Diocesi di Noto

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Diocesi di Noto
Dioecesis Netensis
Chiesa latina
La cattedrale di Noto restaurata.JPG
Suffraganea dell' arcidiocesi di Siracusa
Regione ecclesiastica Sicilia
Provincia ecclesiastica
Provincia ecclesiastica della diocesi
Collocazione geografica
Collocazione geografica della diocesi
Vescovo Antonio Staglianò
Vicario generale Angelo Giurdanella
Vescovi emeriti Giuseppe Malandrino
Sacerdoti 119 di cui 96 secolari e 23 regolari
1.797 battezzati per sacerdote
Religiosi 25 uomini, 194 donne
Diaconi 22 permanenti
Abitanti 220.000
Battezzati 213.900 (97,2% del totale)
Superficie 1.355 km² in Italia
Parrocchie 98 (8 vicariati)
Erezione 15 maggio 1844
Rito romano
Cattedrale San Nicolò
Santi patroni San Corrado Confalonieri
Santa Maria Scala del Paradiso
Indirizzo Via Mons. Giovanni Blandini 6, 96017 Noto [Siracusa], Italia
Sito web www.diocesinoto.it
Dati dall'Annuario Pontificio 2014 * *
Chiesa cattolica in Italia
Il santuario di san Corrado Confalonieri, patrono della diocesi, nella valle dei Pizzoni, presso Noto.

La diocesi di Noto (in latino: Dioecesis Netensis) è una sede della Chiesa cattolica suffraganea dell'arcidiocesi di Siracusa, appartenente alla regione ecclesiastica Sicilia. Nel 2013 contava 213.900 battezzati su 220.000 abitanti. È attualmente retta dal vescovo Antonio Staglianò.

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

La diocesi comprende cinque comuni nella provincia di Siracusa: Noto, Avola, Pachino, Portopalo di Capo Passero e Rosolini; e quattro nella provincia di Ragusa: Modica, Ispica, Scicli e Pozzallo.

Sede vescovile è la città di Noto, dove si trova la basilica cattedrale di San Nicolò. Nella valle dei Pizzoni, presso Noto, sorge il santuario di san Corrado Confalonieri, patrono della diocesi.

Il territorio si estende su 1.355 km² ed è suddiviso in 98 parrocchie, raggruppate in 8 vicariati: Noto, Avola, Pachino (che comprende anche Portopalo), Rosolini, Ispica, Pozzallo, Scicli, Modica.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La città di Noto è stata eretta a sede vescovile e la chiesa madre a cattedrale da papa Gregorio XVI con la bolla Gravissimum sane munus il 15 maggio 1844, ricavandone il territorio dalla diocesi di Siracusa, concretizzando l'impegno del suo predecessore Pio VII, il quale si era proposto di accrescere in Sicilia il numero delle diocesi per rendere più agevole il servizio pastorale dei vescovi, modificando così i confini dell'arcidiocesi di Siracusa.

Il desiderio dei Netini di avere in città la sede vescovile risaliva al 1212, quando Isimbardo Morengia, signore della città, fondava con la dote di quattro feudi il monastero cistercense di Santa Maria dell'Arco. Insignita del titolo di città da Alfonso il Magnanimo il 27 dicembre 1432, in un momento di particolare prestigio anche culturale, Noto richiese l'erezione a diocesi il 14 giugno 1433 a papa Eugenio IV e ancora il 22 gennaio 1450 a Niccolò V.[1] Altre iniziative vengono promosse nel 1594 e nel 1609; le argomentazioni addotte a favore della nuova sede vescovile erano diverse, tra queste la presenza di due prestigiosi centri di spiritualità: l'abbazia benedettina di Santa Lucia del Mendola e quella cistercense di Santa Maria dell'Arco, allora rilevanti motivi ecclesiastici, e l'essere la città di Noto "capovalle" e al pari delle altre due esistenti in Sicilia, Messina e Mazara, meritava la sede vescovile. L'ostacolo alla realizzazione di tale desiderio veniva dall'opposizione dei vescovi di Siracusa dalla cui diocesi quella di Noto doveva trarre territorio, facendole perdere potere e introiti.

La nascita della diocesi di Noto faceva parte del piano di ampliamento delle diocesi siciliane per favorire la cura pastorale delle popolazioni, deciso dal parlamento di Sicilia e presentato al re Ferdinando III il 5 aprile 1778.[2] Il re, favorevole al progetto, dette incarico alla Deputazione del Regno di studiare la fattibilità dell'operazione, previa una indagine conoscitiva in vista di un riesame complessivo delle diocesi dell'isola. L'iter di fondazione delle nuove diocesi fu interrotto durante il periodo della rivoluzione francese e ripreso dal parlamento siciliano il 24 marzo 1802, quando fu presentata una nuova istanza per il riordino delle diocesi siciliane, accolta anche questa volta favorevolmente dal re.[3]

La prima istanza per l'erezione della diocesi netina fu presentata alla Deputazione del Regno il 17 febbraio 1783. Ma fu solo con il nuovo secolo che il progetto venne ripreso e portato a termine, malgrado la viva opposizione della curia siracusana, e che Noto vide concretizzarsi l'antico desiderio, approfittando dei tumulti verificatisi a Siracusa durante l'epidemia di colera che portarono al trasferimento a Noto, da parte di Ferdinando II, della sede della provincia.[4]

È proprio in questo periodo che re Ferdinando II chiese alla Santa Sede di erigere la diocesi di Noto, approfittando del fatto che la sede vescovile di Siracusa era vacante per la morte del vescovo Giuseppe Amorelli avvenuta il 13 dicembre 1840. Alla nuova diocesi, oltre a Noto furono assegnati, sottraendoli a Siracusa, i comuni di Avola, Buccheri, Buscemi, Cassaro, Ferla, Giarratana, Modica, Pachino, Palazzolo Acreide, Pozzallo, Portopalo, Rosolini, Scicli e Spaccaforno (ora Ispica).[5]

I primi vescovi si impegnarono nella costruzione della nuova diocesi e nell'acquisizione delle principali strutture diocesane; «la loro attività pastorale si concentrò sulla inaugurazione di nuovi edifici ecclesiastici (fra cui alcune chiese madri), sulla catechesi, sulla formazione del laicato, sull'alfabetizzazione, sulla conoscenza e l'unificazione della diocesi con le visite pastorali».[6] nel 1851 venne fondato il seminario vescovile ad opera del vescovo Giovanni Battista Naselli, mentre nel 1855 il vescovo Mario Giuseppe Mirone acquisì parte del palazzo Trigona Cannicarao come sede dell'episcopio. Una decisa pastorale vocazionale fu attuata dai vescovi Giovanni Blandini (1875-1913) e Giuseppe Vizzini (1913-1935); il primo affidò la direzione del seminario prima ai Gesuiti e poi ai Lazzaristi; Vizzini assunse in prima persona la direzione del seminario e indisse il primo sinodo diocesano nel 1923.

Nel 1950, con l'erezione della diocesi di Ragusa, Noto rischiò la soppressione. Fu deciso di scorporare Giarratana per aggregarla alla sede di Ragusa, mentre i comuni montani di Buccheri, Buscemi, Cassaro, Ferla e Palazzolo Acreide tornarono alla sede di Siracusa.[7] Successivamente, nel 1954, anche la contrada di San Giacomo fu aggregata alla sede di Ragusa, già da quattro anni parte del territorio della città iblea.[8]

Il 18 giugno 2007 è stata riaperta al culto la cattedrale, dopo il disastroso crollo del 1996.

Cronotassi dei vescovi[modifica | modifica wikitesto]

Vescovi oriundi della diocesi[modifica | modifica wikitesto]

Statistiche[modifica | modifica wikitesto]

La diocesi al termine dell'anno 2013 su una popolazione di 220.000 persone contava 213.900 battezzati, corrispondenti al 97,2% del totale.

anno popolazione sacerdoti diaconi religiosi parrocchie
battezzati totale % numero secolari regolari battezzati per sacerdote uomini donne
1950 190.400 190.800 99,8 179 115 64 1.063 70 160 53
1969 201.165 201.675 99,7 162 131 31 1.241 49 68 79
1980 195.465 200.116 97,7 121 91 30 1.615 37 330 88
1990 207.500 208.950 99,3 118 82 36 1.758 51 286 98
1999 207.000 209.000 99,0 115 84 31 1.800 7 40 255 98
2000 207.000 210.825 98,2 119 88 31 1.739 10 40 255 98
2001 207.000 210.825 98,2 120 90 30 1.725 10 39 255 98
2002 209.500 210.825 99,4 119 90 29 1.760 14 38 255 98
2003 211.000 212.119 99,5 117 90 27 1.803 14 43 233 98
2004 211.000 212.546 99,3 117 90 27 1.803 16 47 233 98
2013 213.900 220.000 97,2 119 96 23 1.797 22 25 194 98

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Bolla di negazione della diocesi in: Zito, Nascita di una diocesi..., pp. 607 e seguenti.
  2. ^ Zito, Nascita di una diocesi..., p. 574.
  3. ^ Zito, Nascita di una diocesi..., pp. 576-577.
  4. ^ Zito, Nascita di una diocesi..., p. 586.
  5. ^ Zito, Nascita di una diocesi..., p. 599.
  6. ^ Dal sito BeWeb - Beni ecclesiastici in web.
  7. ^ Decreto in AAS 42 (1950), p. 828.
  8. ^ Decreto in AAS 47 (1955), p. 410.

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]