Diritto canonico (Chiesa cattolica)

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Le Decretales di Gregorio IX, con la bolla Rex pacificus, corredate dalla glossa ordinaria di Bernardo da Parma in un manoscritto del 1300-1315 circa

Il diritto canonico della Chiesa cattolica (in latino ius canonicum) è l’insieme di norme giuridiche di diritto positivo o naturale, regolamenti e documenti dottrinali formulati da una legittima autorità ecclesiastica al fine di regolare l'attività della Chiesa cattolica e dei suoi fedeli nonché le sue relazioni con la società esterna. Non va confuso con il diritto ecclesiastico, che è il diritto con cui gli stati regolano i loro rapporti coi credenti e con le varie confessioni religiose, mentre con il termine più ampio di "diritto canonico" si intende il diritto che regola qualsiasi Chiesa cristiana.

Il suo nucleo originario è costituito dalla legge di Dio, ovvero Antico e Nuovo Testamento, che funge da substrato per la produzione giuridica umana iniziata ai tempi delle prime comunità cristiane allo scopo di regolarne la vita e per difendere la dottrina dalle eresie. Nella storia del cristianesimo in età antica i grandi concili ecumenici (Nicea I, Costantinopoli I, Efeso I e Calcedonia) furono tra i momenti più importanti per lo sviluppo del diritto canonico ma fu in in epoca medievale che si ebbe l'"età aurea" iniziata grazie al Decretum del monaco e giurista Graziano in cui per la prima volta si tentava di riordinare la materia risolvendo le contraddizioni. L'opera di Graziano ispirò altre raccolte successive spesso commissionate dagli stessi pontefici fino ad una prima definitiva fissazione operata con la promulgazione del Corpus Iuris Canonici nel 1580. Sulla scia delle codificazioni ottocentesche, nel 1917 anche la Chiesa Cattolica si dotò di una propria «legge organicamente strutturata» con l'adozione di un proprio codice: il codice Piano Benedettino. A seguito delle innovazioni conseguenti al concilio vaticano II, tenutosi dal 1962 al 1965, si sentì l'esigenza di rivedere il codice, impresa portata a termine nel 1983 con l'adozione del codice di diritto canonico a cui seguì sette anni più tardi il Codice dei canoni delle Chiese orientali.

Origini e formazione[modifica | modifica wikitesto]

Legge di Dio e prime comunità cristiane[modifica | modifica wikitesto]

Un foglio del papiro 46, uno dei frammenti più antichi contenenti parte del Nuovo Testamento

Il nucleo originale del diritto canonico, che funge da substrato per tutta la produzione giuridica umana dalle origini del cristianesimo ad oggi, è da ricercarsi nella legge di Dio (jus divinum) ovvero nelle Sacre Scritture che per i cristiani sono l'Antico e Nuovo Testamento. Nell'Antico, comune anche ad ebrei e musulmani, è contenuta la legge fondamentale del cristianesimo, una "legge di Alleanza" in quanto rivelata da Dio, ove il decalogo, ossia i Dieci comandamenti rivelati a Mosè sul monte Sinai, sono la base fondamentale. L'Antico Testamento è riconosciuto da tutte le confessioni cristiane, anche se vi sono leggere divergenze tra di esse riguardo al canone.[1] Tuttavia è da notare che esso non è inteso dalle Chiese come una fonte giuridica assoluta da applicare direttamente in tutte le sue parti, ma solo nei suoi principi fondamentali. Il Nuovo contiene la Rivelazione ossia la vita e le opere di Gesù Cristo riportate nei quattro vangeli canonici, definiti come il «condensato, il diritto costitutivo o costituzionale della Chiesa nella sua forma di comunione gerarchica tra Cristo, gli Apostoli ed i loro successori». Ai vangeli si aggiungono gli Atti degli Apostoli, le Lettere di San Paolo, le Lettere cattoliche e l'Apocalisse di Giovanni. I rapporti tra l'Antico e Nuovo Testamento sono da ricercarsi nelle parole di Cristo, riportate nel vangelo secondo Matteo, in cui afferma di non essere venuto per abrogare la legge antica ma per completarla.[2]

Sebbene la legge di Dio sia da considerarsi fonte di principi e non di norme in senso stretto, questa poteva andare più che bene per le prime comunità dal numero assai esiguo di fedeli; con la repentina diffusione del cristianesimo in epoca precostantiniana e la conseguente crescita dei credenti si rese necessaria la messa a punto di un diritto, di produzione umana e direttamente applicabile, che permettesse di far fronte ad una serie di problematiche organizzative, disciplinari nonché per preservare un'unica dottrina al riparo dalle eresie. Tale produzione viene conosciuta come "Tradizione" e comprenderà tutta l'opera normativa compiuta dalla Chiesa dall'età apostolica in avanti, il suo magistero, i canoni dei concili e gli scritti dei padri.[3]

Frammenti della Didaché

Tra le prime fonti normative della Tradizione vi è la Didaché o Dottrina dei Dodici Apostoli. Compilata probabilmente in oriente tra la fine del I e l'inizio del II secolo rientra nella cosiddetta letteratura subapostolica tranne che per la chiesa ortodossa etiope che la inserisce nel Nuovo Testamento. In essa vi sono norme catechetiche e morali a cui dovevano attenersi le prime comunità, una parte liturgica riguardante i riti del battesimo e dell'eucaristia, una parte riguardante l'organizzazione della Chiesa antica e delle sanzioni disciplinari e una parte conclusiva escatologica.[4][5][6] Ad essa seguirono il breve scritto della Tradizione Apostolica, una collezione di regolamenti, istruzioni, prassi liturgica e norme di vita comunitaria, tradizionalmente attribuito a Ippolito di Roma e databile ai primi anni del III secolo; e la Didascalia apostolorum, composta forse in Siria nella seconda metà dello stesso secolo, una raccolta di disposizioni destinata ad una comunità di convertiti dal paganesimo.[7]

Da queste fonti si possono ricostruire le fisionomie delle comunità dei primi secoli. Esse appaiono organizzate gerarchicamente: il vertice è il vescovo assistito dai presbiteri e dai diaconi, a cui erano affidate le attività assistenziali. Per entrare pienamente nella comunità era necessario ricevere il sacramento del battesimo dopo un periodo generalmente lungo di catecumenato. La penitenza, seguita dell'assoluzione, era un sacramento irripetibile ed amministrato pubblicamente. A partire dal II secolo si dovette affrontare, non senza difficoltà, il problema del reinserimento nella comunità dei lapsi, ovvero quei cristiani che avevano rinnegato la fede per salvarsi dalle persecuzione.[8]

I primi assetti normativi della Chiesa non poterono limitarsi solo agli aspetti organizzativi e rituali, ma riguardarono anche alla difesa dell'ortodossia, ovvero di quella che si riteneva essere la vera dottrina. In un mondo in cui le deviazioni dottrinali erano frequentissime, si pensi alle dottrine gnostiche o al montanismo, dovute anche alle difficoltà di mantenimento dei contatti tra le comunità più distanti spesso costrette a vivere nella clandestinità, si presentò presto la necessità di regolare dettagliatamente quale fosse la fede corretta. Un primo sforzo in tal senso si deve al filosofo Giustino, vissuto verso la metà del II secolo, ma fu il vescovo e teologo Ireneo di Lione con la sua celebre opera Adversus Haereses, scritta intorno al 180, in cui si arriva alla formulazione del concetto un'unica Chiesa, definita successivamente dagli storici con il termine "Grande Chiesa".[9]

L'età dei grandi concili ecumenici[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Concilio ecumenico.
L'imperatore Costantino I fra i Padri conciliari al Concilio di Nicea del 325: il rotolo contiene anacronisticamente il testo del Simbolo niceno-costantinopolitano del 381 nella forma posteriormente datagli nella liturgia greca.

Con l'editto di Milano del 313 viene sancita la libertà di culto per il cristianesimo ma questo non mise affatto fine alle dispute teologiche. Tuttavia, grazie all'intervento degli imperatori, che ritenevano l'unità religiosa fondamentale per l'unità dell'impero stesso, vennero convocati dei concili ecumenici allo scopo di fermare le divergenze eretiche, affermare un'unica ortodossia e affrontare questioni organizzative, comportamentali e disciplinare. Il primo dei quattro grandi concili fu quello di Nicea indetto da Costantino I nel 325; chiamato allo scopo di affrontare la questione dell'arianesimo, produsse decisioni su molti temi tradotti in norme, che da allora preso la denominazione di canoni.[10][11] A Nicea seguirono Costantinopoli I (381), Efeso (431) e Calcedonia (451); l'ultimo in particolare ebbe la conseguenza di creare una spaccatura, ancora aperta, con la costituzione delle cosiddette Chiese ortodosse orientali (o chiese precalcedonesi) che rigettarono la formulazione cristologica deliberata dai padri conciliari.[12] Accanto alle decisioni conciliari continuarono a godere di grande autorevolezza per l'assetto della Chiesa gli insegnamenti dei padri della Chiesa che rappresenteranno sempre una delle fonti di maggior prestigio del diritto canonico.

Contestualmente ai grandi concili iniziò a manifestarsi l'esigenza di raccogliere tutto il materiale normativo che regolava la vita della Chiesa in collezioni ragionate, spesso in ordine cronologico o per argomento. Tra le più importanti vi furono il Syntagma canonum e il Corpus canonum orientale quest'ultimo composto verso la metà del IV secolo e successivamente integrato con i canoni dei concili successivi, con le lettere canoniche dei padri e con gli scritti del vescovo Tascio Cecilio Cipriano.[13][12][14] Verso la metà del VI secolo Giovanni III Scolastico propose una sua raccolta, basata non più su criteri cronologici o sistematici, ma sul principio filosofico sotteso nelle norme.[14]

Periodo pre-grazianeo: primo millennio[modifica | modifica wikitesto]

Affermazione del vescovo di Roma[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Primato papale, Decretale e Collectio Dionysiana.
Il monaco Dionigi il Piccolo, autore della Collectio Dionysiana una delle più importanti raccolte antiche di diritto canonico comprendente decretali pontificie

Con la morte dell'imperatore Teodosio I, avvenuta nel 395, l'Impero Romano venne diviso tra Oriente e Occidente e ciò contribuì al processo di allontanamento tra la Chiesa di Roma e quella orientale. Se ad Oriente l'autorità dell'imperatore anche sulla Chiesa persistette, gli storici parlano di cesaropapismo, ad Occidente iniziò a guadagnare sempre più prestigio la figura del vescovo di Roma che un po' alla volta cercò di imporsi come capo di tutta la Chiesa, sebbene suscitando non pochi contrasti. La prima attività legislativa nota di un pontefice, anche se è molto probabile che ve ne fossero state di antecedenti, risale al decretale del 10 febbraio 385 con cui papa Siricio imponeva il celibato ecclesiastico. Il papa ricorreva ad uno strumento, il decretale, simile a quello utilizzato dagli imperatori romani dimostrando così di voler esercitare in piena coscienza la sua autorità suprema su tutta la Chiesa. Quando queste Decretali, cominciano ad essere raccolte le Collectiones, che riportano in ordine temporale, le disposizioni e le parti normative. Circa un secolo dopo papa Gelasio I in una lettera indirizzata all'imperatore di Costantinopoli Anastasio I Dicoro rivendicò il suo ruolo alla pari con quello dell'imperatore su tutta la cristianità, sebbene con giurisdizioni distinte, per l'universale benessere materiale e spirituale.[15][16]

Ma un grande aiuto al primato papale si deve al lavoro del monaco Dionigi il Piccolo che, tra il V e il VI secolo realizzò una raccolta, conosciuta come Collectio Dionysiana, di diritto canonico comprendente decretali promulgate dai papi da Siricio a Anastasio II fornendo al papato lo strumento normativo adatto alle sue ambizioni. La raccolta di Dionigi ebbe una tale fortuna che divenne una delle principali fonti di diritto canonico per tutto l'alto medioevo tanto che nel 774 il pontefice Adriano I la presentò, con alcune aggiunte, a Carlo Magno che la riconobbe come codice generale ufficiale della Chiesa dei Franchi, attribuendogli sostanzialmente valore universale.[15][17] Dall'opera di Dionigi in poi, almeno per l'occidente, la produzione normativa della Sede romana fu considerata sempre gerarchicamente superiore a tutte le altre, comprese le raccolte dei concili. Tale processo trovò il suo compimento con papa Gregorio Magno che, tuttavia, dovette affrontare uno scontro con il patriarca di Costantinopoli Giovanni IV Nesteutes che si era definito "ecumenico", dichiarandosi pertanto pari al vescovo di Roma; a ciò Gregorio rispose assumendo il titolo di "Servus servorum Dei" mantenuto poi dai papi successivi.[18]

Alto medioevo[modifica | modifica wikitesto]

La Caduta dell'Impero romano d'Occidente, convenzionalmente fissata dagli storici nel 476 d.C., contribuì ad allontanare sempre di più la Chiesa latina da quella d'Oriente. Con l'instaurazione dei regni romano barbarici la curia romana e i vescovi assunsero il ruolo di ultimi baluardi delle antiche istituzioni oramai crollate. L'antico e dotto diritto romano poté sopravvivere in occidente proprio grazie alla Chiesa che lo fece suo nella costruzione della sua giurisprudenza, mentre in ambito civile andò sempre più a perdersi.[19] E facendo proprio il diritto romano che la Chiesa d'occidente poté continuare per tutto l'alto medioevo a centrare la propria attività legislativa sulle decretali pontificie e sulle loro collezioni. Tra il 629 e il 636 venne realizzata la Collectio Isidoriana, così chiamata perché attribuita a Isidoro di Siviglia anche se pare che fosse stata di sua produzione; si trattò di un'opera importante nella costruzione del diritto canonico, poiché andò a completare la Collectio Dionysiana, con l'aggiunta di altre decretali e dei canoni dei concili orientali tradotti dal greco.[14]

Tra la fine del VI secolo e l'inizio del successivo andò sempre più in disuso l'antica pratica delle penitenza, considerata troppo rigida e di difficile applicazione, a favore di una sanzione, detta penitenza tariffata, comminata personalmente dal confessore al penitente. Al fine di mantenere una certa omogeneità nelle pene relativamente al peccato commesso, nacquero i primi libri penitenziali. Comparsi per la prima volta tra i monaci irlandesi questi consistevano in un elenco dettagliato dei singoli peccati a cui erano associate le opportune penitenze prescritte per la loro espiazione. Nella commisurazione della penitenza larga attenzione era posta all'elemento intenzionale anticipando nei tempi alcune peculiarità del diritto penale moderno.[20]

Ad occidente, sconfitti i Longobardi nel 754, i Franchi guidati da Carlo Magno presero il controllo dell'Italia e diedero inizio a una politica di protezione nei confronti della Chiesa di Roma e del pontefice, ma, nel contempo, perpetrando fortissime ingerenze. Le costituzioni emanate dai sovrani carolingi presero il nome di "capitolari" (capitulare in latino), un termine utilizzato solitamente per la legislazione ecclesiastica, una scelta che aveva l'obiettivo di assimilare il potere temporale a quello spirituale per accrescerne la legittimità. Per regolare le faccende riguardanti la Chiesa o i monasteri vi erano dei capitolari dedicati: i capitolari ecclesiastici.[21] L'imponente produzione legislativa di Carlo Magno e del figlio Ludovico il Pio venne raccolta nei quattro liber legiloquus tra l'826 e l'827 dall'abate Ansegiso di Fontenelle, due di questi erano dedicati a dirimere questioni inerenti al mondo laico, due per quello ecclesiastico.[22][23]

Il Dictatus papae in cui Gregorio VII espose i diritti e le prerogative che secondo lui doveva possedere il pontefice

In risposta alle gravi interferenze sulle questioni ecclesiastiche alcuni canonisti iniziarono a produrre delle collezioni di diritto canonico, il cui materiale era falsato, in modo da fornire delle basi giuridiche, affinché la Chiesa e il papato potessero rivendicare la propria indipendenza e autorevolezza. Di queste la più vasta e influente furono le decretali dello Pseudo-Isidoro che, composte verso la metà del IX secolo per opere di un tale non ben identificato Isidoro Mercator, contiene la celebre donazione di Costantino, documento apocrifo secondo il quale l'imperatore del IV secolo Costantino I aveva concesso al papa il dominio su Roma e l'Italia. Per tutto il medioevo non venne mai messa in discussione la veridicità di tali decretali, ci volle l'analisi filologica degli umanisti del XV secolo per riscontrare gli anacronismi che ne dimostravano la falsità.[23]

In ogni caso, il contenuto delle decretali dello Pseudo-Isidoro fu una delle basi giuridiche utilizzate dal papato per riaffermare nel corso del XI secolo, dopo la sudditanza patita nel cosiddetto saeculum obscurum, la propria sovranità e prestigio. Sulla spinta della riforma monastica cluniacense i papi che si susseguirono dal concilio di Sutri del 1046 in poi dettero vita ad una sostanziale riforma della Chiesa e che comportò anche gravi scontri contro l'impero in quella che è passata alla storia come "lotta per le investiture".[24][25] Tali eventi ebbero profonde ripercussioni anche sul diritto canonico; validi teologi come Umberto di Silva Candida, Federico Gozzelon e Pier Damiani costruirono un solido impianto dottrinale e giuridico per condannare la simonia, il nicolaismo e rafforzare l'autorità del pontefice. Nel 1059 papa Niccolò II promulgò la bolla In nomine Domini, con cui si sottraeva al potere imperiale e alla nobiltà romana l'elezione del pontefice attribuendone il diritto al solo collegio cardinalizio.[26][27] Ma il vero protagonista della riforma fu papa Gregorio VII e la sua lotta per imporre la figura del vescovo di Roma come vera autorità suprema sulla comunità cristiana, superiore anche allo stesso imperatore; di Gregorio, al secolo Ildebrando di Soana, è il celebre Dictatus papae, un documento di natura controversa contenente una serie di 27 affermazioni riguardanti diritti e prerogative che nelle intenzioni dell'autore dovevano essere attribuite al papa.[28][29]

Tutto questo però non riguardò la Chiesa ortodossa di Costantinopoli: nel 1054 si era infatti consumato il grande scisma scaturito dalle reciproche scomuniche intercorse tra il patriarca Michele I Cerulario e i legati di papa Leone IX dopo una serie di disaccordi su questioni teologiche e giuridiche, come il dibattito sul Filioque, il celibato ecclesiastico, e il riconoscimento del primato papale. Nonostante alcuni infruttuosi successivi tentativi di ricomposizione dello scisma, la comunione tra la Chiesa d'Oriente e d'Occidente non verrà più ristabilita e pertanto esse proseguiranno la propria storia su strade diverse, ognuna con il proprio peculiare diritto.[30][31][32]

Periodo classico: XII-XVI secolo[modifica | modifica wikitesto]

Il Decretum Gratiani[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Decretum Gratiani.
Il giurista Graziano (1140)

Il nuovo assetto raggiunto dalla Chiesa di Roma dopo la Riforma dell'XI secolo rese necessario il poter disporre di un corpo legislativo unico in grado di far fronte alle mutate esigenze.[33][34] Tra i primi a cimentarsi nell'impresa di riordinare il diritto canonico fino ad allora esistente vi fu il vescovo e cardinale Anselmo di Lucca che nel 1081 aveva iniziato a curare la Collectio canonum, una raccolta in tredici libri di fonti del diritto canonico attinte soprattutto dalle Regulae Ecclesiasticae di Burcardo di Worms, e il cardinale Deusdedit autore di una Collectio. A loro seguirono molteplici altri minori tentativi di raccolta che culminarono nel compendio di diritto canonico realizzato agli inizi del XII secolo da Ivo di Chartres.[35]

Il punto di svolta si ebbe però intorno al 1140 quando Graziano, probabilmente un monaco originario dell'Umbria e operante a Bologna dove era già attiva la celebre scuola dei glossatori, portò a termine la prima effettiva opera giuridica su testi canonici, il famoso Decretum Gratiani. Il Decretum fu una poderosa compilazione in cui riunì quasi 4 000 scritti che andavano dai testi dei padri della Chiesa, ai canoni dei grandi concili e sinodi locali, ai documenti prodotti dai vari pontefici. Largo spazio venne dato alla produzione di Sant'Agostino e di papa Gregorio Magno; vennero presi in considerazione anche passi tratti da testi di diritto romano secolari.[36][37][38] L'opera di Graziano fu così importante che la sua realizzazione è considerata dagli storici del diritto come l'inizio del "periodo classico", o "età aurea", del diritto canonico poiché esso «si costituisce come un tutto coerente, sena lacune, con una gerarchia senza smagliature».[39][40]

L'innovazione del lavoro di Graziano, più psicologico e proiettato all'utilizzo futuro rispetto ai predecessori, fu quella di aggiungere brevi commenti ai testi con l'obiettivo di chiarirne il significato e risolvere le contraddizioni; tale intento è ben chiaro dal titolo originale dell'opera: Concordia discordantium canonum. Fino a quel momento, infatti, il diritto canonico era solo un insieme di canoni tratti da svariate fonti e alcune norme potevano apparire in contrasto con altre.[41][42] La metodologia utilizzata fu quella di «esporre le varie questioni e prospettare le vaie soluzioni a sostegno delle quali riferiva le auctoritates di disposizioni contrastati tentando l'opera di "concordia"» secondo i criteri che potevano essere: l'analisi della ratio legis della norma, il principio che la norma posteriore abroga quella anteriore, quello per cui la norma particolare deroga a quella generale.[43]

Sebbene il decretum non venne mai riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa, esso contribuì enormemente alla successiva produzione giuridica, similmente a quello che avvenne con i glossatori di Bologna. Infatti, in coincidenza col fiorire delle università italiane e della dottrina giuridica, il Decretum ricevette molti commenti, glosse ed fu oggetto di numerosi studi. Tra i più importanti giuristi che dettero il loro contributo tra gli altri, Uguccione da Pisa e Giovanni Teutonico, che realizzò una glossa ordinaria al lavoro di Graziano, successivamente corretta e ampliata da Bartolomeo da Brescia.[44][45]

Le raccolte del periodo classico maturo[modifica | modifica wikitesto]

Breviarium extravagantium di Bernardo Balbi, la prima delle cinque collezioni conosciute come Quinque compilationes antiquae.

La Riforma dell'XI secolo aveva conferito alla gerarchia della Chiesa cattolica un assetto gerarchico con il pontefice posto al vertice al pari di un monarca assoluto. Da papa Alessandro III, il cui pontificato iniziò nel 1100 circa, a Bonifacio VIII (a cavallo tra XIII e XIV secolo), il potere dei papi raggiunse il suo massimo e il loro prestigio fu ben testimoniato dall'intensa attività legislativa a cui si dedicarono come mai avevano fatto prima.[46]

La basta produzione giuridica della Chiesa spinse molti giuristi a realizzare nuove raccolte che permettessero un agile utilizzo di tali fonti. Tra i primi a cimentarsi in tali imprese vi fu il pavese Bernardo Balbi che, tra il 1187 e il 1191, portò a termine un'antologia di decretali pontificie, chiamata Breviarium extravagantium, con l'obiettivo di completare l'opera di Graziano. Per la sua opera, Balbi ricorse ad una suddivisione in cinque libri (norme generali, attività processuale, vita e beni dei religiosi, matrimonio, diritto penale), un'impostazione che verrà seguito dai suoi posteri. Nonostante il fatto che l'opera non venne ufficialmente approvata, rimanendo un'iniziativa privata, il Breviarium extravagantium rivestì un'importanza enorme ed è considerata la prima delle cinque collezioni (conosciute come Quinque compilationes antiquae).[47]

Al lavoro di Balbi seguì quello di Giovanni del Galles che realizzò, anch'egli di propria iniziativa, la seconda delle compilationes antiquae. La terza compilatio fu la prima a ricevere la sanzione ufficiale da un papa venendo promulgata nel 1210 per mezzo della bolla Devotioni vestrae. L'incarico di redigerla venne affidato a Pietro Collevaccino da parte di Innocenzo III, papa con un passato da giurista, che volle raccogliere le decretali da lui stesso emanate dal momento della sua elezione fino ad allora.[47] Giovanni Teutonico fu, invece, l'autore della quarta in cui si raggruppò le decretali degli ultimi sei anni del pontificato di Innocenzo III e i provvedimenti adottati dal Concilio Lateranense IV del 1215. L'opera, tuttavia, non ricevette l'approvazione pontificia e quindi una collezione privata. Diversamente, la quinta raccolta tornò ad avere un carattere ufficiale venendo promulgata da Onorio III con la bolla Novae causarum del 2 maggio 1226. L'autore fu il giurista Tancredi da Bologna il quale attinse, per ordine dello stesso pontefice, ai registri della cancelleria papale. Tutte queste cinque collezioni, debitamente numerate, divennero i testi fondamentali di diritto canonico nei corsi d'insegnamento universitario.[48]

Pagina del Liber Extra di Gregorio IX con commento di Bernardo da Parma, manoscritto del 1290 circa.

Le Quinque compilationes vennero però superate dal Liber Extra redatto nel 1245, cent'anni dopo il decretum di Graziano, dal giurista Raimondo di Peñafort per volere di papa Gregorio IX. Mantenendo l'organizzazione in cinque libri inaugurata da Balbi e oramai consolidata, l'opera di Raimondo raccolse tutte le decretali giuridicamente più significative successive al lavoro di Graziano, diventando il volto ufficiale del diritto canonico classico e mostrandone il raggiungimento di una compiuta maturità. Raimondo aveva portato a termine una vastissima opera di sistemazione organica di tutte le fonti giuridiche ecclesiastiche, comprese le definizioni dogmatiche e le norme liturgiche.[49][50] Con questa compilazione la Chiesa si era definitivamente dotata di un corpus giuridico finito in cui si erano cristallizzati i principi di fondo e gli ambiti applicativi che non riguardavano solo le materie esclusivamente ecclesiastiche ma anche altri contesti essenziali della società come il matrimonio.[50] Il quadro delineato dal Liber Extra fu così maturo che, almeno nelle sue componenti essenziali, è rimasto sostanzialmente invariato fino a influenzare le codificazioni dell'inizio del XX secolo.[51]

Liber Sextus, manoscritto dell'inizio del XIV secolo

Tuttavia, il Liber Extra non mise fine alla realizzazione di ulteriori collezioni fatte realizzare da successivi pontefici, come Innocenzo IV, Gregorio X e Niccolò III, per raccogliere le proprie decretali.[52] Ma in tal senso l'opera più influente fu quella voluta da papa Bonifacio VIII che la chiamò Liber Sextus in quanto, inizialmente, doveva essere solo un'appendice all'opera di Gregorio IX pensata come aggiornamento. Promulgato con la bolla Sacrosanctae Romanae Ecclesiae del 3 marzo 1298 il Liber Sextus, in realtà, può essere considerato una vera e propria raccolta suddivisa in cinque libri, realizzata da una commissione di tre canonisti dopo due anni di lavoro. In fondo all'opera compare, per la prima volta in una compilazione canonica, un titolo de regulis iuris (ad imitazione del Digesto), scritto dal giurista Dino del Mugello dimostrando l'impostazione romanistica dell'opera.[53]

Agli inizi del XIV secolo quando la sede pontificia era stata trasferita ad Avignone, papa Clemente V pensò di aggiornare le raccolte dei predecessori, comprendendo anche i canoni del Concilio di Vienne, dando vita ad un Liber Septimus, conosciuto anche come Clementinae. La sua morte avvenuta nel marzo 1314, quando ancora l'opera non era stata ufficialmente promulgata, ne mise in dubbio il valore giuridico. Pertanto si dovette aspettare la bolla Quoniam nulla del 25 ottobre 1317 con cui il successore, papa Giovanni XXII, ne confermava la promulgazione, senza peraltro apportarne alcuna modifica. Le Clementinae furono l'ultima raccolta sanzionata da una bolla pontificia, e quindi dotata di ufficialità, le due che seguirono furono lavori di iniziativa privata che, tuttavia, circa due secoli dopo faranno anch'esse parte Del Corpus Iuris Canonici: le Extravagantes Johannis XXII, una raccolta di decretali di papa Giovanni XXII realizzata nel 1317, e le Extravagantes communes, compilata da Giovanni di Chappuis alla fine del XV secolo con l'intento di raccogliere la produzione giuridica da Urbano IV a Sisto IV.[54][55][56][57]

Concilio di Trento e Corpus Iuris Canonici[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Concilio di Trento e Corpus Iuris Canonici.
Il concilio di Trento tenutosi nella Chiesa di Santa Maria Maggiore, in un dipinto di Elia Naurizio conservato presso il Museo diocesano tridentino

La crisi morale e teologica che aveva colpito la Chiesa nel quattrocento fece sì che il XVI secolo si aprisse con lo scoppio nei paesi tedeschi della riforma protestante che mise fine all'unità religiosa in Europa e allo scoppio di guerre di religione che insanguinarono il continente per oltre un secolo. Per arginare il movimento riformatore, la Chiesa di Cattolica dette vita anch'essa ad un processo di cambiamento, noto come "controriforma", che ebbe sostanzialmente inizio con la convocazione da parte di papa Paolo III nel 1545 del concilio di Trento. Conclusosi dopo sospensioni e complicate vicende nel 1563 sotto il pontificato di papa Pio IV, dal Concilio emersero nuove regole dottrinarie, ma anche e soprattutto disciplinari, che contribuirono a fissare l'aspetto giuridico dell'organizzazione ecclesiastica della Chiesa in maniera rilevantissima. I decreti conciliari vennero pubblicati il 26 maggio 1564 tramite la bolla Benedictus Deus sotto il nome di "Canones et decreta sacrosanti oecumenici concilii tridentini".[58][59] Inoltre, per vigilare sulla corretta applicazione e intepretazione dei decreti, papa Pio IV istituì la congregazione del Concilio.[60]

Uno degli effetti più rilevanti in campo giuridico del concilio venne raggiunto con il decreto Tametsi, con cui venne regolato il matrimonio canonico, stabilendo un requisito di forma per la sua validità e introducendo l'istituto delle pubblicazioni che dovevano precederlo. Secondo le disposizioni contenute nel decreto, il matrimonio doveva essere celebrato dinnanzi al parroco personale dei nubendi e alla presenza di almeno due testimoni. Furono anche istituiti i registri parrocchiali, in cui il matrimonio doveva essere trascritto, così come dovevano essere registrati nascite e decessi.[61][62][63]

Corpus Iuris Canonici, edizione del 1572

I lavori conciliari avevano messo in luce la necessità di rivedere in modo organico il corpus normativo della Chiesa cattolica. Già il Concilio di Basilea del 1431 aveva identificato le sei collezioni di diritto canonico che avrebbero dovuto costituirlo, ovvero: il Decretum Gratiani, il Liber Extra, il Liber Sextus, le Clementinae, le Extravagantes Johannis XXII e le Extravagantes communes. Tuttavia negli anni erano state pubblicate diverse edizioni delle stesse raccolte, la cui diffusione venne agevolata dall'introduzione della stampa a caratteri mobili: questa varietà di edizioni resero difficoltosa l'applicazione delle norme. Così, negli anni 1560 papa Pio IV nominò una commissione di cardinali e di giuristi, che fu detta dei Correctores Romani, a cui conferì l'incarico di rivedere, emendare e correggere il testo di tutte le sei collezioni in modo da giungere ad un'edizione corretta dal punto di vista filologico. Dopo circa un ventennio di lavori finalmente papa Gregorio XIII poté approvare con il breve apostolico Cum pro munere del 1º luglio 1580 i risultati della commissione, ordinando la stampa di quello che è conosciuto come Corpus Iuris Canonici. Due anni dopo, con il breve Emendationem Gregorio XIII ordinò l'applicazione del Corpus vietando qualsiasi modifica al testo.[64]

Alla prima edizione del Corpus, chiamata generalmente "editio romana", ne seguirono altre a cui vennero aggiunti ulteriori testi giuridici in appendici tra cui l'opera di Giovanni d'Andrea e le Institutiones Iuris Canonici. Quest'ultima è un corso di diritto canonico scritto da Giovan Paolo Lancellotti negli anni 1580 su richiesta di papa Paolo IV il quale voleva, sull'esempio di Giustiniano, pubblicare un testo legale di istituzioni. Tuttavia, l'opera di Lancellotti non ebbe l'approvazione ufficiale pontificia da parte di papa Pio V e dunque venne pubblicata privatamente; fu successivamente accolta nelle edizioni del Corpus.[65][64]

Periodo moderno: XVII-XIX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Questo periodo è caratterizzato da un forte e sempre maggiore accentramento del potere in seno a Roma a discapito delle Chiese particolari e locali: una tendenza, a dire il vero, iniziata già nel XVI secolo, e naturale reazione al fenomeno protestante, che abolì tutte le autonomie non strettamente necessarie alle Chiese particolari, per mantenere salda l'unità della Chiesa.

Sorge anche un rapporto sempre maggiormente conflittuale con gli Stati temporali, che porta al periodo del cosiddetto giurisdizionalismo, dove i canonisti si sforzano di affermare che la Chiesa e lo Stato, nei loro ambiti, siano due società perfette, e che la prima ha diritto e necessità di tutte le sue libertà, specialmente la non soggezione alla realtà politica. È dopo la Rivoluzione francese che la separazione tra le due realtà si compie definitivamente e che il diritto canonico si scinde da quello secolare: gli Stati non danno più sostegno alla Chiesa (cosiddetto separatismo), che si trova a dover codificare da sola le proprie regole.

L'aspetto giuridico della Chiesa è un grande mare magnum. Anche il diritto civile si presentava similmente. È proprio nel diritto civile che sorge il dibattito che avrà ripercussioni in ambito canonico con l'esigenza di creare un unico codice. Opinione degli illuministi: mito di un unico diritto per avere la certezza assoluta. Napoleone Bonaparte capisce che un sistema così vasto rende difficile l'opera autocratica dell'imperatore, per cui, per concentrare il potere nelle mani del sovrano, nasce nel 1804 il codice civile, che sostituisce tutto il codice francese. L'idea del codice piacque molto e in tutta Europa fiorirono i codici civili, tranne in Inghilterra, che non ha codice e rimane col suo sistema amplissimo di regole.

Periodo contemporaneo: dal XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Codice Piano Benedettino (1917)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Codice Piano Benedettino.
Il cardinale Pietro Gasparri, protagonista della realizzazione del codice Piano Benedettino

L'avvento nel 1804 del codice civile napoleonico aprendo una nuova era del diritto. Su tale esempio, seguito da molti ordinamenti laici, anche nella Chiesa cattolica ebbe inizio un vivace dibattito sull'opportunità di procedere con la codificazione del proprio diritto. I sostenitori sottolineavano la necessità di rendere più coerente un diritto oramai afflitto da antonimie, mentre i contrari vedevano la codifica del diritto come una subalternità all'Illuminismo e alla concezione napoleonica, che andava contro la Chiesa e che sembrava sminuire la consuetudine. Le prime istanze ufficiali indirizzate vero la codificazione furono avanzate durante il Concilio Vaticano I, indetto nel 1868, ma la sua prematura conclusione nel 1870, a seguito della Presa di Roma da parte del Regno d'Italia, bloccò ogni possibile intenzione ufficiale, lasciando solo qualche spazio per iniziative private. Il tema tornò di attualità con l'elezione al soglio pontificio di papa Pio X che, fautore di una modernizzazione della struttura ecclesiastica e della curia romana, vedeva favorevolmente la promulgazione di un codice di diritto canonico.[66]

Con il motu proprio Arduum sane munus, l'impresa fu affidata a una commissione pontificia, guidata dal cardinale Pietro Gasparri, che collaborò con vescovi, università e superiori degli ordini religiosi. I lavori durarono quasi dieci anni, sopravvivendo a Pio X morto nel 1914, e dopo aver avuto il benestare prima da parte di una commissione cardinalizia, poi da una di prelati della curia romana, nel giorno di Pentecoste del 1917 papa Benedetto XV poté promulgare con la bolla pontificia Providentissima Mater il codice Piano Benedettino. In esso, i compilatori riuscirono nell'intento di fare una sintesi di tutta la sapientia giuridica canonica mettendola in un vero e proprio codice composto da brevi e sintetici canoni (2414 in totale) con cui si regolava tutta la vita giuridica della Chiesa. Il codice era diviso in cinque libri, mantenendo lo schema delle precedenti compilazioni: Norme generali, persone, cose, processi, delitti e pene.[67][68] In appendice vennero inseriti otto documenti che regolavano materie non comprese nel codice, tra cui l'elezione del pontefice. Il codice, inoltre, non comprende i rapporti tra Stati e Chiesa mentre abroga tutta la precedente legislazione fatto sali i diritti acquisiti, gli indulti concessi e le consuetudini centenarie o immemorabili.[69]

Frontespizio di un'edizione del Codex Iuris Canonici del 1917

Nell'ottica di una centralizzazione, Benedetto XV dette vita anche alla Pontificia commissione per l'interpretazione autentica del codice di diritto canonico a cui era demandato il compito di rispondere, sotto parere del pontefice, ai quesiti sul codice. Dopo il responso, l'interpretazione diviene autentica, cioè proveniente dallo stesso autore della legge, e vincolante. In questo modo le decisioni della commissione, pubblicate negli Acta Apostolicae Sedis, divenivano parte integrante della legge. A partire dal 1923 il cardinale Gasparri diede inizio a un lavoro di pubblicazione in numerosi volumi delle fonti da cui derivano i canoni del codice, opera poi completata dal cardinale Jusztinián Serédi.[70][69]

Il codice ricevette il plauso da gran parte delle comunità giuridica globale e fu di stimolo per un'intensa attività di commento e studio. Da ricorda il lavoro di approfondimento e introduzione al codice da parte di Ulrich Stutz e il manuale realizzato da Eduard Eichmann poi ripubblicato in numerose edizione dopo il successo riscontrato.[71] Fu però la scuola canonista italiana a raggiungere i risultati più importanti con gli studiosi, anche laici, che riuscirono a «portare la materia a livello di raffinata analisi ed elaborazione sul piano giuridico, connotato da profonde e vivaci riflessioni metodiche».[72]

Pio X promosse la ricostituzione del tribunale ecclesiastico della Sacra Rota Romana, la cui attività era cessata nel XIX secolo. Il contributo della Sacra Rota fu in particolare riguardante il diritto del matrimonio canonico, di cui il codice del 1917 aveva definito con precisione i caratteri. Sebbene inizialmente la sua attività fosse assai scarsa, essa negli anni andò ad incrementarsi e, anche grazie alla realizzazione di una raccolta delle sue sentenze, la Rota divenne un «punto di riferimento per la prassi e per la dottrina in campo matrimoniale».[73]

Concilio vaticano II e il codice del 1983[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Concilio vaticano II e Codice di diritto canonico.
Sessione pubblica del Concilio Vaticano II

Quando papa Giovanni XXIII annunciò nel 1959 il Concilio Vaticano II non mancò di indicare come obiettivo contestuale e complementare anche la revisione e l'ammodernamento del codice del 1917, considerato non più adatto ai tempi. Il Concilio si chiuse nel dicembre 1965, dopo che papa Paolo VI aveva promulgato i documenti, composti da 4 costituzioni, 9 decreti e 3 dichiarazioni. Le materie che vennero riformate, talvolta in modo assai innovativo, furono molteplici: l'apostolato laico, la disciplina delle chiese cattoliche orientali, il sacerdozio, l'ufficio dei vescovi, le relazioni con le confessioni non cristiane, la libertà di religione e l'educazione dei giovani. Successivamente, pontefice e congregazioni emisero vari decreti per porre in atto la volontà conciliare; tutti questi furono poi raccolti nell'Enchiridion Vaticanum.[74]

I cambiamenti apportati alla Chiesa a seguito del Vaticano II resero il codice del 1917, ancora in vigore, oramai obsoleto e non più coerente con il nuovo assetto emerso dai lavori sinodali. Ad esempio, la maggiora valorizzazione dei laici, l'uguaglianza dei fedeli battezzati, il pieno riconoscimento della separazione tra Chiesa e Stato, erano tutti elementi oramai assodati ma che non trovavano una corrispondenza nel codice incentrato sul ruolo del pontefice e sulla gerarchia ecclesiastica. Pertanto, era evidente la necessità di procedere ad una non facile traduzione dei nuovi aspetti teologici e pastorali verso una loro declinazione giuridica. Tale operazione, che non sarà poi esente da critiche, venne affidata ad una commissione di esperti che lavorò sotto il costante controllo dei vertici della Chiesa, che frenarono le prospettive di un decentramento dell'autorità ecclesiastica.[75]

Edizione del codice di diritto canonico del 1983

Alla commissione, nominata nel 1963 e composta da 40 cardinali, venne affiancata l'anno successivo da papa Paolo VI un corpo di 70 esperti di diritto prevalentemente scelti tra il mondo ecclesiastico ma anche tra i laici. Dopo aver composto i gruppi di studio tematici, nel 1967 vennero approvati i principi direttivi che ottennero anche l'approvazione da parte del Sinodo vescovile. Tra il 1972 e il 1978 vennero sottoposti ai vescovi e alle università pontificie gli schemi di massima che avrebbero retto il nuovo codice.[76] Nell'ottobre del 1981 la commissione cardinalizia era pronta, dopo aver accolto alcune osservazioni, per approvare il testo definitivo. Sul soglio pontificio ora sedeva papa Giovanni Paolo II, che volle sottoporre il testo ad alcuni esperti di diritto canonico di sua fiducia. Questi apportarono alcune modifiche; altre furono apportate in un successivo passaggio ad una nuova commissione cardinalizia nominata allo scopo dal pontefice. Così, dopo una gestazione ventennale e il lavoro di oltre trecento esperti appartenenti a 31 nazioni di tutti i continenti, il nuovo codice venne promulgato da Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983 con la costituzione apostolica Sacrae disciplinae legis. In questa si affermava che le fondamenta del codice erano strutturate sui risultati del Concilio Vaticano II e che quindi fosse una «traduzione sul piano normativo delle innovazioni portate in campo ecclesiologico da questo grande concilio».[77][78]

Nell'ottobre 2008 papa Benedetto XVI approvò la nuova legge sulle fonti del diritto per lo Stato del Vaticano. La legge, entrata in vigore il 1º gennaio 2009, sostituisce quella del 7 giugno 1929, che fu emanata in seguito alla stipula dei patti lateranensi l'11 febbraio dello stesso anno. La nuova legge riconosce che l'ordinamento canonico diventerà la prima fonte normativa e il primo criterio di riferimento interpretativo, mentre le leggi italiane e di altri Stati non verranno più recepite automaticamente, ma entreranno nell'ordinamento solo dopo una previa ed esplicita autorizzazione pontificia.[79] Nel luglio 2013 con motu proprio, quale sovrano assoluto, papa Francesco ha modificato la parte penale del diritto canonico, che si applica quasi esclusivamente all'interno dello Stato della Città del Vaticano.[80]

Lex ecclesiae fundamentalis[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni immediatamente successivi al concilio vaticano II si pensò anche a un progetto di lex ecclesiae fundamentalis: il diritto canonico, come già aveva subito l'influsso dei processi di codificazione propri dell'Ottocento, subiva ora l'influsso proveniente dal modello delle carte costituzionali elaborate nel Novecento. La lex ecclesiae fundamentalis, delle quali furono elaborati vari progetti, non venne però mai promulgata, sebbene molte delle sue norme siano poi state recepite dal codice di diritto canonico, in particolar modo dai canoni sullo statuto fondamentale del fedele.[81]

Codice delle Chiese orientali (1990)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Codice dei canoni delle Chiese orientali.
Papa Pio XI nominò una commissione allo scopo di codificare il diritto delle Chiese cattoliche di rito orientale

La codificazione del diritto canonico riguardò solamente la Chiesa latina, ma già dopo il 1917 i pontefici iniziarono a ritenere opportuno di procedere nei medesimi termini per la disciplina delle Chiese cattoliche di rito orientale le quali, pur numericamente modeste, rappresentano una considerevole importanza sul piano storico e teologico. Tale impresa, tuttavia, apparve fin da subito più difficoltosa in quanto queste chiese erano prive di tutto quel corpo normativo e giurisprudenziale che nei secoli si era formato in occidente e il loro diritto traeva ancora le basi dagli antichi concili. Dopo non poche resistenza, i lavori vennero comunque iniziati nel 1929 sotto il pontificato di Pio XI con la nomina di una commissione a cui venne nuovamente dato il compito di presiederla al cardinale Gasparri. Alla commissione, successivamente guidata dai cardinali Luigi Sincero e Massimo Massimi, vennero affiancati esperti di diritto canonico e appartenenti alle chiese orientali.[82]

I primi risultati videro la luce tra il 1943 e il 1944 quando si poté dare alle stampe una proposta progettuale che prevedeva 2666 canoni complessivi. Sulla base di questa, nel 1949 papa Pio XII promulgò ufficialmente i canoni relativi alla materia matrimoniale mentre l'anno successivo toccò a quelli sulla parte processuale. Il 9 febbraio 1952 fu la volta dei canoni che disciplinavano la vita dei religiosi e i beni temporali delle chiese. Infine, furono promulgati quelli riguardanti le persone e i riti. Con questi si arrivò alla promulgazione di circa i tre quarti di tutti quelli previsti dal progetto originario.[83]

Come era avvenuto per la chiesa latina, le decisioni del Concilio Vaticano II suscitarono l'esigenza di rivedere anche i canoni del diritto delle Chiese orientali che, come detto dal decreto conciliare Orientalium Ecclesiarum, «ne rispecchiassero il patrimonio rituale e ne garantissero la salvaguardia».[84] Così, papa Paolo VI nominò una nuova commissione formata prevalentemente da ecclesiastici di rito orientale affiancati da esperti anche laici. I lavori giunsero a termine nel 1989 quando il testo definitivo elaborato dalla commissione giunse a Giovanni Paolo II che, come aveva fatto per il codice canonico del 1983, volle anche in questo caso sottoporlo ad una revisione personale. La versione definitiva venne, poi, promulgata ufficialmente il 18 ottobre 1990 con la costituzione apostolica Sacri Canones.[85][86]

Fondamenti[modifica | modifica wikitesto]

Definizioni e caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

La discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli è considerata la nascita della Chiesa e della sua autorità.

Il diritto canonico è stato definito come « [...] l'insieme delle norme giuridiche, poste o fatte valere dagli organi competenti della Chiesa cattolica, secondo le quali è organizzata e opera essa Chiesa e dalle quali è regolata l'attività dei fedeli, in relazione ai fini che della Chiesa sono propri» identificando così diversi i diversi elementi: insieme di norme, autorità legittima che le produce e le fa rispettare, lo scopo ultimo di queste.[87][88] Per altri, invece, è «la struttura giuridica della Chiesa nella sua entità» ossia l'apparato necessario alla comunità dei cristiani per vivere la propria presenza terrena.[87] Tale diritto appare come autonomo, originario, organizzato in un sistema in cui è presente una autorità costituita legittimamente in grado di compiere l'attività legislativa e garantirne l'applicazione.[89]

Diverse caratteristiche peculiari vengono riconosciute al diritto canonico. Innanzitutto gli viene attribuita l'universalità in coerenza con la missione universale che è stata attribuita alla Chiesa. Pertanto esso opera senza vincoli di spazio fisico o confini territoriali sul popolo dei fedeli sparso in tutto il mondo. Il diritto canonico è un diritto compiuto, ovvero in grado di disciplinare autonomamente tutte le materie a lui demandate senza ammettere una possibile ingerenza di terze parti in materie di fede. Sebbene sia ammessa una sua modificabilità nel tempo per quanto riguarda i temi temporali, i suoi aspetti di natura divina non possono essere soggetti a usura o a revisione. Pertanto anche l'elasticità rappresenta una sua caratteristica, ovvero la sua attitudine all'adattamento alle esigenze della vita terrena nell'esatto momento storico. Infine, gli si riconosce un carattere ierocratico, ideocratico e teocratico.[90]

Un ampio dibattito si è sviluppato riguardo alla questione se il diritto canonico fosse da considerarsi un diritto pubblico o meno. Secondo alcuni autori lo sarebbe in quanto in esso mancherebbero i rapporti o gli elementi giuridici che possono rappresentare l'interesse degli uomini presi in considerazione come entità singole; le norme non sarebbero, pertanto, finalizzate all'interesse del fedele in sé ma alla repressione del peccato e alla salvezza dell'anima.[91] Altri, invece, rilevano la presenza sia di una finalità privata sia di una pubblicista, osservando come la prima sia stata definita già nel decreto di Graziano quando il giurista riporta un testo di papa Urbano II che recita «privata vero lex est illa quae instinctu sancti in corde scribitur».[92] Altri ancora affermano che non si possa ritenere né pubblico né privato in quanto la salvezza dell'anima, fine ultimo dell'esistenza del diritto canonico, non è un fatto che riguarda un singolo individuo o una collettività, ma è un interesse universale e divino, allontanando così possibili simmetrie con il diritto di produzione statuale. Il giurista Vincenzo Del Giudice, a sua volta, ha descritto il diritto canonico come branca della teologia pratica proponendo l'esistenza di un duplice ordinamento diviso tra sacro e giuridico.[93]

Ruolo della Chiesa[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la teologia cristiana, il disegno di salvezza universale concepito da Dio ebbe inizio con la creazione, per proseguire con l'alleanza con Israele, trovando poi attuazione con la missione di Gesù sulla Terra, che ha dato vita alla Chiesa, la quale, grazie alla guida dello Spirito Santo, è in perfetta unione con Cristo. La Chiesa, dunque, rappresenta la comunione tra Dio e gli uomini, come delineato da San Cipriano che la definisce come «un popolo adunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».[94]

Il concetto di Chiesa ha, tuttavia, trovato più ampia trattazione nella teologia e nel diritto canonico a partire solamente dal XIX secolo, ma da allora ha destato sempre più interesse. Le riflessioni che si sono susseguite hanno permesso di definire alcuni suoi caratteri essenziali: unità in Cristo, santità per le sue origini divine, universalità e apostolicità in quanto dottrina e attività sono in continuazione con quelle degli Apostoli, senza che vi sia stata soluzione di continuità. Inoltre gli vengono attribuite le prerogative di soprannaturalità, esclusività, necessità, indefettibilità e infallibilità.[95] È stato osservato come nella Chiesa siano presenti due nature, una carismatica conseguente alla sua origine soprannaturale, l'altra di istituzione tangibile, come spiegato dal cardinale Gasparri[Pietro o Enrico?] che la descrive come un'«organizzazione degli uomini che, in unità di fede, rappresentano l’aspetto visibile e una società attiva per il raggiungimento delle finalità soprannaturali».[96]

Tali premesse giustificano l'autorità della Chiesa di potersi dotare di un proprio diritto in funzione della propria missione affidatagli da Cristo. Pertanto, nelle parole del giurista Vincenzo Del Giudice, «dati i suoi caratteri, l'origine, i fini, il modo di essere e di comportarsi, la Chiesa guardata nel suo complesso assume nel campo giuridico al figura di corporazione istituzionale e non territoriale, provvista di sovranità originata e di capacità subiettiva pubblica e privata».[97][98] Pertanto, giuridicamente, i fedeli cristiani sono una «collettività di persone unite da un medesimo fine gerarchicamente sottoposte all'autorità istituzionale della stessa Chiesa. A differenza di altri ordinamenti, avendo la Chiesa una carattere universale, il diritto canonico non ha limiti territoriale. Essendo che la Chiesa proviene dalla missione di Cristo, essa non può riconoscere un'autorità sopra di essa e di conseguenza il suo diritto non può essere una derivazione di un altro».[99]

Giuridicità del diritto canonico[modifica | modifica wikitesto]

Martin Lutero non riteneva che il diritto canonico servisse per la salvezza dell'anima

La giuridicità, cioè appartenere o meno al diritto,[100] è un argomento affrontato da molti studiosi. Per il teologo riformatore Martin Lutero nel diritto canonico convivono due realtà, una spirituale di natura divina e una terrena conforma al diritto umano. Sebbene quella spirituale non possa porre in essere atti giuridici formali è comunque necessaria per raggiungere lo scopo della salvezza dell'anima, cosa che non lo è la seconda che opera solo nel mondo degli uomini e serve solo per la vita terrena. essendo priva di potere. Più radicale il canonista luterano Rudolph Sohm che rifiuta la giuridicità in toto osservando che uno dei caratteri essenziali del diritto è la coercizione al rispetto delle proprie norme, una capacità che la Chiesa non possiede e quindi il diritto è un fenomeno esclusivamente umano. Tale posizione, in cui il diritto è addirittura concepito come antitetico all'essenza della Chiesa, ha trovato diverse posizioni critiche, tra cui quella di alcuni autori che hanno sottolineato di come il diritto non sia coercizione ma ordine e giustizia, due caratteri conformi invece conformi alla Chiesa.[101]

Anche al di fuori del mondo protestante è stata messa in dubbio la giuridicità del diritto canonico. Ad esempio, la teoria della statualità del diritto elaborata da Rudolf von Jhering asserisce che l'unico possessore, in tutte le epoche e in tutte le società, dell'autorità di creare diritto fosse lo stato, negando così nettamente alla Chiesa qualsiasi ruolo.[102]

Numerose però sono anche le controdeduzioni a sostegno della sua piana giuridicità. È stato, infatti, osservato come anche il diritto canonico preveda delle sanzioni, seppur prevalentemente spirituali, e degli strumenti per imporle. Inoltre, come sostenuto anche dal celebre giurista Santi Romano, l'ordinamento giuridico non appartiene esclusivamente allo stato, ma, in termini più generali, ad una società organizzata come poi in effetti può essere considerata la Chiesa cattolica e quindi da ciò ne deriverebbe la sua piena capacità di essere un soggetto produttore di diritto.[103] Infine, il canonista Pio Fedele riassume la coesistenza della giuridicità e della spiritualità nella Chiesa affermando che la «Chiesa giuridica e la Chiesa spirituale concorrono a formare la Chiesa, la vita esteriore e la vita interiore della Chiesa, costituiscono la vita vera e completa, totale della Chiesa, e la vita giuridica e la vita spirituale formano una unità».[104]

Contenuti e struttura del codice del 1983[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Codice di diritto canonico.
Miniatura medievale dall'Hortus deliciarum di Herrad von Landsberg: è rappresentata la "Regina Chiesa" che presiede il corpo sociale formato da "prelati", "apostoli", "laici", "spirituali" e "fanciulle"

Il codice di diritto canonico del 1983 consta di 1752 canoni; è diviso in sette "libri", ognuno dei quali è suddiviso in varie "parti", a loro volta suddivise in "titoli", poi "capitoli", e quindi "articoli". A differenza del diritto civile, "articolo" è quindi una sezione, un raggruppamento di alcune norme, e non le norme stesse; la norma particolare infatti è detta canone. I canoni possono essere ulteriormente suddivisi in commi, e nel testo la suddivisione è indicata dal carattere "§".

Il primo libro tratta delle norme generali. Per prima cosa si delineano i suoi confini di applicabilità, poi si definiscono i lineamenti generali delle leggi ecclesiastiche, delle procedure, dei decreti generali, dei singoli atti amministrativi, degli statuti e dei regolamenti. Dal canone 96 al canone 123 vengono definite le persone fisiche e giuridiche, mentre i canoni che vanno dal 124 al 128 danno spazio alla fissazione dei principi generali degli atti giuridici. Dai canoni da 129 a 144 si delinea la giurisdizione ovvero la "potestà di governo" che secondo la dottrina, la potestà appartiene ai ministri i quali successori degli Apostoli ai quali venne affidata la missione della Chiesa da parte di Gesù Cristo. Successivamente, accogliendo quanto emerso dal Concilio Vaticano II, si procede con una riorganizzazione sostanziale degli uffici ecclesiastici aprendo alla possibilità di conferirli anche ai fedeli laici e non solamente ai chierici.[105]

Un diacono (parte dei chierici) della Chiesa cattolica rivestito della dalmatica.

Il secondo libro è dedicato al popolo di Dio ed è diviso in tre parti: i fedeli, la costituzione gerarchica della Chiesa, hli istituti di vita consacrata e società di vita apostolica. Nella sua impostazione teologica recupera l'identificazione della Chiesa nel suo popolo come originariamente era presente nella Bibbia. Pur riconoscendo una legittimità della gerarchia ecclesiastica, necessaria alla funzione di guida, viene sancito il principio di uguaglianza tra tutti i fedeli uniti grazie al battesimo. Il popolo di Dio è inteso come universale in quanto tutti gli umani sono chiamati a farne parte per il raggiungimento della salvezza. I fedeli sono definiti come «coloro che, essendo stati incorporati a Cristo mediante il battesimo, sono costituiti popolo di Dio e perciò, resi partecipi nel modo loro proprio della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo, sono chiamati ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo». Essi si differenziano in laici e chierici; entrambi possono essere religiosi dopo aver professato voti. Diversi canoni definiscono i rispettivi diritti e doveri. I chierici sono definiti come quei fedeli a cui è stato amministrato l'ordine sacro in uno dei suoi tre gradi: diaconato, presbiterato o episcopato. Nella parte riguardante la gerarchia si tratta della figura del romano pontefice, a cui è ribadita l'infallibilità papale, e del collegio episcopale, descrivendo le relazioni tra di essi superando i problemi del conciliarismo. Infine si disciplinano gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica.[106]

Il libro III riguarda la missione di insegnare attribuita alla Chiesa fissando i principi già delineati nelle due costituzioni conciliari Lumen Gentium e Dei verbum.[107] Il canone 751 fornisce le definizioni di eresia, scisma e apostasia.[108] Il canone 755 è invece dedicato all'ecumenismo, uno dei compiti attribuiti al Vaticano II dal decreto Unitatis Redintegratio. Successivamente viene trattato il ministero della Parola divina e la trasmissione della Scrittura e della Tradizione. Infine vengono disciplinate la predicazione della Parola di Dio, la catechesi, l'attività missionaria, le pubblicazioni, l'educazione cristiana in famiglia, le scuole e le università cattoliche.[109]

Celebrazione di un matrimonio cattolico

I sacramenti sono trattati nei 420 canoni del libro IV. Dapprima il codice si occupa del battesimo disciplinando la celebrazione, il ministero, i battezzandi (in cui si afferma ala canon 864 che «è capace di ricevere il battesimo ogni uomo e solo l'uomo non ancora battezzato»), i padrini e la prova e annotazione del battesimo conferito. Successivamente si trovano i canoni dedicati alla confermazione e alla celebrazione, ai riti, al tempo e al luogo della celebrazione eucarestia. Il sacramento della penitenza trova la sua disciplina al titolo IV mentre il successivo all'unzione degli infermi. Al titolo VI (dal canone 1008 al 1054) viene trattato il ministero dell'ordine sacro. Ben complessa la trattazione del matrimonio cattolico che trova la sua disciplina dal canone 1055 al 1165 che compongono il titolo VII del IV libro. La seconda parte concerne i sacramentali, l'ufficio divino, i funerali, la devozione ai santi, i voti e i giuramenti, la liturgia delle ore, la venerazione delle sacre immagini e delle reliquie, gli esorcismi. Per ultimo, la terza parte presenta i luoghi sacri (chiese, oratori e cappelle private, santuari, altari) e le osservanze devozionali. Il libro V legifera sulla proprietà della Chiesa in 57 canoni, occupandosi della sua acquisizione, amministrazione, alienazione; si occupa anche di lasciti e pie fondazioni.

Riguardo alle pene canoniche, trattate al libro V, il codice del 1983 rispetto al Pio-Benedettino, invita ad un limitato utilizzo favorendo al loro posto strumenti pastorali e riduce il ricorso a quelle latae sententiae in un numero ridotto di casi. Dal canone 1331 al canone 134 sono elencate le pene ecclesiali: le censure, che sono la scomunica, l'interdetto e, solo per i chierici, la sospensione.[110] I rimedi previsti sono l'ammonizione e la correzione, ma è generalmente accettato che gli organi legislativi inferiori possano anche fare ricorso ad altri secondo il principio pastorale; riguardo alle penitenze, il canone 1340 afferma che «può essere imposta in foro esterno, consiste in una qualche opera di religione, di pietà o di carità da farsi». Dopo aver descritto l'applicazione, la cessazione e le circostanze esimenti, attenuanti e aggravanti, la trattazione delle pene si conclude con l'esamina delle pene per i singoli delitti.[111] Il libro VII riguarda le norme procedurali premettendo che è sconsigliato il ricorrere al processo se non quando strettamente necessario. Successivamente si descrivono le regole e i procedimenti; la legislazione canonica distingue due tipi di processi: il processo contenzioso ordinario e il processo contenzioso orale, quest'ultimo introdotto con il codice del 1983. Infine il libro descrive i processi speciali che sono quelli matrimoniali, quelli per il ricorso contro i decreti amministravi e quelli relativi alle procedure per la rimozione e il trasferimento dei parroci.[112]

Il codice dei canoni delle Chiese orientali del 1991[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Codice dei canoni delle Chiese orientali.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Musselli, 2007, pp. 17-18.
  2. ^ Musselli, 2007, pp. 18-19.
  3. ^ Musselli, 2007, pp. 19-20.
  4. ^ Rordorf-Tuilier, p. 12.
  5. ^ Prinzivalli-Simonetti, p. 6.
  6. ^ Musselli, 2007, pp. 20-21.
  7. ^ Musselli, 2007, p. 21.
  8. ^ Musselli, 2007, pp. 21-23.
  9. ^ Filoramo, Lupieri e Pricoco, 1997, pp. 195-196.
  10. ^ Berman, 1983, p. 199.
  11. ^ Canone, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  12. ^ a b Musselli, 2007, p. 25.
  13. ^ (EN) Canon law, su britannica.com, Britannica. URL consultato il 12 gennaio 2022.
  14. ^ a b c Collezioni canoniche, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  15. ^ a b Musselli, 2007, pp. 26-27.
  16. ^ Filoramo, Lupieri e Pricoco, 1997, pp. 403-404.
  17. ^ Campitelli, 1993, pp. 54-55.
  18. ^ Musselli, 2007, p. 27.
  19. ^ Musselli, 2007, p. 28.
  20. ^ Musselli, 2007, pp. 31-32.
  21. ^ Ascheri, 2007, p. 60.
  22. ^ Ascheri, 2007, pp. 60-61.
  23. ^ a b Musselli, 2007, p. 29.
  24. ^ Blumenthal, 1990, pp. 23-25, 29-32.
  25. ^ Rendina, 2005, pp. 367-369.
  26. ^ Blumenthal, 1990, p. 106.
  27. ^ Montanari, 2006, pp. 138-139.
  28. ^ Barbero e Frugoni, 2001, pp. 99-100.
  29. ^ Ascheri, 2007, pp. 84-85.
  30. ^ Montanari, 2006, p. 138.
  31. ^ Ascheri, 2007, p. 85.
  32. ^ Umberto di Silva Candida, cardinale, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  33. ^ Musselli, 2007, pp. 35-36.
  34. ^ Bolognini, 1991, pp. 84-85.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • Codici di diritto canonico, su vatican.va, Santa Sede. URL consultato il 22 marzo 2022.
  • (EN) Canon law, su britannica.com, Encyclopedia Britannica. URL consultato il 22 marzo 2022.