Pasque veronesi

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Pasque veronesi
In divisa azzurra e oro la Guardia Nobile Veronese e in divisa rossa gli Schiavoni,[1] durante la rievocazione delle Pasque veronesi.
In divisa azzurra e oro la Guardia Nobile Veronese e in divisa rossa gli Schiavoni,[1] durante la rievocazione delle Pasque veronesi.
Data 17 - 25 aprile 1797
Luogo Verona
Causa Soprusi e tentativi di rovesciamento dell'amministrazione locale da parte dei soldati francesi.
Esito Vittoria finale francese
Schieramenti
Comandanti
Antoine Balland
Jean Landrieux
Francesco Battaia
Effettivi
3.000 soldati di guarnigione
15.000 soldati intervenuti in un secondo tempo
Sconosciuti
Perdite
500 soldati morti
1.000 soldati feriti
500 soldati prigionieri
1.900 civili prigionieri
Sconosciute
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Le Pasque veronesi furono un episodio di insurrezione della città di Verona e dei suoi dintorni contro le truppe di occupazione francesi, comandate dal generale Napoleone Bonaparte. Le Pasque veronesi furono così chiamate anche per assonanza con i Vespri siciliani.[2] La rivolta, scoppiata per via dell'oppressione francese in città (durante il loro soggiorno a Verona vi furono confische di beni ai cittadini e complotti per tentare di rovesciare l'amministrazione locale) iniziò la mattina del 17 aprile 1797, secondo giorno di pasqua: la popolazione esasperata riuscì a mettere fuori combattimento più di mille soldati francesi, soprattutto nelle prime ore della battaglia, mentre i militi francesi cercavano di rifugiarsi nei castelli della città, successivamente presi d'assalto. L'insurrezione terminò il 25 aprile 1797 con l'accerchiamento della città da parte di 15.000 soldati: le conseguenze a cui la città e i cittadini dovettero far fronte furono principalmente il pagamento di ingenti somme e le razzie di opere d'arte e di beni.

Quadro storico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rivoluzione francese e Età napoleonica.

Le Pasque veronesi furono l'episodio più importante del più vasto movimento delle insorgenze antifrancesi e antigiacobine, che scoppiarono in tutta la penisola italiana dal 1796 al 1814: le più importanti, oltre alle Pasque veronesi, furono la lotta dell'Armata della Santa Fede che, guidata dal cardinale Ruffo, riuscì nella riconquista del regno di Napoli, le azioni delle bande Viva Maria in Toscana e Liguria, e le vittorie di Andreas Hofer in Trentino e Alto Adige.[3] Questi moti furono numerosi, si trattò quindi di un fenomeno vasto: le stime, da parte di storici di area cattolica, parlano di almeno 280.000 insorti e 70.000 morti.[4]

Queste rivolte contro la dominazione francese, secondo la storiografia di parte cattolica italiana, ebbero come principale miccia la politica religiosa francese di ispirazione giacobina, contraria dunque ai valori sentiti come fondamentali dalla componente più legata alla Chiesa cattolica nella società italiana di quel periodo.[5] legata alla influente presenza attiva, anche in ambito civile, della Chiesa cattolica[6].

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Dipinto di Paul Delaroche rappresentante Napoleone che valica le Alpi.

L'obiettivo di Napoleone, già dalla primavera del 1796, era completare la conquista della ricca Lombardia[7], annettendo le province di Bergamo e Brescia (all'epoca parte della Repubblica di Venezia). In effetti le truppe francesi, inizialmente accolte con l'impegno di una breve sosta, erano già presenti alla fine dell'anno a Brescia e Verona: in tal modo anche se le due città erano ancora sotto il dominio veneto, si crearono le premesse per gli eventi dell'anno successivo. A Verona in particolare i francesi giunsero il 1º giugno 1796, occupando i forti militari e alcuni edifici per il ristoro delle truppe, nonostante la Repubblica Veneta avesse dichiarato la propria neutralità. I rapporti tra la popolazione e i reparti veneti da una parte, e le truppe francesi dall'altra, furono difficili sin dall'inizio per il comportamento più da occupanti che da "ospiti" delle truppe francesi. Bergamo invece resisteva ancora all'attacco francese.

"Democratizzazione" di Bergamo[modifica | modifica wikitesto]

Alessandro Ottolini, podestà di Bergamo e patriota che aveva offerto 10.000 uomini per la difesa della Nazione Bergamasca,[8] a fine dicembre dovette accettare la richiesta del generale Louis Baraguey d'Hilliers di approntare degli alloggi per le sue truppe all'interno della città, poiché essendo senza soldati non avrebbe potuto resistere alle forze francesi e poiché la neutralità veneta, ovviamente, non consentiva un attacco.

All'arrivo delle milizie francesi Ottolini fece chiudere l'accesso al castello, ma Baraguey d'Hilliers riferì che aveva ricevuto l'ordine di presidiare il castello e la fortezza, e che di conseguenza avrebbe dovuto concedere ai suoi soldati l'ingresso in quegli edifici: come già i podestà di Brescia e Verona, anche Ottolini fu obbligato ad acconsentire. Il generale francese comunque non tolse i vessilli di San Marco, dato che ufficialmente anche questa città permaneva sotto il controllo veneto.

La fase successiva del piano di Napoleone prevedeva il cambiamento di regime in tutta la regione tramite l'affidamento dell'amministrazione ai giacobini lombardi, che avrebbero dovuto successivamente creare una repubblica (che avrebbe compreso i territori sino a Verona, o addirittura sino a Padova) legata alla Francia.[9] Quando l'informazione segreta giunse alle orecchie di Ottolini, questi provvide subito ad informare il provveditore. Francesco Battaia, persona dal carattere esitante nel compiere azioni di forza, gli rispose che doveva assicurarsi che l'informazione fosse veritiera. Ottolini grazie ad una spia riuscì in breve tempo ad avere la conferma delle intenzioni di Napoleone, ma ciononostante Battaia non fece nulla.

L'opera di "democratizzazione"[10] di Bergamo fu iniziata da François Joseph Lefebvre, succeduto a Baraguay d'Hilliers, in quanto i giacobini locali erano troppo pochi. Napoleone ricordò al generale che la democratizzazione doveva apparire volontà della popolazione: il generale, allora, mentre teneva occupato Ottolini, chiamò una rappresentanza di cittadini perché dichiarassero decaduto il governo della Serenissima. Questi protestarono ma furono obbligati a firmare.[11] Ottolini nel contempo aveva richiamato alcune compagnie militari dalla provincia, e questa sua azione venne utilizzata come pretesto per l'occupazione della città. Bergamo diveniva ufficialmente la prima città veneta sottratta al dominio di Venezia, e Ottolini fu obbligato a lasciare la città.

"Democratizzazione" di Brescia[modifica | modifica wikitesto]

Il castello di Brescia, caduto in mano ai rivoluzionari il 18 marzo 1796.

Il passo successivo doveva essere la "democratizzazione" di Brescia. In questo caso, anche se la città era già sotto il parziale controllo francese, l'operazione avrebbe dovuto essere condotta, almeno in apparenza, dai giacobini, dato che nel caso bergamasco l'azione francese era stata troppo evidente. Il 16 marzo colonne di soldati composte in parte da giacobini lombardi e in parte da soldati francesi partirono alla volta di Brescia. Il podestà, Giovanni Alvise Mocenigo, avrebbe voluto portare un attacco alla colonna nemica, ma venne fermato dal Battaia, preoccupato dall'eventuale uso della forza.

Due giorni dopo duecento uomini entrarono a Brescia e, con l'aiuto dei giacobini locali, vinsero le poche resistenze. Il primo provvedimento fu la cacciata di Battaia, che si rifugiò a Verona. Nonostante la mancanza di favore nella popolazione[12], i giacobini riuscirono, con l'aiuto francese, a "democratizzare" il contado, ed il 28 marzo anche la città di Crema. Non riuscirono invece in Val Trompia e soprattutto in Val Sabbia e sulla Riviera occidentale del Garda, che si preparavano a resistere armate contro i francesi e i giacobini della città.

Le insurrezioni e la campagna veronese[modifica | modifica wikitesto]

Il provveditore Battaia giunse a Verona il 22 marzo, e subito fece riunire il consiglio, al quale parteciparono anche alcuni capi militari (il conte Pompei, Ernesto Bevilacqua, Antonio Maffei, Marcantonio Miniscalchi, Ignazio Giusti, Francesco Emilei) e Alessandro Ottolini. Durante il consiglio Maffei, Ottolini ed Emilei si batterono per convincere gli altri membri dell'importanza della riconquista dei territori perduti, senza rendersi conto che in quel momento era più importante provvedere alla difesa della Nazione Veronese,[8], prevedibile obiettivo successivo dei giacobini. Battaia invitò alla prudenza, ma il conte Emilei gli ricordò che la resistenza passiva aveva già portato alla perdita di Brescia, e i cittadini veronesi erano pronti a prendere le armi contro i giacobini lombardi. Battaia, appena comprese che i presenti erano dell'opinione di Emilei, cambiò idea, e venne quindi deciso all'unanimità di provvedere alla difesa dei confini veronesi.[13]

Si passò subito all'opera: Miniscalchi assunse il comando delle difese lungo la linea del Garda, mentre a Bevilacqua fu assegnato quello della linea tra Villafranca di Verona e il confine ferrarese. Tra le due linee venne posizionato Maffei.

Figuranti in costume d'epoca in piazza delle Erbe.

Nel contempo era tornato a Verona il conte Augusto Verità, il quale era sempre stato in ottimi rapporti con i francesi, e quindi propose di assicurarsi la neutralità francese prima dello scontro con i giacobini. Venne quindi scritta e consegnata al generale Antoine Balland (comandante delle truppe francesi a Verona) la seguente lettera:

« La Nazione Veronese,[8] in data 20 marzo 1797, per bocca dei legittimi rappresentanti i corpi della stessa, rappresenta al Cittadino Comandante le truppe francesi in questa che attrovandosi pienamente felice sotto il paterno ed amoroso Veneto Governo, non può che raccomandarsi alla magnanimità della Nazione Francese, onde nelle attuali circostanze sia preservata nella sua presente costituzione, dal quale sincero e costante sentimento ritirar giammai non la potrà che la forza. »

In sostanza si chiedeva l'autorizzazione a difendere i confini veronesi dagli aggressori, quindi il generale fu costretto ad acconsentire, poiché, in caso contrario, sarebbe stato come ufficializzare la venuta meno autorità della Serenissima sui suoi territori. Bonaparte, che condivideva la scelta di Balland, informò il Senato veneziano che le truppe francesi non si sarebbero immischiate e che si doleva di quanto successo a Bergamo e Brescia. La risposta di Balland suscitò grande approvazione tra i veronesi per la difesa del proprio territorio.

Inizialmente i capi militari furono mandati a difendere i confini praticamente senza uomini, però le cernide poterono offrire 6.000 uomini, inoltre arrivarono numerosi volontari, in particolare dalla Valpolicella.

Il 23 marzo giunse a Verona la notizia che era partita da Brescia una spedizione di 500 soldati giacobini diretti a Peschiera del Garda o Valeggio sul Mincio: gli ufficiali e le truppe si affrettarono così a prendere le posizioni. Miniscalchi si portò a Colà, piccolo borgo sopra le colline di Lazise, Giusti a Povegliano Veronese e Bevilacqua a Cerea, mentre Maffei raggiunse Valeggio, da dove poté constatare che i nemici non erano ancora in vista, e poté quindi rischierare con più ordine le sue truppe. A lui si unirono anche 24 fanti provenienti da Brescia e 40 cavalleggeri croati arrivati da Verona (insieme a due cannoni).[14] Il 27 marzo decise di inviare un corpo di esplorazione, mentre, nel frattempo, a Castelnuovo del Garda si erano riuniti 1.500 volontari.

Divisa e armamento delle truppe polacche prestanti servizio per la Francia, le quali il 29 marzo si scontrarono con gli insorti a Villanova, vicino Salò.

La notizia dei movimenti delle truppe nel veronese arrivò sino nelle valli bergamasche, dove scoppiarono numerose rivolte contro gli occupanti. Il 29 marzo si sollevò pressoché tutta la zona montuosa bergamasca, tanto che gli insorti, cacciati i francesi, decisero di puntare su Bergamo. Negli stessi giorni, nel bresciano, insorse la popolazione di Salò, esortata alla resistenza dallo stesso Battaia, che assicurò per lettera l'invio di munizioni e di 80 dragoni. La lettera ebbe l'effetto di entusiasmare la popolazione, che riuscì a ricollocare le insegne del Leone di San Marco e a far fuggire i giacobini dalla città. Poco dopo insorsero anche gli abitanti di Maderno, Toscolano, sulla sponda bresciana del Lago di Garda e Vobarno in Val Sabbia. Mille uomini tra giacobini lombardi, soldati polacchi e francesi[15] radunati a Brescia furono inviati a Salò. Questi si scontrarono con gli insorti a Villanova, poco lontano dalla cittadina gardense, ma di fronte allo scarseggiare delle munizioni dovettero ben presto ritirarsi a Salò. Un secondo scontro fu vinto dai salodiani grazie all'attacco su tre lati dei montanari della val Sabbia: tra le truppe nemiche ci furono 66 morti e numerosi prigionieri, tra cui anche alcuni capi dei giacobini. Anche le popolazioni della Val Trompia, in particolare quelle dell'alta valle delle comunità di Bòvegno, Collio e Pezzaze, erano insorte armate e i francesi con i loro alleati giacobini furono fermati a Carcina alle porte della Val Trompia dove si combatté accanitamente e con numerosi morti da ambo le parti.

Battaia, come aveva promesso, il 30 marzo inviò 80 dragoni; nel frattempo gli insorti di Calcinato e Bedizzole cacciavano i giacobini locali, sbloccando così la strada per Salò ai dragoni, che quindi raggiunsero Salò catturando numerosi giacobini in fuga.

Nel frattempo un attacco veronese a Desenzano non ebbe fortuna: le notizie delle fortunate insorgenze nelle valli bergamasche e bresciane, a Lonato e a Salò portarono eccitazione nei territori della Repubblica Veneta. Lo stesso giorno però i francesi attaccarono gli insorti che avevano circondato Bergamo e il giorno successivo si svolsero altre due battaglie: una vinta dai francesi ed una dagli insorti, che dovettero comunque ritirarsi sulle montagne ed arrendersi, data la evidente superiorità francese.

Maffei era deciso a marciare su Brescia, ma venne fermato da Battaia poiché la Francia, secondo lui, poteva utilizzare l'azione come pretesto per dichiarare guerra alla Serenissima. Avendo, il Maffei, l'appoggio dei rappresentanti del governo veneto in città, Iseppo Giovannelli e Alvise Contarini, ebbe il via libera ad avanzare, ma con l'ordine di fermarsi a 10 miglia da Brescia: le truppe marciarono superando il Mincio sino ad avvicinarsi alla città, dove, insieme agli insorti, bloccarono Brescia su tre lati.

Il generale Charles Edward Kilmaine (di origini irlandesi ma prestante servizio per la Francia) radunò a Milano 7.000 uomini[16] e partì alla volta di Brescia, attaccando lungo il tragitto i borghi insorti e costringendoli alla resa. Intanto a Brescia il generale Landrieux minacciò Maffei di raggiungere Verona a colpi di cannone se egli non avesse sgomberato il campo, e, dopo due brevi scontri tra truppe venete e francesi l'8 e il 9 aprile Maffei decise di ritirarsi verso Verona.

Gli ultimi giorni prima dell'insurrezione[modifica | modifica wikitesto]

Napoleone era convinto che le ultime forze della Repubblica Veneta si fossero concentrate nella piazzaforte di Verona.[17] In effetti, nonostante gli ultimi eventi dimostrassero l'iniziativa presa dai francesi, la Serenissima continuava a proclamare la sua neutralità. Bonaparte inviò una spia a Verona, Angelo Pico, che raccolse attorno a sé circa 300 giacobini veronesi,[17] per mettere in atto una congiura. Essi però vennero scoperti dalla polizia segreta, e l'11 aprile alcune pattuglie, che eccezionalmente entrarono in azione in pieno giorno, ne arrestarono per strada e nelle loro abitazioni la maggior parte, anche se Pico e altri capi riuscirono a sfuggire alla cattura rifugiandosi nei castelli di Verona in mano francese. Giovanelli andò a protestare vivamente, ma non gli fu data nemmeno risposta, ed anzi il comandante Balland, che si stava rifornendo di munizioni, ordinò di fortificare i castelli tanto che lui e Contarini, preoccupati, inviarono una lettera urgente al Senato e al Doge.

Nel frattempo venivano soppresse dai francesi le ribellioni di Lonato e Salò.

Contarini e Giovanelli il 6 aprile mandarono Nogarola alla difesa del confini ad est di Verona, presso Isola della Scala, per proteggersi da eventuali attacchi alle spalle. Il 15 aprile la fortezza di Peschiera del Garda, in territorio veronese divenne formalmente possesso francese. Nel frattempo 400 polacchi marciavano verso Legnago, le cannoniere francesi attaccavano sul lago di Garda, movimenti nemici furono avvistati vicino a Cerea dove era posizionato Bevilacqua, e sulla via per Vicenza si era posto a presidio Giambattista Allegri.

A Castelnuovo truppe francesi chiesero accoglienza, vigendo ancora, almeno virtualmente, la neutralità. Quando però i soldati veneti si recarono in chiesa i francesi requisirono le armi lasciate fuori dall'edificio, e alla loro uscita furono fatti prigionieri, violando così ancora una volta la neutralità. Fu allora che Maffei ricevette l'ordine di abbandonare il Mincio, dato il notevole rischio di essere colti alle spalle.

Dopo dieci mesi di permanenza francese la situazione era ormai giunta a un punto critico anche all'interno della città. I soldati francesi, oltre ad imporre la confisca di beni dei cittadini, tramavano con i giacobini locali per rovesciare l'amministrazione locale.

Cronologia dell'insurrezione[modifica | modifica wikitesto]

17 aprile[modifica | modifica wikitesto]

Il luogo in cui ebbero inizio le Pasque veronesi e la lapide che celebra l'episodio.
Il luogo in cui ebbero inizio le Pasque veronesi e la lapide che celebra l'episodio.
Il luogo in cui ebbero inizio le Pasque veronesi e la lapide che celebra l'episodio.

Nella notte fra il 16 e il 17 aprile 1797 fu affisso per le vie della città un manifesto a firma di Francesco Battaia che incitava i veronesi alla rivolta contro i francesi e contro i collaborazionisti locali. Il manifesto era apocrifo, in realtà fu opera di Salvadori su commissione di Landrieux,[18] ed era una provocazione atta a fornire un pretesto ai francesi per occupare definitivamente la città.[18] Nel manifesto si poteva leggere:[18][19]

« Noi Francesco Battaia,
Per la Serenissima Repubblica di Venezia Provveditor Estraordinario in Terra Ferma.
Un fanatico andare di alcuni briganti nemici dell'ordine e delle leggi, eccitò la facile Nazione Bergamasca[8] a divenir ribelle al proprio legittimo Sovrano, ed a stendere un'orda di facinorosi prezzolati in altre città e provincie dello Stato, per sommuovere anche quei popoli. Contro questi nemici del Principato noi eccitiamo i fedelissimi sudditi a prendere in massa le armi e dissiparli e distruggerli, non dando quartiere e perdono a chichessia, ancorché si rendesse prigioniero, certo che sì tanto gli sarà dal Governo dato mano e assistenza con denaro e truppe Schiavone regolate,[1] che sono già al soldo della Repubblica, e preparate all'incontro. Non dubiti alcuno dell'esito felice di tale impresa, giacché possiamo assicurare i popoli che l'Armata Austriaca ha inviluppato e completamente battuto i Francesi nel Tirolo e Friuli, e sono in piena ritirata i pochi avanzi di quelle orde sanguinarie e irreligiose, che sotto il pretesto di far la guerra a nemici devastarono paesi e concussero le Nazioni della Repubblica,[8] che gli si è sempre dimostrata amica sincera, neutrale; e vengono perciò i Francesi ad essere impossibilitati di prestar mano e soccorso ai ribelli, anzi aspettiamo il momento favorevole d'impedire la stessa ritirata, alla quale di necessità sono costretti. Invitiamo inoltre gli stessi Bergamaschi, rimasti fedeli alla Repubblica, e le altre Nazioni[8] a cacciare i Francesi dalla città e castelli, che contro ogni diritto hanno occupato e dirigersi ai Commissari nostri Pico Girolamo Zanchi e Dott. Fisico Pietro Locatelli, per avere le opportune istruzioni e la paga di Lire 4 al giorno per ogni giornata in cui rimanessero in attività.
La città e il territorio sono pronti alla difesa, e ognuno sparga il suo sangue per la Patria, pel sovrano e per la buona causa. Viva San Marco! Viva la Repubblica! Viva Verona! »

L'impostura sarebbe stata facilmente smascherabile, infatti il manifesto era già stato pubblicato a marzo da alcuni giornali, come il Termometro Politico e il Monitore Bolognese, inoltre Battaia in quel momento si trovava a Venezia. I rappresentanti veneti lo fecero rimuovere, e al suo posto venne pubblicato un nuovo manifesto che smentiva il precedente ed esortava la popolazione alla calma. Ma ormai l'insurrezione era già stata innescata, e nel pomeriggio ci furono già diverse risse.

Inferriata di palazzo Pindemonte deformata dalle cannonate dei napoleonici.

I soldati francesi cercarono da parte loro di provocare la folla: verso le ore 14 venne arrestato un artigliere veneto mentre negli stessi istanti presso un'osteria in via Cappello scoppiò una rissa tra un francese ed un croato. Il francese ebbe la peggio ed andò a rifugiarsi presso la propria pattuglia, che protestò vivamente. Fu allora che il popolo armato accorse in massa, e nel trambusto tra popolani e soldati partì un colpo di fucile che mise in fuga i francesi. Poco tempo dopo scoppiò un'altra rissa in un'osteria di piazza Erbe, mentre alcuni popolani furono fermati da ufficiali dell'esercito veneto prima che aggredissero le guardie ai ponti Pietra e Nuovo. I comandanti francesi diressero allora in città alcune truppe, ed inviarono in piazza Bra circa 600 uomini per controllare l'evolversi della situazione.

La popolazione si stava calmando quando, verso le 17, per ordine del generale Balland, venne aperto il fuoco dei cannoni di castel San Felice (quartier generale francese) e castel San Pietro, e numerosi colpi giunsero sino in piazza dei Signori. L'azione francese era causata dalla sicurezza dei comandanti di poter facilmente controllare l'insurrezione, che sarebbe stata utilizzata come pretesto per occupare ufficialmente la città.[20] I cittadini veronesi stavano in quel momento recandosi in chiesa, fu allora che la popolazione fu sopraffatta dall'ira, ormai stanca dell'oppressione francese.

Il primo episodio dell'insurrezione si ebbe nella piazza d'Armi, dove i 600 soldati francesi erano in sosta presso l'ospedale (dove oggi sorge palazzo Barbieri), mentre i soldati veneti si trovavano presso il Liston (circa 500 soldati) e sotto la Gran Guardia. Appena si udirono i primi colpi di cannone i francesi raccolsero le armi e si avviarono velocemente verso Castel Vecchio, mentre i soldati veneti stettero a guardare sbigottiti, e, poiché per mesi i loro comandanti avevano ricordato loro l'importanza della neutralità, non seppero come comportarsi, mentre i veronesi cominciarono a sparare dai palazzi circostanti, ferendo alcuni soldati.

Lo storico Bevilacqua scrive che a misura che cresceva il rimbombo delle artiglierie, uscivano gli abitanti dalle proprie case correvano mal armati ad affrontare le pattuglie francesi, che con le baionette abbassate scorrevano la città, le quali si videro ben presto obbligate a cercare la loro sicurezza dandosi precipitosa fuga verso i castelli. Il popolo si accanì contro le truppe francesi sparse in tutta la città ed a guardia dei ponti. Numerosi soldati furono uccisi o fatti prigionieri, mentre quelli messi in fuga andarono a nascondersi negli alloggi dei compagni, dove barricarono le entrate: i popolani, per penetrare in quelle abitazioni, arrivarono al punto da salire sui tetti,[21] mentre continuava il cannoneggiamento della città dai forti circostanti e da castel Vecchio.

Francesco Emilei in quei momenti era accampato vicino a Lugagnano, pochi chilometri fuori dalla città, e appresa la notizia della rivolta mosse verso la città con i suoi soldati. Le porte della città erano però difese dai francesi, che la mattina avevano raddoppiato i presidi. Porta Vescovo venne facilmente conquistata da Coldogno, mentre con più fatica Nogarola conquistò Porta San Giorgio. Emilei dall'esterno della città conquistò porta San Zeno e poté entrare con i 2.500 volontari delle cernide, i 600 soldati e due cannoni, che divise in 4 corpi,[22] i quali furono mandati in luoghi diversi della città: di questi un corpo venne mandato fuori porta Nuova per impedire la fuga dei francesi, un altro presso il bastione dei Riformati.

I popolani armati di fucili, pistole, sciabole, ma anche di forconi e bastoni, erano scesi per le strade a dare la caccia ai francesi, uccidendone, ferendone e catturandone numerosi. Uno dei primi atti fu l'apertura delle carceri da cui numerosi soldati austriaci una volta liberati si unirono così alla rivolta.

Il popolo veronese - qui rappresentato in una rievocazione in costume - fu il grande protagonista delle Pasque veronesi, portando attacchi di propria iniziativa, a volte affiancato dalle truppe venete.

Nel tardo pomeriggio i rappresentanti del governo veneto in città, Iseppo Giovannelli e Alvise Contarini, pensavano ancora di poter tornare al precedente stato di neutralità, mentre Emilei, appena conquistata porta Nuova, decise di partire per Venezia per chiedere il soccorso dell'esercito veneto. I due rappresentanti invece tentarono un compromesso con l’autorità militare francese, interrompendo il suono delle campane e issando sulla torre dei Lamberti una bandiera bianca. Balland fece interrompere il bombardamento (anche se attorno Castel Vecchio la battaglia continuava, essendo isolato dai castelli di collina e non potendo quindi avere informazioni su quanto stava accadendo). Iniziarono così le trattative, che Balland cercava di tenere per le lunghe, poiché aspettava i rinforzi.[23]

La trattativa fallì e i governatori veneti cercarono allora inutilmente di calmare la popolazione. I governatori, spaventati per l'evolversi della situazione, nella riunione tra il 17 e il 18 aprile decisero di ritirarsi a Vicenza, e prima della partenza ordinarono che le truppe non prendessero parte alla battaglia. Da qui, il 18 aprile, Giovannelli e Contarini, secondo il piano esposto in riunione, si sarebbero diretti a Venezia, per chiedere aiuto al Senato. L'ordine venne eseguito, inizialmente, da Nogarola, Berettini e Allegri, mentre Antonio Maria Perez continuò le operazioni. Nel frattempo la popolazione continuò ad assaltare gli edifici in cui vi erano, o si credeva vi fossero, i soldati francesi, che venivano sistematicamente uccisi, mentre per le vie della città non si sentiva altro che un continuo gridare per ogni angolo della città "Viva San Marco!".[24]

Lo stesso giorno veniva firmato il Trattato di Leoben tra Napoleone e l'Austria, nelle cui clausole segrete l'Austria cedeva la Lombardia e il Belgio alla Francia prendendo a sua volta possesso dei territori della Repubblica di Venezia.

18 aprile[modifica | modifica wikitesto]

La torre dei Lamberti, la cui campana (il "Rengo") scandì i momenti della rivolta, e che fu colpita da numerosi colpi di cannone. Nel dettaglio si possono vedere il vessillo della Serenissima Repubblica e il drappo con i colori civici azzurro e oro, issati a ricordo dell'inizio delle Pasque veronesi.
La torre dei Lamberti, la cui campana (il "Rengo") scandì i momenti della rivolta, e che fu colpita da numerosi colpi di cannone. Nel dettaglio si possono vedere il vessillo della Serenissima Repubblica e il drappo con i colori civici azzurro e oro, issati a ricordo dell'inizio delle Pasque veronesi.
La torre dei Lamberti, la cui campana (il "Rengo") scandì i momenti della rivolta, e che fu colpita da numerosi colpi di cannone. Nel dettaglio si possono vedere il vessillo della Serenissima Repubblica e il drappo con i colori civici azzurro e oro, issati a ricordo dell'inizio delle Pasque veronesi.

Il 18 i rettori erano già partiti per Vicenza, intanto Emilei si apprestava a raggiungere Venezia per contattare il Senato, mentre a Verona Maffei e gli altri capi militari cercavano di organizzare l'esercito e i popolani, poiché il provveditore Bartolomeo Giuliari non riusciva da solo a sostenere il peso della situazione. Appena scaduta la tregua i cannoni dei castelli di San Felice e San Pietro ripresero a sparare, e dai due forti iniziarono veloci sortite in città (che venivano puntualmente respinte) con l'obiettivo di alleggerire la pressione su Castel Vecchio.

La notizia della fuga dei due provveditori irritò la popolazione, che continuò ad agire senza coordinazione, mentre dal Contado arrivavano numerosi i contadini e i montanari, in parte già armati. Giuliari ordinò ai comandanti di fornire armi ai disarmati, inoltre provvide alla costituzione di una reggenza provvisoria,[25] che si mise in contatto con il generale Balland, stipulando così una tregua di tre ore, anche se la battaglia presso Castel Vecchio continuava. Intanto alcuni cittadini riuscirono a portare dei pezzi di artiglieria sul colle San Leonardo, dal quale, essendo più alto rispetto colle San Pietro e le Torricelle, era più facile sparare contro i forti sulle colline circostanti. Venne deciso poco dopo l'invio di truppe regolari a sostegno dei popolani sul colle, mettendo anche alcune soldati a difesa del colle.

L'obiettivo principale divenne la conquista di Castel Vecchio, per cui due pezzi di artiglieria vennero trasportati dal popolo dal bastione di Spagna a porta Borsari e nei pressi del teatro Filarmonico, dove furono installati su impalcature di legno. Poco dopo i popolani vennero sostituiti dai soldati austriaci, evidentemente più esperti. Nel frattempo anche altri mortai venivano tolti al nemico e utilizzati per assediare il castello, mentre da Bassano del Grappa giungeva il conte Augusto Verità che si mise a capo dei duecento ex prigionieri austriaci. I francesi chiusi nel castel Vecchio portarono un cannone sulla torre dell'orologio, e cominciarono a colpire porta Borsari, ma Augusto Verità rispose facendo bombardare la torre dagli artiglieri austriaci, che riuscirono a colpirla fino a far crollare il cannone: i francesi furono obbligati a sgomberare, mentre altri colpi mietevano vittime tra gli uomini sulle mura del castello. Poco prima di un nuovo assalto al castello un drappello di soldati francesi uscì con una bandiera bianca, in segno di resa. Il capitano Rubbi con pochi uomini si avvicinarono per trattare: fu allora che i francesi smascherarono un cannone e cominciarono a colpire, uccidendo i soldati che erano andati a parlamentare e 30 popolani. Si scatenò così l'inferno attorno al castello, mentre i tempi della rivolta venivano scanditi dalla campana della torre dei Lamberti, la quale i francesi cercarono inutilmente di abbattere con le artiglierie.

Dai paesi della provincia cominciarono ad accorrere numerosi contadini volontari, armati per lo più di forconi, bastoni, e poche armi da fuoco. A loro proposito Alberghini diceva che appariva sul volto di tutti il desiderio di morire per la Patria e di esporsi a qual si fosse stato cimento. I contadini della Vallagarina riuscirono ad assalire e conquistare la chiusa presso Rivoli Veronese, mentre i montanari della Lessinia attaccarono da nord i forti San Felice e San Pietro. Nel frattempo nella provincia il conte Miniscalchi controllava la linea del Garda, Bevilacqua quella di Legnago, mentre Allegri la linea di San Bonifacio: i confini erano quindi tutti sorvegliati e per il momento tranquilli.

Arrivò in città il colonnello austriaco Adam Adalbert von Neipperg insieme ad un drappello di soldati, che informò Balland delle trattative di Leoben, tra l’Impero austriaco e dalla repubblica francese, mentre la popolazione lo accolse festosamente, pensando che fosse giunto in aiuto di Verona:[26] fu così che venne perso il prezioso contributo imperiale. Intanto, fra una tregua e l’altra, Verona veniva sistematicamente cannoneggiata dai forti e la sua popolazione continuava a combattere accanitamente intorno a questi per espugnarli.

19 aprile[modifica | modifica wikitesto]

L'assalto di Castel Vecchio

Il 19 Bevilacqua venne sconfitto a Legnago dalle truppe francesi, mentre Miniscalchi venne bloccato a Bardolino, per cui fuori Verona rimaneva solo Maffei a Valeggio, che decise di ripiegare a Sommacampagna con i suoi 900 fanti e 250 cavalleggeri,[27] per non essere tagliato fuori dalle linee avanzate francesi: arrivato a Sommacampagna lasciò il comando a Ferro e rientrò a Verona in cerca di ordini. Lo stesso giorno tornò Emilei da Venezia, senza gli aiuti sperati, mentre a Vicenza i due rappresentanti, persuasi da Erizzo, decisero di tornare e riprendere le trattative con Balland: il generale rispose che se fosse stata disarmata la popolazione se ne sarebbe andato dalla città con i suoi uomini, ma, dopo l'episodio di Castel Vecchio, nemmeno i due rappresentanti gli credettero.

Dopo l'inutile tentativo di mediazione, Contarini e Giovannelli organizzarono il popolo, che, al grido di vogliamo la guerra, si preparò ad una difesa a oltranza della città, come dimostra un proclama in cui affermano che, per togliere la confusione e il disordine, che potrebbe essere fatale al bene di tutti, resta commesso il popolo fedele di Verona che abbiasi a ritirare nelle rispettive Contrade. Colà gli saranno assegnati dei capi, ubbidirà ad essi, sarà unito in corpi e i capi stessi avranno a dipendere dagli ordini delle cariche, e si presteranno sempre a procurare la comune salvezza.[24]

Rievocazione storica: in divisa bianca figuranti in costume da soldati austriaci. Quest'ultimi, liberati dalla prigionia francese, parteciparono a parte della rivolta. Gli artiglieri veneti indossavano vesti marroni e bianche e la Guardia Nobile Veronese la divisa azzurra e oro.

Continuava così la battaglia, in particolare a Castel Vecchio, dove però i cannoni, tornati nelle mani inesperte dei cittadini veronesi, non provocavano più ingenti danni. Intanto dal colle San Leonardo continuava il bombardamento dei forti, che a loro volta bombardavano la città, provocando numerosi incendi, aggiungendo ancora danni alle incursioni francesi: con brevi sortite all'esterno andavano ad appiccare incendi nei palazzi circostanti appartenenti a famiglie nobili dando alle fiamme così anche numerose opere d'arte. Durante una sortita, partita da Castel Vecchio, i francesi riuscirono a dare alle fiamme palazzo Liorsi e palazzo Perez, ma in quel caso tornarono solo cinque soldati, poiché gli altri furono uccisi dai popolani.[28]

Presso il lazzaretto di Sanmicheli, che era occupato da un ospedale francese, passò una schiera di contadini armati diretti verso la città, quando dall'ospedale partirono alcuni colpi di fucile: i contadini, infuriati, abbatterono le porte e massacrarono i sei soldati che si trovavano all'interno.[29]

Nel pomeriggio Neipperg lasciò Verona insieme ai suoi soldati, dato che la tregua tra Francia ed Austria sarebbe durata una settimana. In compenso avvertì la popolazione che se fosse resistita fino allo scadere della tregua sarebbe tornato in suo soccorso. Intanto si avvicinò a porta San Zeno un drappello di esplorazione francese, che dovette allontanarsi immediatamente per l'arrivo di colpi di cannone della mura. Negli stessi istanti però delle colonne di soldati tagliarono fuori i soldati del Maffei, occupando la linea che va dal Chievo a Santa Lucia. In questa linea si erano posizionati circa 6.000 uomini di Chabran, mentre gli uomini di Victor e Miollis si stavano ancora avvicinando alla città.

20 e 21 aprile[modifica | modifica wikitesto]

Maffei la mattina seguente uscì con gli uomini disponibili da porta San Zeno per cercare di rompere la linea nemica e aiutare la ritirata in città delle truppe venete comandate da Ferro, ancora tagliate fuori. L'attacco di Maffei venne però respinto da Landrieux, mentre nel frattempo Ferro, che tra le sue truppe aveva 500 fanti del IV reggimento di Treviso, 400 schiavoni,[1] 250 cavalleggeri e 8 cannoni, poté rafforzarsi con oltre 4.000 volontari (i quali si erano spontaneamente riuniti a Sommacampagna dopo l'accerchiamento), che però non potevano essere utilizzati in un'eventuale battaglia, poiché non erano addestrati, né ben armati.[27]

L'artiglieria francese fu fondamentale durante tutta la rivolta: venne utilizzata soprattutto dai forti per bombardare la città dall'alto.

L'attacco di Ferro ebbe inizio a Santa Lucia, dove il comandante veneto riuscì a battere i francesi spingendoli a nord, prima sino a San Massimo, poi sino alla Croce Bianca, dove riuscirono a resistere al contrattacco. Per errore però ad un certo punto venne suonata la ritirata, per cui la cavalleria invece che caricare si ritirò, così la fanteria venne sconfitta, anche se riuscì a ritirarsi dentro Verona. Alla fine della battaglia tra fanti e schiavoni[1] erano sopravvissuti in 400, mentre i cavalleggeri non subirono grandi perdite. I francesi tornarono così a rioccupare le posizioni precedenti, e si avvicinarono a porta Nuova e porta Palio, dove furono però respinti dai cannoni.

Ripresero allora le trattative tra veneti e francesi, che richiedevano la resa senza condizioni, mentre nel frattempo altri volontari giungevano dalla bassa Veronese, e, oltre a Verona, anche Pescantina respingeva gli assalti francesi, che non riuscivano così ad oltrepassare l'Adige.

Il 21 aprile i francesi riuscirono a passare l'Adige poco più a monte di Pescantina. Intanto a Verona continuava l'assedio a Castel Vecchio, mentre la batteria del colle San Leonardo veniva catturata. Iniziarono nuove trattative cui parteciparono Giovanelli, Emilei, Giusti, Chabran, Chevalier (la cui presenza indicava che ormai la città era circondata) e Landrieux, ma non si giunse a nessuna conclusione. Ormai però non c'erano più speranze di vittoria, nonostante fossero giunte da Vicenza al comando del conte Erizzo 400 fanti e circa 1.000 cernide, poiché la città era ormai circondata da 15.000 soldati francesi.[30]

22 e 23 aprile[modifica | modifica wikitesto]

Il castel San Pietro, in cima al colle da cui dominava la città, come appariva durante l'insurrezione.

I francesi la mattina del 22 aprile portarono alcuni cannoni presso porta San Zeno con l'intenzione di abbatterla, e furono fermati grazie a dei fortunati colpi di cannone sparati dalle mura da alcuni cittadini, che li obbligarono nuovamente, così, a ritirarsi. Intanto i francesi all'interno di Castel Vecchio erano in grave difficoltà, tanto che alcuni soldati fuggirono dal ponte scaligero. Ci fu anche un tentativo mal riuscito di riconquistare il colle San Leonardo. La polvere da sparo e le munizioni stavano però scarseggiando, ma anche il cibo cominciava a non essere più sufficiente per la popolazione, dato che la città si era riempita di volontari e soldati. Il Senato inviò addirittura una lettera in cui invitava la città alla resa, per cui le maggiori autorità a Verona si riunirono per decidersi sul da farsi. Durante la riunione si arrivò alla conclusione che ormai non sarebbero giunti rinforzi, per cui bisognava cominciare a prepararsi per la resa: i capi militari andarono per le strade invitando a fermare i combattimenti: molti ufficiali Veneti uscirono e così influenzati dalle Venete Cariche, scorsero le contrade tutte di Verona proclamando una tregua conclusa, ed esortando tutti gli abitanti a desistere da qualunque atto di ostilità, poiché trattavasi di pace, né tardarono i migliori tra i cittadini ad unirsi a loro onde calmare il popolo, infruttuosi non furono i loro consigli e la moltitudine si lasciò persuadere dalle voci della ragione e delle necessità: paga di non abbandonare i suoi posti di difesa, vi si tenne tranquilla, e non tirò più un colpo di cannone o di fucile. Così ebbe fine una battaglia, la quale principata entro le nostre mura alle ore ventuna italiane[31] del giorno 17 aprile era durata senza interruzione sino presso alle ore parimenti ventuna[31] del giorno 23. Allo strepito delle armi, al clamore delle voci, al movimento continuo di una numerosa popolazione, successero un cupo silenzio, un nesto riposo, una ferale immobilità.[32]

Il valore mostrato dai veronesi, che riuscirono a contrastare le incursioni di pattuglie francesi e a sopportare il cannoneggiamento della città, non avrebbe potuto resistere però all'assedio di 15.000 soldati,[24] per cui il 23 aprile era ormai presa la decisione della resa, si inviò quindi un messaggio a Balland in cui si richiedeva un armistizio di 24 ore. Il comandante concesse allora una tregua sino al mezzogiorno del giorno seguente.

Alla fine le morti francesi ammontarono a 500 soldati,[33] i feriti furono circa un migliaio, e i prigionieri 2.400 (di cui 500 soldati e 1.900 loro famigliari).[34] Dunque dei 3.000 soldati francesi di guarnigione[35] circa mille (tra morti e prigionieri) furono messi fuori combattimento.

La resa[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni ufficiali della Fanteria della Serenissima

Il 24 aprile, verso mezzogiorno, il capitano Emilei ed altri ambasciatori si incontrarono con Jacques-François Chevalier, Joseph de Chabran e Lahoz per trattare la resa: appena Emilei cominciò a leggere il documento, stipulato insieme alle altre autorità cittadine, venne fermato da Balland, il quale dichiarò che i termini della resa sarebbero stati dettati dai francesi, e non dai veneti: essi esigevano che la cavalleria veneta scortasse l'entrata delle truppe francesi in città (ma appiedata e disarmata), la restituzione dei prigionieri e delle artiglierie, il disarmo della popolazione, la consegna di 16 ostaggi, tra cui l'Emilei, Maffei, Verità, i provveditori, il podestà, il vescovo e Miniscalchi. Date le cospicue richieste gli ambasciatori veneti non se la sentirono di accettare, e chiesero altre due ore di tregua per poter esporre i termini della resa ai rappresentanti della città, i quali furono praticamente obbligati a firmare, nonostante loro stessi fossero richiesti come ostaggi, poiché la sconfitta sarebbe stata inevitabile.[36]

Ai due rappresentanti, Contarini e Giovanelli, venne affidato il compito di informare la popolazione, ma fuggirono prima di adempiere al loro dovere, poiché sapevano che, dopo la fuga a Vicenza, la popolazione non aveva più fiducia in loro. La notte quindi partirono per Padova, e, scoperta la fuga, si riunirono i maggiori rappresentanti di Verona, che decisero di informare i francesi della fuga e di trattare una nuova capitolazione (poiché i due rappresentanti erano inclusi come ostaggi nella precedente). Il nuovo trattato non prevedeva grandi differenze, ma venne ugualmente sottoscritto dai francesi. Oramai il popolo era scoraggiato e si sentiva tradito dagli stessi che lo avevano incoraggiato alla lotta.

Un'assemblea convocata da Giuliari elesse provvisoriamente dieci rappresentanti di Verona e del contado, che, con difficoltà, riuscirono a persuadere i popolani a cessare le offese. Questo consiglio durò per un breve periodo, dato che le cariche sarebbero state affidate dai francesi ai giacobini locali, a cui fu tolto lo stato d'arresto cui erano stati sottoposti dalla polizia segreta.

Alle 8 di mattina del 25 aprile 1797 (giorno della festa di San Marco) la città si arrese, e finì così, dopo quattro secoli, il dominio veneto su Verona, anche se le truppe francesi entrarono in città solo il 27 aprile da porta Nuova e porta Palio.

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Nella prima fotografia il leone di San Marco posto su una colonna in piazza delle Erbe, abbattuto dai giacobini poco dopo la resa della città. Il leone odierno, realizzato simile all'originario, venne ripristinato nel 1886. Nella seconda fotografia il leone marciano scalpellato dai napoleonici in sfregio alla Serenissima Repubblica di Venezia, tuttora visibile in Piazza dei Signori.
Nella prima fotografia il leone di San Marco posto su una colonna in piazza delle Erbe, abbattuto dai giacobini poco dopo la resa della città. Il leone odierno, realizzato simile all'originario, venne ripristinato nel 1886. Nella seconda fotografia il leone marciano scalpellato dai napoleonici in sfregio alla Serenissima Repubblica di Venezia, tuttora visibile in Piazza dei Signori.
Nella prima fotografia il leone di San Marco posto su una colonna in piazza delle Erbe, abbattuto dai giacobini poco dopo la resa della città. Il leone odierno, realizzato simile all'originario, venne ripristinato nel 1886. Nella seconda fotografia il leone marciano scalpellato dai napoleonici in sfregio alla Serenissima Repubblica di Venezia, tuttora visibile in Piazza dei Signori.

Il primo atto dei francesi, appena entrati in città, fu affiggere un manifesto in cui si poteva leggere che era stato ordinato ai soldati il rispetto delle persone e delle proprietà. In compenso il generale Kilmaine si affrettò a confiscare il denaro della cassa pubblica, poiché le città "liberate" dovevano pagare 20.000 zecchini, ovvero 1.800.000 lire torinesi (che poi aumentarono a 2.000.000 lire). Il consiglio giacobino, che prese il posto quasi immediatamente di quello precedente, varò un prestito forzoso di 2.400.000 lire e obbligò la consegna dell'argenteria delle chiese e di altri luoghi di culto.[37]

Il 1º maggio gli abitanti di Verona furono obbligati a versare il denaro e l'argenteria a loro disposizione:[38] la stessa richiesta venne posta anche il 5 ed il 15 maggio, con in più la minaccia di perquisizione delle abitazioni nel caso i cittadini non avessero adempiuto al loro "dovere". Ma l'atto più ostile fu il saccheggio del Monte di Pietà della città, che vide Napoleone, venuto a conoscenza dell'accaduto, ordinare la restituzione dei pegni di minor valore, e ordinare l'arresto dei principali responsabili del saccheggio, Bouquet e Landrieux, che furono mandati in Francia per essere processati. Al sacco del monte fece seguito anche quello delle chiese, delle abitazioni degli aristocratici e dei musei, durante il quale furono trafugati dalla biblioteca Capitolare di Verona manoscritti databili dal VII secolo al XV secolo e incunaboli del XV secolo, dal museo lapidario maffeiano lapidi greche, romane e medaglie romane, dalle chiese furono presi numerosi dipinti (non furono risparmiati neanche il Duomo e la basilica di San Zeno), e lo stesso dalle collezioni private, oltre a collezioni di fossili:[39] la quasi totalità di questi non furono più restituiti. Tra le tele più importanti ci sono Il martirio del Santo del Veronese, la Pala dell'Assunta di Tiziano e bassorilievi in bronzo della chiesa di San Fermo Maggiore: tutto il bottino che venne fatto sfilare nel corteo di Parigi il 27 e il 28 luglio 1798, e le opere furono poi portate al museo del Louvre.

Il 4 maggio venne richiesto alle sessanta famiglie più facoltose l'esborso dai 3.000 ducati ai 15.000 ducati.[40] Il 6 maggio invece arrivò il generale Augereau, che tenne un discorso in piazza Bra nel quale disse che era venuto per punire chi aveva fomentato la rivolta. Fece inoltre piantare l'albero della libertà, che fu oggetto più volte di vandalismi.

Rievocazione delle milizie francesi in posizione

Il 9 maggio lo stesso generale liberò i prigionieri, provenienti dal contado, che erano stati arrestati nei momenti successivi all'entrata dei soldati a Verona perché sospettati di aver preso parte all'insurrezione, mentre iniziarono gli arresti dei protagonisti. Furono arrestati Emilei, Garavetta, Maffei, il vescovo Giovanni Andrea Avogrado, Giovanni e Francesco Giona, Contarini e la moglie, Leonardo Foscarini, il conte Rocco San Fermo, i dottori Vincenzo Aureggio e Francesco Pandini, Giacomo Augusto Verità, ma anche molti popolani. A questi si aggiunsero successivamente il conte Nogarola, il canonico Morasini, i tre fratelli Miniscalchi, e altri popolani.[41] Il processo dei sette principali imputati ebbe inizio il 15 maggio e vide la condanna a morte del conte Francesco Emilei, per aver provocato la rivolta, del conte Augusto Verità, per avere massacrato dei soldati francesi, e Giovan Battista Malenza, per avere assassinato numerosi francesi.[42] Durante il processo vennero inflitte pene minori invece agli altri tre processati, Maffei, Giona e Auregio.

La loro condanna a morte fu eseguita il 16 maggio: la mattina una pattuglia di soldati li prese dalla prigione e li scortò per le strade silenziose della città, fino presso porta Nuova. Su un bastione, a mezzogiorno, nonostante le persone presenti chiedessero la grazia al generale Augereau,[43] vennero fucilati i quattro condannati; il supplizio dei familiari non si fermò lì, poiché le loro case furono saccheggiate dagli stessi soldati che avevano fatto parte del plotone d'esecuzione.[44] In seguito furono eseguite altre condanne a morte, decise con processi sommari. I corpi dei quattro uomini furono dissotterrati al ritorno delle truppe austriache in città, quando, dopo una processione funebre, furono posti nel Duomo, nella chiesa di Santa Maria in Chiavica e nella chiesa di Sant'Eufemia.

Lapide dedicata ai patrioti veneti e martiri delle Pasque veronesi.

Nella città furono numerose le condanne a morte (per un solo voto al processo si risparmiò il vescovo della città), ma anche le requisizioni dei giacobini, tanto che Bevilacqua, a proposito, afferma che occorreva adunque studiare e apparecchiare un piano di saccheggio ordinato e sapiente, una specie di congegno a torchio sotto la cui enorme pressione dovesse spremere la città tutto quanto il succo che potea dare. I giacobini fecero distruggere tutte le insegne del Leone di San Marco presenti in città, compreso quello posto sulla colonna in piazza delle Erbe, che sarebbe stato ripristinato solo nel 1886, e gli stemmi degli aristocratici. Venne limitato in città il suono delle campane, mentre gli orologi pubblici vennero impostati per battere le ore alla francese (un sistema diverso da quello italiano di computare le ore).

A causa delle requisizioni giacobine e della distruzione di parte dei raccolti vi fu anche una carestia, per cui lo stesso Napoleone, in città, esortò il club giacobino alla moderazione.[45] Il 2 luglio 1797 gli occupanti francesi indissero le elezioni del Governo centrale veronese, che avrebbe dovuto sostituire la municipalità provvisoria: per la prima volta a Verona i cittadini potevano votare e scegliere i propri rappresentanti. Vennero però eletti i protagonisti delle Pasque veronesi, quindi il generale Augereau si riservò di scegliere 23 dei 40 uomini che avrebbero formato il governo, e questi si rivelarono essere tutti giacobini.[46]

Quattro mesi dopo, con il Trattato di Campoformio l'Austria riconosceva la Repubblica Cisalpina e prendeva possesso di tutti i territori della Repubblica di Venezia per secoli non assoggettati al dominio straniero, inclusa Verona.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Gli Schiavoni erano milizie di fanteria regolare reclutate in Istria e Dalmazia, soprattutto tra la componente slava della popolazione. Esse erano utilizzate prevalentemente per scopi di presidio e difesa di Venezia, del Dogado e dello Stato da Màr.
  2. ^ C. Botta, Storia d'Italia: dal 1789 al 1814, Pisa, 1824. p.264
  3. ^ Agnoli, p. 13
  4. ^ M. Viglione, La Vandea Italiana. Le insorgenze controrivoluzionarie dalle origini al 1814, Milano, Effedieffe, 1995. pp. 304-306
  5. ^ Agnoli, p. 19
  6. ^ Cfr. pag 186, in Giordano Bruno Guerri, Antistoria degli italiani. Da Romolo a Giovanni Paolo II, MOndadori, 1999
  7. ^ Agnoli, p. 81
  8. ^ a b c d e f Sotto la Repubblica Veneta con il termine Nazioni si indicavano le varie genti, accomunate da dialetto, storia e tradizioni, ma non necessariamente nell'amministrazione.
  9. ^ Agnoli, p. 83
  10. ^ Per "democratizzazione" si intende, in riferimento al periodo rivoluzionario, l'insieme dei cambiamenti istituzionali introdotti dai repubblicani: produzione di codici normativi, organizzazione territoriale retta dai prefetti, costituzione di un potere pubblico laico distinto da quello della Chiesa, obbligo di assistenza sanitaria non più della Chiesa ma della municipalità.
  11. ^ Agnoli, p. 85
  12. ^ Agnoli, p. 90
  13. ^ Agnoli, p. 94
  14. ^ Agnoli, p. 101
  15. ^ Agnoli, p. 106
  16. ^ Agnoli, p. 117
  17. ^ a b Agnoli, pp. 123-124-125
  18. ^ a b c Agnoli, p. 138
  19. ^ Solinas, p. 384
  20. ^ Agnoli, p. 143
  21. ^ Solinas, p. 385
  22. ^ Agnoli, p. 148
  23. ^ Agnoli, p. 153
  24. ^ a b c Tratto da conserv-azione.org. URL consultato il 14 gennaio 2008.
  25. ^ Agnoli, p. 162
  26. ^ Solinas, p. 387
  27. ^ a b F. M. Agnoli 1998, p.175
  28. ^ Agnoli, p. 172
  29. ^ Solinas, p. 388
  30. ^ Solinas, p. 389
  31. ^ a b Ovvero alle ore 17.
  32. ^ A Maffei, Memorie concernenti l'insurrezione di Verona, Volume III.
  33. ^ Memorie di V. Alberti, presenti nella biblioteca civica di Verona.
  34. ^ A Maffei, Memorie della Rivoluzione di Verona nel 1797. p.146
  35. ^ Solinas, p. 386
  36. ^ Agnoli, p. 195
  37. ^ Agnoli, p. 211
  38. ^ Bevilacqua, p. 356
  39. ^ Lista completa nel libro Le Pasque veronesi: quando Verona insorse contro Napoleone di F. M. Agnoli, alle pagine 279-280-281-282-283
  40. ^ Bevilacqua, p. 358
  41. ^ Agnoli, p. 216
  42. ^ Solinas, p. 390
  43. ^ A Maffei, 1797. Istoria di Verona. c.275
  44. ^ A Maffei, 1797. Istoria di Verona. c.277
  45. ^ Agnoli, p. 232
  46. ^ Agnoli, pp. 20-236

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • E. Bevilacqua, Le Pasque veronesi, Verona, Remigio Cabianca Libraio, 1897.
  • G. Bacigalupo, Le Pasque veronesi: sonetti, Bologna, Libr. Beltrami, 1914.
  • E. Fancelli, L'ussero di Napoleone o le pasque veronesi, Firenze, G. Nerbini, 1931.
  • R. Fasanari, Le Pasque veronesi in una relazione inedita, Verona, Linotipia Veronese, 1951.
  • A. Zorzi, La Repubblica del Leone. Storia di Venezia, Milano, Rusconi, 1979.
  • R. M. Frigo, Le Pasque veronesi nella relazione, inedita, di un generale napoleonico, Verona, Fiorini, 1980.
  • G. Solinas, Storia di Verona, Verona, Centro Rinascita, 1981, pp.384-389.
  • I. Menin, Breve storico compendio della Guerra d'Italia dell'anno 1796-1797, Verona, Biblioteca civica, 1997.
  • F. Bonafini, Verona 1797: il furore di una città, Verona, Morelli, 1997.
  • E. Santi, Le Pasque veronesi, Ronco all'Adige, Comune di Ronco all'Adige, 1997.
  • F. M. Agnoli, Le Pasque veronesi: quando Verona insorse contro Napoleone, Rimini, Il Cerchio, 1998. ISBN 88-86583-47-8.
  • F. M. Agnoli, I processi delle Pasque veronesi: gli insorti veronesi davanti al tribunale militare rivoluzionario francese, Rimini, Il Cerchio, 2002, ISBN 88-8474-008-8.
  • A. Maffei, Dalle Pasque veronesi alla pace di Campoformido, Rimini, Il Cerchio, 2005, ISBN 88-8474-101-7.
  • E. Beggiato, 1809: l'insorgenza veneta. La lotta contro Napoleone nella terra di San Marco, Vicenza, Editrice veneta, 2007, ISBN 978-88-8449-389-7.

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