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Storia della Sicilia islamica

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Storia della Sicilia.

Emirato di Sicilia
Emirato di Sicilia – Bandiera
Sicilia-Idrisi1154-XIIIsec.jpg
Dati amministrativi
Nome ufficialeإمارة صقلية Imārat Ṣiqilliyya
Lingue ufficialiarabo
Lingue parlatearabo siciliano, greco, volgare siciliano
CapitaleBalarm
Dipendente daEmirato aghlabide, poi Imamato fatimide
DipendenzeBaghdad, Qayrawān, al-ʿAbbāsiyya, Raqqāda, Mahdiyya, al-Manṣūriyya, poi Il Cairo
Politica
Forma di Statosottogovernatorato
Forma di governoEmirato
Dinastia governanteKalbiti
Nascita827
Fine1091
CausaConquista normanna
Territorio e popolazione
Bacino geograficoSicilia
Economia
Produzionizucchero, cotone, olio, grano, tessuti
Commerci conpaesi del Mediterraneo
Esportazionizucchero (di canna), olio, vino, grano, canapa, fichi, mandorle, agrumi, datteri
Religione e società
Religioni preminentiIslam e Cristianesimo
Religione di StatoIslam
Religioni minoritarieEbraismo
Classi socialiGuerrieri, imam, contadini, nobili
Evoluzione storica
Preceduto daPalaiologos-Dynasty-Eagle.svg Impero Bizantino
Succeduto daCoat of Arms of Roger I of Sicily.svg Contea di Sicilia

Il dominio islamico sulla Sicilia (Ṣiqilliyya[1]) iniziò a partire dallo sbarco a Capo Granitola presso Mazara del Vallo nell'827 e terminò con la caduta di Noto nel 1091.

Precedentemente, intorno al 700, era stata occupata l'isola di Pantelleria da ʿAbd al-Malik b. Qaḥṭān[2].

Palermo, centro principale del potere musulmano in Sicilia, cade nel 1072, conquistata dai normanni.

Contesto storico precedente alla conquista[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sicilia bizantina e Sikelia.

Già a partire dal VII secolo l'isola aveva subito molte incursioni musulmane.

Gli Arabi si erano attestati sulla sponda africana - dove esistevano piccoli regni Berberi sconfitti dal condottiero ʿUqba b. Nāfiʿ intorno al 685 a seguito della celebre "cavalcata" che lo portò fino alle sponde atlantiche del sud del Marocco - del Mar Mediterraneo, avevano già conquistato parte della Spagna e le isole di Malta e Pantelleria. La Sicilia era ritenuta strategica per il controllo del Mediterraneo a discapito dei rivali Bizantini.

Primi attacchi berberi alla Sicilia (652-826)[modifica | modifica wikitesto]

L'opera di conquista musulmana della Sicilia e di parti dell'Italia meridionale durò 75 anni. I primi attacchi navali musulmani diretti in Sicilia, regione dell'Impero romano d'Oriente, si verificarono nel 652: queste incursioni furono organizzate all'epoca in cui il futuro califfo omayyade Muʿāwiya b. Abī Sufyān era wālī (governatore) della Siria, da poco conquistata all'Impero bizantino, e furono condotte da Muʿāwiya b. Ḥudayj della tribù dei Kinda. Le razzie durarono alcuni anni; l'esarca di Ravenna Olimpio organizzò una spedizione per frenare le razzie, ma non riuscì ad impedire che gli Arabi portassero via con sé un ricco bottino.

Una seconda spedizione si verificò nel 669. La spedizione era composta da 200 navi da Alessandria d'Egitto. Venne saccheggiata per un mese Siracusa, capitale dell'isola, e il territorio circostante. Completata nel VII secolo la conquista da parte degli Omayyadi dell'Ifrīqiya, gli attacchi alla Sicilia a scopo di saccheggio si fecero costanti: ne avvennero nel 703, 728, 729, 730, 731; nel 733 e 734 la reazione militare bizantina fu notevole.

La prima vera spedizione per la conquista dell'isola fu lanciata nel 740: il principe musulmano Habib, che aveva partecipato all'occupazione del 728 di Siracusa, iniziò l'impresa ma fu costretto a rinunciarvi per la necessità di sedare una rivolta berbera in Tunisia. Un nuovo attacco fu portato a Siracusa nel 752.

Nell'805, il patrizio imperiale di Sicilia Costantino firmò una tregua di dieci anni con Ibrāhīm b. al-Aghlab, emiro d'Ifrīqiya (nome che gli invasori arabi dettero alla romana Provincia Africa), ma questo non fu un impedimento per i corsari provenienti dall'Africa e della Spagna musulmana ad attaccare ripetutamente tra l'806 e l'821 la Sardegna e la Corsica. Nell'812 il figlio di Ibrāhīm, ʿAbd Allāh I b. Ibrāhīm, ordinò una invasione vigorosa della Sicilia, ma le sue navi furono prima ostacolate dall'intervento di Gaeta e Amalfi, e poi distrutte in gran parte da una tempesta. Tuttavia, essi riuscirono a conquistare l'isola di Lampedusa e, nel mar Tirreno, a depredare e devastare Ponza e Ischia. Un ulteriore accordo tra il nuovo patrizio Gregorio e l'Emiro stabilì la libertà di commercio tra l'Italia meridionale e l'Ifrīqiya. Dopo un ulteriore attacco di Muḥammad b. ʿAbd Allāh, cugino dell'emiro Ziyādat Allāh nell'819, sulle fonti non sono citati attacchi musulmani verso la Sicilia fino all'827.

I prodromi dell'invasione[modifica | modifica wikitesto]

La disgregazione dell'Impero bizantino e la sua debolezza si facevano pesantemente sentire in Sicilia, alimentando un certo malcontento.

Tra l'803 e l'820 l'efficienza bizantina nel quadrante centrale del Mediterraneo cominciò a decrescere vistosamente, in concomitanza con il governo dell'Imperatrice Irene che contribuiva ad accrescere lo stato di debolezza dell'Impero.

Il turmarca della flotta bizantina Eufemio di Messina, che si era impadronito del potere in Sicilia con l'aiuto di vari nobili, chiese l'aiuto dei regnanti Maghrebini nell'825 per tutelare il suo dominio sull'isola. I Bizantini reagirono duramente sotto la guida di Fotino ed Eufemio, battuto a Siracusa, scappò in Ifrīqiya (all'incirca l'attuale Tunisia). Lì trovò rifugio presso l'emiro aghlabide di Qayrawān, Ziyādat Allāh I, cui chiese aiuti per realizzare uno sbarco in Sicilia e cacciare gli odiati bizantini.

Gli Aghlabidi erano allora squassati da un acuto contrasto che contrapponeva la componente indigena, islamizzata in seguito alle prime conquiste islamiche del VII secolo e condotta da Manṣūr al-Tunbūdhī, all'esercito arabo che era giunto in Ifrīqiya all'epoca dell'istituzione dell'Emirato, per volere del califfo Hārūn al-Rashīd col primo Emiro Ibrāhīm b. al-Aghlab.

I musulmani, che forse avevano già progettato un'invasione della Sicilia, prepararono una flotta di 70 navi, chiamando al jihād marittimo il maggior numero di volontari, ufficialmente per assolvere a un obbligo morale ma di fatto per allontanare dall'Ifrīqiya il maggior numero possibile di sudditi facinorosi che non avevano mancato di creare gravi tensioni, tanto nelle file della componente araba quanto all'interno dei ranghi berberi, con grave nocumento per la popolazione civile.

La conquista aghlabide della Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Conquista islamica della Sicilia.

L'invasione ebbe inizio il 17 giugno dell'827 e lo stuolo in gran parte berbero (ma guidati da elementi arabi o, talora, persiani), fu affidato al qādī di Qayrawān, Asad b. al-Furāt, grande giurisperito malikita autore della notissima Asadiyya, di origine persiana del Khorāsān. Secondo la successiva cronaca araba di Shihāb al-Dīn Aḥmad ibn 'Abd al-Wahhāb al-Nuwayrī, adattata al fine di mostrare un originale intento conquistatore:

«Sommò lo esercito a settecento cavalli e diecimila fanti; il navilio a settanta o secondo altri cento barche»

(M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, 2 voll., Firenze, Le Monnier, 1854-1872 (rist. 2002), I, p. 279 e nota 447)

Lo sbarco avvenne il giorno seguente nei pressi di Capo Granitola, vicino Mazara del Vallo, e fu occupata Lilibeum (l'odierna Marsala, in arabo Marsa ʿAlī, "il porto di ʿAlī" o Marsa Allāh, ossia il "porto di Dio") ed entrambi i centri furono fortificati e usati come testa di ponte e base di attracco per le navi.

La spedizione che voleva con ogni probabilità (al di là del leggendario racconto cristiano) effettuare una razzia in profondità dell'isola, non s'illuse di poter superare le formidabili difese di Siracusa, la capitale bizantina dell'isola, ma la sostanziale debolezza bizantina, da poco uscita da un duro conflitto contro l'usurpatore Tommaso lo Slavo, fece prospettare ad Asad la concreta possibilità che l'iniziale intento strategico potesse essere facilmente mutato in una spedizione di vera e propria conquista.

Superato in uno scontro dall'indeterminata ampiezza un non meglio identificato Balatas (Curopalate?), messo in fuga presso Corleone, e superata quindi alla meglio nell'828 un'epidemia, probabilmente di colera, che portò alla morte per dissenteria lo stesso Asad (sostituito da Muḥammad b. Abī l-Jawārī per volere degli stessi soldati[3]), i musulmani ottennero rinforzi nell'830, in parte dall'Ifrīqiya (allora impegnata a respingere l'attacco del duca di Lucca, Bonifacio II) e in maggior parte da al-Andalus, mentre in Sicilia giunse un gruppo di mercenari al comando del berbero Asbagh b. Wakīl, detto Farghalūs.

L'assedio di Messina.

Fu così possibile ai musulmani - che già avevano preso Agrigentum (divenuta in seguito Girgenti, rimasta sempre a stragrande maggioranza berbera) - espugnare nell'agosto-settembre dell'831 Palermo, eletta capitale della Sicilia islamica (Ṣiqilliyya), quindi Messina, Mūdhiqa (موذقة) e Ragusa (il cui nome pre-islamico tuttavia è ancora discusso), mentre Enna (in seguito indicata come "Castrogiovanni") fu presa solo nell'859. Resisteva Siracusa, sede dello strategos da cui dipendevano tanto il drungariato di Malta quanto le arcontie (ducati) di Calabria, di Otranto e, almeno teoricamente, di Napoli.

Dettaglio di un manoscritto (Skyllitzes Matritensis, fol. 100v) che ricorda la conquista di Siracusa (878)

Fu necessario più d'un decennio per piegare la resistenza degli abitanti del solo Val di Mazara e ancor più per impadronirsi tra l'841 e l'859 del Val di Noto e del Val Demone. Cefalù cadde nell'837, Corleone nell'839, Caltabellotta nell'840, Messina nell'842, Modica nell'845, nell'848 Ragusa, nell'853 Butera, Enna (Castrogiovanni) nell'859, nell'865 Scicli e l'anno dopo definitivamente Noto[4]. In questo contesto la battaglia di Butera conclusasi intorno all'845 con il massacro di almeno 9000 soldati bizantini fu decisiva per il controllo dell'isola.

Siracusa, superato il blocco impostale tra l'872 e l'873 da Khafāja b. Sufyān b. Sawdān (o Sawādan), cadde il 28 maggio 878, a oltre mezzo secolo dal primo sbarco, al termine d'un implacabile assedio condotto dal generale Ja'far ibn Muhammad che si concluse col massacro di 5.000 abitanti e con la schiavitù dei sopravvissuti, riscattati solo molti anni più tardi. Restavano le fortezze di Taormina e Catania.

L'ultima roccaforte importante della resistenza bizantina a cedere fu Tauromenium (Taormina) il 1º agosto del 902 sotto gli attacchi del decimo emiro aghlabide, Abū l-ʿAbbās ʿAbd Allāh Ibrāhīm b. Aḥmad (902-903). L'ultima fortezza a resistere ai musulmani fu Rometta che capitolò solo nel 965, quando l'Emirato aghlabide era già caduto da oltre mezzo secolo sotto i colpi degli ismailiti Fatimidi. Catania e alcune parti del Val Demone non caddero mai sotto il dominio arabo[5].

Nel 902, il padre di Abū l-ʿAbbās ʿAbd Allah, Ibrāhīm II (875-902), dismessi i panni di Emiro per il veto opposto alla sua nomina dal califfo abbaside di Baghdad, al-Muʿtaḍid, indossò quelli del mujāhid (combattente del jihād) e tentò di risalire l'Italia, con l'idea di giungere poi, non senza grande ottimismo, fino a Costantinopoli, non è chiaro se via terra (assolutamente sconosciuta ai geografi musulmani) o se via mare. Passò pertanto lo Stretto e percorse in direzione nord la Calabria. Non trovò particolare resistenza ma la sua marcia si arrestò nei dintorni di Cosenza, che forse fu la prima cittadina a opporsi con un certo impegno all'invasione. Tuttavia l'arresto avvenne probabilmente più per il disordine con cui le operazioni militari furono svolte e per la carenza di conduzione militare, che impedirono di cogliere concreti risultati. Inoltre Ibrāhīm, colto da dissenteria, spirò in breve tempo e le sue truppe, al limite dello sbando, si ritirarono. Così si concluse la velleitaria conquista della "Terra grande" (al-arḍ al-kabīra).

Sicilia islamica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Governanti islamici di Sicilia.

Il periodo di dominazione islamica della Sicilia, dall'827 al 1072, può essere suddiviso in tre parti:

  • la prima quando (827-910) la Sicilia aveva un governatore nominato dall'emiro aghlabide di Qayrawan;
  • la seconda (910-948) durante la quale i governanti erano fatimidi
  • la terza, (948-1019) l'epoca dei Kalbiti: una dinastia sciita-ismailita voluta dall'Imam fatimide, che finì col governare in modo autonomo l'Isola, da vero e proprio emirato.

Tra il 1040 e il 1091 vi furono degli Emirati indipendenti:[6]

  • Palermo, governo oligarchico poi Alì ‘ibn al Mu’Izzo ‘Ibn Bâdîs, nel 1072 di nuovo sotto il Comune.[6]
  • Mazara del Vallo e Trapani (emiro ʿAbd Allāh ibn Mankūt) fino al 1053 (?)[6]
  • Siracusa e Noto (emiro Ibn al-Thumna) fino al 1062.
  • Enna (Ibn al-Ḥawwās)[7], poi Agrigento governata da Ayyub Ibn al Mu’izz ibn Bâdîs, Poi entrambe le città da Ibn Hammud fino al 1087 circa.[6]
  • Catania sotto Ibn al Maklâtî fino al 1053, ma la data è incerta.[6]

Suddivisione amministrativa[modifica | modifica wikitesto]

  • Governatorato con sede a Palermo (dal 948 Emirato)
    • Iqlīm di Mazara, Siracusa, Enna

L'Emirato di Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

La suddivisione dell'Italia intorno all'anno Mille

È necessario dire che il governo dell’isola non fu esente da lotte intestine tra fazioni che si contendevano il potere.

La Sicilia fu gestita in piena autonomia dai suoi emiri, anche se formalmente non fu contestato il vincolo formale di dipendenza dagli Aghlabidi dapprima e dai Fatimidi poi.

La Sicilia provincia del califfato Fatimida[modifica | modifica wikitesto]

Dal 910 l'isola fu governata dai Fatimidi che avevano messo fine all'emirato aghlabide in Ifrīqiya ai primi anni del X secolo. Nel 915 a seguito di un accordo di tregua tra il reggente Fatimida Ibn Qurhub e l’imperatrice di Bisanzio Zoe che concedeva la somma di 22.000 monete d’oro, i berberi agrigentini si ribellarono considerando l’accordo un errore, dato che avrebbero voluto proseguire le scorrerie nell’Italia meridionale. La ribellione infiammò la Sicilia e Ibn Qurhub scelse di rinunciare alla carica di governatore per andare in esilio. Ma il 16 luglio 916 venne catturato e massacrato. La rivoluzione dei berberi fu di breve periodo perché dall’Africa giunse il capitano Abu saìd Musa detto ad-Daif che assediata Palermo per sei mesi venne conquistata grazie ad un accordo con cui si consegnavano i capi della rivolta ossia Abû detto il Peloso, figlio di Giafar. A seguito della conquista la Sicilia fu retta da Salīm b. Asad ibn Rashīd al-Kutāmī (917-937) consentendo un ventennio di pace e tranquillità politica.[8]

I fatimidi divisero la gestione dell’emiro in amministrazione civile affidata al wali (governatore) e ai militari provenienti dall’Africa gli aspetti bellici. Nel 937 Agrigento si ribellò contro il governatore locale che una volta sconfitto facilitò l’avanzata su Palermo che nuovamente assediata, questa volta cedette ai berberi dall’interno. Dall’Ifrīqiya il secondo emiro Fatimida al-Qaim (934-946) inviò il comandante Abu’l Abàs Khalìl Ibn Ishàq che giunto a Palermo con un grosso esercito la riprese, ma lavorando alla costruzione di una cittadella fortificata della Kalsa. L’anno successivo i berberi ritentarono nuovamente sconfiggendo i Fatimidi. Ma il comandante Khalìl assediò nuovamente Palermo per otto mesi riprendendola. Nel 939 la ribellione scoppiò in tutto il Val di Mazara con la richiesta di aiuto persino all’imperatore bizantino che inviò delle forze insufficienti finché nel 940 i tumulti furono sedati.[9]

L’emirato Kalbita[modifica | modifica wikitesto]

L'isola venne suddivisa amministrativamente in tre valli (aqālīm, pl. di Iqlīm): Val di Mazara, Val Demone e Val di Noto.

Dopo l'invasione le etnie più significative presenti erano quella araba, quella berbera, quella indigena e quella persiana, con qualche raro elemento turco di provenienza centro-asiatica.

Quando nel 948 l’emirato Fatimida venne spostato in Egitto, la conduzione dell'isola fu affidata, con la più ampia autonomia, ai loro fedeli emissari Kalbiti che crearono un emirato di fatto indipendente ma fedele al governo del Cairo. Il dominio Kalbita durato quasi cento anni corrisponde anche all’epoca d’oro della Sicilia islamica, un periodo ricco di arte e cultura.

Il primo emiro Kalbita fu al-Hasan ibn Alì (948-953), mentre il capitano dell’esercito era il Fatimida al-Mansùr che dovette subito reprimere delle rivolte a Palermo. Poi si mosse verso la Calabria dov’è alcune città bizantine di erano rifiutate di pagare i tributi (gizyâh) ai musulmani. Nel 951 intervenne l’imperatore Bizantino Costantino Porfirogenito a protezione delle sue città, ciò innescò una serie di scontri per cui l’emiro accettò un armistizio in cambio di cospicui balzelli. Ma l’avanzata musulmana non si fermò conquistarono Reggio Calabria provocando la reazione di Costantino che nel 957 entrò a Reggio abbattendo la moschea erettavi.[10]

Al-Hasan recandosi presso la nuova capitale Mahdiyya nel rendere omaggio al quarto sceicco Fatimida pressò affinché potesse completare la conquista delle ultime città della Sicilia sotto il controllo Bizantino. Al-Muìzz acconsentì la rottura dell’accordo preesistente con i bizantini e fornì le truppe necessarie per proseguire nella conquista. Nel 962 fu espugnata Taormina, dopo un lungo assedio finalmente cadde anche Rometta nel maggio del 965. Nello stesso periodo cambiò il comando della Sicilia subentrando Ahmad o Ammâr.[11]

Nel 970 deposto il precedente emiro giunse a Palermo Ali Ibn al-Hasan (970-982) che riuscì a sedare le tensioni tra berberi e arabi. Ma l’emiro era minacciato da un tentativo Bizantino di conquista di Messina nel 976, tentativo fermato che anzi consentì ad Ali di saccheggiare diverse città bizantine del Sud Italia. Nel 982 le milizie italiane si unirono sotto il comando dell’imperatore tedesco Ottone II che riprese diverse città del Sud Italia e negli scontri Ali venne ucciso e l’imperatore si salvò fuggendo su di una imbarcazione.[12]

Gli emiri che si succedettero ebbero spesso un regno breve, alcuni regnarono male, altri non riuscirono più ad estendere i territori come nel passato, ma anzi i vari tentativi vennero sempre più respinti da una convergenza di interessi da parte dei regni italiani di scacciare i musulmani. Si avviava così una fase di decadenza dell’emirato, anche perché le nuove generazioni di regnanti non avevano la stessa tempra dei genitori.

Contesto economico, culturale e sociale[modifica | modifica wikitesto]

I musulmani imposero ai cristiani che non intendevano convertirsi all'Islam la consueta fiscalità prevista dalla dhimma (più pesante rispetto a quella riservata ai sudditi musulmani - assoggettati al solo pagamento della zakāt - e costituita dalla jizya ed eventualmente dal kharāj), così la parte occidentale dell'isola si convertì quasi al 50%, mentre la parte orientale mantenne prevalentemente la fede cristiana. Nell'usuale statuto giuridico della dhimma ai cristiani fu vietato di fare proselitismo e di edificare nuovi luoghi di culto, consentendo tuttavia il culto in forma privata nella pratica nicodemica e nelle chiese già esistenti e furono soppressi i vescovadi[13] Altri non-arabi siciliani, furono ridotti in schiavitù e deportati nella città tunisina di Qayrawan, che all'epoca era la capitale del grande Imamato fatimide dell'Africa nord-occidentale. Tra questi i genitori cristiano-bizantini di quello che diventerà uno dei più grandi generali islamici: Giafar al-Siqilli.

Sotto il dominio musulmano le comunità ebraiche siciliane -in particolar modo quella di Palermo- aumentarono di numero, per l'arrivo di ebrei schiavi e riscattati dai loro correligionari. Gli ebrei durante il periodo musulmano furono perlopiù artigiani e commercianti che condussero un lucroso commercio tra la Sicilia, il Maghreb e l'Egitto. Grazie al livello di ricchezza e prosperità che raggiunsero poterono donare denaro allo yeshivah di Palestina. Gli ebrei, esattamente come i cristiani, pagavano la jizya e l'imposta sugli immobili (kharāj), dalla seconda metà dell'XII secolo iniziarono a pagare anche una tassa speciale sulle merci importate (ushr). Una lettera scritta alla vigilia della conquista normanna, intorno al 1060, spiega che l'ultimo sovrano musulmano di Palermo, Muḥammad ibn al-Bābā al-Andalusī, nominò Zakkāar ben ʿAmmār nagid della comunità ebraica palermitana.[14]

L'eventuale conversione del "non arabo" (siciliano o bizantino) comportò la restituzione dello status di uomo libero (Mawlā) e, per un artifizio giuridico non esente da implicazioni sociali di una certa importanza, essi venivano affiliati giuridicamente alla tribù araba d'appartenenza di quanti avevano combattuto nell'area e l'avessero conquistata.[13]

Muqarnas all'interno della Cappella Palatina di Palermo

Palermo (Balarm) fu designata capitale in quanto residenza dell'Emiro, ebbe un notevole sviluppo urbanistico divenendo potente e popolosa. Ibn Hawqal, mercante e geografo nel X secolo nel suo Viaggio in Sicilia parla di Palermo come città dalle "trecento moschee".[15] Nonostante questo la maggioranza della popolazione non si convertì all'Islam.

L'economia[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la maggioranza degli storici, Amari in testa, la Sicilia, con la conquista, rifiorì sia economicamente che culturalmente e godette di un periodo lungo di prosperità. Vennero introdotte tecniche innovative nell'agricoltura, in particolare nel Val di Mazara, e abolita la monocoltura del grano che risaliva al tardo impero, si passò alla varietà delle coltivazioni. Fu anche frantumato il latifondo. Nel commercio l'isola fu inserita in un'estesa rete marittima, divenendo il punto nevralgico degli scambi mediterranei.

In agricoltura si diffuse la coltivazione dei cereali, vite e olivo che era una coltivazione asciutta e non richiedeva irrigazione. Le nuove piante introdotte come l'arancio, il limone, la canna da zucchero, il papiro e gli ortaggi necessitavano di irrigazione. Ciò fa intuire un apporto soprattutto locale piuttosto che arabo in quanto pur essendo prodotti provenienti dai paesi limitrofi, gli arabi e i berberi non possedevano le stesse capacità dei romani, quanto al trasporto dell'acqua. A meno di non considerare un contributo specifico di tecnici persiani, che possedevano un'ottima tradizione rispetto ai popoli del Nord Africa.

L’amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

L'emiro era a capo dell'esercito, dell'amministrazione, della giustizia e batteva moneta. È anche assai probabile che a Palermo fosse attivo un ṭirāz, laboratorio in cui le autorità sovrane facevano creare tessuti di grande pregio (spesso concessi in segno di apprezzamento ai propri sudditi per premiarli della loro opera o come dono di Stato nel caso dell'invio o del ricevimento di ambascerie straniere). L'Emiro - che risiedeva nell'odierno Palazzo Reale - nominava i governatori delle città maggiori, i giudici (qāḍī) più importanti e gli arbitri in grado di dirimere le controversie minori fra privati (hakam). Esisteva anche un’assemblea di notabili detta giamà’a che affiancava e in alcuni casi sostituiva l’emiro nelle decisioni.[16]

Bisogna anche specificare che la dominazione musulmana nell’isola non fu uguale, la divisione nelle tre valli serviva anche a distinguere i differenti approcci di governo. La Sicilia occidentale infatti era maggiormente islamizzata e la presenza numerica degli arabi era molto maggiore rispetto alle altre parti. Nel Val Demone poi le difficoltà nella conquista e le resistenze della popolazione determinarono una dominazione perlopiù concentrata nel mantenimento delle tasse e dell’ordine pubblico.[16]

I combattenti o giund nel conquistare le terre ottenevano i 4/5 come bottino (fai’) e 1/5 era riservato allo Stato o al governatore locale (khums), ciò seguendo le regole del diritto islamico. Tuttavia questa regola non venne sempre rispettata e in molte aree come in quella di Agrigento i nuovi proprietari non ne avrebbero avuto il diritto. Ma c’è da dire che questa distribuzione delle terre determinò la fine del latifondo e la possibilità di uno sfruttamento migliore delle terre. Vennero così introdotte nuove coltivazioni laddove da secoli si coltivava solo il grano. Comparve la canna da zucchero, gli ortaggi, gli agrumi, i datteri e i gelsi e si avviò anche uno sfruttamento minerario.[17]

La monetazione[modifica | modifica wikitesto]

La moneta introdotta dagli arabi era il dinar, in oro e dal peso di 4,25 grammi. Il dirhem era d’argento e pesava 2,97 grammi. Gli aghlabiti introdussero il solidus in oro e il follis in rame. Mentre a seguito della conquista di Palermo nel 886 venne coniata la kharruba che valeva 1/6 di dirhem.[18]

La decadenza[modifica | modifica wikitesto]

Nello scenario di discordie e di instabilità creatosi, con l'emiro ziride ʿAbd Allāh che nel 1036 aveva preso possesso l'isola contro i Kalbiti, i Bizantini tentarono nel 1038 una riconquista con Stefano, fratello dell'imperatore Michele IV il Paflagone, alcune truppe normanne ed esuli lombardi, guidate dal generale Giorgio Maniace. La spedizione fu un insuccesso da un punto di vista strategico ma i risultati tattici conseguiti furono di grande importanza, perché egli riuscì a sbaragliare un esercito in numero maggiore. Ma soprattutto veniva meno il mito dell'invincibilità degli arabi che dettero finalmente dei segni di cedimento interno su su tutto il territorio siciliano.[19] Maniace poi fu richiamato in patria nel 1043 a causa delle invidie che le sue imprese avevano suscitato e non poté più riprendere in Sicilia le sue azioni militari. Nel suo corpo di spedizione aveva però militato il normanno Guglielmo Braccio di Ferro che, tornato tra i suoi parenti, riferì delle meraviglie dell'isola e della possibilità di farsene un dominio a scapito dei musulmani. L'isola da allora fu divisa in tre diversi emirati praticamente indipendenti e rivali tra loro: la parte occidentale (gran parte del cosiddetto Val di Mazara) fu sotto il dominio di Abd Allah ibn Mankut; Ali-ibn-Ni’ma, detto ibn al-Hawwas (l’agitatore) ebbe i territori da Messina fino a Castrogiovanni (oggi Enna) fino ad estendersi ad Agrigento; l’ultimo, ibn al-Maklati divenne il reggente di Catania e del Val di Noto. In questa frammentazione si evidenzia l'avvio della decadenza musulmana in Sicilia.[19]

La conquista normanna[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sicilia normanna.
Ruggero I di Sicilia, con Roberto il Guiscardo, riceve le chiavi della città di Palermo dagli Arabi

L'imperatore Michele IV il Paflagone, volle iniziare una campagna di riconquista della Sicilia dagli arabi, che venne affidata al generale Giorgio Maniace. Alla fine dell'estate del 1038, sbarcò nell'isola, dove in brevissimo tempo occupò Messina. Successivamente la spedizione si diresse verso l'antica capitale dell'isola, Siracusa, che resistette fino al 1040.
Quello stesso anno Maniace tra Randazzo e Troina sconfisse le truppe musulmane di un non meglio identificato ʿAbd Allāh ma poco dopo una rivolta interna lo costrinse ad abbandonare la Sicilia e a ritirarsi in Puglia.

Fu così che nel febbraio 1061 i Normanni di Roberto il Guiscardo e, sul campo, dal fratello Ruggero, della famiglia degli Altavilla, sbarcarono nei pressi di Messina per iniziare le operazioni di conquista dell'isola. L'occupazione di Messina avvenne poco dopo e, nonostante l'arrivo di rinforzi dal Maghreb, la superiorità militare normanna a poco a poco s'impose in un'isola ormai preda delle contese tra i piccoli signorotti (qāʾid) musulmani. Nel 1063 nei pressi del fiume Cerami (un affluente del Salso) Ruggero sconfisse un esercito di arabi siciliani e ifriqiyani, in cui cadde anche il qāʾid di Palermo, Arcadio[20].

Contribuì alla disfatta degli Arabi anche la Repubblica Marinara di Pisa, alleata dei normanni, che nel 1063 attaccò il porto di Palermo mettendo in grave difficoltà i musulmani e saccheggiando numerose navi, con un bottino che servirà anche per la costruzione della famosa cattedrale in Piazza dei Miracoli. Catania fu occupata nel 1071 nella seconda discesa normanna, e Palermo nel 1072, dopo un anno d'assedio.

L'inutile resistenza fu capeggiata da Ibn ʿAbbād conosciuto come Benavert, signore di Siracusa che resistette fino al 1086. La Sicilia diventò completamente normanna al termine di 30 anni di guerra, con la caduta di Noto nel 1091.

Latinizzazione dell'isola con i normanni[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Contea di Sicilia e Insediamento musulmano di Lucera.

Il normanno Regno di Sicilia di Ruggero II è stato caratterizzato dalla sua natura multietnica e dalla tolleranza religiosa.[21] Normanni, ebrei, arabi musulmani, greci bizantini, francesi settentrionali,[22] popolazioni "longobarde"[23] e siciliani "nativi" vissero in discreta armonia sotto il potere normanno.[24][25] Per almeno un secolo l'arabo rimase una lingua del governo e dell'amministrazione nello Stato normanno e tracce permangono ancora oggi nella lingua dell'isola.[26] Tuttavia, quando i Normanni ebbero conquistato l'isola, i musulmani dovettero scegliere tra la volontaria partenza o l'assoggettamento all'autorità cristiana. Molti musulmani scelsero di andarsene, sempre che avessero i mezzi per farlo. Infatti, la religione islamica proibisce ai musulmani di vivere sotto un governo non-musulmano, se ciò possa essere evitato. Una parte della comunità islamica tuttavia rimase, anche alla luce di un'importante fatwā dell'imam al-Māzarī che legittimava la permanenza di musulmani in Dār al-ḥarb purché fosse loro consentito di godere concretamente del portato della Legge islamica.

“La trasformazione della Sicilia in una terra cristiana”, sottolinea David Abulafia, “fu anche, paradossalmente, opera di coloro la cui cultura era minacciata”.[27][28] Nonostante la presenza di popolazione cristiana di lingua araba, alcuni contadini musulmani cominciarono ad accettare il battesimo dai cristiani greco-ortodossi, adottando nomi greco-ortodossi; in molti casi, servi della gleba cristiani aventi nomi greci, elencati nei registri di Monreale, avevano genitori musulmani viventi.[27][29] Tuttavia i governanti normanni seguirono costantemente una politica di latinizzazione (intesa come conversione dell'isola al Cristianesimo romano) e una delle più evidenti testimonianze in tal senso resta l'avvio nel 1130 della costruzione della Cappella Palatina, all'interno dell'antico Palazzo emirale, diventato palazzo regio dei Normanni, per volere di re Ruggero II[30] consacrata il 28 aprile 1140 come chiesa privata della famiglia reale. I lavori furono completati nel 1143.[31]
Alcuni musulmani finsero di convertirsi: un rimedio che poteva fornire protezione individuale, ma non consentire la sopravvivenza di una comunità.[32]

Negli anni 1160 iniziarono i pogrom "longobardi" (intesi nel senso di "lombardi di Sicilia", in realtà genti che provenivano dall'odierno Piemonte, oltre che dall'attuale Lombardia)[33] contro i musulmani[32] che in Sicilia furono sempre più separati dai cristiani, anche dal punto di vista geografico. La maggior parte delle comunità musulmane dell'isola fu confinata oltre una frontiera interna che divideva la metà sud-occidentale dell'isola dal cristiano nord-est. I musulmani siciliani erano una popolazione sottomessa, che dipendeva dalla benevolenza dei padroni cristiani e in ultima analisi, dalla protezione reale. Fin tanto che si poté esprimere la protezione della Corona normanna sui suoi sudditi musulmani, le cose non precipitarono ma una violenta rivolta di alcuni nobili contro re Guglielmo il Malo comportò anche l'esplodere di una politica ferocemente anti-musulmana nell'isola. La dura repressione regia della rivolta di Ruggero Sclavo e di una parte della nobiltà, aveva nel 1161 salvato la vita ai sudditi musulmani della Corona. Si ricorderà, ad esempio, come fu distrutta la ribelle città di Piazza (che allora sorgeva nell'attuale zona del Casale, non a caso chiamato dei testi dell'epoca Casalis Saracenorum) e come fossa ripopolata la nuova città, fatta risorgere sul colle che ancor oggi la ospita, con genti lombarde (in maggioranza però del Monferrato, di Novara, di Asti e di Alessandria), che v'imposero la loro parlata che con crescenti difficoltà è in uso ancor oggi.[34] Quando re Guglielmo il Buono morì però nel 1189, la protezione reale venne meno e si poté dare il via a incontrastate aggressioni contro i musulmani dell'isola, facendo scomparire ogni residua speranza di coesistenza, nonostante la totale subordinazione musulmana all'elemento cristiano.

Dopo la morte di Enrico VI nel 1197 e quella di sua moglie Costanza l'anno successivo in Sicilia si verificarono tumulti politici. Priva della protezione reale e con Federico II ancora fanciullo sotto la custodia del papa, la Sicilia divenne un campo di battaglia per le forze rivali tedesche e papali.
I ribelli musulmani dell'isola si schierarono con i signori della guerra tedeschi, come Marcovaldo di Annweiler. In risposta, Innocenzo III proclamò una crociata contro Marcovaldo, sostenendo che aveva stretto una diabolica alleanza con i Saraceni di Sicilia. Nondimeno, nel 1206 lo stesso papa tentò di convincere i leader musulmani a rimanere leali.[35] A quell'epoca, stava assumendo proporzioni critiche la ribellione dei musulmani, che controllavano Jato, Entella, Platani, Celso, Calatrasi, Corleone (presa nel 1208), Guastanella e Cinisi. In altre parole, la rivolta musulmana si era estesa ad un intero tratto della Sicilia occidentale. I ribelli erano guidati da Muḥammad b. ʿAbbād; che si proclamò "comandante dei credenti", coniò sue monete e tentò di ottenere aiuto da altre parti del mondo musulmano.[36][37]

Nel 1221 Federico II, non più bambino, rispose con una serie di campagne contro i ribelli musulmani e le forze degli Hohenstaufen sradicarono i difensori da Jato, Entella e dalle altre fortezze. Piuttosto che sterminarli, nel 1223, Federico II e i cristiani cominciarono le prime deportazioni di musulmani a Lucera.[38] Un anno più tardi, furono inviate spedizioni per porre sotto il controllo reale Malta e Gerba ed evitare che le loro popolazioni musulmane aiutassero i ribelli.[36] Paradossalmente, in quest'epoca gli arcieri saraceni erano una componente comune di questi eserciti "cristiani" e la presenza di contingenti musulmani nell'esercito imperiale rimase una realtà anche sotto Manfredi e Corradino.[39][40]

I normanni, e i loro successori Hohenstaufen, nel corso di due secoli, "latinizzarono" gradualmente la Sicilia, e questo processo sociale gettò le basi per l'introduzione del Cristianesimo di obbedienza romana, in contrasto con l'ortodossia greco-bizantina, precedente all'occupazione araba. Il processo di latinizzazione fu grandemente favorito dalla Chiesa di Roma e dalla sua liturgia.
L'annientamento dell'Islam in Sicilia fu completato entro la fine degli anni quaranta del XIII secolo, quando ebbero luogo le ultime deportazioni a Lucera,[41] poi distrutta da Carlo II d'Angiò.

Le tracce rimaste nel territorio[modifica | modifica wikitesto]

L'architettura[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Architettura arabo-normanna.
La chiesa normanna di San Cataldo (Palermo), ricca di elementi architettonici arabi, fu forse realizzata su una preesistente moschea

Se nell'oggettistica le tracce musulmane sono numerose e visibili, in architettura invece il periodo islamico non ha lasciato tracce dirette di sé (si discute dell'originalità del Bagno di Cefalà Diana, degli ambienti inferiori della Cappella Palatina, del castello della Cannita, di tratti del complesso di San Giovanni degli Eremiti e di altri luoghi in Sicilia, tra cui rare tracce sporadiche presso la Valle dei Margi), se non esigui resti archeologici, come l'unica moschea fin qui nota, presso il Teatro di Segesta. Il motivo risiede forse nel fatto che i musulmani in parte si erano limitati a destinare a nuovo uso e a modificare edifici e strutture preesistenti ma, assai più significativa sarebbe stata la volontà di cancellare il ricordo del periodo islamico a guidare l'intento distruttivo delle nuove autorità dell'isola, messo in atto a partire dal periodo angioino. Molte testimonianze artistiche sarebbero state volutamente cancellate, così come avverrà più tardi nella Spagna della Reconquista cristiana. Un'evidente traccia di architettura musulmana in Sicilia rimarrebbe, dunque, nei soli edifici realizzati dai normanni - in tempi alquanto posteriori - ricorrendo a manodopera islamica, fra cui si possono ricordare il Castello della Zisa (dall'arabo ʿAzīza, "Meravigliosa"), il Castello della Cuba (dall'arabo qubba, "cupola") di cui faceva parte la Cubula (la "piccola Cuba") - entrambe collocate in un complesso lacustre artificiale, circondato da un'estesa foresta, cui fu dato il nome di Jannat al-arḍ, "Il giardino - o paradiso - della terra": il Genoardo.

Musicisti arabi alla corte di Ruggero, mosaico della Cappella Palatina

Si ricorderanno anche la Cappella Palatina (cioè di Palazzo) e il parco reale della Favara, dall'arabo Fawwāra, "sorgente". D'altra parte, non si possono non tenere in conto le osservazioni dello storico Peri: "Le spade normanne per quanto affilate e pesanti non valevano a rompere le pietre; e non sembra che i normanni abbiano prediletto distruggere le città occupate con il fuoco, [...] accanimento [...] dal quale comunque le pietre almeno non sarebbero state distrutte né gli edifici sradicati dalle basi". In definitiva, Peri attribuisce l'assenza quasi totale di tracce di un'architettura civile o monumentale in Sicilia dei due secoli di dominazione araba al fatto che i conquistatori berberi importarono sull'isola abitudini abitative tipiche delle coste africane prospicienti: utilizzo del legno per le costruzioni e, soprattutto, trogloditismo, cioè tendenza ad abitare le caverne.[42]

Va notato che parte dell'architettura dell'epoca fu anche riutilizzata nei secoli successivi e inserita in altri contesti. Ad esempio nel portico sud della Cattedrale di Palermo si trova ancora una colonna con un'iscrizione araba, probabilmente originale, che riporta il versetto 54 della sūra 7 del Corano, detta "del Limbo", che recita "Egli copre il giorno del velo della notte che avida l'insegue; e il sole e la luna e le stelle creò, soggiogate al Suo comando. Non è a Lui che appartengono la creazione e l'Ordine? Sia benedetto Iddio, il Signor del Creato!"[43].

Restano ancora poco conosciute tracce di iscrizioni cufiche che se valorizzate potrebbero invece ricostruire un tessuto storico valido per la nuova rivalutazione di un periodo storico affascinante. Fra queste vi è una testimonianza di fede=sciadda (leggasi shahāda) sul Monte Altesina nella provincia di Enna.

L’urbanistica[modifica | modifica wikitesto]

Oltre all’architettura la dominazione araba la lasciato tracce indelebili sull’urbanistica di diverse città. Seppur non più evidenti, a causa delle sovrapposizioni costruttive dei secoli successivi, paiono evidenti i segni in molte località come: Noto, Agrigento, Palermo, Mazara del Vallo ecc. In alcuni di essi sussiste ancora oggi la toponomastica del quartiere Rabato, un borgo residenziale.

Le influenze linguistiche e toponomastiche[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Lingua siculo-araba.

La dominazione araba ha influito parecchio nel plasmare i dialetti siciliani in cui sono presenti diversi termini di origine araba. Essendo la lingua in uso per parecchio tempo, ha inciso anche sulla toponomastica di parecchi nomi presenti sull'isola.

Il termine qual’at (castello) è all’origine di diverse città come: Calascibetta, Caltanissetta, Caltagirone, Caltavuturo. Gebel (monte) è all’origine di: Gibilmanna, Gibellina, Mongibello.

Le influenze culturali[modifica | modifica wikitesto]

Chi ha saputo cogliere in maniera netta le influenze arabe nel carattere, nei gesti e persino nell'aspetto dei siciliani è stato Guy de Maupassant che viaggiando in Sicilia nella seconda metà dell'Ottocento ha individuato molti aspetti che richiamano la dominazione musulmana:

«Nel siciliano [invece], si trova già molto dell'arabo. Egli possiede la gravità di movimento, benché tenga dall'italiano una grande vivacità di mente. Il suo orgoglio natìo, il suo amore per i titoli, la natura della sua fierezza e persino i tratti del viso lo avvicinano anzi più allo spagnolo che all'italiano. Tuttavia, quel che suscita sempre, non appena si mette piede in Sicilia, l'impressione profonda dell'oriente, è il timbro della voce, l'intonazione nasale dei banditori per le strade. La si ritrova ovunque, la nota acuta dell'arabo, quella nota che sembra scendere dalla fronte nella gola, mentre, nel nord, sale dal petto alla bocca. E la cantilena trascinata, monotona e morbida, sentita di sfuggita dalla porta aperta di una casa, è proprio la stessa, col ritmo e con l'accento, di quella cantata dal cavaliere vestito di bianco che guida i viaggiatori attraverso i grandi spazi spogli del deserto.»

(Guy de Maupassant, Viaggio in Sicilia)

Governanti della Sicilia islamica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Governanti islamici di Sicilia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Adattamento del toponimo greco Σικελία.
  2. ^ Francesco Renda (2003), vol. 1, p. 219.
  3. ^ M. Amari, I:407
  4. ^ Francesco Renda (2003), vol. 1, p. 226.
  5. ^ Francesco Renda (2003), vol. 1, p. 246.
  6. ^ a b c d e Costantino 2005, p. 60.
  7. ^ Goffredo Malaterra, Imprese del conte Ruggero e del fratello Roberto il Guiscardo, Palermo, Flaccovio, 2000, p. 53 (in cui sono riportate in modo non corretto le traslitterazioni dei nomi dei tre emiri arabi, citati invece correttamente da Michele Amari).
  8. ^ Costantino 2005, pp. 46-47.
  9. ^ Costantino 2005, pp. 47-48.
  10. ^ Costantino 2005, pp. 48-49.
  11. ^ Costantino 2005, pp. 50-51.
  12. ^ Costantino 2005, p. 53.
  13. ^ a b Fara Misuraca, La Sicilia Araba, Brigantino - il Portale del Sud. URL consultato il 7 agosto 2010.
  14. ^ Palermo
  15. ^ È evidente che nel computo erano comprese tanto le grandi moschee quanto i più semplici e piccoli oratori.
  16. ^ a b Costantino 2005, p. 63.
  17. ^ Costantino 2005, p. 64
  18. ^ Costantino 2005, p. 89
  19. ^ a b Pasquale Hamel, L'invenzione del regno: dalla conquista normanna alla fondazione del Regnum Siciliae (1061-1154), Nuova Ipsa, 2009, pp. 13-14, ISBN 978-88-7676-413-4. URL consultato il 14 dicembre 2017.
  20. ^ Goffredo Malaterra, Imprese del Conte Ruggero e del fratello Roberto il Guiscardo, Palermo, Flaccovio Editore, 2000, pp. 75-79
  21. ^ (EN) Vincenzo Salerno, Sicilian Peoples: The Normans, su Best of Sicily. URL consultato il 21 maggio 2009.
  22. ^ Michele Amari, Storia dei musulmani di Sicilia, III voll., Catania, Prampolini, 1937, vol. III, parte I, p. 222.
  23. ^ Il termine Langobardia indicava generalmente la Calabria ma importanti gruppi umani furono persuasi ad emigrare in Sicilia, prevalentemente dalle terre dell'odierno Monferrato piemontese, dall'entroterra ligure e da aree dell'attuale Lombardia, attirate dalle possibilità di far fortuna sotto il dominio capace e vivace dei Normanni. Per approfondimenti, vedi il lemma Dialetti gallo-italici di Sicilia e Lombardi di Sicilia.
  24. ^ (EN) Roger II, in Encyclopædia Britannica, Encyclopædia Britannica Online, 2009. URL consultato il 21 maggio 2009 (archiviato dall'url originale il 23 maggio 2007).
  25. ^ (EN) Louis Inturrisi, Tracing The Norman Rulers of Sicily, in The New York Times, 26 aprile 1987. URL consultato il 21 maggio 2009.
  26. ^ (EN) Denis Mack Smith, Moses I. Finley, A History of Sicily: Medieval Sicily 800—1713, Londra, Chatto & Windus, 1968, ISBN 0-7011-1347-2.
  27. ^ a b (EN) Charles Dalli, From Islam to Christianity: the Case of Sicily, in Joaquim Carvalho (a cura di), Religion, ritual and mythology: aspects of identity formation in Europe (PDF), PLUS, Pisa University Press, , 10-1-2006, p. 159, ISBN 978-88-8492-404-9. URL consultato il 21 maggio 2009 (archiviato dall'url originale il 16 febbraio 2012).
  28. ^ (EN) David Abulafia, The end of Muslim Sicily, in James M. Powell (a cura di), Muslims under Latin Rule 1100-1300, Princeton University Press, 1990, p. 109, ISBN 978-0-608-20142-9.
  29. ^ Jeremy Johns, The Greek church and the conversion of Muslims in Norman Sicily?, in Byzantinische Forschungen, nº 21, 1995, pp. 133-157. Per il cristianesimo greco-ortodosso in Sicilia si veda anche Vera von Falkenhausen, Il monachesimo greco in Sicilia, in Cosimo Damiano Fonseca (a cura di), La Sicilia rupestre nel contesto delle civiltà mediterranee, vol. 1, Lecce, Congedo, 1986.
  30. ^ La Cappella Palatina, su palermoviva.it.
  31. ^ Assemblea Regionale Siciliana - Il Palazzo dei Normanni
  32. ^ a b Dalli,  p. 160
  33. ^ Fu la loro forte presenza a determinare in varie località dell'Isola l'affermarsi dei cosiddetti "Dialetti gallo-italici di Sicilia. Cfr. M. Amari, Storia dei musulmani... cit., pp. 224-239.
  34. ^ Amari ricordava (nota n. 3, p. 233, della citata sua opera) come Angelo De Gubernatis lo avesse avvertito della "stretta parentela del dialetto monferrino con que' di Piazza, Nicosia, Sanfratello e Aidone".
  35. ^ Dalli,  pp. 160-161
  36. ^ a b Dalli,  p. 161
  37. ^ (FR) Pierre Aubé, Roger II de Sicile: un normand en Méditerranée, Payot, 2001, ISBN 978-2-228-89414-2.
  38. ^ (EN) Lowe Alfonso, The barrier and the bridge: historic Sicily, illustrazioni di Alfonso Lowe, Norton, 1972, p. 92.
  39. ^ Frederick II: A Medieval Emperor
  40. ^ (EN) Giovanni Amatuccio, Saracen Archers in Southern Italy, su De Re Militari, giugno 2001. URL consultato il 23 maggio 2009 (archiviato dall'url originale il 28 novembre 2007).
  41. ^ (EN) David Abulafia, Frederick II: a medieval emperor, Allen Lane The Penguin Press, 1988, ISBN 978-0-7139-9004-1.; traduzione italiana di Gianluigi Mainardi: Federico II: un imperatore medievale, Einaudi, 1993. ISBN 978-88-06-13197-5
  42. ^ A questo proposito, Peri cita alcuni toponimi che riflettono questo stato di cose: Gardūţa (Grotte) vicino Agrigento; Gurfa, toponimo che in lingua araba significa "camera, stanza" e che, a suo dire, sarebbe proprio di residenze trogloditiche nel Nordafrica e tra l'altro nome di un casale che, a partire dal XIII secolo, fu fattoria dell'Ordine Teutonico; la stessa Pantalica, che ha sempre conservato i caratteri abitativi trogloditici.
  43. ^ Traduzione di A. Bausani, Il Corano, Firenze, Sansoni, 1961, p. 111.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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