Pale di San Martino

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Pale di San Martino
Pale di San Martino
Enrosadira sulle Pale di San Martino
Continente Europa
Stati Italia Italia
Catena principale Dolomiti
Cima più elevata Vezzana (3.192 m s.l.m)
Superficie 240 ca. km2
Massicci principali Gruppo Pale di San Martino-Feruc
Tipi di rocce Dolomia

Le Pale di San Martino (dette anche Dolomiti di Primiero e Gruppo delle Pale) sono il più esteso gruppo delle Dolomiti, con circa 240 km² di estensione, situate in maggior parte in provincia di Belluno ed in parte nel Trentino orientale. Si estendono nella zona compresa tra il Primiero (valli del Cismon, del Canali e del Travignolo), la Valle del Biois (Falcade) e l'Agordino.

Le Pale sono costituite da dolomia, roccia sedimentaria formata da doppio carbonato di calcio e magnesio, scoperta dal marchese Déodat de Dolomieu nel 1788.

L'altopiano delle Pale, situato nel settore centrale del gruppo, si estende per uno spazio di circa 50 km² e costituisce un enorme tavolato vuoto, roccioso e quasi lunare che oscilla tra i 2500 e i 2800 m s.l.m. Secondo alcune fonti esso avrebbe ispirato lo scrittore bellunese Dino Buzzati (grande amante delle vette della catena) nell'ambientazione del suo romanzo Il Deserto dei Tartari.

La parte delle Pale che si estende in Trentino è interamente compresa nel Parco naturale Paneveggio - Pale di San Martino.

Il toponimo[modifica | modifica sorgente]

Il termine Pala deriva dal nome che veniva utilizzato localmente per indicare le rive e i pendii erbosi situati alla base della catena. Per estensione andò poi a definire l'intero gruppo montuoso. I primi alpinisti, in maggioranza britannici, dopo aver compiuto le prime escursioni e aperto alcune vie, nelle loro memorie indicarono originariamente il complesso montuoso con i termini di Dolomiti di Primiero o Gruppo delle Pale (o anche, con una storpiatura in italiano non molto gradevole, Palle).

Solo in un secondo tempo, con il diffondersi della pratica del turismo montano e la costruzione di strade carrozzabili che favorirono la crescita di San Martino di Castrozza, divennero note universalmente nel mondo alpinistico come Pale di San Martino.

Breve storia alpinistica[modifica | modifica sorgente]

La storia alpinistica delle Pale di San Martino è molto complessa: l'alpinismo, sebbene sia approdato su queste montagne poco dopo la salita di Ball al Pelmo, ha seguito uno sviluppo diverso a seconda dei settori del massiccio: una prima fase di esplorazione e di conquista sistematica delle vette è quella avvenuta nella seconda metà del XIX secolo, poi la seconda fase di esplorazione delle varie pareti del massiccio che va dai primi del '900 fino alla Seconda Guerra Mondiale: La terza fase è quella che va fino ai giorni nostri e che comprende anche l'arrampicata sportiva. È in questo ultimo periodo che alcune delle cime e delle pareti più ambite e famose perdono interesse (come la Pala di San Martino e il Gruppo del Focobòn), altre continuano ad esercitare un'attrazione per gli alpinisti (come il Sass Maòr e la Cima della Madonna, il gruppo della Val Canali), altre ancora rimangono neglette ai più (il gruppo della Croda Granda). Pertanto per una storia più dettagliata si rimanda alle singole e più importanti cime elencate più in basso.

I primi viaggiatori e alpinisti che arrivarono sulla catena furono inglesi: Josiah Gilbert e George Cheethmann Churchill, incuriositi da una raffigurazione pittorica delle montagne e dell'ambiente naturale, giunsero in Primiero nel 1862, raccogliendo informazioni che trasferirono nella loro guida The Dolomites Mountains (1864).

Nel 1864 arrivò nella valle del Cismón un altro gruppo di inglesi: tra questi John Ball, che definì il Cimon della Pala il Cervino delle Dolomiti e Douglas William Freshfield, che si inoltrò per primo negli alti passi del gruppo, raggiungendo assieme ad altri inglesi Primiero da Agordo, percorrendo il Passo Canali (2497 m s.l.m.), per poi proseguire per San Martino.

Una descrizione della montagne e delle vallate ai piedi delle Pale è rappresentato dallo scritto di Amelia Edwards, Untrodden peaks and unfrequented valleys (Cime inviolate e valli sconosciute) del 1872. La Edwards si stupì della presenza in questa zona delle Dolomiti di paesi di una certa importanza, economicamente sviluppati e ricchi di testimonianze artistiche (Fiera di Primiero, Agordo, Predazzo), ma molto difficili nell'accesso, collegati tra loro solo da mulattiere, lungo le quali si incontravano villaggi molto poveri. Giunta ai piedi della vetta del Cimone lo paragonò ad una "tomba faraonica, con quel pinnacolo piramidale sulla cima."

Il 3 giugno 1870 l'inglese E.R. Whitwell, Santo Siorpaes (di Cortina d'Ampezzo) e Christian Lauener (svizzero di Lauterbrunnen) raggiunsero per primi la cima del Cimon della Pala (3184 m s.l.m.), attraverso il ghiacciaio del Travignolo e il versante nord. Affrontando la montagna da questo lato, che offre una prospettiva fallace, essi ritennero erroneamente il Cimon la vetta più alta dell'intera catena.

Due anni più tardi, Freshfield e Charles C. Tucker riuscirono a conquistare la cima effettivamente più alta (sebbene di pochi metri), la Vezzana (3192 m s.l.m.).

Nel 1875 venne vinto l'Agnèr da Cesare Tomè e compagni e successivamente nello stesso anno cade anche il Sass Maòr. Il 23 giugno del 1878 Alfredo Pallavicini, Julius Meurer, Santo Siorpaes, Angelo Dimai e il primierotto Michele Bettega (uno dei primi alpinisti del gruppo delle Aquile di San Martino) riuscirono a salire la vetta tecnicamente più ostica della catena, la Pala di San Martino (2982 m s.l.m.).

Dopo questa serie di conquiste vennero salite anche quasi tutte le vette minori dei vari sottogruppi, tra il 1888 ed il 1900: sono gli anni di Bortolo Zagonel, Ludwig Darmstadter, Leon Treptow, Thomas Oberwalder, dei fratelli Von Radio-Radiis ed altri. Le conquiste più significative del periodo sono lo spigolo nord-ovest del Cimòn della Palla (Melzi-Zecchini nel 1893) e la salita invernale della Croda Granda (Schuster e Zecchini nel 1900) e la salita solitaria della Cima della Madonna (Winkler nel 1886).

Dopo questa fase prolifica di ascensioni, agli albori del XX secolo comincia l'esplorazione delle grandi pareti ed i più attivi sono i tedeschi Plaichinger, Hamburger, Teifel, Hoffmuller, ed altri; dopodiché scoppia la Grande Guerra nel 1914 e le attività sono bloccate.

L'alpinismo sulle Pale riprende dopo il 1918 e nel ventennio che intercorre tra i due conflitti mondiali vi è una grande ripresa dell'alpinismo sul massiccio: per primo Gunther Langes che nel 1920 sale per il primo l'elegante spigolo della Cima della Madonna, noto come Spigolo del Velo, già tentato da Angelo Dibona, poi altre decine di itinerari su tutte le Pale. L'anno successivo è la volta del grande appicco nord dell'Agnèr, la più alta parete dolomitica, vinta da Francesco Jori, Arturo Andreoletti ed Alberto Zanutti mentre tra il 1926 ed il 1930 operano sulle Pale Emil Solleder e Fritz Wiessner: il primo apre una serie di fortunate vie come la parete est del Sass Maòr (primo VI delle Pale di San Martino), la nord della Pala di San Martino, lo spigolo della Cima Immink, il secondo opera nella Val Canali tracciando alcuni itinerari che diventano molto famosi (lo spigolo ovest del Sass d'Ortiga, la parete sud della Cima dei Lastei). Tra il 1932 ed il 1935 operano sul massiccio Celso Gilberti, che con Oscar Soravito supera lo spigolo nord dell'Agnèr nel 1932; Ettore Castiglioni, che apre ben 7 vie sulle Pale (spesso col suo compagno Bruno Detassis)nel solo 1934, Alvise Andrich, che traccia una nuova via di VI sul Cimòn della Pala ed un'altra via sulla parete sud della Cima Val di Roda, ed i tedeschi Bertl e Kleisl, che aprono sul Cimòn della Pala.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale frena nuovamente l'attività sul gruppo che però prosegue in sordina con l'opera della guida di Primiero Gabriele Franceschini che tra gli anno '40 e '50 apre circa un centinaio di vie sulle montagne di casa, molte delle quali diventano delle classiche negli anni successivi.

Gli anni '60 sono gli quelli delle direttissime e vi è un nuovo fiorire di itinerari su tutte le pareti del massiccio: 1963 la direttissima delle Fiamme Gialle al Cimòn della Pala, 1964 la diretta alla parete sud-est del Sass Maòr, 1967 la Sudtirolesi alla nord-est dell'Agnèr, 1969 la via Settimo Bonvecchio alla Pala di San Martino, e così via. Sono anche gli anni delle grandi salite invernali come la via Jori all'Agnèr portata a termine nel 1968 da Reinhold Messner. In questo periodo operano sulle Pale Renzo Timillero "Ghigno", Claudio Barbier, Renato Gobbato e Carlo Andrich oltre ai finanzieri Quinto Scalet e P. de Lazzer. Nella seconda metà del decennio si fanno avanti anche i fratelli Camillo e Gianpaolo de Paoli, Bepi Pellegrinon, Toni Marchesini che susciterà polemiche per le sue "silenziose" salite solitarie, ed Hans Frisch, autore di una splendida ed ambita salita sulla Pala del Rifugio.

Il decennio successivo vede all'opera Enzo Cozzolino nel gruppo dell'Agnèr e sulla Pala di San Martino: le sue vie sono temute ed ammirate per l'arditezza dell'apertura, ognuna con meno di 10 chiodi e su pareti sperdute. Benvenuto Laritti e Guido Pagani sono altri due forti alpinisti delle Fiamme Gialle che aprono numerosi itinerari sulle muraglie ancora inesplorate del massiccio, è però nel 1978 che si affaccia per la prima volta sul palcoscenico delle Pale uno dei più affezionati scalatori: Maurizio Zanolla detto Manolo. La sua prima via nel posto è la via dei Piazaroi sulla Cima della Madonna che raggiunge il grado massimo di VII e A4 (oggi VIII-). Poi ripercorre in libera la Biasin-Scalet nel 1979 valutando difficoltà di IX. Nel 1980 è di nuovo la volta del Sass Maòr con la via Supermatita, aperta con poco materiale e con difficoltà in apertura fino al VII-, su roccia friabile. Da questa c'è poi un susseguirsi di itinerari di ogni genere di difficoltà, passando per Nurejev (X-/8a) ed el Marubio (IX/7c) fino alla recentissima cani morti sul Campanile Basso dei Lastei (X/8b).

Gli anni '80, anch'essi prolifici di scalate di tutti i generi, vedono all'opera principalmente Renzo e Giacomo Corona, Riccardo Bee e Lorenzo Massarotto. I primi due aprono in vent'anni numerosi itinerari ed effettuano anche delle prime invernali; il terzo esplora principalmente l'Agnèr dove traccia in solitaria dei temerari itinerari e l'ultimo apre una quantità impressionante di vie nel gruppo dell'Agnèr esplorando tutto il massiccio, in Val d'Angheràz ed in Val Canali, effettua inoltre anche prime invernali e concatenammenti (celebre quello tra la Vinci-Bernasconi sull'Agnèr e lo Spigolo Dal Bianco sulla Torre Armena).

Ai giorni nostri continua l'attività esplorativa delle Pale di San Martino e vengono ancora tracciate nuove vie, anche se con un ritmo meno serrato rispetto a prima.

Diversi sono stati i cedimenti della roccia dolomitica negli anni. I più recenti sono stati nel 2008 sul pilastro Castiglioni, e nel dicembre 2011, quando un cuneo roccioso di dimensioni di 150x300 metri circa è franato dalla parete est del Sass Maor, cancellando parzialmente 3 vie alpine.[1]

Classificazione[modifica | modifica sorgente]

La SOIUSA classifica le Pale di San Martino come un gruppo alpino delle Dolomiti di Feltre e delle Pale di San Martino e vi attribuisce il seguente codice SOIUSA: II/C-31.IV-A.1

Suddivisione[modifica | modifica sorgente]

Le vette delle Pale, uno dei gruppi dolomitici più estesi, possono essere raggruppate in cinque settori, a loro volta suddivisi in diversi sottogruppi[2]:

  • Settore settentrionale
    • Sottogruppo del Mulaz (a)
    • Sottogruppo del Focobon (b)
    • Sottogruppo del Cimon della Stia (c)
    • Sottogruppo dei Bureloni (d)
    • Sottogruppo della Vezzana (e)
  • Settore di San Martino
    • Sottogruppo del Cimon della Pala (f)
    • Sottogruppo della Rosetta (g)
    • Sottogruppo della Pala di San Martino (h)
    • Sottogruppo della Val di Roda (i)
    • Sottogruppo del Sass Maor (j)
  • Settore centrale
    • Sottogruppo della Fradusta (k)
    • Sottogruppo della Cima Canali (l)
    • Altopiano delle Pale di San Martino (m)
  • Settore meridionale
    • Sottogruppo del Marmor (p)
    • Sottogruppo di Val Canali (q)
    • Sottogruppo della Croda Grande (r)
    • Sottogruppo dei Lastei d'Agner (s)
    • Sottogruppo dell'Agner (t)

Principali cime[modifica | modifica sorgente]

Ghiacciai[modifica | modifica sorgente]

Principali rifugi alpini[modifica | modifica sorgente]

Principali bivacchi[modifica | modifica sorgente]

  • Bivacco Minazio 2250 m. - Valon delle Lede/Alta Val Canali
  • Bivacco Brunner 2655 m. - Val Strutt
  • Bivacco Fiamme Gialle 3005 m. - Cimon della Pala/Settore centrale
  • Bivacco Giancarlo Biasin 2645 m. - Settore meridionale - Monte Agnér
  • Bivacco Guide Alpine 2982 m. -Vetta della Pala di San Martino/Settore centrale
  • Bivacco Reali 2515 m. - Settore meridionale

Vie ferrate e sentieri attrezzati[modifica | modifica sorgente]

  • Via ferrata Bolver-Lugli al Cimon della Pala
  • Via ferrata Gabitta d'Ignotti
  • Via ferrata del Velo
  • Via ferrata Stella Alpina
  • Sentiero attrezzato "Dino Buzzati"
  • Sentiero attrezzato "Nico Gusella"
  • Sentiero attrezzato "Camillo Depaoli"
  • Sentiero attrezzato del Passo di Ball
  • Sentiero attrezzato del Cacciatore

Temperature record[modifica | modifica sorgente]

Il Gazzettino dell'11 gennaio 2009[3] - riporta i seguenti record del freddo (in zone non abitate poste ad oltre 2000m di quota):[4][5]

  • -42,6 °C in una conca della Provincia di Trento il 9/1/2009;
  • -47,0 °C nella Busa di Manna (TN), una dolina a 2500 metri di quota il 30/1/2010,
  • -48,3 °C nella dolina di Busa Fradusta (TN) il 27/12/2010; la temperatura più bassa mai registrata in Italia.

È bene ricordare che si tratta di record misurati in alcune doline dove la temperatura, per l'effetto del ristagno di masse d'aria fredda, può essere inferiore anche di decine di gradi centigradi rispetto all'area circostante.

Citazioni[modifica | modifica sorgente]

Come le Pale di San Martino sono state descritte in un libro di viaggio ottocentesco, scritto da una delle prime escursioniste della storia delle Dolomiti, Amelia Edwards; in un romanzo di uno dei più famosi scrittori austriaci del Novecento, Arthur Schnitzler; e dal geografo Cesare Battisti:

« ...[Le Pale di San Martino] così terrificanti che sembra debbano spalancarsi da un momento all’altro e far precipitare l’intera massa delle rocce. Credo di poter dubitare che perfino nelle Ande sia raro trovarsi di fronte ad una scena così straordinaria e primordiale.

(...) Il Cimon della Pala nella forma assomiglia ad una tomba faraonica, con quel pinnacolo piramidale sulla cima. Neppure il Cervino, che pure offre a chi lo guarda un aspetto crudele e ha alle spalle una lunga storia di tragedie, dà una tale misura della nostra piccolezza come il Cimon della Pala e incute una sensazione di smarrimento e paura »

(Amelia Edwards, Cime inviolate e valli sconosciute, 1872)
« Troppo grande il Cimone: fa paura; pare voglia cascarmi addosso! Non ancora una stella nel cielo. L'aria è inebriante come lo champagne. E che profumo sale dai prati! »
(Arthur Schnitzler, La signorina Else, 1924)
« La conca di San Martino, il più superbo anfiteatro delle Alpi Dolomitiche »
(Cesare Battisti)

Galleria fotografica[modifica | modifica sorgente]

Pale San Martino.jpg

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Panoramica sulla catena delle Pale, con ai piedi del gruppo l'abitato di San Martino di Castrozza

PaleSanMartinoDaAsiago.jpg

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Le Pale fotografate dall'Altopiano di Asiago

Pale San Martino 3.jpg

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Panoramica sul settore settentrionale della catena delle Pale

Rifugio Rosetta.jpg

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Panoramica vicino al Rifugio Rosetta

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Articolo ANSA
  2. ^ Tra parentesi vengono riportati i codici SOIUSA dei vari sottogruppi.
  3. ^ p. 6
  4. ^ Meteo Meteorologia link Roma Gruppo Astrofili Hipparcos Astronomia
  5. ^ Record meteo estremi

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Luciano Marisaldi, Bepi Pellegrinon, Pale di San Martino: montagne, viaggiatori, alpinisti, Zanichelli, 1993;
  • Fabio Favaretto, Pale di San Martino, il paese delle meraviglie di roccia, «Alps», 2004, 20, 28-42;
  • Luciano Marisaldi, L'invenzione delle Pale. Come San Martino di Castrozza e le sue montagne diventarono luogo di culto del turismo, «Alps», 2004, 20, 42-45.
  • Sergio Marazzi, Atlante Orografico delle Alpi, SOIUSA. Pavone Canavese (TO), Priuli & Verlucca editori, 2005.

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]