e Provincia di Belluno
  34. ^ a b c d *Blasi C., Boitani L., La Posta S., Manes F., Marchetti M. Stato della biodiversita in Italia - Contributo alla strategia nazionale per la biodiversità Palombi editori, 2005
  35. ^ a b c *Brichetti P., Fracasso G. Ornitologia italiana, Perdisa editori, 2003
  36. ^ studi ISPRA
  37. ^ Linee guida per la gestione della tipica alpina - Regione Piemonte
  38. ^ Massimo Piacentino, Piombo che uccide in Il Forestale, Corpo forestale dello Stato, gennaio/febbraio 2009. (archiviato il 13 febbraio 2014).
  39. ^ Alessandro Andreotti e Fabrizio Borghesi, Il piombo nelle munizioni da caccia: problematiche e possibili soluzioni, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ottobre 2012. (archiviato il 2 dicembre 2012).
  40. ^ a b *Amori G., Contoli L., Nappi A. Mammalia II, Calderini, 2008
  41. ^ Art. 21, comma 1, lettere v) e z) della L. 157/92 e s.m.i.
  42. ^ L. 157/92 e s.m.i. - art. 31, comma 1, lettera g) "sanzione amministrativa da lire 200.000 a lire 1.200.000 per chi esercita la caccia in violazione degli orari (...)"

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Monaco Andrea, Carnevali Lucilla e Toso Silvano (2010), Linee guida per la gestione del Cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette, Quaderni di Conservazione della Natura, n. 34, ISPRA - Ministero dell'Ambiente, ISSN 1592-2901.
  • Mori Edoardo, Antolini Andrea (2011), La caccia - il diritto della caccia, le leggi, la giurisprudenza commentata, note di balistica venatoria, Scala Editore.
  • Realini G., Gabusi M., Guarnieri A., Spagnesi M., Buzzini A., Quercioli B., Scarselli D., Zoller G., Oliviero F., Ruberti E., Massadri M., Quadri M., Sirtori P.G., Benatti A. (2008), Manuale dell'aspirante cacciatore - La licenza di caccia, Edizioni RGF, ISBN 978-88-900128-7-7.
  • Scherini Giovanni, Provincia di Sondrio (1994), Piano faunistico-venatorio: art.14 L.R. no. 26 ; Piano di miglioramento ambientale : art.15 L.R, Edizione 26, Amministrazione Provinciale di Sondrio.
  • Simonetta A.M., Dessì-Fulgheri F., Principi e tecniche di gestione faunistico-venatoria, Greentime, 2000.
  • Toso Silvano, Genovesi Piero (2009), Linee guida per la gestione della Volpe in Italia, Associazione Teriologica Italiana, Hystrix - Italian Journal of Mammalogy ISSN 1825-5272.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]