Hear Me Lord

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Hear Me Lord
ArtistaGeorge Harrison
Autore/iGeorge Harrison
GenereSoft rock
Gospel
Folk psichedelico
Folk rock
Edito daHarrisongs, Ltd.
Pubblicazione
IncisioneAll Things Must Pass
Data27 novembre 1970Stati Uniti
Data seconda pubblicazione30 novembre 1970Regno Unito
EtichettaEMI/Apple Record
Durata5:46 (durata originale)
All Things Must Pass – tracce
Successiva
Out the Blue

Hear Me Lord è una canzone-preghiera di George Harrison, apparsa come traccia conclusiva dei due dischi di canzoni del triplo album All Things Must Pass, pubblicato dalla Apple Records a fine 1970[1].

Il brano[modifica | modifica wikitesto]

Storia, composizione ed analisi del testo[modifica | modifica wikitesto]

La canzone venne scritta da George Harrison tra il 4 ed il 5 gennaio 1969[2], durante un momento di pausa delle Get Back sessions[3]. Sebbene si trattasse di una composizione molto personale, il chitarrista non ha parlato di Hear Me Lord sulla sua autobiografia I, Me, Mine (1980). Considerata dal biografo Simon Leng come un tema molto innovativo che viene scritto e cantato da una rock star milionaria, presenta tre "parole-ancore": "forgive me" ("perdonami"), "help me" ("aiutami") ed "hear me" ("ascoltami")[4]. Ian Inglis ha affermato che la canzone sembra molto un Pater noster cristiano, ed ha evidenziato l'ultima strofa del pezzo, in cui Harrison chiede aiuto al Signore per seppellire il desiderio sessuale, da lui considerata autolesionistica[5]; il teologo Joshua Greene ha inoltre considerato la traccia come un momento molto intimo di All Things Must Pass, considerando l'attitudine endonistica molto harrisoniana[6]. Sul triplo LP, il tema è trattato anche su un altro brano, I Dig Love, ma, in questo caso, l'ex-beatle non sembra pentirsene[7]. Inoltre, nei primi anni settanta, George venne implicato in un giro di tradimenti nel campo della musica: egli aveva una relazione extra-coniugale con Maureen Cox, moglie di Ringo Starr, il quale, seppure molto deluso dopo aver scoperto ciò[8], la tradiva intanto con la modella e fotografa Nancy Lee Andrews[9]; nel frattempo, Pattie Boyd, l'allora moglie di Harrison, ebbe prima una relazione con Ronnie Wood[6][10] ed in seguito con Eric Clapton[6][11]. Questa situazione, per il chitarrista, si concluse nel 1974, con la separazione da Pattie[11], che si sposò nel 1979 con Clapton[12], mentre per Starr l'anno successivo, con il divorzio dalla Cox[13][14].

I Beatles[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso delle tribolate Get Back sessions del gennaio 1969, venne suonata anche Hear Me Lord; a differenza di altri brani di George Harrison, come All Things Must Pass, Isn't It a Pity o Window, Window, venne eseguita in una sola data, il 6[15]. In quella data, preceduta da un week-end di pausa dalle registrazioni, si provarono principalmente Don't Let Me Down e Two of Us, ma ci fu anche tempo per la band per lasciarsi a jam-sessions, tra cui The Palace of the King of the Birds, e dialoghi, senza contare qualche altra composizione originale e delle cover, come, ad esempio, I'm Talking About You (Chuck Berry), Sure to Fall (Carl Perkins) e Frère Jacques (tradizionale). In quest'occasione, vennero suonate tre composizioni di Harrison: For You Blue, Maureen, All Things Must Pass ed Hear Me Lord; di quest'ultima ci furono otto versioni, inizialmente su una chitarra acustica, ed in seguito su una chitarra elettrica con il pedale wah-wah. Questa canzone venne però accolta con freddezza dal resto dei Beatles. Il 6 gennaio, mentre si provava Two of Us, Harrison ebbe un diverbio con Paul McCartney, e gli disse la celebre frase[3]:

(EN)

« I'll play whatever you want me to play, or I won't play at all if you don't want me to play. Whatever it is that'll please you, I'll do it. »

(IT)

« Suono qualsiasi cosa che tu vuoi che io suono, oppure, se vuoi, posso non suonare affatto. Qualsiasi cosa che ti fa piacere, la farò. »

(George Harrison)

[3]

Poco tempo dopo, il 10 gennaio, Harrison lasciò momentaneamente il gruppo[16][17], come aveva già fatto qualche mese prima Ringo Starr[18][19]; ritornò cinque giorni dopo[16], facendo entrare, come supporto, l'organista Billy Preston, che riuscì a calmare un po'le acque[16][20].

Registrazione[modifica | modifica wikitesto]

Il 20 maggio 1970, circa un mese dopo lo scioglimento dei Beatles, George Harrison eseguì, con la sola chitarra elettrica, un demo di Hear Me Lord, per il produttore Phil Spector[21]; Simon Leng ha affermato che le composizioni incise per il celebre produttore statunitense vennero suonate con molta reticenza, abituato dai ripetuti rifiuti dal bionomio Lennon-McCartney[22], così alte di numero che riempirono buona parte di All Things Must Pass[23]. Spector, intervistato nel documentario George Harrison: Living in the Material World (2011), affermò che Harrison viveva con delle abitudini molto religiose, che rendevano le persone attorno a lui anch'esse spirituali[24]; in effetti, in una lettera che il produttore inviò a George, scrisse, prima della firma, Hare Krishna[25]. Inoltre, il biografo Gary Tillery notò un forte bisogno di fede nei primi anni settanta per il chitarrista, un periodo molto difficile per lui, caratterizzato dalla scomparsa di elementi molto cari della sua vita fino a quel momento: lo scioglimento dei Beatle e la morte della madre Louise[26], notizia saputa nel corso di una lunga session ai Trident Studios[23]; la donna, morta il 7 luglio 1970, aveva visto per l'ultima volta il figlio due giorni prima[27].

Selezionata per l'inclusione di All Things Must Pass, il versione definitiva di Hear Me Lord venne definito come un lento brano di gospel rock[4]. Venne registrata tra fine maggio ed inizio novembre 1970 a Londra, agli Abbey Road Studios della EMI[28] od i Trident Studios[23]. La backing band, al di fuori del pianista Gary Wright, è formata unicamente da musicisti che seguirono Delaney & Bonnie assieme ad Harrison in tour lungo l'Europa[29], ovvero Billy Preston, Eric Clapton, Carl Radle, Bobby Whitlock, Jim Price, Bobby Keys e Jim Gordon[30]. Aperta da una parte di batteria di quest'ultimo fortemente trattata[4] con il Wall of Sound spectoriano[23], prosegue con una parte molto vivace di pianoforte suonata da Wright ed è caratterizzata da fraseggi di slide guitar ad opera di Harrison[4]. Quest'ultimo ha inoltre interpretato, raddoppiando più volte la sua voce, un arrangiamento corale molto espressivo, accreditato ai "George O'Hara-Smith Singers"[31]. Un mixaggio provvisorio era stato ascoltato da Spector, che aveva scritto a George di migliorare la voce e l'orchestrazione[25], ma, almeno in quest'ultimo caso, non sembra che il suo suggerimento sia stato ascoltato[30].Originariamente la traccia durava 5:46[32], ma, con la ristampa su CD del 2001, la sua durata si estende a 6:01[33].

Pubblicazione ed accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

All Things Must Pass venne pubblicato dalla Apple Records a fine novembre 1970. Hear Me Lord chiude il lato D del triplo album, di cui è quindi la closing track, poiché infatti il terzo 33 giri, detto "Apple Jam", è un bonus disc comprendente lunghe jam-sessions. Quarta traccia della quarta facciata, nona dell'LP e diciottesima in generale dell'album, è preceduta da Isn't It a Pity (Version Two), una sorta di reprise dell'omonima traccia, intitolata "Version One", ed è seguita da Out the Blue, la più lunga jam e traccia del disco. Circa la durata ed escludendo le improvvisazioni, Hear Me Lord, dopo la prima versione di Isn't It a Pity, è il brano più lungo di All Things Must Pass. Mentre con la ristampa dell'album su CD del 1987 non ne modificò la tracklist[1], quella del 2001 aggiunge, alla fine del primo CD dei due nei quali è stato diviso l'originario triplo vinile, cinque tracce bonus, che rendono questa canzone come la ventitreesima di questa nuova versione di All Things Must Pass[34]. George Harrison, in quel periodo, affermò che lo scopo della Musica non doveva essere quello di ballare, ma di percepire Dio[35]. Altre tracce del "triplo nero" con un tema religioso/spirituale sono My Sweet Lord, Let It Down, Run of the Mill, Beware of Darkness, Awaiting on You All ed Art of Dying[1].

Ala Smith, nella sua recensione di All Things Must Pass, per il New Musical Express, ha descritto Hear Me Lord come un inno appassionato e che risalta per la qualità nell'album[36]. Di parere contrario è Ben Gerson del Rolling Stone Magazine, che ha affermato che Harrison prende l'argomento o sé stesso troppo seriamente, ma che ugualmente è un'importante dichiarazione, che arriva ad un livello altissimo nel testo quaso "Harrison smette di parlare ed inizia a parlare" con il Signore[37]. Ian Inglis lo ha considerato come una chiusura troppo cupa per i brani contenuti del disco, ma ha anche detto che fa apparire il chitarrista più che liberato dalla fede imprigionato ed a disagio[5]; inoltre, il biografo Elliot Huntley ne ha parlato come di un altro inno di fede trattato fortemente da Phil Spector, ed ha affermato che Harrison sia il primo uomo bianco che è riuscito a mischiare rock e gospel senza risultare ridicolo[38].

Simon Leng ha affermato che il testo di Hear Me Lord, isolato, sembra ipocrita[4], ma, come detto anche da Bruce Spizer[31], la registrazione mostra la profonda sincerità del chitarrista. Inoltre, leng ha anche scritto che questa canzone, molto più di My Sweet Lord, coinvolge emotivamente, e che, per le parti vocali, ricorda, in generale, l'album Plastic Ono Band di John Lennon[4], pubblicato un mese dopo rispetto al "triplo nero"[39].

Formazione[modifica | modifica wikitesto]

The Concert for Bangla Desh[modifica | modifica wikitesto]

Hear Me Lord era in una setlist provvisoria di Harrison per il Concert for Bangla Desh[40] mentre, nell'ultima settimana di luglio 1971, le varie canzoni venivano provate ai Nola Studios di New York[41], e, nel concerto pomeridiano del 1º agosto al Madison Square Garden, venne anche eseguita dal vivo, immediatamente dopo le canzoni di Bob Dylan[42], con una perfarmonce non molto riuscita[43]. Scartata per lo show serale, questa versione live non apparve né sull'omonimo live album (1972)[44] né sull'omonimo film dello stesso anno[45]. Con la ristampa su CD del primo, questa canzone divenne l'unica a non venir inclusa su esso, poiché si aggiunge, come bonus track, il medley Love Minus Zero/No Limit di Dylan[46].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c (EN) Graham Calkin, All Things Must Pass, JPGR. URL consultato il 2014.
  2. ^ Harry Castleman & Walter J. Podrazik, All Together Now: The First Complete Beatles Discography 1961–1975, Ballantine Books, 1976., pag. 55
  3. ^ a b c (EN) Get Back/Let It Be sessions: day three, The Beatles Bible. URL consultato il 24 agosto 2014.
  4. ^ a b c d e f Simon Leng, While My Guitar Gently Weeps: The Music of George Harrison, Hal Leonard, 2006., pag. 99
  5. ^ a b Ian Inglis, The Words and Music of George Harrison, Praeger, 2010., pag. 31
  6. ^ a b c Joshua M. Greene, Here Comes the Sun: The Spiritual and Musical Journey of George Harrison, John Wiley & Sons, 2006., pag. 181
  7. ^ Simon Leng, pag. 97
  8. ^ Bill Harry, The Ringo Starr Encyclopedia, Virgin Books, 2003., pag. 351 - 352 dell'edizione iTunes
  9. ^ Bill Harry, pag. 1097
  10. ^ (EN) Alison Boshoff, Did George Harrison have an affair with Madonna? Explosive film reveals new side to Beatles star, Daily Mail. URL consultato il 24 agosto 2014.
  11. ^ a b Hervé Bourhis, Il Piccolo Libro dei Beatles, Blackvelvet, 2012., pag. 120
  12. ^ (EN) Nick DeRiso, 35 Years Ago: Beatles Stage Partial Reunion For Eric Clapton’s Wedding, Ultimate Classic Rock. URL consultato il 24 agosto 2014.
  13. ^ Hervé Bourhis, pag. 122
  14. ^ The Beatles, The Beatles Anthology, Rizzoli Editore, 2003., pag. 163
  15. ^ (EN) Get Back/Let It Be sessions: complete songs list, The Beatles Bible. URL consultato il 24 agosto 2014.
  16. ^ a b c Hervé Bourhis, pag. 89
  17. ^ The Beatles, pag. 316
  18. ^ Hervé Bourhis, pag. 83 - 84
  19. ^ The Beatles, pag. 311
  20. ^ The Beatles, pag. 318 - 321
  21. ^ Chip Madinger & Mark Easter, Eight Arms to Hold You: The Beatles Solo Compendium, 44.1 Productions, 2000., pag. 426
  22. ^ Simon Leng, pag. 76
  23. ^ a b c d Hervé Bourhis, pag. 103
  24. ^ "Phil Spector interview", da George Harrison: Living in the Material World", 2011, regia di Martin Scorsese
  25. ^ a b (EN) All Things Must Pass (album), The Beatles Bible. URL consultato il 24 agosto 2014.
  26. ^ Gary Tillery, Working Class Mystic: A Spiritual Biography of George Harrison, Quest Books, 2011., pag. 87
  27. ^ Keith Badman, The Beatles Diary - Volume 2: After the Break-Up, 1970 - 2001, Omnibus Press, 2003., pag. 88 - 89 dell'edizione iTunes
  28. ^ Keith Badman, pag. 75 - 78
  29. ^ Alan Clayson, George Harrison, Sanctuary, 2003., pag. 277 - 278, 288
  30. ^ a b c (EN) Hear Me Lord, The Beatles Bible. URL consultato il 24 agosto 2014.
  31. ^ a b Bruce Spizer, The Beatles Solo on Apple Records, 498 Productions, 2005., pag. 225
  32. ^ Chip Madinger & Mark Easter, pag. 432
  33. ^ All Things Must Pass, Gnome Records, 2001.
  34. ^ (EN) Graham Calkin, All Things Must Pass - Remastered Edition, JPGR. URL consultato il 2014.
  35. ^ Autori vari, The Editors of Rolling Stone, Harrison, Rolling Stone Press/Simon & Schuster, 2002., pag. 40
  36. ^ (EN) Alan Smith, George Harrison : All Things Must Pass (Apple), in New Musical Express, 5 dicembre 1970.
  37. ^ (EN) Ben Gerson, George Harrison All Things Must Pass Album Review, Rolling Stone Magazine. URL consultato il 25 agosto 2014.
  38. ^ Elliot J. Huntley, Mystical One: George Harrison – After the Break-up of the Beatles, Guernica Editions, 2006., pag. 60
  39. ^ Hervé Bourhis, pag. 102
  40. ^ Olivia Harrison, George Harrison: Living in the Material World, Abrams, 2011., pag. 288
  41. ^ Keith Badman, pag. 43 dell'edizione cartacea
  42. ^ Nicholas Schaffner, The Beatles Forever, McGraw-Hill, 1978., pag. 146
  43. ^ Alan Clayson, pag. 312 - 313
  44. ^ (EN) Graham Calkin, The Concert for Bangla Desh, JPGR. URL consultato il 25 agosto 2014.
  45. ^ Chip Madinger & Mark Easter, pag. 437
  46. ^ (EN) Graham Calkin, George Harrison - George Harrison and Friends - The Concert for Bangla Desh, Discogs. URL consultato il 25 agosto 2014.
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