Diritto medievale

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Medioevo.

Pagina del Digesto del Corpus iuris civilis di Giustiniano I con le relative glosse.

Il diritto medievale si occupa dell'evoluzione del diritto dalle ultime fasi del diritto romano, cioè dal periodo posteriore all'imperatore Costantino, abbracciando la caduta dell'Impero romano d'Occidente, le invasioni barbariche, l'affermarsi della Chiesa e i periodi ulteriormente successivi fino alla fine del Medioevo.

La scienza giuridica medievale si pose fin dall'inizio il problema della storicità del diritto, non come problema teorico (sulla essenziale storicità dell'esperienza giuridica), bensì come confronto concreto fra sistemi giuridici vigenti per misurarne l'oggettiva validità ed attualità.

Il compito del giurista fu di elaborare un impianto di fondo che desse anche coerenza unitaria alla miriade di nuove norme che le nuove istituzioni andavano generando. Tale compito fu assolto con l'ausilio di due strumenti: la rilettura dei testi del diritto giustinianeo e le norme che l'ordinamento della Chiesa veniva proprio allora producendo.

Contemporaneamente alla riscoperta dei testi romani, anche la Chiesa infatti rinnovò largamente il suo patrimonio normativo (diritto canonico). Nacque così, nel 1140, ad opera del monaco Graziano allora presso il monastero romualdense di San Nicola di Monte Orvietano (dintorni di Ficulle, presso Orvieto), la Concordantia discordantium canonum, meglio nota con il semplice nome di Decretum Gratiani.

Un altro strumento di produzione normativa di questo periodo erano le Litterae decretalis con le quali i Pontefici, rispondendo ad un quesito su una fattispecie dubbia, dettavano allo stesso tempo una norma generale. Questa normazione pontificia fu via via raccolta in successive compilazioni.

Diritto romano cristiano tra IV e V secolo: le prime codificazioni[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Diritto romano, Diritto canonico e Codice teodosiano.
Le frontiere romane settentrionali ed orientali al tempo di Costantino, con i territori acquisiti nel corso del trentennio di campagne militari (dal 306 al 337).

A partire dalla metà del del III secolo, l'Impero romano si trovava in una situazione politica ed economica in deterioramento a causa del susseguirsi di guerre civile e delle continue invasioni dei popoli confinanti. In tale scenario, le tradizionali istituzioni della costituzione repubblicana cominciarono a trasformarsi nella monarchia assoluta del dominato. Contestualmente andò in crisi anche l'antico sistema di diritto romano classico con il progressivo abbandono delle molteplici fonti legislative che o caratterizzava, come le aveva elencate Gaio nelle sue Istituzioni, e della scomparsa di quel ceto di giuristi che considerava il diritto come scienza, a favore di una sola fonte predominante costituita da decisioni del potere centrale nella forma di editti e rescritti.[1]

Ben presto, la moltitudine di tali editti e la vastità e complessità che l'impero aveva raggiunto aveva creato diversi problemi di incertezza legislativa al suo intero e pertanto tra i giuristi dell'epoca iniziò a maturare la necessità di possedere un'unica raccolta razionale delle leggi. Così si arrivò alla compilazione di "Codici", che tuttavia non vanno accostati alla Codificazione illuministica nata nel XVIII secolo, giacché non si trattava di leggi scritte dal nuovo in un unico testo normativo, ma più che altro di raccolte di leggi vetuste, riadattate con interpolazioni, armonizzazioni e con l'aggiunta di poche novità.[2]

Testa di marmo del V secolo rappresentante l'imperatore romano d'Oriente Teodosio II. Egli promulgò il codice teodosiano, la prima raccolta ufficiale di leggi dell'Impero.

Un primo esempio in tal senso fu il Codice Gregoriano, una raccolta di costituzioni imperiali realizzata da privati introno al 292-293 e dunque a cavallo dell'epoca dell'imperatore Adriano e Diocleziano a cui seguì, pochi anni dopo, il Codice Ermogeniano composto soprattutto da rescritti.[3].[2] Oltre un secolo più tardi, nel 438, l'imperatore Teodosio II promulgò, dopo quasi dieci anni di lavori, il codice teodosiano, la prima raccolta ufficiale di leggi dell'Impero. Nell'imponente opera, composta di ben 16 libri, trovarono collocazione anche i tractatus dei giuristi del periodo classico e i responsa prudentium. Inizialmente era previsto che dovesse contenere anche norme non più in vigore per un intento didattico, ma a ciò non venne completato. Il Codice teodosiano fu un evento epocale dato che fu il primo voluto da un imperatore e come tale reso vigente in virtù di una novella. La sua portata fu tale che esercitò influenze sul diritto occidentale fino a dopo il mille.[4][5]

Parallelamente alla codificazione del diritto romano iniziò anche una raccolta sistematica delle regole che riguardavano la chiesa cristiana, portando alla costituzione di un diritto canonico. Già nel 313, gli imperatori Costantino I e Licinio, avevano sottoscritto un accordo in cui si riconosceva libertà di culto all'interno dell'Impero e si restituiva ai cristiani i luoghi, beni e possedimenti in precedenza acquistati, requisiti o tolti durante il lungo periodo delle persecuzioni. Tali disposizione sono considerate il punto di partenza da cui si svilupperà l'inalienabilità dei beni della chiesa, che nei secoli a venire renderà "intoccabili" i possedimenti della chiesa. Divenuto Costantino I nel 324 unico imperatore, impresse ancora maggiormente la sua filo-cristianità sul diritto: ad esempio furono facilitate le manomissioni degli schiavi, posti limiti al divorzio, equiparati figli maschi e femmine in tema di successione mortis causa.[6]

Nel 380, con l'editto di Tessalonica il cristianesimo diventò l'unica e obbligatoria religione dello Stato, comportando non poche conseguenze di ordine giuridico. Già nel V secolo era iniziato un dibattito su chi, tra papa e imperatore, fosse la massima guida della popolazione cristiana, con papa Gelasio I che teorizzò, in una lettera indirizzata all'imperatore Anastasio I Dicoro, di come il mondo fosse governato da due supreme autorità, senza però rivendicare la superiorità papale al potere politico, cosa che avverrà solo durante l'XI secolo. Sotto la spinta di questi dibattiti, il pontificato di Gelasio fu caratterizzato da una felice prolificazione di compilazioni di diritto canonico, come la Collectio Quesnelliana o la Collectio Dionysiana scritta dal monaco Dionisio. In quest'ultima, che verrà utilizzata per secoli, vennero inseriti sia i vari canoni promulgati dai vari concili sia i decretali emanati dai pontefici. Nonostante questi tentativi di codificazione, la chiesa cristiana era tutt'altro che unita e nelle varie regioni erano nate codici autonomi. Il più importante di questi fu senza dubbio la Collecto Hispana che traeva fondamento sula Dionysiana a cui erano stati aggiunte alcune deliberazioni di concili locali.[7]

Diritto nell'alto medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Alto medioevo.

Diritto nei regni romano-barbarici[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Regni romano-barbarici e Storia del diritto germanico.
I regni romano-germanici nel 476

Tradizionalmente si fa coincidere la si fa coincidere la deposizione dell'imperatore Romolo Augusto, avvenuta nel 476, con la caduta dell'Impero romano d'Occidente e l'instaurarsi nelle sue province dei regni romano-barbarici. Questi erano di fatto regni autonomi, tuttavia formalmente rimasero spesso dipendenti dall'Impero romano d'Oriente; i loro capi barbari erano al contempo reggenti per il monarca di Costantinopoli e sovrani dei loro rispettivi popoli. Riguardo al diritto, solitamente questi popoli adottarono la personalità della legge ossia alla popolazione romana a loro assoggettata veniva permesso di mantenere, nell'ambito dei rapporti privati, le proprie leggi mentre per gli appartenenti alla loro stirpe seguivano un proprio diritto. In questo modo coesistevano nello stesso ordinamento diversi diritti applicati ai diversi popoli esistenti.

I popoli germanici, originariamente, possedevano una forma di diritto che si basava soprattutto sulle consuetudini e che per lungo tempo era stato trasmesso solamente per via orale. Ogni popolo aveva il proprio così che fosse parte integrante della propria identità; inoltre non vi erano formali autorità o istituzioni che lo imponessero al popoli, bensì il suo rispetto veniva soprattutto dalla tradizione. Quando le popolazione germaniche migrarono nell'Impero, almeno inizialmente, rifiutarono di recepire il diritto romano, ma col tempo iniziò un processo di assimilazione che tuttavia ebbe risultati diversi tra un popolo e l'altro.[8]

Frammento del Codice visigoto promulgato dal re Chindasvindo, copia del XI secolo in lingua catalana medievale

I Visigoti, originari della Scizia e della Dacia, si stanziarono prima nella regione della Gallia e successivamente nell'attuale Spagna meridionale. Nel 506, per volere del re Alarico II, venne emanata la Lex Romana Visigothorum, una raccolta di leggi dedicate alla popolazione latina assoggettata e che andava ad affiancare il Codice di Eurico destinato invece a regolare i rapporti tra appartenenti al popolo visigoto, in accordo con il principio di personalità del diritto. Il rispetto dei Visigoti per il diritto romano è comunque ben testimoniato dal fatto che la Lex Romana Visigothorum era sostanzialmente un compendio del codice Teodosiano.[9] Il sistema dei due sistemi giuridici distinti rimase in vigore fino al regno di Chindasvindo che fece elaborare un codice che valesse per tutti i suoi sudditi (principio della territorialità del diritto) e che venne promulgato tra il 642 e il 643; il codice visigoto rimarrà in vigore fino alla conquista islamica della penisola iberica avvenuta nei primi anni dell'VIII secolo.[10]

Già nei primi anni del V secolo i Burgundi erano scesi nell'attuale Borgogna fondando l'omonimo regno. Come fu per i Visigoti, anche in questo caso vi furono due diritti differenti a seconda : la Lex Romana Burgundionum, consistente in principi di diritto romano rielaborati e semplificati, era applica ai soli cittadini romani presenti nel regno; mentre la Lex Burgundionum, un codice unitario composto da 46 libri, era destinato ai Burgundi con l'intenzione di facilitarli all'adozione delle norme scritte in quanto ancora abituati a seguire le antiche consuetudini. Entrambi i codici vennero emanati dal re Gundobado nei primi anni del VI secolo.[11]

Clodoveo I detta la Legge Salica circondato dalla sua corte di consiglieri militari.

Tra i Franchi il diritto era ancora più frammentato in quanto a loro volta erano divisi in diverse etnie regolate da diverse leggi tramandate oralmente come consuetudini. Il loro re Clodoveo I si convertì, primo fra tutti i capi germanici, al cristianesimo nel 496, favorendo così l'integrazione tra franchi e popolazione romana.[12] Grazie a lui venne emanata anche la legge salica, che introdusse pene pecuniarie per determinati reati di sangue al fine di evitare pericolose faide tra le famiglie. Nella nuova legislazione trovò posto anche l'antico istituto del trustis che successivamente evolverà nel vassallaggio. Clodoveo trasse ispirazione dal modello romano per quanto concerne l'organizzazione amministrativa del suo regno che venne diviso tra duchi e conti.[13]

Nel 493 Teodorico il Grande a capo degli ostrogoti sconfisse Odoacre portando a termine la conquista della penisola italiana. Il suo governo fu incentrato su di una profondo dualismo tra il popolo ostrogoto e quello latino-romano: il comando militare passò totalmente in capo ai nuovi conquistatori, che rimasero di religione ariana e anche gli assetti sociali rimasero ben distinti. In tema di diritto non vi fu una sostanziale integrazione, con gli ostrogoti che continuarono ad osservare le proprie tradizioni giuridiche; tuttavia l'Edictum Theodorici Regis promulgato da Teodorico verso la fine del suo regno, trae certamente ispirazione dai principali istituti giuridici romani; veniva anche istituito preposto a dirimere le controversie tra loro e i romani.[14]

L'opera legislativa di Giustiniano[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Corpus iuris civilis.

Nel 527 Giustiniano I salì al trono imperiale di Costantinopoli rafforzando il governo grazie ad una politica centralistica in cui la figura dell'imperatore assumeva sempre più connotati teocratici e cesaropapisti.[15] Oltre alle sue imprese belliche di restauratio imperii e alle grandi opere architettoniche, Giustiniano è ricordato per aver promosso un'intensa attività legislativa che culminò con l'incarico dato ai giuristi di corte, guidati da Triboniano, di riorganizzare e rielaborare il diritto vigente dando vita, dopo cinque anni di lavoro (dal 529 al 534), ad una imponente opera unitaria nota successivamente come Corpus iuris civilis.[16][17] La commissione che si occupò della sua realizzazione fece un largo uso degli antichi testi ed in particolare di quelli del diritto romano classico, sottoponendoli tuttavia ad una modernizzazione e ad una interpolazione.[18]

Il codice giustinianeo (Codex) in un'edizione del 1592

Divenuto unica fonte del diritto nell'Impero, il corpus iuris civilis era a sua volta costituito da quattro testi: le Istitutiones era opera didattica in 4 libri destinata a coloro che studiavano il diritto sul modello delle Istituzioni di Gaio; il Digesto (o Pandectae) costituiva una antologia in 50 libri (2, detti terribiles, dedicati al diritto penale) di frammenti estrapolati (non senza modifiche) dalle opere giuridiche dei più eminenti giuristi della storia di Roma; il Codex consisteva in una raccolta di costituzioni imperiali da Adriano allo stesso Giustiniano; infine, le Novellae Constitutiones raccoglieva le costituzioni emanate da Giustiniano dopo la pubblicazione del Codex, fino alla sua morte.[19][17]

Nell'opera traspare l'esistenza di un diritto civile, proprio di ogni singolo individuo, e di un diritto naturale comune a tutti gli uomini; quest'ultimo non era "statico" ma doveva essere continuamente scoperto e ricreato a seguito di riflessioni critiche basate anche sulla dottrina cristiana. Il diritto viene visto così, non solo come una serie di disposizioni date dall'autorità, ma un fenomeno in continua elaborazione adattamento alle varie esigenze della vita comune.[20]

Inizialmente pensato per essere utilizzato in oriente, su richiesta di Papa Vigilio Giustiniano fece estendere l'uso del Corpus anche in parte dell'Occidente, da poco riconquistato dopo una guerra contro i Goti, come aveva ordinato nella prammatica sanzione pro petitione Vigilii. Tuttavia, la successiva invasione dei Longobardi non permise una sostanziale diffusione del testo che andò in disuso, anche per via della sua complessità, ad eccezione delle regioni italiane in cui i Bizantini riuscirono a resistere alle pressioni degli invasori germanici.[20] Riscoperta intorno alla seconda metà dell'XI secolo, l'opera legislativa promossa da Giustiniano, che aveva chiuso la millenaria storia del diritto romano, ha successivamente rappresentato per secoli la base del diritto comune europeo, sino agli inizi del XIX secolo quando venne considerato superato dal codice napoleonico.[17]

Le regulae monastiche[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Monachesimo cristiano, Regola monastica e Regola benedettina.
San Benedetto porge la sua Regola a san Mauro e ad altri monaci; manoscritto miniato del 1129

Fin dal III secolo alcuni cristiani, inizialmente in Egitto, scelsero di ritirarsi a vivere in completa solitudine (anacoreti) o in piccoli gruppi (cenobiti) allo scopo di condurre un'esistenza conforme ad una rigida visione dell'ideale cristiano. Fin dal principio, le comunità di cenobiti (detti poi "monaco") si dettero delle "regole" funzionali ad organizzare la loro vita secondo le proprie aspirazioni ascetiche. La regola benedettina, dettata nel 534 da Benedetto da Norcia monaco fondatore dell'abbazia di Montecassino, fu certamente quella che ebbe maggior diffusione venendo adottata da moltissimi monasteri, soprattutto grazie al sostegno che ricevette da papa Gregorio Magno. Uno degli aspetti peculiari della regola di Benedetto fu una rigida impostazione della vita dei monaci e dell'importanza data al lavoro manuale che andava a coniugarsi con il tempo da dedicarsi alla preghiera, riassumibile dalla massima ora et labora (prega e lavora).[21][22] Con la riforma voluta da Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, la regola benedettina divenne l'unica a cui dovevano uniformarsi tutte le case religiose dell'impero carolingio. Della regola benedettina è stato detto che "è un documento straordinario, unico per longevità della sua vigenza e è un concentrato di saggezza giuridico-situazionale che conferma la vocazione occidentale per la scrittura della legge.[23]

Le comunità monastiche costituivano delle istituzioni indipendenti, spesso separate nettamente dal mondo secolare fuori da loro, tanto che in epoca carolingia (tra VIII e X secolo) erano al di fuori della giurisdizione laica. L'unica e indiscussa autorità del monasteri risiedeva nell'abate a cui i monaci facevano voto di totale obbedienza rinunciando così totalmente alla propria volontà. Per coloro che avessero trasgredito alla regola o agli ordini dell'abate erano previste punizioni corporali.[24] Era, inoltre, previsto che l'abate fosse eletto dai monaci in virtù delle su qualità morali e non dell'anzianità.[22]

I monasteri erano, inoltre, spesso autosufficienti sia grazie al lavoro dei monaci che alle donazione, talvolta cospicue, dei fedeli. In taluni casi divennero delle vere e proprie aziende che presero parte attiva nel sistema della economia curtense. Negli ultimi secoli del primo millennio, si diffuse la pratica da parte dei ricchi laici di fondare un monastero conferendogli parte dei suoi possedimenti in cambio della possibilità di apportare modifiche alla regola in uso ed in particolare a quanto concerneva le modalità di elezione dell'abate in modo che potesse essere di suo gradimento. Ciò contribuì al decadimento dell'istituzione monastica almeno per quanto riguarda gli aspetti etici; bisognerà aspettare la riforma iniziata nel X secolo nell'abbazia di Cluny perché riprendesse vigore l'antico modello di ascesi su cui traeva fondamento l'istituzione monastica.[25]

I Longobardi e l'Editto di Rotari[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Diritto longobardo ed Editto di Rotari.
Illustrazione in un manoscritto dell'Editto di Rotari, la più importante compilazione giuridica dei Longobardi.

Nel 568, la popolazione germanica dei longobardi, si stanziò in gran parte della penisola italiana portando a conclusione una lunga migrazione iniziata secoli prima. Una volta stabilitisi dettero vita ad una solida struttura organizzativa che tuttavia, almeno inizialmente, non eliminò le istituzioni autoctone di tradizione romana sovrapponendosi ma bensì funzionando parallelamente.[26] Il regno era diviso in ducati ognuno dei quali guidato da un duca, che col tempo non fu più solo il capo di una fara ma divenne funzionario regio, depositario dei poteri pubblici e affiancato da funzionari minori (sculdasci e gastaldi). A capo del regno vi era il re che rispondeva ad una assemblea di guerrieri, la Gairethinx.[27][28] Nel primo secolo di dominazione, continuò ad essere in vigore la personalità del diritto, con la popolazione latina che continuava ad avvalersi del diritto romano semplificato mentre tra i dominatori sopravviva il diritto consuetudinario di origine germanica. Con l'abbandono da parte dei Longobardi dell'arianesimo a favore del cristianesimo del credo niceno iniziò anche un processo di integrazione sociale, culturale e di diritto che portò ad una sostanziale fusione giuridica tra le due etnie.[29]

La prima e più importante opera di diritto compilata dai Longobardi fu l'Edictum Rotharis Regis (Editto del re Rotari) promulgato nel 643 e valida solo per il proprio popolo. Con questa vennero messe per iscritto e in lingua latina (ad eccezione di qualche termine che rimase in lingua longobarda perché intraducibile) le antiche tradizioni giuridiche (cawarfidae) trasmesse fino a quel momento principalmente per via orale.[30]

Con l'editto venne istituzionalizzato il guidrigildo, ovvero una indennità pecuniaria congrua a risarcire il danneggiato o i suoi parenti in caso di danni inferti e commisurata al valore sociale dell'offeso. Con tale rimedio si cercava di evitare il fenomeno della faida che minava la pace tra le famiglie del regno. Le norme processuali contenute nell'editto erano ancora sostanzialmente arcaiche, come dimostra il ricorso al duello ordalico, già abbandonato nel diritto romano.[31] Largo spazio era dato al diritto di famiglia e allo stato giuridico della donna a cui veniva attribuita capacità giuridica ma non capacità di agire in quanto la sua potestà era attribuita ai parenti maschi più stretti (istituto del mundio). Secondo l'editto di Rotari, nella successione a causa di morte le donne erano svantaggiate, ma il loro consenso era imprescindibile per contrarre un matrimonio.[32] Integrato e innovato dai regnanti longobardi successivi, come Grimoaldo, Liutprando e Astolfo, la fortuna dell'editto di Rotari non terminò con la caduta del regno ma la sua circolazione proseguì anche nel basso medioevo dove le consuetudini locali adottate nella penisola italiana gli saranno debitrici di una profonda influenza.[33]

Diritto nell'epoca carolingia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Carolingi e Capitolare.
Carlo Magno e Pipino d'Italia. miniatura da un manoscritto, del 991, delle Leges Barbarorum, copia del manoscritto originale dell'830 circa

I Carolingi furono una stirpe di franchi che regnò in Europa dal 750 al 987; con Carlo Magno diedero vita ad impero caratterizzato da una rinascita culturale che coinvolse anche il diritto. Le costituzioni emanate dai sovrani carolingi presero il nome di "capitolare" (capitulare in latino), un termine utilizzato solitamente per la legislazione ecclesiastica, una scelta che aveva l'obiettivo di assimilare il potere temporale con quello spirituale per accrescerne la legittimità. Un capitolare era un collezioni di singoli capitoli raggruppati in un unico testo; vi erano poi capitolari specialia dedicati ad a particolari esigenze locali, capitolari generali di ordine universale, capitolari ecclesiastica per regolare faccende relative alla Chiesa o ai monasteri, capitolari munadana solo per questioni riguardante il mondo temporale, capitolari missorum con cui si impartivano ordini ai missi dominici funzionari che l'imperatore inviava come suoi rappresentanti nelle varie parti dell'impero.[34]

L'imponente produzione legislativa di Carlo Magno e del figlio Ludovico il Pio venne raccolta nei quattro liber legiloquus tra l'826 e l'827 dall'abate Ansegiso di Fontenelle, due di questi erano dedicati a dirimere questioni inerenti al mondo laico, due per quello ecclesiastico. I capitolari in vigore nel Regnum Italiae vennero raccolti nel Capitulare Italicum successivamente parte del Liber papiensis.[35]

I diversi popoli che vivevano nell'impero carolingio obbligarono, ancora una volta, a ricorrere alla personalità del diritto, con tutte le conseguenze di difficoltà nell'omogeneità nelle cause che riguardavano persone di origine diversa e quindi soggette a diritti diversi. Per ovviare a ciò, come avveniva già in epoca longobarda, anche in epoca carolingia si usò esplicitare nei singoli atti notarili la legge a cui si avrebbe dovuto fare riferimento in caso di controversia.[36]

Almeno inizialmente, l'origine germanica dei carolingi si rifletteva particolarmente nelle modalità di emanazione delle disposizioni legislative. Si usava, infatti, presentare le nuove leggi alle diete imperiali di primavera indette per preparare le campagne belliche e a cui partecipavano i più grandi notabili dell'impero senza che vi fosse la necessità di una formale approvazione da parte di un'assemblea come avverrà più tardi. Infatti, a partire dalla fine del VIII secolo le diete iniziarono a svolgere un ruolo di supervisione delle leggi e il loro consenso divenne fondamentale perché una norma divenisse imperativa.[37]

Feudalesimo e autonomie[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Feudalesimo.

Il feudalesimo fu un sistema politico, economico, giuridico e sociale basato sui rapporti di reciproca dipendenza e protezione tra uomini di diversa estrazione, come tra il re e i suoi più potenti sudditi. Benché di tale sistema si ebbero i primi accenni già a metà del VIII secolo, fu la progressiva frammentazione del potere che si riscontrò nell'impero carolingio all'indomani della morte di Carlo Magno a darne l'impulso decisivo.[38] Alla base del rapporto feudale vi era l'omaggio feudale, un rito formale tramite il cui veniva siglato il patto vassallaggio in cui un signore riconosceva la superiorità di un altro nobile (senior) promettendogli fedeltà e aiuto militare in caso di guerra in cambio di protezione e, talvolta, di un beneficium ovvero una proprietà fondiaria o immobiliare. Tale istituto ebbe un'origine consuetudinaria assumendo fin da subito una fondamentale importanza giuridica nell'ordinamento dell'epoca; il tradimento di tale patto, fellonia, era considerato un grave reato. Nell’Europa mediterranea il rito dell'omaggio assunse anche la forma di patto scritto.[39]

Il rapporto feudale inizialmente era di tipo esclusivamente personale ma ben presto iniziò ad essere trasmesso per via ereditaria al primogenito maschio, prima per via consuetudinaria e poi per via istituzionale tramite l'Edictum de Beneficiis concesso da Corrado il Salico nel 1037. Proprio per questo, contestualmente, era sorta la pratica di concedere il beneficio a vescovi o ad alti ecclesiastici in quanto privi di discendenza.[40]

A sua volta, chi aveva ricevuto il beneficio, poteva legare a sé altri nobili di rango inferiori conferendogli un omaggio, andando a costituire una rete di rapporti feudali che talvolta raggiunse fino a cinque livelli. Per dirimere le situazioni, non rare, nelle quali uno stesso soggetto si ritrovasse vassallo di due signori diversi si introdusse, alla fine dell'XI secolo, il concetto di "omaggio ligio" che rappresentava un rapporto privilegiato. Il rapporto di vassallaggio rimaneva comunque diretto solamente tra signore e vassallo non estendendosi agli altri ranghi valendo la massima "il vassallo del mio vassallo non è mio vassallo"; in questo modo il re aveva il controllo solo su coloro che avessero prestato l'omaggio a lui, solo a partire dal XIII secolo nel regno di Francia il re conquisterà il controllo diretto su tutti i feudatari del regno.[41]

Caratteri del diritto nell'alto medioevo[modifica | modifica wikitesto]

La sempre maggior integrazione tra i vari popoli coabitanti nello stesso territorio fece si che il sistema basato sulla personalità del diritto andasse in crisi nella seconda parte dell'alto medioevo (IX e X secolo). Già agli inizi del VIII secolo il vescovo Agobardo di Lione lamentava il fatto che "cinque uomini siedano insieme e nessuno abbia in comune con gli altri la legge di questo mondo, mentre nelle cose perenni sono tutti legati dall'unica legge di Cristo".[42] Per ovviare a ciò inizialmente si prese l'abitudine di esplicitare su quale diritto si basasse ogni singolo negozio giuridico ma successivamente si ricorse sempre di più al diritto consuetudinario. Poco o nulla si sa di come nacquero tali usi e consuetudini, spesso locali tanto da arrivare ad essere tipici di ogni villaggio o addirittura di ogni singola parcella di terra, ma tra il IX e l'XI secolo rappresentarono spesso la base del diritto in Europa.[43]

Sulla consuetudine si fondava anche la stratificazione sociale. Abbandonata oramai la condizione di schiavitù tipica dell'antichità e ben presente nel diritto romano, permaneva comunque lo stato servile. Il servo, tuttavia, a differenza dello schiavo, non era considerato una semplice "cosa" ma un soggetto di diritto, nonostante gli fosse negata la libertà di movimento, di compiere scelte famigliari e di godere di beni comuni. I liberi, in genere contadini, lavoravano su terre non proprie (pars massaricia) dovendone pagare un canone al proprietario (signore, ente ecclesiastico o monastero) e, talvolta, prestando la propria opera a suo favore nelle sue terre (pars dominica).[44]

Diritto nel basso medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Basso medioevo.

Riforma ecclesiastica dell'XI secolo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Riforma dell'XI secolo.

Il sistema cesaropapista perseguito dalla dinastia imperiale degli ottoniani aveva messo in crisi la missione pastorale della Chiesa; lo stesso clero era attraversava un periodo di decadimento morale. Tale situazione finì per scuotere molti fedeli e dal mondo monastico, in particolare dall'abbazia di Cluny, partì nella seconda metà del X secolo un movimento riformatore che chiedeva autonomia della Chiesa dai poteri temporali e un maggior rigore nella vita degli uomini consacrati.[45][46] Grazie al supporto dell'imperatore Enrico III di Franconia (1016 - 1056) la riforma ecclesiastica arrivò a Roma dove si susseguirono papi riformatori che cambiarono sostanzialmente la Chiesa dandogli un nuovo aspetto religioso e giuridico.[47] Uno dei passi più importanti verso l'autonomia della Chiesa fu affrontato il 12 aprile 1059 con la promulgazione da parte di Papa Niccolò II del cosiddetto Decretum in electione papae con cui si sottraeva l'elezione del papa all'aristocrazia romana e al potere imperiale, attribuendone al collegio cardinalizio l'esclusiva competenza.[48][49][50][51]

Ma l'apice del movimento riformatore si ebbe con il pontificato di papa Gregorio VII, iniziato nel 1073. Due anni più tardi, probabilmente, Gregorio scrisse il celebre Dictatus papae, una raccolta di natura ignota contenente 27 affermazioni, ciascuna delle quali enuncia uno specifico potere del pontefice romano, in cui si enunciava la visione del pontefice sui rapporti tra potere spirituale e temporale. Secondo il dictatus al papa, tra l'altro, era attribuito il potere di deporre gli imperatori, nominare i vescovi, presiedere i concili personalmente o tramite un legato. Alle drastiche prese di posizione di Gregorio seguì una dura schermaglia con l'imperatore Enrico IV di Franconia che passerà alla storia come "lotta per le investiture".[52][53][54][55]

La riforma ebbe molteplici conseguenze: venne definitivamente affermato il primato papale, venne data un'organizzazione più omogenea alla vita monastica, si impose una svolta moralizzatrice al clero proibendo il concubinato e promuovendo il celibato, si ribadì la condanna della simonia. La chiesa assunse un'organizzazione di tipo verticistico, con il papa al di sopra, simile ad una monarchia. L'intensa produzione di documenti scritti contribuì alla crisi del sistema giuridico basato sulle consuetudini che sfocerà più avanti nel consolidarsi di un diritto canonico basto su codici e raccolte. Il modello feudale iniziò ad incrinarsi, la perdita di autorità del potere imperiale contribuì a dare origine a nuove forme politiche, al rafforzamento delle monarchie nazionali e alla nascita dei comuni medievali in Italia settentrionale.[56][57][58]

Riscoperta del diritto romano[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Rinascita dell'anno Mille e Placito di Marturi.

Oltre che ad un rinnovamento nella sfera religiosa, a partire dalla fine del X e l'inizio dell'XI secolo, l'Europa andò incontro anche ad un periodo di rinascita nel campo economico, sociale e culturale con inevitabili ripercussioni anche sul diritto. Il sistema vigente, basato in larga parte sulle consuetudini, sui codici longobardi e sui capitolari carolingi, si dimostrò non più in grado di servire una società che diventava sempre più complessa. Già sui rogiti notarili dei primi anni del XII secolo si inizia a notare la comparsa di nuove formule che attestano una cultura giuridica più profonda ma il punto di svolta, tradizionalmente, si fa coincidere negli atti di un placito tenutosi a Marturi (nei pressi di Poggibonsi) del 1076 in cui per la prima volta dopo tanti secoli compariva una citazione testuale del Digesto, parte di quel Corpus iuris civilis fatto redigere da Giustiniano I nel VI secolo, segno della necessità di poter ricorrere a fonti di diritto più articolate come lo furono quelle antiche. L'ammissibilità dell'antico diritto giustinianeo come parte del diritto positivo vigente fu certamente aiutata dal fatto che gli imperatori del Sacro Romano Impero, la massima autorità secolare dell'XI secolo dell'Europa occidentale, si consideravano legittimi successori degli imperatori romani.[59]

Successivamente fu un lento ma costante crescendo dell'utilizzo nei processi giudiziari di citazioni e argomentazioni dotte provenienti dal diritto giustinianeo: chi le utilizzava guadagnava vantaggio nel procedimento e quindi anche gli avversari erano spronati a ricorrere ad esse con un evidente "effetto moltiplicatore". Così il diritto romano con i suoi strumenti e i suoi istituti tornò ad essere la base dell'ordinamento giuridico, ora si poneva la necessità di adattarlo alle necessità del tempo e di istruire un ceto di giuristi in grado di poterlo utilizzare.[60]

La scuola bolognese dei glossatori[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Scuola bolognese dei glossatori e Glossa.
Pagina degli inizi del XVI secolo contenente parte del Digesto affiancato da glosse; l'uso di appuntare annotazioni esplicative a fianco del testo giuridico iniziò con Irnerio

Con la riscoperta del corpus iuris civilis si rese contestualmente necessario di interpretarlo correttamente così da renderlo utilizzabile per le necessità coeve.[61] Uno dei primi giuristi ad approcciarsi scientificamente al diritto giustinianeo fu un certo Pepo, probabilmente lo stesso Pepone legis doctore citato nel placito di Marturi, che iniziò a dare lezioni nella città di Bologna. Tuttavia, il fondatore di quella che passerà alla storia come la scuola bolognese dei glossatori è di ricercarsi nella figura del giurista e magister Irnerio. Irnerio, privo di strumenti interpretativi formali, iniziò a studiare il codice di Giustiniano nella sua forma originale a ad appuntare ai margine del testo alcuni appunti, dette "glosse", con cui dava una interpretazione al passo, poneva in relazione le varie norme contenute, risolveva ambiguità e ne estendeva l'applicabilità ad altre fattispecie simili.[62]

La pratica della glossa continuò con i suoi successori che, inizialmente, furono i suoi allievi, denominati i "quattro dottori": Bulgaro, Martino Gosia, Jacopo e Ugo. Essi fecero in modo che la scuola di Bologna non si riducesse ad un episodio temporaneo ma legato alla vita di Irnerio ma che potesse essere un esempio di un nuovo modo di fare diritto. La loro fama fu tanta che lo stesso imperatore Federico I, detto "il Barbarossa", si avvalse nella dieta di Roncaglia del 1158 loro parere per rivendicare la supremazia del potere imperiale. L’argomentazione adotta da quattro dottori coincise con quanto espresso nel corpus iuris civilis, nel quale il volere dell'imperatore assumeva funzione di potere legislativo in analogia alla massima ulpianea Quod placuit principi, habet vigorem legis.[63][64]

Alla scuola di Bologna affluirono studenti da tutte le regioni d'Europa che a loro volta lo esportarono nei loro paesi di provenienza. Così, in breve tempo, sorsero nuove scuole a Padova, a Napoli, a Parigi, a Reims, in Normandia, in Inghilterra, in Irlanda, in Catalogna, in Germania. Le glosse realizzate dai maestri venivano utilizzate dagli allievi che a loro volte le integravano talvolta aggiungendo nuove conclusioni, così si formò velocemente una scienza giuridica basso medievale.[65]

Il Decretum Gratiani e il diritto canonico[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Decretum Gratiani e Diritto canonico.
Decretale secondo glossa ordinaria di Bernardo da Parma 1300-1315 circa

La riscoperta del diritto romano ebbe ripercussioni anche sul diritto della Chiesa cattolica, già parzialmente influenzato dalla riforma dell'XI secolo.[99] Intorno al 1140 Graziano, probabilmente un monaco originario dell'Umbria e operante anch'egli a Bologna, portò a termine una poderosa compilazione in cui riunì quasi 4 000 scritti che andavano dai testi dei padri della Chiesa, ai canoni dei grandi concili e sinodi locali, ai documenti prodotti dai vari pontefici. Largo spazio venne dato alla produzione di Sant'Agostino e di papa Gregorio Magno; vennero presi in considerazione anche passi tratti da testi di diritto romano secolari.[66]

Graziano non fu il primo a tentare una tale impresa, prima di lui Anselmo di Lucca aveva curato la redazione della Collectio canonum, una raccolta in tredici libri di fonti del diritto canonico attinte soprattutto dalle Regulae Ecclesiasticae di Burcardo di Worms, mentre Ivo di Chartres aveva realizzato un compendio di diritto canonico in tre libri; l'innovazione del lavoro di Graziano fu quella di aggiungere brevi commenti ai testi con l'obiettivo di chiarirne il significato e risolvere le contraddizioni; l'intento di Graziano è ben chiaro dal titolo originale dell'opera che fu concordia discordantium canonum.[67]

Sebbene il decretum non fosse stato riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa, esso contribuì enormemente alla redazione di nuovi testi giuridici, similmente a quello che avvenne con i glossatori di Bologna; grandi giuristi che contribuirono a questa "età classica del diritto canonico" furono, tra gli altri, Uguccione da Pisa e Giovanni Teutonico che realizzò una glossa al lavoro di Graziano che Bartolomeo da Brescia corresse e ampliò.[68]

Affermazione del diritto comune[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Diritto comune.

Diritto e istituzioni temporali[modifica | modifica wikitesto]

Diritto nell'Inghilterra medievale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Inghilterra medievale.

Il sistema di Common law[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Common law.

La Magna Charta[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Magna Charta.

Istituti giuridici del tardo medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Articolazioni della materia[modifica | modifica wikitesto]

Diritto bizantino post-giustinianeo e del Mezzogiorno italiano[modifica | modifica wikitesto]

Diritto dopo l'anno Mille[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione del sistema giuridico d'Occidente[modifica | modifica wikitesto]

La caduta dell'Impero Romano d'Occidente segnò una svolta nella storia della nascente Europa, in quanto vide un nuovo apporto di culture ed identità diverse che, in parte si fusero, in parte si sovrapposero al diritto romano classico. Gli stessi re germanici, consapevoli del valore e del ruolo del diritto romano, tennero in vita l'apparato burocratico e amministrativo esistente, consentendo anche ad alcuni magistrati romani di continuare nella loro carica, per garantire ordine e funzionalità all'amministrazione dello stato.
Teodorico, re degli Ostrogoti, per esempio, riconobbe, in Italia, al Senato, il diritto di approvare gli editti reali e nominò una commissione di esperti per la ripartizione delle terre fra Goti e Romani con la possibilità di ricorso al re in caso di controversia.
Le leggi romane non furono cancellate. Era infatti evidente che le leggi germaniche, troppo semplici e basate sulle consuetudini, non erano adatte a regolare la vita sociale e politica dei regni nati dallo sfaldamento dell'Impero Romano. Si impose il principio della personalità del diritto, in base al quale ogni persona si doveva attenere alla legge del popolo d'origine e in base a quella legge doveva essere giudicata.

Il risultato dell'evoluzione di ordinamenti così diversi (romano, barbarico, canonico, ecc.) è la nascita del diritto comune: nel XII secolo, il concetto di lex communis troverà la sua piena elaborazione dottrinale e maturerà parallelamente ad esso l'idea di un imperatore "unico, supremo e legittimo depositario del diritto".
Già nel progetto di unificazione delle genti di Carlo Magno si usava dire unum imperium unum ius. Il contrasto tra legge imperiale e consuetudine segna lo studio del diritto e la riscoperta delle fonti classiche nel momento delle lotte tra il Barbarossa e i comuni: questi ultimi rivendicano la loro libertas, quello (l'imperatore) la sua auctoritas. La politica si rifletteva sui modi di intendere il diritto.

Legge e consuetudine[modifica | modifica wikitesto]

In Italia, i documenti storici evidenziano la vitalità sia del diritto longobardo che del diritto romano classico. Legge e consuetudine, due fonti che in seguito tenute distinte, vengono accostate. Tra IX e XI secolo, la convivenza porta anche all'instaurazione di una molteplicità di consuetudini locali (consuetudo loci, civitatis, ma anche regionis o provinciae e perfino regni), cioè all'affermazione rinnovata del principio della territorialità del diritto.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Padoa-Schioppa, 2007, pp. 19-20.
  2. ^ a b Padoa-Schioppa, 2007, pp. 20-21.
  3. ^ Ascheri, 2007, p. 13.
  4. ^ Ascheri, 2007, p. 12.
  5. ^ Padoa-Schioppa, 2007, p. 21.
  6. ^ Giuliano Crifò, Sul carattere cristiano della legislazione costantiniana, E.R.A.S.M.E., 1 ottobre 2010, pp. 119-125, DOI:10.4000/anabases.1155, ISSN 1774-4296 (WC · ACNP).
  7. ^ Ascheri, 2007, pp. 15-16.
  8. ^ Ascheri, 2007, p. 18.
  9. ^ Ascheri, 2007, pp. 18-19.
  10. ^ Ascheri, 2007, p. 19.
  11. ^ Ascheri, 2007, pp. 19-20.
  12. ^ Ascheri, 2007, pp. 20-21.
  13. ^ Ascheri, 2007, p. 21.
  14. ^ Ascheri, 2007, pp. 22-24.
  15. ^ Ascheri, 2007, p. 25.
  16. ^ Ascheri, 2007, pp. 26-28.
  17. ^ a b c Padoa-Schioppa, 2007, pp. 21-22.
  18. ^ Ascheri, 2007, p. 30.
  19. ^ Ascheri, 2007, pp. 28-29, 30, 33, 35.
  20. ^ a b Ascheri, 2007, p. 37.
  21. ^ Ascheri, 2007, p. 38.
  22. ^ a b Padoa-Schioppa, 2007, p. 32.
  23. ^ Ascheri, 2007, p. 41.
  24. ^ Ascheri, 2007, p. 40.
  25. ^ Ascheri, 2007, pp. 41-42.
  26. ^ Ascheri, 2007, p. 44.
  27. ^ Ascheri, 2007, pp. 46-47.
  28. ^ Janut, 2002, p. 44.
  29. ^ Ascheri, 2007, p. 47.
  30. ^ Ascheri, 2007, pp. 47-48.
  31. ^ Ascheri, 2007, pp. 48-49.
  32. ^ Ascheri, 2007, p. 50.
  33. ^ Ascheri, 2007, p. 47.
  34. ^ Ascheri, 2007, p. 60.
  35. ^ Ascheri, 2007, p. 61.
  36. ^ Ascheri, 2007, pp. 62-63.
  37. ^ Ascheri, 2007, pp. 63-64.
  38. ^ Padoa-Schioppa, 2007, pp. 51-52.
  39. ^ Padoa-Schioppa, 2007, p. 52.
  40. ^ Padoa-Schioppa, 2007, pp. 54-55.
  41. ^ Padoa-Schioppa, 2007, p. 54.
  42. ^ Padoa-Schioppa, 2007, pp. 61-62.
  43. ^ Padoa-Schioppa, 2007, pp. 62-63.
  44. ^ Padoa-Schioppa, 2007, pp. 59-60.
  45. ^ Montanari, 2006, p. 136.
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  50. ^ D'Acunto, 2020, p. 81.
  51. ^ Padoa-Schioppa, 2007, p. 70.
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  53. ^ Cantarella, 2005, p. 11.
  54. ^ Gregorio VII papa, santo, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  55. ^ Montanari, 2006, pp. 139-140.
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  57. ^ Padoa-Schioppa, 2007, p. 74.
  58. ^ Montanari, 2006, p. 141.
  59. ^ Padoa-Schioppa, 2007, pp. 79-81.
  60. ^ Padoa-Schioppa, 2007, pp. 80-81.
  61. ^ Padoa-Schioppa, 2007, pp. 81-82.
  62. ^ Padoa-Schioppa, 2007, pp. 82-83.
  63. ^ Padoa-Schioppa, 2007, p. 83.
  64. ^ Marotta, 2019, p. 45.
  65. ^ Padoa-Schioppa, 2007, pp. 85-86.
  66. ^ Padoa-Schioppa, 2007, p. 99.
  67. ^ Padoa-Schioppa, 2007, p. 100.
  68. ^ Padoa-Schioppa, 2007, pp. 99, 101-102.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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